domenica 29 dicembre 2013

Individuo: la centralità del pensiero e della fatica

Non sono capace di produrre una classifica, a differenza dei fine-anno scorsi, quando mi pareva che una graduatoria potesse essere svolta e che risultasse facile mettere qualcuno o qualcosa dietro a qualcosa d'altro; ora invece mi trovo in serio imbarazzo. Mi pare che tutto abbia perso non la qualità o il livello (quest'anno, in particolare in questa fine d'anno, mi pare che di cose interessanti ne siano state presentate e organizzate molte), ma la possibilità di "separazione". Le cose mancano della giusta distanza tra loro per essere affrontate con adeguatezza e quindi valutate. Quest'anno più che durante ogni altro mi è sembrato che il fattore umano venisse consolidandosi in un ammasso solido, volumetrico, difficile da indagare. Si è detto talmente tanto di ogni cosa, e soprattutto si è ripetuta ogni cosa talmente tante volte che infine la stanza creata risulta soffocante. Certo, andrebbe sottolineato, è proprio in tali occasioni che la critica assume ruolo, che la consapevolezza acquista peso...per me, questa volta non è così! Se volessi tracciare il senso di questo 2013 con delle parole, mi sovviene "noia", "distribuzione", "archivio", "organico", "sostenibile". Il miglior concetto espresso da un umano è stato di sicuro quello di Papa Francesco I, quando durante la sua visita a Lampedusa ha parlato di "globalizzazione dell'indifferenza". Ecco, è questa la chiave...il globale, il tutto percepito, il troppo percepito, e vissuto indistintamente. E' un fattore sociale, ma che vale anche sul piano culturale. Non sono considerazioni pessimistiche, bensì di fredda analisi e, spero, lucida constatazione di uno stato, che non va negato. Nel 2013 si è parlato molto, e parlare serve, quale strumento di conoscenza soprattutto; ma anche le parole che escono hanno un ruolo, la loro qualità, altrimenti confondono, depotenziano l'azione, che infatti si è ridotta a corollario. Questo che dico mi porta ad affermare che preferirei non sottolineare nulla, classificando l'involucro e tralasciando i contenuti; ma le esperienze significative si sono succedute anche nella consapevolezza dell'indistinto, e quindi qualche merito può essere espresso. Ho letto un graphic-novel molto bello, di Manuele Fior, dal titolo L'intervista, edito da Coconino Press-Fandango; ho ascoltato alcuni album interessanti, sopra tutti quello di Jonathan Wilson, Fanfare; ho assistito ad un grande concerto di Bruce Springsteen allo Stadio Euganeo di Padova a maggio, anche se la performance di Nick Cave, a Lubiana il 25 novembre, è stata forse ancora più intensa. Ho visto due grandi film: il primo vale per la sua concezione formale, ed è La grande bellezza di Paolo Sorrentino; ma è il secondo a vincere il confronto, ed è Blue Jasmine di Woody Allen (il tema delle aspettative di ciascuno rispetto la propria vita è centrale nella comprensione dell'odierno e anche della fantomatica "crisi" che abbiamo vissuto...ripeto abbiamo, al passato!). Ho visto a Padova, al Palazzo del Monte di Pietà, in marzo, un allestimento bellissimo, nei contenuti specialmente, ovvero Pietro Bembo e l'invenzione del Rinascimento, dove nei documenti scritti e nei lasciti artistici favoriti dall'uomo si è dato riscontro alla grandezza culturale e sociale di un periodo storico. Ecco, forse è questa la via, la qualità dell'individuo (non l'individualismo, si badi bene!), la sua abnegazione, allorché il collettivo appare addormentato nelle proprie aspettative omologate e omologanti. Buon anno!
(via Abbi Pazienza, a Pistoia)

 

giovedì 19 dicembre 2013

Trasgressioni razionali

Parte prima.
Scrive Giovanni Lindo Ferretti, già leader dei CCCP, CSI, PGR, presentando il suo nuovo libro edito da Mondadori: "...L’avrei titolato: “montano italico cattolico romano” ma ho accettato il pensiero dell’editor, BARBARICO ne risulta sunto e, visto il genere di civiltà che avanza, ne diventa sinonimo". Barbarico è infatti il titolo del volume, e come sempre mi affascina da morire la scrittura e la voce di Ferretti. Molti a fronte delle sue posizioni di ortodossia cattolica, vicinanza al pensiero di Benedetto XVI, posizioni  antiabortiste o non favorevoli alla procreazione assistita, hanno, alla luce del suo passato "punk", reagito prendendo le distanze o evidenziando la contradittorietà del suo pensiero. Io non mi sono mai stupito, avendo sempre pensato che quelle posizioni gli fossero proprie, anche quando ascoltavo con entusiasmo le sue recite punk. Come già fece Giorgio Canali, membro dei CSI e PGR, oggi solista o con i Rossofuoco, anch'io credo di aver sempre notato una continuità nella riflessione religiosa del cantautore emiliano. Oggi leggo in premessa al suo libro due affermazioni utili: "...operando per lo più per reazione tendo ad essere reazionario...", e soprattutto "...Invertire l’ordine considerando trasgressivo il neoconvertito e rassicurante il punk, ferma restante l’accattivante banalità del rock, nulla cambia." Ebbene è proprio questo, andare avanti per mode e convenzioni, per omologazioni culturali. Ecco così che una concorrente al programma televisivo Masterpiece, che dovrebbe essere fucina di nuovi scrittori, viene incalzata da uno dei giudici, Giancarlo De Cataldo, a fronte del suo abbigliamento: "...non sei una punkabbestia?"; e lei, splendida, risponde "Non sono abbastanza ricca!". E' una cosa che ho sempre detto anch'io. Cos'è oggi la trasgressione? E' come dice Ferretti, tutto funziona al contrario di quanto immaginiamo! Di come siamo invitati a pensare.
Parte seconda.
Esce a Lucca Comics & Games 2013, il nuovo libro di GIPI, il titolo è Unastoria (Coconino Press). Libro bellissimo. Domenico Procacci, suo quasi coeditore, ad una presentazione a Roma, ha sostenuto di volerlo candidare allo Strega, ritrovando tutte le peculiarità narrative utili per partecipare a quel premio. E tutti a dire: "ma è giusto, ma è ingiusto, ecc.". Oppure sostanzialmente tutti a voler dire che insomma è ora di finirla, e che un graphic-novel può assurgere a valori pari a quelli di un testo narrativo. 
Per trasgredire la norma vi dico che secondo me questo libro di GIPI non è adatto allo Strega. E non per il valore qualitativo, ma perchè, mentre il suo capolavoro assoluto S., aveva realmente un linguaggio perfettamente confrontabile con quello letterario-narrativo, questo suo Unastoria, vive di molte immagini proprie del linguaggio cinematografico, vive del disegno, dei silenzi, del non detto. Si gusta con gli occhi, guardando e vedendo, è sintesi di generi e di linguaggi. Supera per molti versi, come anche in passato a volte è successo con testi a fumetti, le potenzialità del testo letterario. Portarlo allo Strega è inutile, è voler mettere cose in una valigia già piena. Diciamo che questo fumetto di GIPI è un libro e insegniamo, piuttosto, alle librerie per prime, ad ordinare i volumi per autori, senza collocare i fumetti nel settore "Comics", vicino ai volumi per ragazzi.
Parte terza.
A Lubiana, il 25 novembre appena passato, ho assistito al concerto di Nick Cave & the Bad Seeds. Mi aspettavo un lento, ed è stato il rock. Un palazzetto strapieno oltre i criteri di sicurezza, forse per i troppi biglietti venduti, un Cave scatenato, un gruppo magnifico e diciannove pezzi, tra cui The Weeping Song, From Her to Eternity, Push the Sky Away, God Is in the House e Stranger Then Kindness fantastiche. E in partenza di concerto una Jubilee Street che non dimenticherò facilmente. Niente di trasgressivo, un recital rodato e professionale, ma una tensione punk a filo di pelle che ha messo molti brividi non aspettati.

domenica 8 dicembre 2013

Memories da Lou...a Lucca

Dopo più di un mese da Lucca Comics & Games 2013, un intervento di Roberto Recchioni sul mensile XL in edicola (dicembre 2013, comprato perchè in copertina vi capeggia un ritratto fotografico di Lou Reed, artista la cui scomparsa il 27 ottobre scorso è ancora tutta da metabolizzare e che qui ricordo con la foto scattata ad un suo concerto a Pordenone il 12 marzo 2006, dove ho potuto ascoltarlo con un biglietto da € 10,00 in terza Galleria del Teatro Verdi) mi porta a parlare della manifestazione toscana.

Che dire? Va detto che il bello di Lucca è tutto fuori dai padiglioni dedicati all'evento. Fuori c'è la città prima di tutto; poi la gente completamente trasportata dal nonluogo che la città sa creare per alcune giornate; i cosplayer sempre più divertiti e divertenti. 
Dentro c'è invece molta noia. Per le parole degli autori e dei critici, per i fumetti pubblicati o meglio perlopiù ristampati, per gli editori veramente lontani dalla realtà e sempre più stanchi dietro i loro banchetti ricoperti di volumi ben disposti a prendere umidità e ritornarsene poi negli scatoloni "piacevolmente" ondulati. Se hai l'occhio attento sai dopo circa un'oretta cosa gira e cosa non gira. Esempio ne è il volume Sacro/Profano di Mirka Andolfo pubblicato da Dentiblù Editore, autrice già colorista digitale per il settimanale Topolino, ma non solo (P.S. il sacro sta nella capacità coloristica dell'autrice, il profano che come succede sempre i suoi colori lavorano così tanto sul segno disegnato sottostante da renderlo secondario; è successo con molte storie di Giorgio Cavazzano ad esempio, tanto per evidenziare ancora di più la "profanazione"... ma è la contemporaneità!).  
Il volume è andato alla grande, partendo dalla spinta garantita dal web, così come è stato per il "fenomeno" Zerocalcare. Recchioni su XL parla di ghetto al contrario, ovvero che ormai questo del rapporto web/vendite (e perchè no qualità fumettistica) è la prova provata dei nostri tempi. Chi non lo capisce si parla addosso e resta fuori. Oltre a ciò ci sono i collezionisti amanti di carta e cartonati limitati e selezionati, di portfolio adorati, e capaci di spesa, molta. Il fumetto è altrove però. Il fumetto è popular, nel senso di specchio dei tempi (Kunstwollen, Zeitgeist). Che dire di Sacro/Profano? Disegni come già era di Sky Doll di Barbucci e Canepa, misto disney-manga e temi cari ai giovani lettori e ai medio-vecchi guardoni, ovvero scene piccanti e una certa anticlericalità di fondo. Il mio parere vero? Un bel fumetto, perfettamente calato nella realtà editoriale. E Recchioni, che come autore mi lascia sempre alquanto perplesso, come critico mi è parso invece centrato. Poi per il resto il solito di Lucca, il nuovo Gipi molto buono, Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo in gran spolvero (foto sotto) per la sperata continuity di Ken Parker (una storiella portfolio, con una bella storia e un bel portfolio), Huppen Hermann prima coriaceo e poi disponibilissimo, Inio Asano più fuori che non si può; la Disney stra-impegnata a fare bella figura dinanzi al nuovo padre padrone Panini.  Che mi resta di Lucca 2013? La soddisfazione per la vittoria dello Yellow kid di Giuseppe Palumbo come miglior disegnatore (e ci mancherebbe!), una certa commozione di Horacio Altuna quando gli chiedo un ritratto di Loco Chàvez; l'incontro molto personale con lo scrittore Jonathan Carroll; un buon incontro con Gipi e Manuele Fior e soprattutto un incontro dedicato al volume Petra Chérie pubblicato da Comma 22, con Ivo Milazzo tra i relatori e un pubblico completamente assente. L'incontro è stato bellissimo e utilissimo e a Milazzo va dato il merito di aver detto cose sagge e non retoriche. Tra queste mi ero segnato alcune frasi: "Senza conflitto tra individuo e collettività non c'è Avventura", "Lo stordimento dei giovani deriva dalla poca nostra consapevolezza nel sapergli trasmettere la realtà", "L'attualità di Petra nasce da una semplice constatazione: una cosa è sempre attuale solo se è legata alla Storia. Se questo si verifica il racconto aiuta a leggere la realtà". Ecco di Lucca 2013 mi è restato forse proprio questo.

(immagine Sacro/Profano @ dell'autrice e degli aventi diritto) 

sabato 26 ottobre 2013

Piccole scatole emozionali n.14

Ci sono percorsi paralleli che portano le strade a non incrociarsi per anni; e poi quei binari, sempre attenti a non scartare, incontrano una pietra seminascosta dalla terra e sono costretti a inclinarsi, ad uscire dal sedime. Così quello che era parallelo diventa incidente, o anche solo adiacente. Si ridetermina un incontro, non uno nello specifico, ma qualcuno in generale. E quando i due contenitori sensazionali si scorgono, comprendi il perché certe strade erano state condotte assieme per un periodo di vita. Quell'incontro di affetti, familiari, sentimentali, intellettuali, visivi, tattili, è una scoperta, nel senso che scopre voragini spaventevoli nella mente e nella memoria e a volte la cosa rende malinconici, a volte irrisolti, altre sereni o in pace con se stessi. E spesso i due percorsi trovano altre pietre e il parallelismo si ridefinisce, improvvisamente, senza spiegazioni, ma resta la consapevolezza di quanto accidentato sia il terreno. E da qui la speranza, verso tutti, verso tutti coloro con cui si è condiviso qualcosa. La mia scatola emozionale è lì, in questa consapevolezza.

domenica 6 ottobre 2013

Etica poietica

"Il termine etica vuol dire che con questo nome si pensa il soggiorno dell'uomo".
La frase è di Martin Heidegger ed è tratta da "Lettera sull'umanesimo". Nel condividere il pensiero, mi pare calzante sottolineare che "etica" è qualcosa che concerne l'uomo e non quello di cui lui si circonda, sia esso materiale o immateriale, sostanziale o strumentale. "Etica" è la cura che l'uomo pone nei confronti della propria vita, trasformando idee in comportamenti. Nel dizionario "etica" è, nell'accezione filosofica, "la ricerca di ciò che è bene per l'uomo". I più interpretano che con "uomo" la definizione rimandi a se stessi, o al singolo individuo, e non all'"umanità". Da qui il fraintendimento che, infine, porta tutti a stare spesso peggio di quanto si potrebbe.

mercoledì 2 ottobre 2013

...cari amici vicini e lontani...

Ho ricevuto in questi giorni una mail da Walter Chendi, amico, e autore di fumetti da me stimato come pochi. La mail mi informava della sua decisione di pubblicare sul sito www.walterchendi.com, al quale vi rimando, le tavole iniziali del suo nuovo lavoro. L'opera, dal titolo "Maledetta balena", che ad oggi non credo abbia ancora un editore, è magnifica. Ho avuto la fortuna di confrontarmi con lui a volte, sporadicamente, durante la sua creazione, e non ho mai avuto dubbi della levatura di quanto stava definendosi sui fogli, sin dalla prima stesura, quando cioè si trattava ancora di poche pagine scritte di solo testo: un soggetto insomma. Chendi è triestino, è un grande disegnatore, ha già vinto un premio importante per La porta di Sion nel 2010, ha ora scritto un romanzo a fumetti di grande importanza narrativa. Chendi dice che di questo lavoro vorrebbe pubblicare a breve ancora delle pagine sul suo sito; io dico che il fatto che il suo lavoro non abbia un editore è un problema tutto intrinseco all'editoria italiana e non solo (le velleità commerciali, le inadeguatezze di certi direttori editoriali, la piena attenzione del mondo editoriale tutto soltanto verso ciò che è "comunicativo"). 
Walter scriveva sul suo sito, a lavori in corso:  
Questa “Maledetta balena” mi soddisfa più di qualsiasi altra balena precedente. Mi ritrovo a desiderare il momento di andar avanti con la prossima pagina, col prossimo problema, con la prossima inquadratura. Non so perché oggi accada questo. Non oso e non posso dire che questa storia sia talmente buona che anch’io ne aspetto la soluzione. Non oso neanche pensarlo. Poi i lettori saranno quelli, ormai li conosco quasi tutti per nome e cognome, e per quegli altri, che non la leggeranno mai, mi dispiace…non dipende da me.
Anche a me dispiace, che questo libro non possa stare nella libreria di molti. Tutto il resto è noia.

mercoledì 4 settembre 2013

Scarlett Johansson

Capita, come sempre in questo periodo dell'anno, che, più o meno casualmente, mi ritrovi al Lido di Venezia per la Mostra Internazionale del Cinema. In questo caso la casualità è stata maggiore, ma va detto che a posteriori avrei rimpianto non fosse andata così. Per ben due volte mi sono trovano a meno di un metro da Scarlett Johansson, a Venezia per presentare il film Under The Skin di Jonathan Glazer. L'attrice americana è realmente una diva (la foto qui sopra scattata sul red carpet ne rende la fotogenia e la totale estraneità terrena nell'attimo stesso in cui si sente protagonista). Una star vera, perfettamente aderente a quell'"entità extracorporea, che partecipa allo stesso tempo dell'umano e del divino, verso cui sprigioniamo quasi un culto pagano" di cui parlava il filosofo e sociologo francese Edgar Morin negli anni '90, nel suo testo Le star
Il suo film veneziano è stato fischiato dalla critica e Scarlett non è certo nuova a produzioni mainstream di scarso rilievo cinematografico. Spesso è stata probabilmente malconsigliata, altre volte è stata lei a intestardirsi su progetti inopportuni. Forse non è nemmeno una grande attrice, anche se non ancora trentenne ha alle spalle una filmografia estesa con almeno quattro o cinque titoli di valore. Ma permettemi di dire che, così a pochi centimetri, appena accenna quel suo sorriso perfetto, non ne resta per nessuno/a. Ho visto ieri sfilare molte donne bellissime, splendidamente truccate e acconciate, ma Scarlett sembra appartenere ad un altro piano di analisi. Possiede una sensualità intrinseca e un carisma che percepisci a pelle. Ho visto molti ragazzi e adulti con la bocca aperta, ieri, ma anche sentito molte coetanee dell'attrice commentare incredule. Ieri sera le ho scattato alcune foto ravvicinate (quelle che allego, tranne la prima, non sono state ingrandite o scattate con zoom, quindi parlo a ragione), mentre mi concedeva un autografo (con la mano sinistra).
Ho notato tutte le sue imperfezioni, che sono ciascuna parte integrante della sua bellezza; sembra anzi che la sua bellezza nasca proprio da quelle. La sua forza è lì, nell'averle sapute valorizzare. Scarlett ha voluto essere attrice dall'età di dieci anni circa; oggi è diva che si comporta da diva. So solo inchinarmi al suo passaggio. Assieme a Scarlett sul red carpet è passato anche Kim Ki-duck, regista immenso. L'ho chiamato io  mescolato tra il pubblico assiepato a tarda sera lungo le transenne, un pubblico un pò timido nei suoi confronti, a fronte di quel suo sembrare nei gesti e negli abiti completamente fuori posto, e lui non ha esitato ad abbandonare i fotografi e venire da me per autografarmi il programma della mostra.
Che dire. Ero al Lido per caso, portato dagli eventi della giornata, e ora trattengo sensazioni notevoli, ottimi ricordi, modi per non pensare a tutti quei "pesi" che incombono appena dietro i titoli di ogni notiziario radiotelevisivo. A proposito: è ridicolo ed assurdo, e al contempo perfettamente italiano, che una Mostra Internazionale del Cinema come quella di Venezia, che riceve contributi pubblici (abbastanza), che impegna forze dell'ordine pubbliche (moltissime), che presenta film prodotti dalla RAI, riceva un trattamento pari a quello che stiamo riscontrando sulle reti televisive e sui canali informativi in genere. Non possiamo recriminare sulle occasioni perse e richiamarci alla cultura ad ogni occasione ci venga data, e poi continuare a sottostimare potenzialità e risorse innegabili che questo Paese ha già. La cultura, anche quella cinematografica, è un bene economico, la cultura fa soldi e questo paese potrebbe vivere solo di essa (a caduta, settore economico dopo settore) se solo qualcuno volesse farlo realmente. Concludo con un classico di queste "gite" cinematografiche settembrine: e dopo la star, il regista impegnato, le riflessioni più o meno amare, resta sempre la luce impagabile della laguna veneziana (P.S. anche se questa volta, il sorriso di Scarlett se la gioca parecchio anche con quella... a voi la scelta!)
     (N.B. per le foto copyright R. Franco - saranno segnalate e valutate a norma di legge eventuali inosservanze)

domenica 25 agosto 2013

Woll'l stop the rain?

Credo che si possa affermare con certezza che la "crisi" sia, oggi, 25 agosto 2013, in maniera ineluttabile, finita. Ecco, si è detto, la crisi è finita. E' meglio e più sano accettare che sia così. Forse non c'è mai stata. E' stato tutto un generare paure, per garantire a noi cittadini nuove forme di condivisione sociale. Nasce tale convinzione anche dallo stimolo della lettura di alcune conferenze di Bertrand Russel, raccolte nel testo del 1949, Autorità e diritto (nel 1950 Russel riceverà il Premio Nobel per la letteratura, per i suoi ideali umanitari e per il suo sostegno alla libertà di pensiero). Io ho letto quel testo nell'edizione di Longanesi del 1970, anno della morte di Russel. Ho trovato quel libretto sul tavolo di un robivecchi e l'ho pagato 50 centesimi. Vale molto di più per la chiarezza della scrittura e per gli spunti delle idee che esprime. Russel, filosofo, e logico, è anche pensatore apparentemente stravagante, e il suo linguaggio è godibilissimo a sviscerare tematiche che molti intellettuali avrebbero rese noiosissime e "respingenti" (i grandi, tutti i grandi, sanno fare così, non hanno bisogno di terminologie specifiche; bastano a quelli le parole quotidiane per trasmettere un concetto). Nell'affrontare il tema della coesione sociale in relazione alla natura dell'uomo, il filosofo evidenzia il passaggio nella società primitiva da individuo, a gruppo, a famiglia e quindi a tribù; quindi analizza l'esistenza di un istinto primitivo e naturale, poi egoistico e quindi distruttivo, che nasce dal confronto con altre tribù, con altri territori che ad un certo punto si intenderà controllare. Perché la coesione sociale interna al gruppo cresce e diventa forte dinanzi alle aspettative comuni, alla fedeltà al gruppo. Ecco che il conflitto, la guerra. assume ruolo ulteriore di coesione, definendo annessioni, e quindi  formazioni di gruppi originari e di sudditi controllati attraverso la paura. La coesione attraverso il terrore (Sparta era esempio evidente di questo approccio sociale). Nell'evoluzione sociale sarà la razza e quindi la fede religiosa a determinare nuove forme di fedeltà. L'America di Lincoln suggerisce Russel non ha unità biologica, ma è "dedicata ad un proponimento"; l'unità nazionale quale fedeltà moderna. La fedeltà sociale interna al gruppo (alla nazione) si alimenta di forza coesiva grazie all'individuazione di un nemico esterno. Russel argutamente dice: "In tempi sicuri, possiamo permetterci di odiare il nostro vicino, ma in tempi di pericolo dobbiamo amarlo. Quasi mai la gente ama le persone che si trova sedute accanto in un autobus, ma le ha amate quando era sotto la diretta minaccia delle offese aeree tedesche." La guerra è dunque sempre stata la forma di coesione sociale per eccellenza. Insomma l'unità mondiale appare impossibile, perchè l'assenza di un pericolo esterno determinerebbe una disgregazione per carenza di forza coesiva. Inoltre la vita tranquilla è anche vita noiosa, poiché è nella natura primitiva umana il lato distruttivo, anarchico in senso puro. Dice Russel: ."...per il riformatore sociale, il problema non è "soltanto" quello di cercare dei mezzi di sicurezza, poiché se questi mezzi, quando siano trovati, non procureranno una soddisfazione profonda, la sicurezza verrà gettata via, in cambio della gloria dell'avventura. Il problema, piuttosto, è di combinare quel grado di sicurezza che è essenziale alla specie con forme di avventura, di pericolo e di conflitto che siano compatibili col modo civile del vivere". Direzionare l'avventura, quindi, suggerisce Russel, per garantire una stabilità sociale. Interessante, no? Credo che la crisi che si è andati vivendo dal 2008 sia stata anche crisi gestita. Credo che sia stata forma di autoconservazione della coesione sociale. Si è vissuti sino al 2007, accendendo per decenni aspettative superiori allo stato delle cose, e finché è stato possibile si è garantito che questo durasse. Ad un certo punto "l'avventura" era necessaria, lo sfogo all'istinto autodistruttivo si è posto come imprescindibile. Tutti hanno pagato, perlopiù si sono definiti molti "sudditi" in questa reale e mediatica procedura di annessione. Nuovi capitali, nuove procedure, nuovi stati mentali, nuovi temini da introdurre nel linguaggio, e nuove strategie commerciali. E si è amato un pò di più il vicino d'autobus, perchè lo si è sentito partecipe, perché anch'egli ci è apparso come vinto. Crisi. Ora basta crisi! E' finito il momento della strategia semplice, quella emotiva. Ora si deve temere che "l'avventura" possa salire nella scala di pericolosità. Che la crisi diventi guerra. Guardiamoci attorno, leggiamo i giornali: Siria, Egitto, Corea del Nord, precarie relazioni internazionali USA-Russia, allarmi terroristici. Stiamo attenti, prego. Da queste parti (la Venezia Giulia), come in Francia ad esempio, si apriranno nel 2014 le commemorazioni per i cento anni dall'inizio del primo conflitto mondiale del Novecento. Cerchiamo di fare in modo che il bisogno di "avventura" resti nei limiti del sopportabile, e che non si vada a ricordare quegli episodi di cento anni fa con un nuovo, ampio conflitto, invece che con una semplice mostra o conferenza.

domenica 4 agosto 2013

La forza di una condanna

Tempi di condanne, tempi di forzature. La condanna a cui mi riferisco potrebbe essere quella giunta in questi giorni a Silvio Berlusconi, che vado a nominare in queste pagine per la prima volta, e me ne meraviglio. La forza potrebbe essere quella, mediatica, di Silvio Berlusconi (seconda volta). Potrei sottolineare che mi colpisce che il capo carismatico della destra italiana chieda, da condannato, la riforma della giustizia, concordando pienamente con la richiesta del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che, nel pretendere rispetto per la magistratura, comunque la auspica (è nei comunicati ufficiali). Mi potrei chiedere quanti cittadini italiani si siano sentiti in questi ultimi decenni vittime di errori giudiziari; quante volte innumerevoli persone abbiano auspicato un adeguamento dei metodi (modi e tempi) della Giustizia in Italia. Potrei sottolineare, quindi, come solo ora che il suddetto Silvio Berlusconi (terza volta) ne è rimasto ipoteticamente vittima emerga  scontata una rapida riforma della giustizia in Italia. Risulta tale spirito alquanto elusivo della cosidetta "Legge uguale per tutti". Mio nonno diceva: "Uguale per tutti sul muro, ma non in pignatta!", nella pentola, cioè. E interessante sarebbe sottolineare pure quel videomessaggio dove il suddetto, a condanna espressa, sottolineava come fosse maturo il tempo di mettere insieme di nuovo (pescando tra gli imprenditori, i giovani, ecc.) i migliori, nell'auspicio di rifondare nuovamente Forza Italia. Sarebbe qui utile comprendere il significato di "migliori", che sembra richiamare ai potenti della Grecia antica, poiché ci aiuterebbe a definire anche i "peggiori", differenziando così in maniera scientifica tra cittadini, a dispetto della presunta uguaglianza che una democrazia dovrebbe garantire. Ecco potrei parlare di ciò, ma qui la condanna non è quella di cui sopra, e la forza nemmeno. Mi interessava invece la forza con cui è stato idealmente condannato da molti uomini di sinistra il pensiero del cantautore Francesco De Gregori per la sua intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo e pubblicata sul Corriere della Sera del 31 luglio 2013. Io credo che due passaggi vadano riportati, poiché potrebbero risultare utili per un'analisi generale. Nell'intervista il cantautore, uomo storico della sinistra italiana, ma credo anche uomo libero nel pensiero, risponde alla domanda "Ma secondo lei cos’è oggi la sinistra italiana?":
«È un arco cangiante che va dall’idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del “politicamente corretto”, una moda americana di trent’anni fa, e della “Costituzione più bella del mondo”. Che si commuove per lo slow food e poi magari, “en passant”, strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini. Tutto questo non è facile da capire, almeno per me».
E poi.
"...Ma viene il momento in cui la realtà cambia le cose, bisogna distaccarsi da alcune vecchie certezze, lasciare la ciambella di salvataggio ed essere liberi di nuotare, non abbandonando per questo la tua terra d’origine. Non ce la faccio più a sentir recitare la solita solfa “Dì qualcosa di sinistra”. Era la bellissima battuta di un vecchio film, non può diventare l’unica bandiera delle anime belle di oggi. Proviamo piuttosto a dire qualcosa di sensato, di importante, di nuovo. Magari scopriremo che è anche di sinistra". Sono frasi aspramente criticate, perchè provenienti da una figura amica.
Credo siano queste analisi importanti, da valutare con stima e non indicare, a prescindere, con ipotesi di colpevolezza. La "crisi" è separazione, magari temporanea, anche dalle proprie convinzioni. Il pensiero critico però aiuta.
Mi sovviene anche un altra questione, qui a margine, che forse apparirà poco pertinente, ma non lo è affatto, secondo me: la Democrazia che ci siamo dati e scelti in questo paese è del tipo rappresentativo. Non ancora quindi del tipo esclusivamente diretto. Quindi mi aspetto, dai "migliori", decisioni prese con responsabilità a fronte della rappresentanza concessa. Non si guardi sempre a destra e sinistra o diritti, ma si scelga con fermezza e convinzione, permettendo a noi cittadini una pace interiore data dalla consapevolezza di aver scelto con giudizio.

domenica 28 luglio 2013

Nostalghia al potere!

Nel gennaio 2012 assieme a Walter Chendi ho pubblicato un volume dal titolo SessantaQauranta. Chi legge queste pagine lo sa forse già. Conteneva dei racconti, miei e di Walter, alternati o disposti a piccoli gruppi; numericamente maggiori i suoi, un pò più voluminosi i miei (non sempre). Ho riletto i miei in questi giorni, non so bene perché. Forse perché ho cominciato a scriverne degli altri e non pensavo che l'avrei più fatto; forse perché temevo di poter ripetere alcuni spunti e quindi avevo l'esigenza di ricordare meglio le cose. Guarda caso, non mi sono dispiaciuti. E' cosa strana, poiché sono sempre insoddisfatto di queste cose mie sedimentatesi in giro e poi perse di vista. Ho potuto, a posteriori e con la "giusta distanza, fare alcune riflessioni di condivisione. Sono racconti iniziati e svolti alla partenza di una crisi economica importante e inevitabilmente nel loro svolgimento e nei contenuti risentono di quel clima. Ma appare ancora più evidente oggi, piuttosto che allora, la mia consapevolezza nel voler scrivere di quanto quella crisi risultasse di matrice culturale, prima ancora che esclusivamente economica. Crisi etica, crisi di idee e di contenuti. Sono stati infatti anni di ristampe letterarie, di recuperi, di sguardi all'indietro; di un nostalgico senso di perdita e quindi di una esasperata esigenza di calarsi nel dolce dondolio (la dolce ambrosia) che sa regalarci a volte il passato. E' un vuoto che crea ulteriori carenze e certamente mi appare oggi questa la causa principe di una ripartenza auspicata, ma difficile da determinare. L'attesa può risultare quindi infinita; l'attesa porta a demandare e rimandare, giorno dopo giorno. Dicevo dei racconti. Mi è capitato di recente tra le mani un libro solo sfogliato finora, Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice. Ho letto altre cose di quell'autore, ma chissà perché, pur avendolo in casa, quel libro non l'avevo mai frequentato veramente. Quel libro oggi mi ha entusiasmato per la sua intensa brevità. Nel rileggere i miei racconti credo che avessi in mente di poter scrivere un libro così, mezzo saggio, mezzo narrazione, mezza rilettura biografica di un proprio percorso intellettuale. Si badi bene, e che sia chiaro, non sto facendo paragoni; Daniele del Giudice è un autore così immenso che ogni paragone letterario delle mie cose con le sue risulterebbe non solo inadeguato, ma oserei dire meritevole del pubblico ludibrio. Non alludo infatti a questo; volevo solo sottolineare uno spirito che ha mosso la scrittura, il senso della ricerca su cui si fonda. Parallelamente è uscito quest'anno, alcuni mesi fa, per Einaudi un testo di Mario Vargas Llosa (Nobel per la letteratura 2010), dal titolo La civiltà dello spettacolo. L'autore, qui nella veste di saggista, si interroga sulla contemporaneità, e pone alla fine una utile domanda sul nuovo significato assunto dalla parola cultura, a fronte di come questo termine sia andato banalizzandosi, sino a divenire pallida imitazione di ciò che i nostri genitori e nonni intendevano con quella parola. Scrive Francesco Magris in un bell'articolo su questo volume: "Vargas Llosa parla (...) della cultura, di come essa negli ultimi anni abbia cambiato radicalmente natura nello spazio vitale della società contemporanea. Da vettore di esperienze intellettuali che richiedono l'attivazione del dialogo fecondo fra autore e fruitore, essa si è tramutata in una pura forma di intrattenimento: chi ne fa uso cerca solo il piacere tanto immediato quanto effimero che lo conduca alla distrazione da un mondo in cui la complessità è fonte di paura e incertezza; non si tratta di una cultura nel senso di straniamento (...) ma di una forma di droga somministrata a dosi massicce e regolari per ammansuire ogni forma di dissenso". Magris centra in pieno il senso della crisi culturale a cui prima intendevo riferirmi. Anche la parola "droga", qui usata, mi sembra opportuna. Nel mio racconto L'inutile banalità, il personaggio principale, Guido, viveva uno stato di impotenza dinanzi alla contemporaneità, alla cultura per come viene ancora oggi intesa. Nel racconto scrissi: "Guido credeva nella cultura come strumento di crescita etica: mai aveva confuso la cultura con l'intrattenimento. Il suo lavoro sintetizzava un pensiero, una visione del mondo e dello stare al mondo che richiedeva convinzione e che pretendeva attenzione. Era un atto critico, politico, partecipativo." Guido nel racconto era un attore e scrittore per il teatro: "Era un mestiere che non doveva cedere alla mercificazione, assecondando i venditori del vuoto, i comunicatori, coloro che pretendono di trasformare ogni contenitore in contenuto, indipendentemente. Sia ben chiaro, ribadiva spesso Guido, non vi è nulla di male in ciò, ma la cosa va dichiarata. Basta essere chiari, essere onesti: una politica culturale non va mai confusa con una politica del tempo libero. Guido diceva, immedesimandosi nello spettatore che avrebbe voluto avere: -Non posso accettare di pagare un biglietto solo perché qualcuno mi faccia dimenticare per alcune ore che dovrò morire!-". In quei racconti, inoltre, la droga appariva spesso tra le righe, la droga vera (l'eroina), di cui alcuni dei personaggi erano assidui falsi-pentiti fruitori. In quei racconti si richiamavano gli anni Ottanta e ad alcune vicende cresciute con essi. Ma la droga era anche una buona rappresentazione dell'oblio culturale a cui con facilità accettiamo anche oggi di prostrarci (di false egemonie culturali e vere strategie commerciali già scrissi in queste pagine nei mesi scorsi). Mi scuso per aver richiamato qui alcune delle mie cose scritte, per averle accostate (si badi non paragonate) ai maestri qui citati, ma mi andava di farlo ed è venuto così senza pretestuosità. Da queste riflessioni, da questi recuperi, dalla voglia di scrivere forse ancora delle cose, mi è sorta l'opportunità di porre qui in elenco alcune citazioni. Spunti, declinazioni per nuovi percorsi, fili ancora non tesi per possibili ricerche. Ve le propongo, perché si possa fare riflessioni nuove intorno alle future ricerche che sarebbe utile avanzare. Non amo il citazionismo, ma prima del collante vengono i frammenti. Quindi. Banksy in una sua opera non murale: "In the future everyone will be anonymous for 15 minutes"; Diane Vreeland, dalla rubrica We dont'you su Harper's Bazaar (dei tempi che furono): "Perché non dipingete le pareti della camera di vostro figlio con delle mappe del mondo, così da evitare che diventi un provinciale?"; ancora Diane Vreeland: "Morirò giovane! A 80-90 anni, ma sarò giovane!"; Paolo Sorrentino ne La grande bellezza (mi pare suonasse così): "Non trascuriamo la nostalgia; è un modo per superare la diffidenza verso il futuro!"; Theodor Adorno: "Le utopie si realizzano sempre, ma diventano banalità"; Sabrina Ferilli (un messaggio su twitter ripreso poi da qualche parte): "Io parto da un presupposto limpido. Chi è a posto con se stesso, non teme un cazzo!". Un bambino al suo papà, in un bar: "Facciamo Rock'n Roll!" Non vi pare un mondo fantastico, fatto di nostalgia al potere, malinconia soffocante ed esasperante imitazione del già visto. Per crescere, senza rinunciare a restare nani.

sabato 29 giugno 2013

Instant-report n.1

La trasposizione a fumetti del romanzo Il richiamo di Alma dell'autore triestino Stelio Mattioni (scomparso nel 1997) è in questi giorni ospitata dalla pagina culturale de il Piccolo di Trieste. Vanna Vinci, che si è cimentata nell'impegno, è indubbiamente una grande autrice; e ciò è dato dalla sua attenzione pluridecennale per il linguaggio dell'arte sequenziale, che pratica con successo dagli anni '90, ma ancora di più dalle sue frequentazioni appassionate di quanto prodotto dal mondo letterario, artistico e culturale in genere. Vanna, come dicevo, è una grande autrice, specialmente perché ha conoscenze e motivazioni adatte per farlo; e ciò è un insegnamento per chiunque intenda avvicinarsi professionalmente al fumetto. Il lavoro di Vanna è oggi la dimostrazione della centralità che un fumetto può assumere quale strumento di apertura verso un panorama culturale amplissimo e di portata internazionale. La sua opera, dalla recente biografia sulla marchesa Casati (edita da Rizzoli Lizard) e quindi a ritroso sino alla sua prima esperienza con le ambientazioni triestine, Aida al confine del 2002 (edizioni Kappa), risulta esempio di una ricerca che va oltre il dato documentaristico, per arrivare alla piena coabitazione tra storia, memoria, racconto, condizione e partecipazione emotiva. A Vanna i "fantasmi" sono sempre piaciuti, forse per quel tramite tra "ieri" ed "oggi" che essi vanno simboleggiando; per il loro saper porsi quali guide, non tradite dalla contemporaneità, per l'odierno. Era inevitabile che il personaggio di Alma di Mattioni andasse a solleticare l'interesse dell'autrice, visto che quel personaggio si pone come "fantasma" per eccellenza nel saper tradurre lo spirito non straniante, ma al contempo impalpabile della città di Trieste.
Mentre la storia di Alma e del suo "attonito" scopritore e aspirante si va dipanando tra le pagine del quotidiano (due uscite settimanali dal 29 giugno e sino a settembre), proprio in questi giorni Stelio Mattioni, nome spesso dimenticato e comunque non solito nell'essere riproposto con notorietà nella voce dei più, è riapparso ancora sulle pagine de il Piccolo di Trieste (involontaria pubblicità all'iniziativa editoriale che coinvolge un suo libro, ma splendida occasione di discussione attorno al ruolo dell'eredità culturale degli autori scomparsi) per l'attenzione posta dal bibliofilo ed editore Simone Volpato sul fondo dello scrittore, oggi in lascito alla figlia Chiara e alla moglie Maria. Il Volpato ha proposto nei giorni scorsi al comune di Trieste di farsi carico (culturale) del fondo stesso, individuando una sua collocazione pubblica che possa garantire allo stesso visibilità per i più (libri, manoscritti, carte, scambi epistolari con Levi e Montale tra gli altri, da mettere a disposizione di cittadini e studiosi). L'assessorato alla Cultura triestina ha risposto, sempre attraverso le pagine del quotidiano, nei termini di una impossibilità economica e strutturale per l'esposizione del materiale, e di come le aspettative dei privati nei confronti dell'attenzione delle istituzioni per la valorizzazione di specifici lasciti risultino perlopiù eccessive e conseguentemente dispersive negli obiettivi; da qui la disponibilità, invece, all'acquisizione per la sola catalogazione e conservazione. Insomma, grazie, e quel che poi sarà sarà! E' stata impagabile la risposta alle istituzioni, ancora sulle pagine del quotidiano, di Chiara Mattioni, nel sottolineare che una localizzazione (una sezione), anche dimessa, nella Biblioteca pubblica che peraltro porta il nome dell'autore triestino, potrebbe risultare forse già un economico punto di partenza nella collaborazione con l'ente pubblico. Ha scritto l'erede (cfr. il Piccolo del 28 giugno c.a.): "Ma se molti eredi di illustri concittadini hanno scelto per i lasciti la via dell'esilio, un motivo ci deve essere. Forse perché meglio dispersi e sperabilmente vivi che tutti insieme in una Spoon River in cui il tempo, inesorabilmente, cancella persino i nomi dalle lapidi". E' così! E' proprio così! Sono parole appropriate. Il "pubblico" sa essere rapido divoratore di memorie; difficilmente ha i mezzi e la volontà per la valorizzazione del bene pubblico, figuriamoci quello privato. Il "pubblico" sa creare depositi su depositi, cimiteri preziosi che la patina dorata di memoria ruskiniana potrebbe rapidamente impreziosire, e che invece vengono annullati nell'oblio del tempo. La storia dei lasciti è una escalation rapida e inesorabile, e così riassumibile: donazione, lodi, peso insopportabile, manutenzione vantata e negata, archiviazione, sparizione (mentale e a volte fisica), poi forse la riscoperta quale nuovo miracolo. E' l'Italia che nega se stessa, che sbaglia il rigore calcistico dopo i tempi supplementari (e che si gongola per il bel gioco, per la tecnica dimostrata, rinunciando ad accettare la sconfitta che comunque c'è; Italia-Spagna di questi giorni in Brasile ne è un esempio, non nuovo purtroppo). Un paese immeritevole verso i propri lasciti e che aspetta alcuni fantasmi da incaricare quali nuove guide nel tentativo sempre rinnovato di ritrovarsi. Ma i fantasmi stanno nei romanzi, nei fumetti, mentre la realtà si impolvera e svanisce, e non lo fa per disgregazione, come sarebbe forse più naturale succedesse, ma per sublimazione, che è metodo impalpabile e molto meno compromettente.

Mentre scrivo scopro che Margherita Hack è morta. Se ne va un'"anomalia", struggente nella sua tenera e grezza materialità. Astrofisica e lascito essa stessa del proprio ricordo e dei suoi innumerevoli libri (ventimila e più andati al Comune di Trieste, mi pare di aver sentito). Durante un'intervista la sentii ricordare che la morte non le procurava paure, poiché quando si è vivi la morte non c'è, mentre quando la morte arriva non si è più presenti. Era un falso problema insomma, un problema di tempistiche e di presenze. Non vi potevano essere cadute sulla strada della laicità che la scienza impone. Buon riposo tra le stelle.

giovedì 6 giugno 2013

L'odierno

Oggi. Le città sono organismi svuotati dai loro organi vitali e abbandonate alle masse muscolari delle loro architetture imperfette. Le architetture sono scatole protette da pelli importanti, e vuote dentro. Arredate da un mobilio dall'apparenza significante, ma privo di un proprio carattere. Usato da persone atteggiatesi per ruoli di spessore, che nascondono poi inconsistenze esasperanti. Persone animate da pensieri stravaganti o nobili, che nascondono inconsapevolezze sia sociali, che individuali. Oggi, a guardare bene, il peso del nulla appare eccessivo!
(foto: omaggio a Banksy)

domenica 2 giugno 2013

Festa e...basta! Springsteen forever!

video
Nulla da segnalare..... nulla da segnalare....... nulla da segnalare. A parte un concerto di Bruce Springsteen a Padova, venerdì 31 maggio, allo Stadio Euganeo. Nulla da segnalare... a parte che Springsteen se ne è uscito in acustico con la sola chitarra e armonica e ha aperto il concerto con The Gost of the Tom Joad, provocandomi dei brividi incontrollati addosso che non provavo da tempo, mentre al mio fianco una springsteeniana ravennate, con me al concerto, aveva anche una lacrima sulla guancia e non si capacitava del perché. Nulla da segnalare... a parte che poi, con Boom Boom di John Lee Hooker, Springsteen ha fatto saltare la scaletta del concerto e portato una non springsteeniana monfalconese, con me al concerto, a saltare scatenata tra la folla. N.d.s.... A parte che poi Springsteen fa quello per cui sei forse andato lì, ad un altro suo concerto ancora, con il freddo e la prevedibile pioggia che poi quasi non cade, e sceglie di suonare tutto Born to Run, l'intero LP, da Thunder Road fino a Jungleland, che alla fine nemmeno ci credi. N.d.s.... Festa e basta, per il miglior concerto di Springsteen a cui abbia potuto partecipare, per il migliore che forse mi sarà dato di ricordare.
(nell'istant-loop del video, una fan portata sul palco suona la chitarra del Boss assieme a lui, mentre 40.000 altri fans cantano e saltano con lei)

sabato 25 maggio 2013

Mi cadono sempre un pò le braccia

E' interessante perdersi tra le pagine dei quotidiani. Io lo faccio per consuetudine, soprattutto tra i fogli de il Piccolo di Trieste-Gorizia, per curiosità campanilistica e per attenzione alle vicende locali. Mi capita così spesso nella pagina della "cultura e spettacoli" di seguire gli scritti di Federica Manzon, testi in forma di articolo-saggio-racconto, nella piena tradizione letteraria del tempo che fu (cosa naturale e buona quindi). Conosco poco dell'autrice, se non per quello che scrive. So che è di Pordenone, che collabora a Pordenonelegge, che è stata nella selezione per il Premio Campiello del 2011. La leggo, anche se il suo scrivere non mi appaga o entusiasma; d'altronde Premio Campiello, così come Premio Strega, non è sinonimo per forza di eccellenza, e di certo bisogna diffidare di premi letterari che pretendono di indicare al pubblico ogni anno una nuova Ginzburg, un nuovo Pavese o Parise (e sarà poi stato mica un capolavoro La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano?). Leggo (e subisco) così questi suoi testi vigorosi di retorica (calati a volte nella cultura locale), suadenti di frasi compiaciute. Mi sono anche chiesto perchè lei (oltre alla ovvia nota localistica e alla correlazione strategica con Pordenonelegge). Sarà forse la più veloce e puntuale? Sarà forse "culturalmente" collocata? Bho! Chi se ne importa!. Comunque Federica Manzon sa scrivere, ha proprietà lessicali e inventiva, anche se al contempo i suoi scritti appaiono acqua di superficie, che dilava ma non si stagna nelle menti e negli animi. Il giorno 21 maggio, in concomitanza con la 26° edizione del Salone del Libro di Torino, nella pagina della cultura de il Piccolo, è apparso così, a fronte di questa consuetudine già detta, un suo scritto, incentrato sul rapporto tra tipologia editoriale, contenuti letterari e il luogo dove ciascuno predilige fruire della lettura. Tutto il testo scorre su ovvietà del tipo: "I diari di John Cheever li leggo sull'autobus...", "...rigorosamente tascabili, i libri da treno,...","...nei lunghi spostamenti sono favoriti i romanzi di genere...che catturano con una trama più avvincente delle conversazioni dei vicini...", "...Il lettore da poltrona..., affronterà quasi di sicuro un saggio...", "...Il lettore da divano lo conosciamo bene: disordinato e entusiasta...", ecc., ecc.. Il testo divaga sino alla frase finale: "E poi per favore, in bagno, solo fumetti.". Qui mi è partita una risata santa! Per la felicità della dimostrazione che la soggettività espressa nell'analisi della pochezza dell'autrice, aveva fondamenta oggettive. La Manzon finisce con ironia e con autoreferenzialità; colpevole di superficialità e incolpevole per la colpevolezza di coloro che l'hanno pubblicata. Ebbene sì, sono attivo in una associazione locale (ARTeFUMETTO) che si occupa di promuovere la cultura del fumetto, sono un compiaciuto lettore di fumetti (molto attivo quindi al bagno), ma non mi si voglia ergere in questo caso a paladino dell'arte sequenziale in quanto tale (cosa di cui mi frega molto poco)! Di certo però ho sufficiente cultura (poca, ma sufficiente) per saper dimostrare rispetto per chi anche al bagno, mentre espelle, sa riconoscere il ruolo e la cultura degli autori italiani e internazionali del fumetto, per la storia di questi ultimi, fatta di sacrifici e di solitudine, di passione e spesso anche di delusioni. Un mondo che è difficile commentare con il tiro di uno sciacquone. Di cultura alta e bassa ne ho già scritto abbastanza, anche in queste pagine, e di autrici e autori rampanti e pressapochisti ne leggerò ancora; ma fatico sempre a non meravigliarmi che più di cento anni di storia editoriale internazionale (della letteratura disegnata, come la definiva Hugo Pratt, intendo) non abbia liberato i più della convinzione che fumetto vada in rima con infantile. E' questione di storie personali, direi, e di inconsapevole ignoranza.

lunedì 20 maggio 2013

Del poco che resta

Le cose a cui riesco sempre a ripensare con piacere, qualunque sia la stagione, il momento della giornata o il mio umore, cominciano a diventare con il passare degli anni sempre meno. Selezione critica, direi. Una di queste è la raccolta di racconti di Jerome David Salinger Nine stories (Nove racconti, nell'attuale edizione Einaudi, con traduzione di Carlo Fruttero), che proprio nel maggio del 1953, cioè sessant'anni fa, trovava la propria completezza editoriale (i primi racconti di questo testo risalgono al 1948). Tra quei racconti uno in particolare mi ha preso il cuore, Per Esmé: con amore e squallore. In quello vi è una frase sottolineata al tempo della mia prima lettura, che la ragazzina finto-adulta del racconto recita "...Annuì e dissi che probabilmente suo padre considerava il problema dall'alto, mentre io lo consideravo dal basso...", frase che così non dice niente di per sè, eppure mi si è conficcata nella testa già allora e non mi abbandona ancora adesso. Salinger, questo Bartezzaghi dei tempi che furono, con questi racconti semplici da decifrare come un quadro simbolista. Tutto sospeso, tutto che parte improvvisamente e si chiude senza dirti un ciao liberatorio. Salinger che scrive di cose che preferisci non capire a fondo, nella paura che il fondo sia un pò troppo distante per poi saper tornare indietro. E infatti nella sua sparizione pre morte, che lo portò da vivo a liberarsi del mondo, Salinger seppe porre tra se stesso e i media un abisso di chilometri e risultare "significativo" ancor oggi, per merito e non per presenza. Un koan zen fa da citazione d'apertura ai Nove racconti, esso dice: "A battere le mani, sappiamo il suono delle due mani insieme. Ma qual'è il suono di una sola mano?". Ecco, appunto!

mercoledì 1 maggio 2013

Gli occhiali appannati dalla polvere...

Dopo le vicende pre e post elettorali nazionali (per la Presidenza della Repubblica) e regionali (per la Presidenza della Regione), ci serviva un bel 25 aprile. Ma in Italia quel senso di liberazione che significa questa festa nazionale si è disperso nella deriva commerciale di ogni cosa. Un giorno, ormai qualsiasi, con i suoi centri commerciali aperti, dove spesso trovi scritto nei manifesti pubblicitari agli ingressi "festa della libertà" e non "della liberazione". Ok, anche la libertà ci piace, ma è diverso, cavolo se è diverso, anche perchè la seconda è una conquista, la prima è tutta da conquistare: e noi non siamo di certo della stessa stoffa dei nostri nonni! Nell'impossibilità di una festa adeguata, me ne sono andato a Lubiana, dove il 25 aprile non è un giorno festivo, dove avrei forse potuto superare la sensazione di stare a festeggiare invano. La città era strapiena di gente e di italiani di confine, recatisi in Slovenia nella speranza di visitare i negozi aperti del centro. Insomma non vi è pace, per chi desideri provare un sentimento convinto: la contemporaneità ha vinto. E oggi è già il 1°Maggio. Me ne resto a casa, anche se invece me potrei andare in ufficio, dove avrei molte cose da finire o iniziare.  Festeggio, così, festeggio, con sullo sfondo, nell'aria, queste voci sindacali che appaiono turbate e sbiadite di fronte alle situazioni del periodo. Me ne sto seduto sul divano con una coca e mi vedo in TV (la benedetta/maledetta TV!) una parte del concerto del 1°Maggio. Di solito nel pomeriggio sul palco di Piazza San Giovanni passano e suonano i gruppi nuovi, quelli che ti vien voglia di sentire per sapere cosa passa di diverso nel panorama musicale italiano, dove andremo a parare insomma. La curiosità nel campo musicale mi è propria e infatti... ecco Enzo Avitabile, gli Africa Unite, i Motel Connection (con alcuni Subsonica). Ecco, appunto, il nuovo. Ho una specie di déjà-vu, mi rivedo studente, nel 1991-1992, a Venezia, anzi a Mestre con gli altri dell'appartamento di allora ad ascoltare alla TV il concerto del 1° Maggio, e con gli stessi gruppi (e infatti suoneranno più tardi Zampaglione, Elio e le Storie Tese, Daniele Silvestri ecc.). In Italia il telecomando è sufficiente per cambiare oltre che canale anche decennio e generazione; tutto (ogni situazione) massimizza la permanenza, anche se a guardare bene la linea del tempo non prosegue retta, ma pende sempre verso il basso: nelle aspettative e nella qualità dei contenuti. A pensarci bene mi sento, qui seduto sul mio divano a fare un cavolo e guardare 'sti giovani-vecchi, come quei due vecchietti del Muppet Show di un volta, Statler e Waldorf, critici e brontoloni alla FINE dello spettacolo. Adesso, mentre scrivo, passa un gruppo che canta "...sei tutto il porno di cui ho bisogno...", non li conosco, non sono male, ma insomma, i Managment del Dolore Post-Operatorio, molto CCCP con meno audacia, direi, "...siamo così piccoli che quando cadiamo non ci sente nessuno...", ok le cose vanno avanti, ma insomma: poi la regia li  taglia a metà canzone, e poi il meteo prende il sopravvento. Ecco, sto qui a parlare del tempo cronologico e la televisione mi aiuta subito a non pensare (è bravissima in questo!), a riflettere sul tempo atmosferico, a farmi i c...i miei, invece di quelli della società. Poi la pubblicità.

domenica 21 aprile 2013

Performance al Teatro Italia

E' vero. Le vicende del mondo reale determinano stati di fibrillazione, che portano al desiderio continuo di comunicare la propria frustrazione di spettatori passivi. La rete diventa, quindi, un grande psicanalista, soltanto che invece che comodamente sdraiati sul lettino ci si trova sempre chinati su di una tastiera. Le vicende politiche di questi giorni hanno scatenato la rete, perchèéla frustrazione è stata in questa occasione veramente grande. Mi riferisco all'elezione del nuovo Presidente della Repubblica, ed ho voluto parlarne a vicenda conclusa, ma prima di poter assistere a quanto seguirà nei prossimi giorni. Insomma, nonostante tutto il Presidente della Repubblica si è infine individuato. Che sia stata una vittoria o una sconfitta l'aver voluto/dovuto eleggere di nuovo Giogio Napolitano, comunista migliorista della prima ora e ora grande saggio nel far ordine tra le mancanze dei partiti e del Parlamento, è tutto da comprendere e analizzare. Restano alcuni dati di fatto. Giorgio Napolitano è un uomo adeguato e stimato, ma un uomo di 87 anni, con un desiderio acceso di pensionamento, da lui stesso dichiarato ("ripensare a me come Presidente è quantomeno ridicolo", asseriva non più di un mese fa). E' stato messo all'angolo dai partiti a causa del suo senso dello Stato. Il fatto che questo "buon ripiego" sia stato consumato dinanzi a tutti e nella consapevolezza mediatica (e non solo dei politologi o degli storici) trasforma questo gesto di impotenza dei partiti in gesto assoluto di resa dinanzi alla complessità delle vicende attuali. E ciò impone una prima considerazione: la strada per una repubblica presidenziale "di fatto" è aperta. Napolitano ha chiarito le condizioni sine qua non e detterà, come ha ribadito nel suo discorso post elezione, termini (nel senso di situazioni) e termini (nel senso di tempi) del suo lavoro. Un presidente "padre", che prende per le orecchie i figli maldestri e li rimette in riga, e un presidente a tempo. E' un dato storico, è un dato che potrebbe aprire la strada anche in Italia all'elezione diretta del Presidente. Ma la necessità di un presidente forte, e il fatto che egli abbia 87 anni, pone una seconda questione: politico non è un aggettivo sostantivato, bensì un mestiere. Non si diventa politici per caso: ci vogliono le scuole e Napolitano viene da studi ferrei, appartenenti a discipline proprie di altri tempi. E' quindi un monito per tutti quanto è successo: la competenza non è solo una condizione aggiunta, ma centro stesso della questione. Non basta avere idee, non basta avere carisma. Nel momento stesso in cui in Parlamento si sono viste agitare le mani e batterle, in segno di vittoria e stima, si è compreso che è stata posta una pietra tombale su trent'anni di politica in Italia (dall'inizio degli anni'80 in poi). Parole sagge sono state dette da Napolitano ieri, e parole apprezzabili sono state dette da Stefano Rodotà nel dimostrare contrarietà a "nuove marce su Roma" nella serata dell'elezione del primo (invocando correttamente la legalità costituzionale). E questo pone una ulteriore questione: a quale democrazia pensiamo per questo paese? La rete, con la sua forza mediatica e la sua instabilità (fibrillazione-frustrazione, appunto) è uno strumento di democrazia diretta: ma è questo un paese adeguato ad una democrazia diretta, con i suoi entusiasmi, con la facilità con cui sappiamo alzare le mani al cielo e poi nasconderle? Non credo sia un caso che i costituzionalisti ci abbiano indirizzati verso una democrazia rappresentativa, offrendoci quegli strumenti di corrispondenza tra Parlamento e cittadini che sono le elezioni, i partiti, il referendum come caso principe. Di certo questo sistema ha dimostrato per cause dirette e indirette varie falle: dirette perchè i cittadini si dimenticano di voler esercitare il diritto di voto, andandosene a spasso o standosene a casa e celandosi dietro il paravento del non-voto di protesta, quando dovrebbero invece, scheda alla mano, farsi sentire, e forte; indirette, perchè i partiti si dimostrano sempre più inadeguati. E questa inadeguatezza presuppone il punto uno, già descritto, ovvero la mancanza di competenza specifica, aggiungendovi l'orgoglio personale e infine la non completa libertà di pensiero. Inoltre il sistema rappresentativo italiano, minato da queste limitazioni dirette e indirette, ci ha purtroppo portato a sentirci spesso sudditi impotenti a casa nostra, e l'indecente condizione in cui versa la "cosa pubblica" (intendo soprattutto le città, i beni culturali, la società civile, e non solo l'economia, che è peraltro spesso risultato diretto delle prime tre cose) ne è stato lampante esempio. Ora, mentre Napolitano, uscito dall'impotenza del semestre bianco e nuovamente forte di uno strumento di persuasione non banale, qual'è la possibilità dello scioglimento delle camere (tutti a casa piace poco a tutti!), potrà anche incidere realmente sulla cosa Italia (se lo vorrà), qui in Regione Friuli Venezia Giulia siamo in attesa in questi giorni di conoscere gli interlocutori della corrispondenza rappresentativa (si vota oggi e domani); a fronte di ciò, credo sia opportuno liberarci per un attimo dell'impotenza che la televisione e la rete determinano e, indipendentemente dalle idee, andare a votare, sfruttando questo strumento antico per sentirci tutti meno "connessi", ma di certo più incisivi.
(nella foto un'opera di Simone Miani per l'allestimento del PALAZZO conTEMPORANEO all'ex UPIM di Udine dal 12 aprile al 12 maggio 2013)

domenica 7 aprile 2013

Il fumetto è morto! I colpevoli sono a piede libero

Se poi si volesse per un attimo abbandonare una certa integrità speculativa e lasciarsi portare dalle chiacchiere fini a se stesse, potremmo anche dedicare nuovamente tra queste pagine alcune note al mondo del fumetto. Limitiamoci al fumetto, ovvero quello di casa nostra., che poi ad allargare lo sguardo si sta poco. Cosa resta al giorno d'oggi del fumetto come possibilità linguistica autonomamente intesa, oltre le sterili discusisioni editoriali e soprattutto di mercato? Alcuni amici che stimo mi hanno ribadito che il fumetto, specie in Italia, è ormai morto. Io credo che se così fosse avremmo tutti perso un parente caro e importante per le nostre esistenze appassionate. Viene inoltre da ribadire: ma proprio oggi che pareva invece che anche i più scettici si stessero dedicando favorevolmente a questo medium così profondamente radicato nella cultura dei pochi? Di certo però un certo ammorbante odore funereo si leva nell'aria allorchè si frequentano le librerie specializzate, le edicole e le fiere di settore. I più invocano la crisi delle vendite (la parola crisi è un qualcosa che aiuta sempre a nascondere l'elefante dietro il dito) e del mercato globale. Nessuno che volesse semplicemente ammettere che si sta raschiando da alcuni anni il fondo al barile delle idee, e che l'attenzione che il fumetto sta vivendo da parte dei media e da parte di persone (critici, giornalisti, intellettuali) che sino ad alcuni anni fa storcevano il naso dinanzi alle storie disegnate non è che la trasposizione su di un altro "mondo" di un'aridità creativa che ha ormai raggiunto l'universo dell'arte globale. Non credo sia finita, ma non vi è di che stare sereni. Chi frequenta il fumetto con passione lo fa ormai per fattori indipendenti dalla qualità intrinseca del mezzo linguistico, indipendenti dal mezzo stesso. Possiamo elencare alcuni di questi fattori. Abitudine: chi ha sempre letto fumetti, e ha sviluppato un'affinità con quel linguaggio, cerca sempre nuove strade per evitare di ammettere che "la fine è nota". Nostalgia: chi ha idealizzato nel linguaggio fumetto l'apice espressivo, confondendo "lo stare bene" con "a quel tempo stavo bene". Tradizione: si confonde la cultura con la tradizione e quindi la cultura del fumetto con la frequentazione di situazioni imposte e controllate da un genius loci (rapporti di amicizia, frequentazioni abituali di persone e luoghi, es. la fumetteria, la fiera del fumetto, ecc.). Commercio: fumetto fa rima con progetto, ovvero la prefigurazione di un tornaconto riconducibile a quel mondo. Deresponsabilizzazione: è un mondo più semplice di quello esterno, con regole definite, il mondo esterno è invece complesso (implica la sicurezza nel fatto che lo status delle cose corra su binari privi di scambi e che le oscillazioni del fuori non incidano con il nostro progetto di vita). Bene: io credo che tutti, e dico tutti, cadano oggi all'interno di queste categorie. E il fatto triste è che la maggior parte di coloro che evitano di volerlo ammettere mentano in realtà perlopiù a se stessi. Il dato di fatto invece è che la crisi esiste ed è una crisi qualitativa. I fumetti che passano nelle librerie specializzate sono fatti spesso da figure inesperte, nate nel contesto delle scuole del fumetto nostrane e internazionali (che devono motivare di continuo il proprio ruolo) e mandate allo sbaraglio, o meglio a fare bottega direttamente nelle librerie, invece che nello studio di qualche maestro. Questi stessi autori, a meno di eccellenze sovranaturali, appesantiscono un mercato già pesantissimo, e di conseguenza fanno del male a tutti; e la colpa è degli editori, che comprendono che in un mercato con un calo di vendite esagerato e drogato dal fattore comunicazione mediatica, solo la novità continua paga (poco, ma paga), e dei librai che accettano acriticamente qualsiasi cosa pur di fare utili risicatissimi, se non coprire le  sole spese. Ecco perchè oggi piacciono molto gli zombie: non siamo in fondo stati scaraventati davvero in quel mondo lì? Ed ecco perchè, oggi, benchè mi stia sforzando, non mi venga in mente qualcosa di letto negli ultimi tre mesi che mi abbia veramente colpito; no, qui non si tratta sempre di giocare alla complilation (i migliori dieci, e ci metto dentro sempre qualcosa per arrivare alla decina), ma di cercare di individuare di nuovo ciò che vale veramente la pena. E non basta neppure scavare negli archivi ristampati per farsi belli della propria memoria o della condivisione cieca con un qualsivoglia editore; nè tanto meno basta avanzare una qualche partigianità verso autori conosciuti personalmente o verso una propria autoreferenzialità intellettualistica. E così, mi guardo attorno e vedo che si stampa male, si stampa al limite dell'accettabile, oppure si stampa al di sopra dell'accettabile (vedi cose stra-cartonate e costosissime). Oppure vedo che si stampa quell'autore o quell'altro a seconda di giochi di scuderia editoriale (che brutto termine parlando di autori, che poi sono persone). Approfondiamo i temi: autobiografie, biografie, ristampe, zombie, violenze gratuite, vampiri, storie tratte dalla Storia contemporanea, dal fattuccio all'idoletto, storie dalla Storia alta, dal fatto noto a quello stranoto e niente più, ma condito in salsa testo e balloons, topolini e paperini sempre più disincantati, eroi popolari tutti di un pezzo per il sogno infinito, beforequalcosachegiàc'era, malvel che non capisci che cavolo si voglia dire almeno che non sia supereroe pure tu. Approfondiamo gli autori: giovani e intellettuali, giovani e vernacolari, giovani che accettano di farsi chiamare maestri, oppure che si definiscono tali da soli, giovani e punto, giovani che si ispirano ai vecchi e li fanno male o bene, ma comunque non creano nulla, vecchi santi e non arresisi, vecchi persi e purtroppo non arresisi. Approfondimento finale: e qualcuno bravo davvero resta a fare la muffa in casa o all'estero. Ecco qui, ed è stato come immaginavo parlacchiare del niente.

mercoledì 27 marzo 2013

Parole non chiacchiere!

C'è stato un tempo in cui tutti desideravano parlare di politica. A volte desideravano anche "farla", la politica. Erano anni di ideologie e anche di idee, in alcuni casi portate all'estremo in contesti difficili da comprendere già allora. Anche il termine "parlare" appariva allora ai più con un significato diverso rispetto quello che oggi siamo abituati ad usare. "Parlare" non è "chiacchierare". Viviamo un mondo fluido (non liquido, lasciamo in pace Bauman, che altrimenti ne approfitta subito per alimentare il chiacchiericcio), in evoluzione. Tale è il livello del dinamismo, che ciascuno, anche i più preparati, faticano a seguire coscientemente le trasformazioni in atto. Non è nemmeno più un problema di omologazione postmoderna (ancora Bauman), bensì di tentare di elevarsi dal fluido, per respirare, direi. Questo impone continui scostamenti dal pensiero che ciascuno definisce su di sè, e produce continuo disorienatamento nella ricerca di un proprio ruolo e spazio, sociale o anche solo fisico. Le persone vivono oggi condizioni di crisi, ma per l'incapacità, del tutto comprensibile e umana, di sostenere il peso dell'oggi. Lo sfogo, che ci permette di sostenere la difficoltà specifica, si risolve non nella semplice alzata di spalle che i fatti perlopiù meriterebbero, ma in un atteggiamento voyeuristico, risolto nella chiacchiera. La chiacchiera non ha peso, si dissolve come l'acqua che filtra tra le mani. Ecco perchè oggi nessuno desidera "parlare" di politica, imporrebbe infatti concentrazione infinita. E il dinamismo delle cose è tale, che gli stessi politici faticano a ricondurre la chiacchiera alle parole. Infine risultiamo tutti vittime dei media, che ci offrono argomenti continui, disimpegni continui alla possibilità di raggiungere il centro dei singoli problemi. Non è la nostra una società del disimpegno, ma dell'annullamento nell'impegno, a seguire attoniti l'evoluzione dell'effimero. Ecco, quindi, che  l'esperienza più proficua per coniugare disillusione e autoconvincimento di poter possedere un ruolo significante nel proprio tempo, è dato dalla critica. Cosa fa la "critica"? Bhe, critica!! Il critico è etimologicamente (dal greco) colui che "è esperto nel giudicare", ma anche colui che separa (sceglie appunto), che mette in crisi. Ma in un flusso in continuo divenire, come potrebbe maturare un'esperienza critica? Come potrebbe evolvere una consapevolezza? Ecco che anche il critico si adegua, si plasma all'oggetto del suo interesse. Il risultato è la totale assenza di metodo; la completa perdita di un ruolo. Oggi critico è chiunque; perchè la critica, perlopiù, come ricordava in un suo aforisma Oscar Wilde, "tanto nella sua più alta, che nella sua più bassa espressione, non è che una forma di autobiografia". Insomma, ciò che ci resta è parlarci addosso. Alzare una voce, per sentirsi bene, per avvolgersi in una calda coperta di Linus (la filosofia di Schulz!). Vi era un tempo in cui tutti desideravano parlare di politica. Oggi un pò tutti vorrebbero farla, per ragioni spesso economiche, ma non riuscendoci, allora preferiscono parlare d'altro: d'arte (e Picasso di qui, e Cattelan di là...), di fumetti (e il graphic novel di su e di giù), di musica (questa canzone ricorda quella di quell'altro e questa quest'altra ancora), di libri (il nuovo Calvino! il nuovo Borges!... ma per piacere!). Diceva Elvis Costello in una sua intervista (l'ho letto come citazione all'interno di un libro su Bruce Sprinsteen di non ricordo neppure chi) che "scrivere di musica è come suonare di architettura".  Parole sante! E infine il chiacchiericcio aumenta e nessuno più "fa". Tutti parlano (scrivono), e nessuno fa! Tra i suoi significati il termine "fare" ha anche quello di "adattarsi". Fare potrebbe essere quindi anche utile, in questi tempi di crisi conclamata! Sarebbe bello che il mondo online, specialmente, questo mare magnum delle chiacchiere, a cui ora sto contribuendo, dimostrando di essere parte lesa di questi nostri tempi fluidi, potesse essere anche un mondo del fare. Oh certo, molti eccepiranno che online si muovono mondi, opinioni, si producono denari, si definiscono contatti e relazioni, ma spero che qualcuno possa andare oltre le proprie convinzioni, e provi a comprendere comunque quanto intenda dire.   

domenica 17 marzo 2013

Del troppo che resta...

"Certe volte ho paura sai, di non cambiare più..." lo scriveva Luca Carboni in una sua canzone di ormai troppi anni fa. L'album era Persone silenziose. E' questa anche la mia paura principale oggi. Non la paura di non cambiare in quanto umano esposto alla naturale e personale evoluzione/involuzione psicologica determinata dalla crescita, ma la paura che ciò che quotidianamente si definisce nel mondo esterno non possa più avere una seconda possibilità di riflessione sulle scelte fatte e da fare. La velocità e il dinamismo con cui la Storia si definisce, un minuto dopo l'altro, mi atterrisce alquanto. La Storia non riflette su se stessa, non si crea o determina criticamente. Le cose succedono, anche quanto potrebbero succedere meglio o con maggiore qualità. Si crea così non un nucleo indistinto di accadimenti, infine solo una raccolta di nozioni scarsamente approfondite; si crea un'enciclopedia, di quelle grandi e inutili che arredano i soggiorni o gli studi delle nostre case (delle nostre case di un tempo, più che di oggi). Non è un caso che oggi sia internet il luogo privilegiato della cultura di massa. Niente assomiglia di più della rete ad una enciclopedia; e non è un caso che wikipedia rappresenti la scatola dei desideri per ogni nostra fame di conoscenza. E' quello un mondo ampio, che perlopiù ci potrebbe anche bastare; è un universo autoreferenziale che esprime ogni cosa assecondando l'aspirazione alla non-fatica. Basta un clic! Un doppio clic! Strumenti perfetti per un processo di decadenza nella sinusoidale non linearità della crescita temporale della Storia umana. Mi ha fatto sorridere venire a sapere oggi che il titolo della 55° Mostra Internazionale d'Arte alla Biennale di Venezia in apertura nel giugno a venire sarà Il Palazzo Enciclopedico, dal sogno utopistico di Marino Auriti, targato 1955 (i curatori d'arte sono geniali nella conoscenza di sogni e utopie, enciclopedici appunto) di una torre di 700 metri di altezza dove racchiudere tutto lo scibile umano (se Auriti fosse nato più tardi, avrebbe di certo auspicato qualche metro in più!). Perfetta la scelta del curatore Massimiliano Gioni (39 anni, e già bendisposto alle enciclopedie), perfetta per cogliere il nostro tempo, dove ogni cosa si accavalla, si giustappone, senza regole e prevalenze: quale miglior occasione per la critica per evitare per l'ennesima volta un'assunzione di responsabilità! Quale migliore occasione per poter giustificare ogni scelta con l'intenzionalità della "non scelta". Tutto va bene, tutto funziona, tutto può essere spiegato, basta non spiegare! E' l'apatia del nostro tempo, è l'enciclopedia del soggiorno: ogni anno ti arriva un nuovo volume, lo metti in fondo agli altri e ti senti un uomo adeguato ai tempi. E' però una fortuna, oggi, che la Storia abbia scelto di far funzionare così le cose: non ci sono così problemi a far star dentro quanto ci circonda. Le parole con la "S", "S" come "Stupidità"; oppure i temini con la "I", "I" come "Indolenza"; e anche quelli con la "C", "C" come "Cavoli propri", quelli che ognuno di noi si fa in barba all'interesse comune. Tutto torna, insomma, linguaggi perfetti, personaggi pubblici perfetti, mostre perfette, senso di responsabilità perfetto, e il tutto raccolto nel brodo enciclopedico perfetto in cui puoi nuotare "a stile libero", oppure "a dorso", o "a rana", senza paura alcuna, tanto è vischioso (leggi, corruttibile o corrotto) e impalpabile (leggi, privo di spessore) il tutto.

giovedì 28 febbraio 2013

Piccole scatole emozionali n. 13

Una lavagna scritta con il gesso. Quel gesso che quando lo tieni in mano ti sporca e ti rende le dita fastidiose. La fatica per compilare una lavagna. Le braccia che ti fanno male dopo un pò che ci stai scrivendo. La consapevolezza che i tuoi pensieri trascritti durano solo un istante, poi basta uno straccio a cancellarli. E, più in fondo, il ricordo di te in piedi con venti persone dietro le spalle che ti guardano mentre tu cerchi di ricordare la formula per completare una funzione matematica; e ti rendi conto che no, proprio non la ricordi, e allora ti viene il dubbio che forse il liceo scientifico non sia proprio il posto migliore dove stare se quella funzione proprio non ti sovviene; allora guardi a destra e vedi la porta, poi guardi a sinistra e vedi un adulto che ti guarda e non pare imbarazzato, ma anzi un pò di sadismo il suo sorriso lo eplicita. Così, poni il gesso sul davanzalino in legno che sta alla base del "mare nero" e alzi le mani, arrendendoti. Una goccia di sudore bagna appena la tua fronte ampia, poi cade. Tra il distacco della goccia e il suo spalmarsi a terra un tratto di vita lungo trent'anni. 

venerdì 22 febbraio 2013

Canzoni stonate

Se scrivo su questo blog  la parola "elezioni", aumento l'attenzione di chi mi legge? E' più utile esprimere un pensiero, anche se strampalato, oppure tenerselo dentro e trasformarlo in dubbio? Di questi giorni pre-elettorali non ci resterà a breve nulla in mente, perché le certezze dei più valgono molto meno dei dubbi dei pochi; inoltre la comunicazione tutto amplifica e tutto distrugge, nel breve tempo in cui i fatti accadono e si dimenticano. Ciò che è chiaro è che tra pochi giorni ancora una parte della storia italiana ci passerà vicino, assimilandosi al passato già scritto. Ancora una volta comprenderemo di aver aggiunto solo un foglio di testo nel libro sempre incompleto della Storia. La parola che più ho sentito in questi giorni svilenti è "lavoro". La Costituzione Italiana recita all'art.1, tra i Principi fondamentali: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". Nei discorsi della gente ritorna spesso  il detto: "Il lavoro nobilità l'uomo". A margine: "manca il lavoro". Io credo che in queste ore pre-elettorali preferirei sentirmi dire: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro bene e adeguatamente remunerato"; e in calce: "Il lavoro pagato in maniera adeguata, nobilità l'uomo, e lo rende sereno". Infine: "il lavoro non manca, mentre mancano invece i soldi per far sì che il lavoro garantisca all'uomo una vita degna e onesta". E' incredibile come sia vasto il paniere delle parole a nostra disposizione e come basti una virgola mal posta per stravolgere il senso delle cose e trasformare una speranza in uno scioglilingua. Ed è incredibile quanta gente brava a scombinare le virgole ci sia in giro.

sabato 16 febbraio 2013

I comunicatori e me

Avete mai notato come tradurre un concetto, un semplice pensiero, in un testo produca un allontanamento involontario rispetto il centro stesso del suo senso. E' come se nel passaggio dal cervello alla mano vi fossero migliaia di filtri che distorcono il nucleo portante di una riflessione, sino ad arrivare al punto che nel rileggere la parola/frase/pagina appena scritta si ha la sensazione di averne perso la paternità. Non resta allora che guardare questa creatura da lontano, con distanza ed un certo smarrimento. E' solo dei comunicatori l'"arte" di saper superare questo ostacolo invisibile; quelli sanno tradurre a parole dette e scritte, con precisione, il centro del proprio pensiero. Sono i comunicatori "bestie" realmente rare, che inevitabilmente finiscono per essere onnipresenti ovunque e ricercati. Negli ultimi tempi mi è capitato di leggere varie cose di Maurizio Ferraris, da quelle divulgative che pubblica in allegato ai quotidiani, a quelle più prettamente personali e scientifiche, sino a suoi pensieri raccolti da altri durante conferenze o lezioni pubbliche. Un gran bel leggere, anche se le mancanze personali (mie intendo) inciampano a volte nell'ostacolo di un termine, che genera il dubbio a fronte di rimandi che imporrebbero ben altre attenzioni al pensiero filosofico contemporaneo in particolare. Così prendi uno di questi libriccini curati da Ferraris per il quotidiano la Repubblica e, nel riassunto del riassunto qui contenuto, trovi riflessioni molto interessanti, peraltro difficilmente raggiungibili se dovessi, da mero curioso, aspettare di avvicinarmi a tutti i testi e gli autori là citati. Così ho trovato molto interessante rileggere alcune cose dell'Hegel dell'Estetica, allorché scrive "non abbiamo più alcuna necessità di dare espressione a un contenuto nella forma dell'arte". Ecco, suggerisce Ferraris che l'opera d'arte perde la sua funzione di veicolo privilegiato per esprimere contenuti. Non è più l'arte a definire i nostri punti di vista sul mondo e anche su noi stessi. E Ferraris riprende Arthur C. Danto (quello de La trasfigurazione del banale, con la consapevolezza che basta un uomo che la consideri tale, perchè l'opera d'arte sia tale), allorché dice che "l'importanza storica dell'arte sta ormai solo nel fatto di rendere possibile e importante la filosofia dell'arte". Ancora da Hegel (da La fine dell'arte): l'arte "definitivamente vaporizzata in una nuvola di pensiero su se stessa". Insomma l'arte che non precede il pensiero, ma lo subisce: non prefigura, ma figura e basta: l'arte che non corre, ma si gode il divano. E poi, ancora dalle parole di Danto e di Ferraris, la fantastica comprensione dell'essere il museo cornice per l'opera d'arte e infine anch'esso centro dell'attrativa estetica al pari dell'opera; il museo che diventa per l'opera ciò che la chiesa è per la reliquia: da una parte ceri, santini, le tele o gli affreschi, le sculture, gli odori, dall'altra gli shop, con l'oggettistica reliquiale (matite, gomme, portachiavi marchiati) e le copie seriali figlie dell'"epoca della riproducibilità tecnica" di Walter Benjamin.
Cambio di scena, incontro lo scrittore (premio Bancarella 2009) e sceneggiatore televisivo, nonché criminologo, Donato Carrisi a Pordenone, dopo un incontro/comizio tenuto davanti un mucchio di studenti, da prima solo contenti per aver saltato l'ora di lezione e desiderosi di andarsene per i fatti propri al più presto, mentre più tardi saranno completamente assorti e incantati dalle parole del nostro; nel mezzo lui, che inizia dicendo che avrebbe finito quella comunicazione facendoci tutti cantare, e continua poi buttando sul piatto un suo presunto fatto personale (storie di uomini e donne) che avrebbe trovato conclusione solo parimenti all'incontro. Insomma, tre minuti tre di parole e una platea in mano. A Carrisi mi viene da dirgli nell'incontrarlo a margine che è un bravo comunicatore. Lui mi stringe la mano e ringrazia. Mi viene anche da aggiungere: "Non so, in realtà, se sia un complimento!" Mi ristringe la mano più forte e mi ringrazia di nuovo, ma per salutarmi. Per me Carrisi è un grande. Non so se sapete cosa significa tenere seduti duecento studenti in preda agli ormoni (lo facemmo una volta io e Giuseppe Palumbo, durante un incontro a Majano, e mi sembrò, allora, un miracolo), parlando di fatti di cronaca criminale, di storie, di tutto. Per me Ferraris è anche un grande, ha fatto il punto, in un libretto di neanche cento pagine dal titolo Arte. Perchè certe cose sono opere d'arte?, su temi che mi avrebbero costretto a riprendere letture importanti, difficili, che avrei poi dovuto correlare, con riflessioni critiche alte di cui forse sarei stato capace, ma forse anche no. Insomma eccomi qui, smontato nel pensiero di un testo e nel ricordo di un incontro; che hanno frustrato ampiamente le mie velleità e i miei entusiasmi nel fare ricerca in maniera autonoma, lasciandomi a bocca aperta, così come gli uccellini appena nati nel nido, a farmi imboccare passivamente e ingrassare. Odio la televisione per questo. Mi turba il web per questo. Perché entrambi non mi stimolano, ma mi permettono di tenere la bocca aperta e lasciare che le cose ci cadano dentro. E non sai se ciò che cade sia utile o "insidioso"; e non sai se la fatica che facevi da studente per scavare nei libri le cose e trascriverle, rimettendoci nel fisico per lo sforzo fatto, avessero a posteriori realmente un sapore amaro, invogliandoti a sputare. A volte il dolce inganna.