sabato 31 dicembre 2011

Alla prova dei "fatti"

E giungemmo alla fine numerica dell'anno 2011: 31 dicembre 2011. A me questo 2011 ha veramente massacrato i sentimenti più reconditi e quindi mi scopro sinceramente soddisfatto di gettare nel cestino il calendario ormai "finito".

Per me questa è una data importante.
Da domani non sono più il presidente dell'Associazione Culturale ARTeFUMETTO
di Monfalcone. l'associazione continuerà la sua attività nel 2012, anno in cui verrà degnamente celebrato il suo decennale dalla fondazione (a novembre). Nelle prossime settimane si definirà il passaggio al vertice. Le mie dimissioni, che mi vedranno ancora lavorare in futuro per l'associazione, vogliono essere motivo di stimolo per questa piccola realtà, che mi sta a cuore, e che ha saputo anche produrre cose pregevoli. Servono in questo contesto culturale apatico che ci circonda nuove idee e proposte. Lo dico senza rammarico, perché sono stati anni bellissimi e sono convinto che le "idee" siano sempre più importanti dei "soldi".
Da oggi, inoltre, cessa la sua attività lo studio Architetti Associati di cui sono cotitolare. Anche in questo caso la realtà non scompare, ma si trasforma per raccogliere la sfida di chi in questi anni (istituzioni, ma anche colleghi) sta facendo di tutto per ridurre una professione magnifica e nobile, quella dell'architetto, a mero fattore prestazionale e di mercato. A loro dico: una risata (la nostra) vi seppellirà!!
Per cominciare bene il 2012 scelgo quindi di fi
nire nel modo migliore: le classifiche!!! Con alcune modifiche però. Questa volta decido di abbandonare ogni velleità critica e mi avventuro in maniera spudorata nella tanto vituperata (irragionevolmente) soggettività: "A me piace"!! Punto!! Ovvero il meglio 2011 per me, a 360° e senza confini di campo,... scusate ma del peggio mi sembra abbastanza sciocco parlarne, visto che di esempi lampanti ve ne sono stati in questi mesi senza parsimonia. Accontentiamoci del meglio, con speranza e con scaramanzia (N.B. le scelte rimandano a quello che è giunto a me nel 2011 e non necessariamente a quanto prodotto nel 2011... lo dico per i puristi, che sono anche dei grandi "spaccamaroni").
The best... 2011 is?
Miglior disco straniero: PJ Harvey, Let England Shake (mi ripeto su queste pagine, ma quest'anno è veramente la migliore);
Miglior disco italiano: Cristina Donà, Torno a casa a piedi (idem, come sopra);
Miglior novità musicale: Nneka, Soul is Heavy;
Miglior concerto: Cristina Donà al Deposito Giordani a Pordenone, 22 aprile 2011;
Miglior testo breve (narrativa): Sandro Veronesi, Profezia (racconto nella collana Inediti d'autore del Corriere della Sera);
Miglior testo lungo (narrativa): Silvia Dai Prà, Quelli che per me è lo stesso, Contromano - Laterza;
Miglior testo (saggistica): Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo, Guanda;
Miglior fumetto (graphic novel): Bastien Vivès, Polina, Black Velvet (qui ci sarebbe molto da dire, ma vado a pelle, considerato che tutto quanto ho letto quest'anno, mi è sembrato alquanto "mancante", nel senso che mancava sempre qualcosa...vale per Daytripper di Moon e Ba, vale per Asterios Polyp di Mazzucchelli, vale per Habibi di Craig Thompson... é quindi un primato del meno peggio);
Miglior fumetto (franco-belga): Zidrou, Matteo (Alemanno), Protecto, NonaArte Bedé (uscito finalmente in Italia nella sua completezza... magnifico!);
Miglior fumetto (saggio): Peanuts. L'arte di Charles M. Schulz, Panini (un saggio di soli disegni e fotografie, e a me pare sufficiente);
Miglior illustrato: Ana Juan, Snowhite, LOGOS (magnifico... e orribile);
Miglior fumetto (alternative): Ruppert & Mulot, Irene e i clochard, Canicola;
Miglior fumetto (giovane promessa): Nicolò Assirelli, Cave Canem, BD edizioni;
Miglior fumetto (seriale): B. K. Vaughan, P. Guerra, Y: L'ultimo uomo, Planeta de Agostini;
Miglior fumetto (striscia): Liniers, Macanudo, Double Shot;
Miglior mostra: Brecht Evens, al BILBOLBUL di Bologna, edizione 2011;
Miglior artista scomparso: Alberto Burri, per la permanente agli ex essiccatoi tabacchi a Città di Castello (PG);
Miglior artista contemporane
o (vivente): Gerard Byrne, per Loch Ness 2011-2010, visto alla Biennale Arte 2011 a Venezia;
Miglior film: Paolo Sorrentino, This must be the place;
Miglio programma televisivo: non pervenuto;
Premio simpatia 2011: Silvia Ziche;
Premio "Mi hai veramente insegnato qualcosa ed è merce rara": Giuseppe Palumbo;
Miglior pranzo/cena: Osteria dei Re, Piazza Bosone-via Cavour, Gubbio;
Premio "Luogo per la vita": il bosco di Camaldoli (Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi);
Fatto internazionale con maggior impatto o rilievo: il terremoto in Giappone (da una catastrofe naturale, un monito per tutti, e un risultato importante anche per il nostro paese);
Fatto nazionale di maggior impatto: la scemenza umana, che si cela un pò dovunque, e molte volte sta al "vertice" e il più delle volte alla "base" (mi includo, come scemenza umana n. 1, the best!!).
I ringraziamenti per il 2011.
Ad Alessia, per i sorrisi.

A Gioia, che continua a mantenere vivo in me l'amore per l'architettura.
A Walter, per essersi fidato, comunque vada.
A Federico, che spesso mi da' retta.
A Emilia, per la sua dura corteccia.

Ecc
o, stiamo per esserci, ancora poche ore... 2012, anno bisestile!

domenica 25 dicembre 2011

Piccole scatole emozionali n. 9

Il "rosso" che nasce sparso e si scopre possibile tra il "verde".
Buon Natale! E felice estate mentale!

sabato 17 dicembre 2011

b) Opportunità di una rinuncia

Riprendo e allargo il tema del post precedente. Non lo faccio mai, ma il "falso spirito natalizio" che ci circonda in questi giorni mi porta a questa insistita speculazione. Da dove nasce ciò che oggi siamo? O meglio cosa ci ha portato ad essere così attenti al "fuori" da dimenticarci quotidianamente di quanto esso sia a volte superfluo? Non è una domanda che vuole condurre a divagazioni spirituali o esagerando religiose. Di ciò mi importa molto poco. Mi interessano invece alcune valutazioni di carattere sociologico, che però si nascondono dietro considerazioni di origine culturale ed "estetica" (se volessimo attribuire a questo termine la sua accezione migliore, ovvero non declinata alla forma, ma alla somma di fattori artistici, sociali, economici, ecc.; anni fa, ormai più di dieci, svolgemmo una lettura simile, ma riferita alla cultura del restauro, in un libro dal titolo Restauro e cultura estetica, da me firmato con l'arch. Fabia Cigni). Riprendo ora alcuni contenuti di un catalogo, e alcune letture fatte da Franco Marcoaldi e da Roberto Carnero, nel loro commento giornalistico ad una mostra importante (che il catalogo accompagna), oggi allestita alla Victoria & Albert Museum di Londra (ma che da febbraio, credo, sarà portata al MART di Rovereto), dal titolo: Postmodernismo: stile e sovversione 1970-1990. E' uno dei momenti più importanti dedicati a questo non-stile, che è invece diventato con gli anni l'espressione più rappresentativa del confronto quotidiano con noi stessi e con quanto ci circonda, sia sul piano materiale che su quello filosofico. Superate le certezze e l'ortodossia del modernismo, ci siamo trasformati tutti, nell'ultimo ventennio del '900, in "postmoderni": figli dei linguaggi, manipolabili e manipolati dalle mutazioni dei principi stessi che stavano all'interno degli atteggiamenti più sovversivi della nuova corrente estetica e culturale. Perchè il postmoderno è stato in origine espressione propositiva di eterogeneità, contraddizione e quindi dubbio e sguardo perplesso sul mondo. Ma al suo interno ha consentito, mentre nuove libertà immaginative andavano svelandosi, aperture a strumenti meno limpidi, come la mediaticità e quindi su tutto la televisione (Marcoaldi cita Quinto potere di Lumet del 1976 come manifesto delle devianze della forza postmoderna delle origini verso qualcosa di diverso). Ecco che la parodia, il decostruzionismo, ma anche una certa indole anarchica e citazionistica, sono mutati nel corso degli anni '80 in cinismo, nichilismo e su tutto indifferenza e artificio. Ecco che il mondo delle idee libere è involuto nell'universo delle cose materiali, dell'eterno destino di una generazione di dedicarsi al mercato e alla ricerca del successo. Le cose sopra tutto, le cose come fine. Irrinunciabile coperta per scaldare un animo ormai freddo per sempre. E' all'interno di questa trasformazione che noi tutti oggi siamo diventati ciò che siamo, condizionando, ormai inconsapevolmente ogni nostro entusiasmo alle "cose". Ringrazio Roberto Carnero, che in un suo articolo su il quotidiano il Piccolo dell'11 dicembre 2011, ha saputo riprendere uno spunto (che mi colpì molto già all'epoca e che ora capisco finalmente meglio) del percorso proposto nell'allestimento londinese, quando i curatori pongono in evidenza un'opera centratissima allora, come ancora oggi, di Jenny Holzen che presentava a noi tutti, nel 1985, un enorme cartellone pubblicitario elettronico, preso in affitto a Time Square, dove trovava posto una scritta luminosa enorme che diceva: "Protect me from hat I want" (Proteggimi da quello che voglio). E' un'ammonizione dal sapore medievale che la dice lunga sui subdoli nemici che ci circondano. A livello letterario questo abisso provocato dalla dipendenza dalle cose sino all'indifferenza per il "fuori" come per il "dentro di sè" è ben rappresentato da vari testi. Me ne sovvengono due in particolare: Utz di Bruce Chatwin e Auto da fé di Elias Canetti. Ma qui domina comunque un senso estremo per le cose correlato alla passione. Noi abbiamo oggi superato quest'ultimo stato verso un amore fine a se stesso: le cose per le cose, ultima speranza di un vuoto infinito. Non mi resta che sottolineare (a me stesso, prima che a tutti) l'opportunità di una rinuncia, se, come ho scritto nel post precedente, l'ultimo stadio non è già stato superato, portandoci in una condizione di impossibilità alla stessa. Mi piace ricordare qui una poesia di Jorge Luis Borges, tratta dal volume Elogio dell'ombra, uno dei suoi migliori a mio avviso, per la totale dolorosità e al contempo amore per la vita che lo pervade, nella consapevolezza dell'avvicinarsi della sua perdita. L'argentino scrisse: Le monete, il bastone, il portachiavi/ la pronta serratura, i tardi appunti/ che non potranno leggere i miei scarsi/ giorni, le carte da gioco e la scacchiera,/ un libro e tra le pagine appassita/la viola, monumento d'una sera/ di certo inobliabile e obliata,/ il rosso specchio a occidente in cui arde/ illusoria un'aurora. Quante cose,/ atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,/ ci servono come taciti schiavi,/ senza sguardo, stranamente segrete!/ Dureranno più in là del nostro oblio;/ non sapran mai che ce ne siamo andati. La poesia si intitola Le cose, pubblicata nel 1969, alle soglie del percorso postmodernista. Vi lascio quindi, augurandovi Buon Natale, con questo consiglio per gli acquisti.

domenica 11 dicembre 2011

a) Impossibilità di una rinuncia

Paradossalmente mai come in questo periodo, in cui tutti stanno a bocca aperta a gridare la parola "crisi", mi pare di percepire come centrale il valore che il denaro è andato assumendo nella nostra vita quotidiana. "Lacrime e sangue" dice qualcuno, "tirare la cinghia", qualcun'altro. Mai come ora mi pare di percepire l'inadeguatezza di queste frasi. Non hanno più alcun significato reale. Sono figlie di tempi lontani, sono parlate in lingue che non capiamo. Straniere e esse stesse sintomi di malattie radicate. Indietro non si torna! Non lo credo possibile! Si potrà andare avanti a fatica, ma la rinuncia al "chiasso" e al "troppo" non ci appartiene più. Come concetto, come percezione, prima che come fatto in sè. Facciamo finta di saper rinunciare a tutto, ma non ne siamo capaci. E non conosciamo più l'altra faccia di noi, quella profonda, psicologica, che ci muove ogni giorno nella ricerca "dello stare bene", nonostante le cose. Tutti questi pensieri me li ha provocati oggi una visita domenicale ad un centro commerciale. Mi si è rotto il frigo e ne cercavo quindi uno nuovo. Senza un frigo non si vive più. Dentro l'ipermercato c'era il mondo sensibile e insensibile intero. Il mondo sensibile era perlomeno fatto di gente consapevole di dov'era, quello insensibile di gente inconsapevole delle motivazioni che lo avevano portato lì, di domenica. Si sono, anzi ci siamo, comprati di tutto. Domani avrò a casa il mio frigo. Ad un certo punto, aspettando il mio turno per dare i dati al banco elettrodomestici (il mio turno... come alla posta... la gente in fila... a colpi di trecento, cinquecento euro a botta), ho perso completamente la cognizione di dov'ero. Per resistere mi sono concentrato sulla radio che trasmetteva la voce di una quarantenne che parlando in diretta diceva al DJ queste parole: "La prego di volermi dedicare questo pezzo (musicale)... che mi ricorda quando andavo, il sabato sera, a ballare... ed ero felice, con le mie diecimilalire in tasca... e niente altro!" Ci ho pensato molto a quelle parole. Al fatto che quella persona alla radio ci stesse pensando la domenica mattina di un dicembre del 2011. Mi sono ricordato anch'io di quelle diecimilalire in tasca, che a volte erano cinquemila. Che ero sereno, in bicicletta dovunque... che i miei col cavolo che mi davano più di diecimilalire! Mi sono ricordato di tutte le sovrastrutture che ci siamo creati, e che non costano mai diecimilalire. La prima immagine che mi è venuta in mente è quella che vi propongo qui di seguito.Un'immagine che come il resto non ci appartiene più, che come il resto non siamo più in grado di ritrovare dentro di noi. E lo dico io, che a quarant'anni dovrei forse invece chiedermi che cosa potrebbero allora dire i miei genitori settantenni: i miei eroi per sempre.

domenica 13 novembre 2011

Novità editoriali: "SESSANTAQUARANTA" di W. Chendi , R. Franco

Imbarazzato in queste ore per le avance offertemi da vari schieramenti e forze politiche per una partecipazione al prossimo governo tecnico di emergenza nazionale, considerato che la tutela ONU è stata scartata a priori, anche se resterebbe da anni la soluzione migliore, ho potuto per mia fortuna declinare gentilmente l'invito a fronte dell'impegno in cui mi sono imbarcato assieme ad un compagno di eccezione, il mio amico Walter Chendi, autore di fumetti e fine analista delle cose del mondo. Il parto di questa collaborazione si chiama SessantaQuaranta, una raccolta di racconti scritti da me e Walter che affronta i temi della memoria. SessantaQuaranta è un libro, un progetto comune, un'occasione per riflettere su alcune tematiche in pubblico, un'esperienza tutta da fare. Per l'occasione ho creato un nuovo blog il cui link è http//walteroby.blogspot.com/ (puoi accedere cliccando l'immagine della copertina sulla barra principale). Lì dentro troverete tutto quello che potete desiderare di sapere sulla cosa. E' un progetto serio, che quindi questo luogo di facezie varie non può contenere degnamente. SessantaQuaranta verrà distribuito nelle librerie a partire dal 1 dicembre 2011 e sarà anche un tour (vedi il blog indicato). Insomma, forse era meglio il governo tecnico, ma il Ministero del Buon Senso, l'unico per cui mi ero reso disponibile, all'ultimo minuto non è stato contemplato, volendo Monti fare riferimento alla legge Bassanini che prevede un numero limitato di ministeri appunto; quindi, tanto valeva...
(l'immagine è copyright W. Chendi e tutelata dalle norme sul diritto d'autore. E' vietata la pubblicazione non autorizzata, salvo che per scopi pubblicitari correlati al volume SessantaQuaranta)

domenica 6 novembre 2011

Lucca Comics & Games, grazie a dio! Ovvero: l'oblio ristoratore

Dal 28 ottobre al 31 ottobre ero a Lucca in occasione di Lucca Comics & Games 2011, ormai diventata di fatto, visti i numeri (circa 150.000 presenze), una delle maggiori Comicsconvention mondiali. Quest'anno ho seguito molti incontri dei Comics, ho girato come sempre tra i banchi degli editori, ma mi sono voluto spingere anche nel territorio dei Games, per curiosità diremo. A me non piace giocare, nemmeno da piccolo piaceva, quindi è stata una vera concessione al mio essere; ma non è stato tempo sprecato. A Lucca Comics, ho potuto incontrare alcuni dei migliori disegnatori e autori mondiali: David Lloyd (la cui mostra è stata per me veramente la sorpresa di questa edizione; l'autore ha presentato dei disegni da V for Vendetta di una raffinatezza e al contempo crudezza e incisività pazzesche, con quei suoi tratti nero su bianco da disegnatore senza tempo; in conferenza poi ha saputo dire forse alcune delle cose più interessanti sentite: insomma la mia palma di quest'anno va a lui... la maschera inventata con Alan Moore per il fumetto, che è oggi diventata simbolo degli "indignados" di ogni paese, ha un ruolo artistico oltre che simbolico); Jeff Smith (l'americano, creatore del capolavoro Bone ha mostrato la sua buffa pancetta e il suo solito guanto nero a coprirgli la mano destra: è un uomo di una simpatia vera e di una grande cordialità... in conferenza ha saputo far capire perché la sua storia fumettistica, nata e sviluppata nel settore indipendente, fino ad assurgere a opera senza tempo, rappresenti una capacità imprenditoriale e di gestione da manuale: illuminante per i giovani autori); Jiro Taniguchi (il giapponese, idolo in Italia e in Europa, ancora di più che nel suo paese (non può certo confrontarsi con la popolarità di una Ikeda, o di una Takahashi); è sembrato uomo colto e sereno, padre vero del suo fumettistico L'uomo che cammina; al contempo il suo lavoro non mi è parso così straripante e innovativo visto dal vivo, in mostra, o raccontato da lui stesso; un grande autore, forse in parte sopravvalutato; comunque un uomo gentilissimo... un'amica fumettista gli ha regalato un suo volume autoprodotto e poco più tardi lui gli ha fatto portare in omaggio un suo disegno); Craig Thompson (il capolavoro mondiale Blankets gli ha aperto le strade e oggi la sua nuova opera, Habibi, è sembrata subito un gran fumetto... Lui ogni volta che mi incontra mi sorride e mi saluta affettuoso... sin dai tempi di Blankets è stato così... è come se ci conoscessimo da sempre e in realtà ci siamo parlati a gesti e pochissimo); Juanjo Guardido e Juan Diaz Canales (con Blacksad hanno rigenerato il clima del noir nel fumetto francese, con i loro personaggi "animalizzati"; Canales è una persona simpatica, Guarnido molto più distante... non di certo simpatico diremo... ma un disegnatore enorme). A Lucca ci sono state poi occasioni per commemorare Sergio Bonelli, scomparso da poco, durante una conferenza in particolare, con Nizzi, Ticci, Castelli, Ferri, Boselli, la storia del fumetto popolare italiano. Vorrei citare poi una mostra esemplare sul lavoro di Manuele Fior e Davide Reviati, capace di qualificare il loro lavoro in forma esponenziale. Un esempio di quando una mostra di originali serve realmente. Per il resto ci sono stati gli editori, tutti giocosi a far da spalla ad una crisi economica che si sente in profondità tra le pubblicazioni prodotte e soprattutto nel clima sottotraccia che accompagna tutto e che è percettibile forse solo da chi frequanta l'ambiente e il festival da vari anni: l'assenza di Black Velvet nel padiglione principale a fronte di alcuni titoli magistrali in uscita, e trovati poi tra i distributori, fa capire molte cose. E poi ci sono i prezzi dei volumi, esorbitanti e tali da impedire ogni forma di curiosità nei lettori. Ecco che a parità di denari torni a casa con metà volumi e ti chiedi di continuo dove in fondo le monete siano scomparse. Il costo di un volume è alto, molto alto, per colpa della stampa, ma soprattutto dei vari passaggi che lo portano atrraverso le librerie anche non specializzate ad arrivare fino al lettore. E' purtoppo un cane che si morde la coda... è un declino. Infine non capisco varie cose... perché a tutti piace molto parlarsi addosso?... perché dietro gli stand devo subire molte persone con il simbolo del dollaro disneyano stampato in fronte?... chi dà ai ragazzi i soldi per permettersi Lucca Comics?... Giri qua e là e vedi queste banconote da cinquanta e da cento girare come trottole da mano a mano, nelle mani di ragazzini e ragazzine vestite da Lamù o da Lady Oscar, nelle mani poi di altri che si lamentano continuamente di non avere il resto da dare, anche se paghi con cinquanta euro un volume che ne costa trentacinque... E' la crisi, dicono! Ah, una nota. Lo stand dove ho trovato le persone più simpatiche e cortesi è stato quello della Logos edizioni. Inoltre il volume illustrato Snowhite di Ana Juan da loro editato è veramente una genialata (tristissimo e orribile, ma geniale). Inoltre. La mastodontica macchina di vendita creata dalla Bao Publishing spaventa un pò. Spaventa perché è talmente lanciata da rischiare lo scontro. Vorrei consigliare loro di fermarsi un pò a riflettere, perché le persone che stanno dietro la casa editrice sono persone simpaticissime, veri entusiasti, persone, da appassionato, che vorresti come amico. Fuori dal padiglione editori ci sono i colori e le follie dei Cosplayer e girare tra loro mi fa pensare a come Lucca sia quasi una prigione all'incontrario, dove fuori dal carcere stanno ora coloro che per tutto l'anno vi stanno invece richiusi e per una volta si sentono liberi di esprimersi, di sentirsi accettati per le loro passioni... è il "diverso" che si riprende il mondo, il proprio mondo auspicato, per una volta all'anno almeno. Mentre subito oltre la stazione e il casello autostradale di Lucca, la gente discute di maggioranze parlamentari, di eurobond e di fiumi in piena che si portano via comunità intere come se non fossero passati quarant'anni dalla volta precedente, come se sia plausibile morire nella stessa maniera dopo quarant'anni di "progresso". Ma il "progresso" non esiste, esiste solo il "processo"; il processo dell'evoluzione naturale delle cose, che non riesce a fare punti a capo o produrre colpi di spugna, ma che altresì si porta sempre dietro tutto il bene e il male passato; é inoltre il processo (vero stavolta) continuo a tutti e chiunque, lavandosi sempre un pò le mani dalle responsabilità anche proprie e che è sempre facile attribuire invece a destra e sinistra. Processiamo l'uomo in quanto umanità... ma si può processare se stessi con obiettività? Assoluzione completa e tragedia continua. A Lucca, durante una conferenza sul ruolo del fumetto indipendente, molti dicono la loro, richiamando il ruolo dell'importanza della proprietà autoriale. Mi sovviene una frase letta moltissimi anni fa, all'Università, in un testo di scenografia: l'individuo ha senso, ma la collettività ha significato. E' una lettura applicabile a molte cose... nel fumetto non è un caso che l'indipendenza sia appartenuta a collettivi di autori e viceversa essa sia scomparsa quando il collettivo è venuto meno: l'indipendenza non è individualismo. Mi piacerebbe che si potessero oggi affrontare i problemi riscoprendo il ruolo collettivo finalizzato ad una indipendenza culturale e mentale... e che si potesse affrontare i problemi insieme e non rinchiusi nelle case... e soprattutto che si potesse per una volta scendere in piazza senza doversi per forza portare sulle spalle una bandiera o farsi accompagnare da un inno (anche se storico). Vorrei parlarvi anche di cucina, ora, ma sono stanco di scrivere... vi lascio quindi un'immagine... un disegno di Guido Buzzelli (realizzato per Amnesty International), esposto nella mostra dedicata al grande autore romano scomparso nel 1992 al Museo della città di Lucca, nel palazzo Guinigi (quello con la torre con gli alberi sopra)... una mostra che nella cinque giorni del Festival dei Comics... con le le sue 150.000 presenze... avremmo visto forse in cento (forse)...


domenica 23 ottobre 2011

Una bella serata

Ieri ho avuto la fortuna di presentare alla libreria Lovat di Trieste l'autrice/disegnatrice Silvia Ziche, in occasione dell'uscita del suo nuovo libro "E' tutto sotto controllo" (un nuovo capitolo della saga del suo personaggio simbolo Lucrezia). E' stata una cosa improvvisata, dove mi è stato chiesto di sostituire lo scrittore Matteo Strukul, e che ha invece garantito a me, e credo anche all'autrice, di offrire ai presenti un interessante sguardo sul fumetto, permettendo a molti di capire che quando si parla di arte sequenziale si possono promuovere discussioni importanti, che vanno oltre il lato curioso della cosa. E' stato negli anni questo un obiettivo primario per l'associazione ARTeFUMETTO che rappresento, e che credo questa possa ancora affrontare in futuro. La serata di ieri mi ha riconciliato con il mondo del fumetto parlato e promosso e dato nuovi stimoli. Merito va a Silvia, la "cattivissima Zia Ziche" come diceva Stefano Benni in presentazione ad un suo libro, che è in realtà è una persona professionale, ma al contempo di una simpatia e cordialità veramente uniche. Nel sederci al tavolo per iniziare l'incontro abbiamo notato una confezione con una rosa bianca. Abbiamo pensato ad un omaggio della libreria ospite; poi finito l'incontro, nel guardare meglio, ci siamo resi conto essere un omaggio di una fan, che ringraziava Silvia per le sue storie, una fan che ha lasciato la rosa e non si è poi presentata o fatta riconoscere. A seguire l'incontro c'era veramente tanta gente, che ha fatto domande (cosa rara!) e che si è poi messa ordinatamente in fila per una dedicaces. Che dire, aldilà del bel ricordo, mi è tornata la voglia di fare! E tra pochi giorni c'è Lucca Comics per prendere nuovi contatti e metterla alla prova!

giovedì 20 ottobre 2011

Visionari

Il giorno 05 ottobre è morto Steve Jobs. Amen! Mi verrebbe da dire, ma no, non si può. Mi ricordo che quando nel 2005 morì Giovanni Paolo II, il giorno stesso, dovevamo fare uno spettacolo teatrale (su Andrea Pazienza) e ci fu un gran telefonare per capire se era meglio procedere o non procedere, per questioni etico/morali si diceva. Poi si fece, e mentre il Papa moriva, sul palco un attore si esprimeva con modi volgari e poco forbiti, trasponendo alcune vignette del defunto Paz. Il giorno dopo fu tutto un cosa si è fatto, era giusto farlo, tra pareri a posteriori, discordanti sull'opportunità o meno di uscire dal comune senso del pensare. Bene. Niente in confronto all'avanzare dei dubbi sulla santità del buon Steve. Io ho usato un Apple per scrivere la mia tesi nel 1994. Ho poi usato un Power Mac per disegnare i miei primi progetti digitalizzati; infine a malincuore mi sono venduto al nemico per sopravvivere e uscire dalla setta della Mela (P.S. ho un iPod regalatomi e mai usato; nessun iPhone e nessun iPad. Che scarso!!!). Ma da qui a santificare il Jobs ce ne passa. Così sono rimasto alquanto allibito quando ho visto gente portare dei fiori e deporre delle mele morsicate fuori da qualche negozio rivenditore della Apple. (ripeto, dei fiori ad un negozio della Apple!). Ancora più perplesso che tutto il movimento mediatico stia da settimane a scassare con l'idolatria verso, come gli piace a tutti chiamarlo, "il visionario numero uno della Apple". Sono da vari giorni che penso di scrivere qualcosa su questo, poi ecco che infine apro dal dentista il numero della rivista Panorama uscito ieri 19 ottobre. Dentro il servizio di Guido Castellano che dice: "Dopo Steve Jobs. Ecco 10 uomini che cambieranno il mondo". E poi ecco presentati uno di seguito all'altro coloro che "riescono ad immaginare il futuro e a realizzarlo, modificando la vita di milioni di persone", ecco insomma i "visionari" più grandi della terra: Jeff Bezos di Amazon che vuole trasformare il concetto di tablet; Brett Martin di Sonar che vuole trovare le connessioni nascoste che ciascuno di noi ha con le pesone nei dintorni (oltre il social network!); Jonathan Ive di Apple che continuerà la filosofia Apple sviluppando l'eredità di Jobs; Andrew Mason di Groupon, che vuole "condividere lo shopping fra sconosciuti per strappare sconti e prezzi più bassi"; Henri Seydoux di Parrot, che vuole "interagire e comandare con la voce gli apparecchi elettronici, specie in auto"; Jack Dorsey di SquareUp, che vuole abolire il denaro contante (con lo smartphone); Riccardo Spinelli (wow, anche in Italia abbiamo le visioni!!) di FastCap, che immagina una batteria che si può ricaricare all'istante (per le auto elettriche); Paul Wicks di PatientsLikeMe, che vuole creare un social network medico per garantirsi supporto reciproco; Andy Rubin di Google Android, che immagina un software gratuito per far funzionare gli Smartphone; e infine Jack Ma di Alibaba, che vuole rendere l'e-commerce cinese accessibile e semplice a livello internazionale. Cavolo, sono veramente colpito da tutte ste visioni che mi cambieranno la vita! Colpitissimo. Sembra di stare al tavolo con gli X-Men e invece è gente che alla mattina si alza, si gratta le palle, mangia i biscotti, si veste, ecc., proprio come me. Visionari, loro, e pirla, io! E poi le visioni sono tutte elettronico, fighetto, commerciali. Che strano! Cielo, ti prego, fa in modo che domani possa ancora mettere le ciabatte e scendere al mare a nuotare; fa in modo che possa raccogliere le castagne da terra, in autunno, quando cadono; fa in modo che la torta al cioccolato sappia ancora di sè. Ti prego, non lasciarci soli con tutte queste visioni, che così, a priori, per partito preso, mi fanno un sacco terrore. Così me ne sto, solitario e orso balengo, mentre ricordo com'era quando andavi in treno e i ragazzi parlavano tra loro invece di tenersi le cuffiette sempre nelle orecchie a isolarsi tra le note dell'iPod, e mentre ricordo come quando aprivi Topolino (sì, la rivista settimanale della Disney) leggevi di cazzate varie, oltre le storie, e non eri costretto a verificare che tra poco tutto sarebbe stato pensato e predisposto per qualche "tablet", mentre i professionisti architetti attorno a me disperdono la loro attenzione nei mille programmini di interconnessione che gli garantisce il loro iPhone. Ecco, mentre ricordo tutto questo, penso: "E' morto Steve Jobs! Amen!". Buone visioni a tutti.
P.S. Con Panorama esce anche il volume "Pensare come Steve Jobs", ovvero un "manuale per sbloccare il proprio potenziale creativo". Per essere visionari basta comprare Panorama, alla faccia di Thomas More!

sabato 24 settembre 2011

Il dire e il fare (e in mezzo il mare)

Il giorno 19 settembre scorso alla recente Festa del Libro di Pordenone (pordenonelegge.it) ho avuto occasione di assistere ad una conversazione tra Andrea Cavalletti e Giorgio Agamben (docente di Filosofia teoretica all'Università di Venezia) attorno al testo Cultura di destra, oggi ripubblicato da Nottetempo di Roma, del critico e studioso germanista Furio Jesi, scomparso nel 1980. Il testo del 1979 raccoglie due saggi sviluppati attorno ad uno studio iniziato nel 1964 sulla "macchina mitologica," sul "mito" e sulla "tecnicizzazione del mito". Jesi parte da un concetto: chi si occupa di "mitologia" deve occuparsi anche di "cultura di destra"; ovvero l'uso del "mito" per fini politici, l'uso tecnicizzato del "mito" a fini politici; l'uso della "macchina mitologica" (da parte della cultura di destra) che al tempo stesso è fuori dal tempo quotidiano, ma che comunque sa nutrire la vita quotidiana. Il mito offre un linguaggio; la sua manipolazione (del mito) è riduzione di un vocabolario (di un linguaggio) a tramite. Si crea quindi, suggerisce Jesi e riprende Cavalletti durante l'incontro, quella "pappa omogeneizzata" che gli autori usano, componendo mitologie che hanno la funzione di fabbricare precisi assetti sia del presente che del futuro, assetti di tipo conservativo. Ecco che l'eredità culturale di destra, il suo linguaggio, è qualcosa di cui siamo perfettamente all'interno, che inevitabilmente viviamo. La macchina mitologica, suggerisce Cavalletti (così banalmente lo parafraso per quanto mi consente la memoria), oscilla e si muove; quella "pappa omogeneizzata" si adegua e muta, sfuma nel patriottismo, nella spiritualizzazione del lusso (la pubblicità) che inevitabilmente è anche materialismo. Ecco che le parole usate (Jesi ricorda i testi, le parole della scrittrice di romanzi rosa Liala), "non vogliono essere capite, sono fatte per non essere capite, ma lette e basta" (De Amicis era per Jesi esempio della "macchina mitologica" al lavoro). Fin qui il pensiero di Jesi esposto da Cavalletti. Giorgio Agamben trasfigura durante l'incontro quel pensiero e avanza un'importante riflessione, importante secondo me per guardarsi attorno e capire il "mare culturale" in cui abbiamo e stiamo nuotando (annegando?). Cultura di destra, il libro di Jesi, dice Agamben è l'ultima configurazione di un itinerario di ricerca condotto dall'autore, è "l'ultima pagina di un romanzo che Jesi non ha mai cessato di scrivere". Un libro da leggere tra le righe, e infatti così fa Agamben. A Jesi, suggerisce, interessa il "residuo culturale di destra", ciò che è anche in chi di destra non è. E aggiunge: quali esempi di sinistra citare se la destra è quella che si dice? Ed ecco l'assioma, non dubitativo, affermativo, assoluto, da prendersi per come viene detto e all'interno del quale sta già scritto tutto. Un concetto che non pone piani metaforici, che non sottende, che vale di per se stesso. Propone Agamben interpretando Jesi: "Tutta la cultura è cultura di destra. La sola cultura di sinistra è quella che considera che la sola cultura che esiste è quella di destra". E' questa, suggerisce (e qui, secondo me, con molta intelligenza e lungimiranza) Agamben, una riflessione che attraversa il pensiero di Jesi, prendendo però a caposaldo le riflessioni di Walter Benjamin. In particolare quando quest'ultimo sottolinea che: ogni opera è documento della barbarie che l'ha resa possibile. Non ci sono dunque due culture, come tutti pretendono e vorrebbero, alla faccia di Bobbio (Destra e sinistra, nel 1994) e a chi ha proposto il tema di maturità di ambito storico-politico di quest'anno, riprendendo ancora Bobbio e Veneziani e Carocci, ma probabilmente una sola, e "l'altro" è contenuto nel primo anche se non propriamente coincidente con esso. E' un paradosso che però, dice ancora Agamben, ci libera di tutte le banalità dette e da dire su cultura di destra e di sinistra, e che porta la cosidetta cultura di sinistra a poter accettare infine che anche gli scritti di Céline o Ezra Pound abbiano una grandezza poetica e filosofica maggiore di molti retorici e inutili scritti di "sinistra". Esiste quindi, dice Agamben, solo la cultura degli uomini e il suo ruolo è nel documentare le barbarie che l'ha resa possibile (di nuovo Benjamin). Questa consapevolezza però non è cultura di destra, bensì cultura di sinistra. La cultura di sinistra è quindi proprio la presa di coscienza che tutta la cultura è di destra. La tradizione culturale è sempre quella dei vincitori (affermazione di Agamben, ancora). La lucidità, che permette di leggere un'opera con la consapevolezza del dove questa è nata, è ciò che forse possiamo chiamare cultura di sinistra. Dire che tutta la cultura è cultura di destra non è un giudizio di valore: non c'è disprezzo. E' presa di coscienza, è un'affermazione: è nell'enunciato stesso (l'averlo detto!) che si nasconde la lucidità, la cultura altra, che potremo appunto chiamare di sinistra. Ritornando alla "macchina mitologica" di Jesi, Cavalletti suggerisce ancora: la cultura con la "maiuscola" è "mito", perché elude le contraddizioni; è ancora la pappa omogeneizzata che crea al suo interno le parole d'ordine: Tradizione, Cultura, Giustizia, Libertà Rivoluzione. Ecco quindi ancora l'affermazione: la cultura è tutta cultura di destra perchè le sue parole sono parole con la maiuscola. Minoritario (ancora Agamben), ovvero "dalla parte della minorità" è anche Autoritario; così come l'Autorità è anche non autoritaria. Io credo che questi pensieri, che ho molto apprezzato (e che in questo racconto parafrasato forse in parte svilisco), consentano grandi sviluppi e riflessioni per la lettura del nostro tempo, e garantiscano alla fine due importanti insegnamenti pratici: il primo è che la contraddizione, il dubbio è un bene non trascurabile (sempre Agamben rilegge una frase di Bertolt Brecht: "in tempi oscuri non ci sono pensieri buoni"). Il secondo è che la lucidità è consentita solo guardando la barbarie da vicino, comprendendo che solo stando dentro le cose risulta possibile muoversi. La fatica è immane (il mare), ma è la sola che conduca a risultati.

giovedì 15 settembre 2011

Residenze

Ho letto di recente un'affermazione di Frank Lloyd Wright, maestro dell'architettura internazionale. Dice: La morale è una convenzione, mentre l'etica è un principio. Su queste pagine ho spesso usato questo termine, etica, richiamandolo come una mancanza, un vuoto che questi tempi non riescono a colmare. Tempi, appunto, privi di principi e ricchi di convenzioni. Ebbene, non tutto è perduto. Incredibile!!! L'ho trovata, l'etica intendo, e altrettanto incredibilmente vi svelo dove sta di casa: a Forlì, in Italia. Non tutto è perduto...

domenica 11 settembre 2011

Gian Alfonso Pacinotti in arte Gipi

Sapevo che ci sarei cascato. Non sapevo quando, ma prima o poi sapevo sarebbe successo. Di dedicare un post a GIPI, al suo lavoro, a ricordare l'innamoramento che provai e provo per il suo lavoro. Anzi, forse ancora di più l'invidia che mi provoca la sua capacità di raccontare storie. E' questa la sua dote maggiore, unita ad una tenacia nel proseguire le proprie iniziative artistiche, che lo porta a volte a cadere in vicoli retorici, ma anche a manifestazioni assolute della propria capacità. Gianni porta con sé il "genio"; è uno dei pochi che mi sia dato conoscere ad averlo in dote. E' una dote naturale certo, ma anche la conclusione di percorsi di ricerca inarrestabili, condotti nel segno del "fare". Gianni prima di tutto "fa", la sua innata curiosità lo porta a mettersi in gioco, a sacrificare il proprio fisico (gracile) e a dedicarsi alla propria arte, malgrado tutto. E' questa "fatica" che mi affascina di lui e che mi fa essere un suo fan, un estimatore; che mi fa e che mi farà guardare al suo lavoro sempre con benevolenza e difenderlo malgrado "tutto". Oggi Gianni ha finito un suo film, dal titolo L'ultimo terrestre; naturalmente l'ha presentato alla 68. Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, in concorso, e non al cinemino provinciale di Pisa. Gianni fa così. Igor Tuveri, responsabile della Coconino Press ha ad un certo punto creduto in lui come fumettista (era il 2002, mi pare?); ha saputo consigliarlo o semplicemente mostrargli delle strade; l'ha aiutato ad elevarsi dalla "fuffa" dei tanti artistoidi dell'underground fumettistico nazionale e internazionale. Gipi ha saputo volare quindi da solo, guardare oltre. Dalla Coconino alla Fandango, a Procacci, che da produttore di "razza", ha capito di dovergli dare fiducia. Gianni ha vinto dopo la presentazione del suo film a Venezia, il Premio Fondazione Mimmo Rotella; è stato segnalato al Premio Pasinetti, come migliore opera prima; ha vinto il premio Arca Cinema Giovani. Il film è stato presentato solo tre giorni fa, l'8 settembre. Oggi che è l'anniversario dell'11 settembre, un evento che ha sconvolto il mondo, mi viene voglia di parlare di GIPI che ha scosso in meno di un decennio il piccolo mondo dell'arte italiana. E il buffo è che molti in Italia non lo sanno, molti se ne stanno là a fare finta che non sia vero. Cavoli loro. Amari per giunta. Io, che continuo a guardare fuori, ho visto per la prima volta il lavoro di Gianni in mostra a Treviso. Erano le tavole di quello che sarebbe stato Esterno notte. Non le capivo nel disegno, da tanto incredibili erano. Da lì, la voglia di presentare con ARTeFUMETTO, al tempo appena nata, il suo lavoro in zona Monfalcone. Lo facemmo a Cormòns, ad una fiera del libro, nel dicembre del 2003. C'erano lui e Marco Corona. A quell'incontro disegnarono praticamente solo per noi: non se li filava nessuno. Gianni disegnava sulle tovagliette dei tavoli al ristorante, su quelle della fiera, disegnava con tutto e di tutto. Diceva che l'aiutava a mantenersi sveglio durante la digestione. Allora presentava Esterno notte, e poi niente fu come prima. Grazie a quell'incontro, dopo Appunti per una storia di guerra (che vinse ad Angouléme), e dopo i premi a S. (una delle storie più fantastiche che ho letto, dopo Pompeo di Andrea Pazienza, e lo dico senza problemi, avendolo anche scritto più tardi su di un catalogo), riuscimmo a portare ancora Gianni a Monfalcone, nel 2007 (una nota: la inaugurammo l'8 settembre!), in occasione di una mostra dal titolo "Gipi. La vita tra le pagine", organizzata ancora da ARTeFUMETTO presso la Galleria d'Arte Contemporanea della città. In quell'occasione pubblicammo un libretto, che resta ad oggi il primo e unico (incredibile a dirsi, vista la quantità di materiale disegnato dall'autore) catalogo ufficiale dell'arte di Gianni (chi lo desidera può scrivermi, ne abbiamo ancora delle copie). Per allestire la mostra mi arrivarono via posta, da Parigi, da Barcellona, da Milano, a casa circa ducento delle sue tavole e disegni. Le avevo tutte sul pavimento della mia stanza, distese per sceglierle e mi pareva una cosa da brivido, per la responsabilità nel averle sotto tutela specialmente. Gianni arrivò a Monfalcone da Parigi, dove viveva allora, stanchissimo e sfinito dal suo giro infinito, dietro le presentazioni dei suoi libri. Alessia lo portò a comprare una maglietta nuova; io un telefonino nuovo. Mangiammo dei calamari fritti a Sistiana, di fronte al mare, e ancora oggi deve venire a prendersi il dolce. Fu per tutti noi, e credo anche per lui, quell'occasione una specie di situazione "fantasma", che ancora oggi non mi rendo conto bene di avere fatto. Durante un'intervista in diretta a RadioRAI, per presentare la mostra, feci a Gianni una domanda, in collegamento telefonico, mentre lui, allora, stava al Lido ,alla mostra del cinema di Venezia, dove un produttore voleva trasporre in film Appunti per una storia di guerra, cosa che poi non si fece. Domandai: "Ma ora che sei a Parigi, come puoi disegnare la tua campagna toscana, i "colori" della provincia?" Mi confidò poi a margine che se lo stava chiedendo e che quei paesaggi gli mancavano. Lasciò più tardi Parigi e tornò in Toscana. Lì naque LMVDM e a seguire poi l'intervista a Le invasioni barbariche di Daria Bignardi (con tutta la bagarre mediatica che ne seguì), le performance musicali/teatrali de La mia vita disegnata male; la trasposizione di S. con il gruppo I sacchi di sabbia (che ho anche tentato di portare a Monfalcone); la musica prodotta in casa; il fumetto sempre più lontano e infine il film. Un film tratto da un fumetto non suo (sembra incredibile, per uno che racconta benissimo), ma di Giacomo Monti. Gianni scelse quel fumetto bellissimo. A Gorizia, nel 2010, durante un incontro, ci confidò che ne aveva comprato i diritti, che ci stava lavorando. Oggi credo di aver capito quella scelta. La scelta di mantenere le distanze, di non mettersi a nudo dinanzi ad un pubblico più vasto (quello del cinema) di quello ridotto (e anche asfittico) del fumetto: lui che mette sempre tanto di sé nel suo lavoro, lui che probabilmente ora starà pensando a qualche film, tratto magari da una storia nuova, che andrà a sceneggiare, disegnare, musicare, portare a teatro, ecc. E non perché è commercialmente utile (non solo almeno), ma perché ciò gli consentirà di praticare strade nuove, tragitti inesplorati di una ricerca infinita. Vi regalo ora una foto di Gianni sul red carpet di Venezia. Mi scorge (credo) con la coda dell'occhio, mentre sto nel corridoio che porta all'interno della Sala Grande del Lido, dietro i fotografi ufficiali, mentre gli scatto una foto anch'io, verso le 17.30 dell'8 settembre, prima della "prima" del suo film e dell'applauso infinito che ne è seguito in sala (un film, il suo, forse non completo, ma di certo sociologicamente utile e significativo e un'altro esempio di come si possa raccontare bene indipendentemente dal linguaggio usato). Gianni dal red carpet sembra farmi una smorfia che è anche un sorriso. Io, Alessia e Fabio eravamo là per goderci la sua emozione, che infatti era grandissima.

giovedì 1 settembre 2011

Transiti e certezze

Il 31 agosto sono in visita alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. L'edizione numero 68 della sua storia. Quando vieni qui sai già che inseguirai le ombre di qualcuno. Chi ti passerà da lì a poco dinanzi non è che l'ombra di qualcuno, che sai nella vita forse non essere come ti appare o essere semplicemente la rappresentazione momentanea e pubblica di se stesso. Capita a tutti però di cercare di vendersi al meglio, di voler apparire oltre la propria essenza. In questo gioco di accettazioni reciproche decido di immergermi ancora. Inseguo le "star" e qui di certo, stavolta, non mancano. A margine del red carpet, nel solito casino infernale che lo contraddistingue, faccio la mia parte, ricerco l'autografo, scatto delle foto. Però non riesco a non guardare oltre la cosa. Scorgo così chi finge, chi si diverte, chi maschera tristezze o frustrazioni vere. Così prima di regalarvi alcune foto, vi dico solo che potrei raccontarvi di George Clooney che non riesce più a uscire dal suo personaggio, dal personaggio che tutti si aspettano intendo (nella foto sopra lo vedete mentre mi firma l'autografo, zittendo al posto mio un ragazzo tedesco che stava andando un pò in escandescenza da fan); potrei dirvi la sensazione di malinconia che mi trasmette il volto di Cindy Crawford, quel volto che è sostato così tanto nei miei calendari di studente e che ha perso ora qualcosa del fascino androgino immortalato dall'arte di Helmut Newton; potrei sottolinearvi l'algida bellezza della bionda Evan Rachel Wood, che decide di scansare la foto che gli porgo, per sceglierne un'altra da autografare; Philip Seymour Hoffman sa di non poter giocare la carta della bellezza, ma è consapevole della sua bravura d'attore e firma i suoi autografi con distacco calcolato: è l'amico che fa sempre la battuta, e tu a quella ridi solo per accontentarlo.Vi narro quindi di quella che è una grandissima attrice, quella che è destinata a restare soltanto e per tutti l'attrice non-protagonista per eccellenza: lei lo sa e, quando la gente la chiama, evita compiaciuta di concedersi; infine lo fa (per poco), ma solo perché non può sottrarsi. Lei è Marisa Tomei, mio idolo di sempre per il suo ruolo di fidanzata di Joe Pesci in Mio cugino Vincenzo, del 1992. E', ancora oggi, con i suoi 47 anni, la più bella di tutte, e, nonostante la sua superba ritrosia, non ce ne sta per nessuna. Infine vi racconto, come già vi dissi un anno fa, che ciò che poi ti toglie il fiato non è il tacco dell'attrice bionda o il sorriso di quella mora, nè la verve dell'attore di turno. Tutto ciò passa. Ma la laguna di notte, poco prima che tramonti definitivamente il sole, e quella sua sublime pacatezza, invece, resta perfetta ed eterna.

giovedì 25 agosto 2011

Scelte

Duecento grandi intellettuali (?) italiani hanno scelto per il Padiglione Italia (L'Arte non è cosa nostra) gli artisti (più di 200) che stanno esponendo alla 54. Biennale Arte 2011 a Venezia. Chi ha scelto gli intellettuali ci sarebbe da chiedersi? Ovvio, il curatore, Sgarbi, che ammira (ovvio) gli intellettuali chiamati a scegliere, che a loro volta ammirano gli artisti scelti (o magari tra una rosa proposta (sempre da Sgarbi) preferiscono questo piuttosto che quello), scatenando così un processo a caduta. Sgarbi si dice "contrario alla qualità della vita e favorevole alla quantità della vita"; "la selezione non è detto significhi qualità" e quindi meglio "tanto" che "scelto". Insomma, tutte queste cose qui, che poi, secondo me, finiscono per ben rappresentare ciò che realmente l'Italia è: un paese dove ognuno si fa i fatti propri (nel senso di interessi), dove chiunque raccomanda qualcun altro e così all'infinito a formare una marmellata, densa e che ci finisce per trovare tutti invischiati e soprattutto sporchi. Se la Biennale di sinistra è una Biennale di "tesserati", questa di destra è una Biennale di "imparentati". Ecco il Padiglione Italia, ecco il gesto artistico più grande, e il più grande merito di Sgarbi: parlare di noi italiani e, nel farlo, non riuscire, anche inconsapevolmente, a parlarne bene. Detto questo, io mi sono visto in quel dell'Arsenale tutte le opere degli artisti proposti dagli intellettuali scelti e ho potuto valutare in toto chi ha scelto chi o cosa. E infine, dopo aver visto tutto, considerato che ognuno ha potuto e saputo scegliere, anch'io ho scelto e ora vi metto, qui di seguito, i nomi degli artisti che ho scelto, tra quelli scelti dagli intellettuali, che a loro volta Sgarbi ha scelto. Insomma, l'apoteosi del figo, ciò che non può mancare, fermo che anch'io sono stato scelto da me stesso per scegliere tra le scelte dei scelti. Ecco qui, il meglio secondo me: Roberta Fossati; Greta Frau; Olivo Barbieri, Lucianella Cafagna; Bernardo Siciliano; Lucio Trizzino, Luciano Ventrone; Sergio Zanni; Paolo Bozzato; Mario Fallani; Theo Eshettu; Tullio Pericoli (per metterne anche uno di quelli conosciuti ai più). E poi se volete anche "the best is": Lucianella Cafagna su tutti. Cercatela nel marasma delle proposte. Non vi piace, peggio per voi. Infine una nota di colore nel Padiglione di Sgarbi. Su di una parete, una cornice-quadro incornicia un piccolo quadro di arte sacra. La nota recita: Piero della Francesca (ha scelto) Franco Fedeli. Bene io alla fine di tutto forse sceglierei sempre Piero. E infine infatti mi chiedo: io che ho visto cinque volte la Flagellazione di Urbino e quattro il ciclo della Croce di Arezzo di Piero della Francesca, senza peraltro esserne ancora stanco, dopo tutto questo vagare per l'Arsenale e per i Giardini, c'è qualcosa che mi faccia venir voglia di ripagare di nuovo il biglietto e quindi ritornare? Ebbene qualcosa c'é. Mentre una signora fa la strada dell'esposizione con me, senza conoscermi e facendomi per questo sorridere, e spesso dice: Sta' cosa non la trovo per niente bella! E tu intellettuale dirai: "Vuole però dire qualcosa!" Bhè, però la dice veramente male!"; ecco mentre la signora mi distrae, scopro alle Corderie l'opera di Gerard Byrne, con i suoi video in Super 8 e le sue foto, in un lavoro che evoca il mostro di Loch Ness. E' il suo un gioco sulla memoria collettiva, che approfitta della nostra conoscenza del mito del mistero del lago e gioca con esso creando suggestioni, piccole ansie e angoscie nella frenesia del vedere e cercare qualcosa che l'artista non vuole e non può, né potrebbe mostrare. Molto interessante. Assieme a questo, alle Artiglierie trovo il padiglione più affascinante: dove si gioca con la sedimentazione della memoria e della materia. Il padiglione è quello dell'America Latina, dove vedo queste tre piccole boccette di essenza , dove ogni essenza non è che l'evocazione di un attimo della vicenda di un uomo, di un eroe, di un fatto del popolo, prima che ancora della storia tutta: nelle bottigliette giace l'essenza delle storie di Antonio Maceo, di Ignazio Agramonte e di José Marti. L'artista è Reyner Leyva Novo e l'opera si intitola Los Olores de la Guera, 2009. Il mio l'ho fatto. Ho vinto qualche cosa? Buona scelta a tutti! (in foto, la Maddalena di Piero nel Duomo di Arezzo)

giovedì 4 agosto 2011

Un' ultima canzone per l'estate

Come ogni estate si cerca di sfruttare alcune delle mille (oramai) occasioni offerte dagli organizzatori di eventi musicali in Italia. Andare in tour: anche per i cantanti più affermati è quasi un obbligo per guadagnare bene, visto che di dischi (opps! CD, MP3, ecc., insomma quelle cose impronunciabili lì...) se ne vendono sempre meno. Alcuni scaricano, altri duplicano, certi comprano in edicola; insomma un casino! Poveri cantanti, costretti a farsi un mazzo tanto, in cambio di due lirette (euri, pardon!). Comunque vada, io i miei quattro (magari!) soldi ai nostri prodi musicanti li concedo sempre. E quest'estate ho scelto così. Prima tappa ad inizio luglio (06/07/2011), toccata e fuga a Ferrara per il concerto di PJ Harvey (poteva mancare?). Lei è come sempre un portento, con quella voce incredibile che si ritrova e quel suo fare lunare e distaccato. Alle sue spalle i soliti John Parish, Mick Harvey, oltre al bravissimo batterista Jean Marc Butty. Sembrano in dieci. Il suono non è calibrato benissimo, esageratamente elevato, ma in alcuni pezzi l'emozione sale alle stelle; fino a quando Polly si mette a ballare da sola sul palco e la piazza sembra svanire, tanta è la concentrazione della gente sulla sua figura: una dea. Nel tardo pomeriggio, durante il sound-check, nell'ascoltarla da lontano, tutti si chiedevano se non fosse già il concerto; da oltre le transenne molti fans applaudono la sua esibizione e lei saluta con la mano. Il giorno 20 luglio sono a Sesto al Reghena; suona Anna Calvi. Nome italiano, ma lei è inglese. Si presenta sul palco in trio (chitarra, batteria e...strumenti vari, suonati da una ragazza bravissima). Ero curioso. Il disco omonimo è interessante e volevo saperne di più. Bene, lei è stratosferica. Intervalla canzoni alla Jeff Buckley, intonandole con una progressione molto particolare, molto anni 'Sessanta, che mi ha ricordato (non solo per le distorsioni alla chitarra), l'atteggiamento degli Experience di Jimi Hendrix. Presenta alcune canzoni con una vocina minuta, per poi sfogare un vocione maturo e soul mentre canta. Cinquanta minuti secchi di concerto. Tutti delusi: perché cinquanta minuti sono troppo pochi; il concerto troppo breve; lei non ha repertorio, ecc.. Cinquanta minuti bastano, perché lei ti stende.

Il 22 luglio c'è il concerto di Franco Battiato in Piazza Unità a Trieste. La serata è un greatest hits, non c'è canzone fuori posto; lui, ultrasessantenne, si concede, balla con le sue scarpe da ginnastica su completo da anziano siculo; si diverte, passando in rassegna un repertorio infinito. Ha cantato tutto quello che vorresti sentire, tranne Bandiera Bianca. Un ragazzo ogni tanto si alza tra il pubblico seduto in platea e cerca di convincere tutti ad alzarsi: prova una volta, due, tre, infine non si trattiene più; finisce tutti sotto il palco a cantare, come in una sagra di paese per presunti intellettuali andati a male. Dopo due ore di concerto il cantante riesce sul palco per l'ultimo bis; mette a tacere tutti con la frase: "Patti chiari e amicizia lunga: the last song" e parte con Centro di gravità permanente. Uno spasso. Stop, aspettando un'ultima canzone per l'estate.

domenica 24 luglio 2011

Con questo peso sullo stomaco

Non riesco a rinunciare ad agganciarmi al post precedente: le immagini di Genova 2001 sono state presentate in questi giorni sui media un pò in sordina, a notte tarda perlopiù, o su internet ovviamente. Gli articoli sono stati molti, ma condotti nel segno del ricordo, del folclore e non della presa di coscienza. Non è un buon segno. La cosa testimonia di un paese che non riesce mai a mettersi in pace con il proprio trascorso. Deve sempre almeno in parte balbettare o insabbiare e quindi lasciare ad altri il compito di passare la spugna, di svelare. Non viviamo in questo senso in una condizione onesta verso noi stessi e nemmeno verso chi abbiamo il dovere di educare. Falliamo di continuo e ci portiamo un fardello che trasciniamo a fatica, molto più grande di noi, con cui rimandiamo però alle generazioni future il compito "del farsi realmente carico"; le stesse generazioni a cui evitiamo di parlare chiaro e quindi di formare: le stesse generazioni che quindi non avranno mai gli strumenti per dipanare le ombre. Insegniamo così a navigare a vista, educhiamo all'indifferenza chiassosa. Scusate, ma oggi ho questo tono qui, un tono qualunquista; il fare di chi dice ovvietà, perché crede che bisogna ritornare a dirle, smarcarsi dagli intellettuali e dalle menate, per dire "nero" se è "nero" e non sviolinare sempre in "grigio scuro", più scuro, meno scuro, meno meno scuro, più, meno... Erri De Luca scrive nel libro "Per sempre ragazzo", edito di recente da Marco Tropea Editore, riprendendo (come dice lui stesso) per il suo omaggio a Carlo Giuliani un proverbio persiano: "Se vuoi farti un nome, viaggia o muori". E' un paese strano il nostro, tradizionalmente "di viaggiatori, poeti, santi e di eroi", dove, oggi, per farti un nome, non ti resta invece che morire: fisicamente, moralmente, eticamente, culturalmente, ma pur sempre morire.

domenica 17 luglio 2011

Di uomini e delle loro ambiziose virtù

Ne parlo oggi, in anticipo sull'anniversario corretto, sui telegiornali, sui quotidiani, perché è un ricordo molto vivo, che mi porta alla mente emozioni forti e non voglio ricordarmene nella foga delle immagini che ci verranno riproposte tra poco. Che spero verranno riproposte tra poco e che spero possano oggi essere riguardate con quella distanza che solo il tempo e l'archiviazione storica consente. Nei giorni tra il 19 e il 22 luglio 2001 si sono svolti i fatti arcinoti del G8 di Genova. Sono passati dieci anni e sembra che alcune situazioni di fondo siano rimaste pressoché inalterate. Riconosco in questi giorni gli stessi politici, riconosco molte posizioni revisioniste, riconosco climi non cambiati. Vi giuro, la mia cultura moderata è stata messa molte volte alla prova in quel periodo da quanto ci stava accadendo intorno: in Italia, in un paese democratico, dove la democrazia, il buonsenso, la tolleranza è venuta per un attimo meno. Io ricordo quei fatti come un "buco nero", una voragine che resta incolma. Furono giorni sensa senso, gestiti con pochezza mentale da tutti e con barbarie dai più. Nel 2001 (era un fine settimana) non riuscivo in quei giorni ad andare al mare, ad uscire; ero calamitato dalla televisione, dalle immagini: mi pareva fantascienza. Io oggi credo che quei fatti, in quel contesto, senza la tragedia dell'11 settembre 2011 a New York, avrebbero potuto avere in Italia dei riscontri sociali ben diversi. Il secondo fatto storico ha invece ridimensionato il primo, lo ha "contenuto": mentre lo sguardo si apriva sul mondo, lo stesso sguardo riusciva a sorvolare sulla provincia. Non sono capace di giudicare ciò, oggi, nè come un bene, nè come un male: è successo, punto. E' storia. Personalmente di quei giorni ricordo il 12 luglio a Tarvisio il concerto di Manu Chao con la polizia sugli spalti, con i controlli esagerati in funzione no global ai confini. La sensazione non fu piacevolissima. Ricordo poi i ragazzi di Monfalcone che partivano per manifestare a Genova e ricordo alcuni racconti al loro ritorno. Ricordo alcune manifestazioni che seguirono poi, dopo quei giorni genovesi, per le strade della mia città. Parliamoci chiaro, oggi ripensiamo a quelle cose come alle sequenze di un film: l'allestimento della "zona rossa", piazza Alimonda con la morte di un ragazzo, Carlo Giuliani, freddato con quel suo stramaledetto estintore in mano, freddato da un altro ragazzo impaurito, il carabiniere Mario Placanica con quella sua stramaledetta pistola in mano; e poi le "perquisizioni" alle scuole Diaz e Pascoli, gli interrogatori nella caserma di Bolzaneto. Giovani contro giovani; mentre poco più in là gli intellettuali facevano gli intellettuali, i politici i politici, scambiandosi concetti e parole, che oggi appaiono vuote come poche. Giovani contro giovani, ideologie o ideali (a volte si confondono) contro ideologie e ideali, senza uno Stato. Mi ritorna alla mente oggi un film poco amato da critica e pubblico, ma molto amato dal regista: I compagni, di Mario Monicelli, del 1963. Agli albori delle lotte sindacali, nella Torino di fine Ottocento, delle manifestazioni finiscono in tragedia. Ne fa le spese un ragazzo Omero, dai forti ideali, colpito a morte durante la manifestazione che il professore Mastroianni-Senigaglia ha incitato, fermo nel portare avanti le proprie convinzioni. A ucciderlo un colpo di fucile, forse quello di un altro ragazzo della cavalleria in stanza locale. Un ragazzo che corre poi in soccorso al primo, ormai a terra, ma viene bloccato dai compagni. Un ragazzo che con un altro milite (anch'egli ragazzo), poco prima si scambia, mentre sono schierati ad aspettare al varco i manifestanti, di nascosto dei biscotti (?), inconsapevoli del proprio destino di carnefici: lì per caso e per dovere. Mi sopravvengono due scene: nella prima Renato Salvatori, che interpreta il manifestante Raul, chiede a Mastroianni-Senigaglia, mentre dividono un letto: "Ma chi ve lo fa fare?" E l'altro risponde: "Sono le idee balorde". Nel finale poi una manifestante, nel salutare Raul che parte e lascia Torino, risponde a questo, che le chiede del destino del professore Senigaglia ormai arrestato: "Il professore è dentro! Ma pensiamo di candidarlo alle elezioni, così se viene eletto..." I tempi cambiano, passano, ma le storie si ripetono. Si crea indiscusso un irrisolto scontro/confronto tra idee e realtà quotidiana, dimenticandosi purtroppo come sempre dell'uomo, della sua "animalità". Se qualcuno di voi visitasse il Monastero di Camaldoli in provincia di Arezzo, nel Parco Naturale delle Foreste Casentinesi, si rechi nell'antica Farmacia dei monaci. In una stanza dove vengono conservati gli antichi strumenti per la preparazione storica dei farmaci, scoprirete una piccola lezione sull'uomo. In una teca di vetro e legno viene conservato, "in piedi", uno scheletro del XVII secolo, di una (si crede) donna di circa 25 anni, trovato nel cimitero di Camaldoli. Sopra la teca sta una targa in legno con inciso quanto segue: "Questo è lo specchio in cui mirar ti dei folle mortal, ogni altro specchio inganna, questo dimostra ben quel che tu sei".

martedì 12 luglio 2011

Piccole scatole emozionali n.8



video

Il rumore atmosferico del vento che scuote le foglie dei lecci nei boschi dell'Eremo delle Carceri sul Monte Subasio ad Assisi. Qui Francesco d'Assisi si ritirava con i suoi compagni, in contemplazione e solitudine a pregare Dio. Qui si trova l'albero dove si dice il futuro santo fosse solito benedire gli uccelli.
E' un'esperienza emotivamente possente. Si crea un transfer involontario tra storia e religione, tra vicenda umana, leggenda o fatto cristiano (a seconda di come ognuno la viva). E' nel ricordo del momento che mi torna in testa un pensiero di Michela Murgia, giovane scrittrice sarda, che, nel settembre 2010, alcuni giorni prima di vincere il premio Campiello con il suo bellissimo Accabadora (edito da Einaudi), invitata da una rivista (di cui mi sfugge il nome) a dare dei consigli ad un bambino non ancora nato, scriveva: "Impara a ridere di quello che fa inginocchiare gli altri. Che siano troni, fedi, portafogli o perfezioni, in ogni superlativo c'è un baratro."

domenica 3 luglio 2011

Ragazze

La casa parigina di Rue de Beautreillis, nel Marais, ha ospitato, quarant'anni fa, il 3 luglio 1971, per l'ultima volta Jim Douglas Morrison. La sua vita, si dice, sia finita in una vasca da bagno. Lo scoprì, ormai morto, si dice, la sua compagna Pamela Courson, che morirà tre anni dopo il 25 aprile 1974. La storia del cantante di The Doors è rappresentata dalla sua musica (ormai eterna) e in questo breve fatto di cronaca, che ne ha definito il mito. Solo la morte in giovane età e il mistero che l'avvolge è in grado di qualificare un mito; perché l'uomo ha bisogno di un confronto continuo con il mistero della morte per dispiegare la propria mente e i propri sentimenti. Se verifichiamo questi misteri, la maggior parte della volte, essi trovano una loro equivoca risposta nell'assunzione letale di droga. Ma ciò rende troppo debole e umano il mito e una morte banale non permette di riconoscersi nelle vicende retoriche. Ho visitato la prima volta il cimitero del Père Lachaise all'inizio degli anni '90, creo nel 1992, in agosto. Ero con un amico e abbiamo in quell'occasione giocato alla ricerca del mito. Jim Morrison, è sepolto lì. La sua tomba non è semplice da trovare, almeno in quell'epoca era poco segnalata, ma non sufficientemente da impedire, allora, un pellegrinaggio continuo. Io porto il ricordo di una ragazza dai capelli rosso-arancio, completamente vestita di nero con una specie di sottoveste a ricoprire i vestiti, nonostante il caldo afoso d'estate. Accendeva dei ceri e guarniva con piccoli fiori e con fare attento la tomba del cantante (una cordonata di pietra, cava al centro dove era piantato un piccolo arbusto, limitata su di un lato da un parallelepipedo di pietra con ancorata la targa commemorativa in bronzo). Guardai a lungo quella ragazza, che infine si voltò per permettermi di notare le lacrime che rovinavano un trucco pesante. Gli scattai una foto con una macchinetta a pellicola usa e getta. E' una foto che amo molto, che ripenso ogni volta sento qualcuno prendersi gioco dell'affetto di un fan per il proprio cantante preferito, per un proprio "mito", qualunque esso sia. Nel 2005, durante l'allestimento di una nostra mostra dedicata ad Andrea Pazienza a Monfalcone, in una sala veniva proiettato in continuo un filmato con le immagini del disegnatore, che parlava o raccontava il suo rapporto con il mondo di allora. Mi ricordo che mentre facevo da custode alla mostra, una ragazza si era seduta, da sola, dinanzi al video; lo guardò per un bel pezzo, poi la sentii singhiozzare, con il rumore amplificato dalle stanze in quel momento vuote e risonanti, e la sentii rivolgersi al Paz, che stava parlando dal video delle sue storie di droga, con un sentito e ripetuto: "Stupido! Stupido!". La cosa mi toccò molto. Avevo conosciuto alcuni anni priva della mia visita parigina un'altra ragazza, giocando con lei e altri amici a pallavolo in spiaggia a Monfalcone. Una sera, seduti al bar lei mi aveva confessato di non riuscire a dormire dei sonni tranquilli. Faceva dei sogni ripetuti e in particolare sognava Jim Morrison ancora vivo: che il suo spirito vagante (non uno spettro, badate, ma la sua immagine reale trasportata nell'etere!!) gli svelava ogni tanto, di notte, delle vicende raccapriccianti, che la ragazza non voleva raccontare nei particolari, per non spaventarmi, diceva. Una volta, nel parlarne, mi capitò di vederla piangere e ne fui alquanto impressionato. Aveva un'amica che, in quel finale degli anni '80, si incideva le braccia con una lametta, a prodursi dei tatuaggi primordiali. Interessanti quegli anni. Sono tornato ancora al Père Lachaise anni dopo nel 2004, per visitare altre tombe, perché gli interessi cambiano; ho scattato ancora qualche foto a quella di Jim Morrison (più disadorna, più abbandonata e meno frequentata di come la ricordavo) e non vi nascondo che mi piacerebbe visitarla ora, nella data del quarantennale della sua morte, per comprendere come cambino i sentimenti della gente, come si modifichino i loro atteggiamenti verso le cose che ci circondano. Della visita del 2004 ricordo in particolare, oltre alla tomba di Oscar Wilde, quella di un'altra ragazza, le cui vicende mi hanno da sempre molto colpito. Ripenso ora come fosse anche lei vittima di un amore e dei tempi, e noto dei parallelismi con la storia di Morrison e la sua Pamela. La tomba era quella di Jeanne Hébuterne, compagna di Amedeo Modigliani. Modigliani muore il 24 gennaio 1920. Jeanne, incinta, si suicida, lanciandosi dalla finestra di un appartamento al quinto piano, morendo sul colpo. Mi piacque molto allora quell'epitaffio, scritto sulla sua tomba (le sue spoglie furono trasferite lì, accanto al suo compagno di sempre, solo nel 1930, poiché la sua famiglia prima di allora non lo aveva concesso):"Di Amedeo Modigliani compagna devota fino all'estremo sacrificio". Le passioni umane scrivono quotidianamente nuove storie.

domenica 26 giugno 2011

Piccole scatole emozionali n.7

I riflessi del sole pomeridiano d'estate sul mare increspato dal vento, nel molo tra l'Acquario e la Stazione Marittima di Trieste. Un cono gelato stracciatella e nocciola seduto su una bitta, mentre altre persone stanno aspettando e invece tu vuoi prenderti dieci minuti per te e decidi che in fondo poi queste altre persone possono anche aspettare e forse volerti bene lo stesso. Anzi. E poi scoprire che è proprio così.

lunedì 20 giugno 2011

Addii mentali

La storia della E-Street band finisce in questi giorni con la morte di Clarence Clemons, avvenuta il giorno 18 giugno (la stampa ne riporta notizia oggi). Sul sito ufficiale di Bruce Springsteen il cantautore americano fa scrivere queste sue parole:"Clarence lived a wonderful life. He carried within him a love of people that made them love him. He created a wondrous and extended family. He loved the saxophone, loved our fans and gave everything he had every night he stepped on stage. His loss is immeasurable and we are honored and thankful to have known him and had the opportunity to stand beside him for nearly forty years. He was my great friend, my partner, and with Clarence at my side, my band and I were able to tell a story far deeper than those simply contained in our music. His life, his memory, and his love will live on in that story and in our band." Come sempre, quando muore un nostro piccolo o grande idolo (e noi umani, per sopravvivenza credo, siamo bravissimi a crearne di continuo), ci sembra la cosa porti con sè un vuoto profondo. Ma a noi, estimatori distanti, mancherà solo la superficie, mentre per qualcun'altro si tratterà di una prova ben più greve. Springsteen canterà ancora e dai solchi dei suoi dischi Clemons suonerà per sempre, ma nella vita del cantautore qualcosa non sarà veramente più uguale a se stessa. Rispetto questo dolore che sporca appena, di un languore nostalgico, il ricordo della mia giovinezza e dei giorni quando anch'io urlavo: "But till then tramps like us baby we were born to run..."!

lunedì 13 giugno 2011

Quorum!

Olè, il pranzo è servito.
Lo so, sarà infantile...ma sono contento!
(la foto è di Keiko Ichiguchi, e questa scelta non è casuale. Ciao Keiko!)

mercoledì 8 giugno 2011

Restiamo sul "pezzo"

Ho letto da qualche parte (e non riesco veramente a ricordare dove, lo giuro!, forse era un graffito) una frase, che diceva: "Sono già contro la prossima guerra". E' questo grido preventivo, a sembrarmi oggi l'arma migliore. Non mi pare il caso di affrontare sempre le cose quando ormai l'onda ci sommerge e noi stiamo annaspando a fatica. Per questo andrò a votare e voterò Sì, Sì, Sì a questo referendum, sui tre quesiti inerenti il nucleare e l'acqua, sperando che il quorum venga raggiunto. Per il quarto quesito, sul legittimo impedimento, voterò comunque, ma senza dirvi come, poiché ognuno è corretto possa rimettersi al proprio sentire culturale e politico.

Il discorso sul nucleare non è una questione prettamente italiana: in un'Europa senza confini, non possiamo limitarci al votare per dire no alle centrali in Italia. Non possiamo fare una riflessione limitata al "quartiere". Il nostro rifiuto al nucleare in Italia è un atto che deve valere indirettamente a tutela di tutti i paesi europei (e non solo), anche di quei paesi dove magari, al momento dell'adozione di una politica nucleare, un'opportunità referendaria forse non era stata concessa. Inoltre, se oggi a due passi da noi, in Slovenia, ci troviamo una centrale nucleare di vecchia generazione, senza che qualcuno si sia preoccupato di valutarne le conseguenze anche per Trieste, anche per Venezia, ecc., a me non sembra che questo costituisca una scusa per ricambiare il fardello. Nel sentirci fortunati per questa nostra democrazia, che a volte traballa, nel sentirci però anche europei e vicini al nostro prossimo d'oltreconfine (indipendentemente dal confine), vi prego andiamo a votare: siamo già contro la prossima guerra!

Sull'acqua: non so se sia meglio un gestore pubblico o uno privato. Di certo la legge di riferimento è lacunosa e poco chiara (quindi una riflessione comunque lo merita), e so per certo che già un ragionamento economico (di profitto specialmente) attorno a questo bene insostituibile, mi crea un disagio profondo.

domenica 5 giugno 2011

...l'arte s'è desta?

Che Vittorio Sgarbi sia un provocatore di mestiere penso sia chiaro a tutti. Se però riuscisse a dimenticarsene e facesse solo il critico d'arte, io credo potrebbe dare molti contributi al mondo dell'arte contemporanea. Il suo lavoro curatoriale per il Padiglione Italia ("L'arte non è cosa nostra") all'interno della 54. Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia (la Biennale) è uno di questi contributi importanti. Non perché abbia centrato appieno il proprio lavoro, ma perché ha creato un dibattito attorno ad esso: e il confronto dissonante è di certo matrice di crescita. Sgarbi ha proposto un "magazzino d'arte" fatto di opere affiancate e sovrapposte (un "caos" l'ha chiamato Gillo Dorfles, pur apprezzandone l'idea di fondo), mettendo fianco a fianco un numero impensabile di artisti rispetto le scelte curatoriali tipiche per una Biennale. Ha preferito far venire meno il pensiero forte, l'indirizzo diremo, a favore dell'oggetto, che in questo caso è davvero molteplice. Ha chiesto a molti, da lui considerati intellettuali, italiani di proporre un'artista e poi grazie all'allestimento di Benedetta Tagliabue li ha "mostrati". Insomma non ha scelto, non ha fatto il critico. Io diffido di questa "non scelta" e condivido quando Robert Storr dichiara di preferire "la riaffermazione della centralità della critica" (lui, d'altra parte, era direttore alla Biennale nel 2007 e non può oggi che affermare la bontà delle sue scelte di allora). Inoltre è ancora Dorfles a suggerire (cito queste note dall'articolo apparso sul Corriere della Sera a nome di Vincenzo Trione il giorno 04 giugno): "Mi sembra interessante l'idea di proporre un numero tanto elevato di voci: a Venezia non era mai accaduto. Eppure, non si è riusciti a rappresentare un clima. Non si sono suggerite tendenze, stili". In effetti, credo anch'io che questo sia il rischio, quello di non consegnare niente a chi guarda, al pubblico cioé. Non scegliere è in fondo non consegnare nulla alla tutela futura, non mettere sul piedistallo. Non affrontare il problema del ruolo della storia. Oggi, se guardiamo con interesse qualcosa che proviene dal passato, ovvero se diamo un "valore storico" a qualcosa, è perché qualcuno (la critica artistica ad esempio) ha saputo individuarvi un merito all'epoca e quindi successivamente, ovvero quando si è quindi scelto di proteggere quel qualcosa, oppure di "museizzarlo". Come Dorfles, anch'io resto perplesso. Poi Sgarbi non può tralasciare di essere Sgarbi, il provocatore, e quindi alla presentazione ufficiale del Padiglione ha sparato a zero sulle Soprintendenze che hanno concesso alcuni spazi (ad esempio la Basilica palladiana di San Giorgio ad Anish Kapoor, con il tramite del mecenate di turno, ovvero "Vogue Italia" e la sua direttrice Franca Sozzani; o una nicchia del Sansovino a Julian Schnabel al Correr) e soprattutto sul mondo della Moda: "La moda parla di maestri, ma se non hanno una K o una H nel nome, meglio se in fondo, non li espongono nemmeno". Sgarbi ce l'ha con questo mecenatismo fatto di interessi, fatto di profitti, così poco vicino alla cultura e forse più legato al "glamour" pubblicitario che ne consegue. Francesco Bonami spara a zero contro Sgarbi (sono due mondi della critica, i loro, che si muovono paralleli e che non si toccano, alla pari di quelli di Philippe Daverio e dello stesso Bonami, ecc.; ognuno di loro ha un orgoglio ferito e una lingua "ferente" e posizioni da curare, rapporti da sostenere). Lo fa anche Beatrice Trussardi, una delle "mecenati" chiamate in causa, che sottolinea come le fondazioni private siano riuscite a Milano, laddove le istituzioni pubbliche hanno fallito per decenni. E infatti i soldi corrono a Milano attorno al solito glamour, al raffinato che si sposa con il stucchevole, al "vuoto" che sostituisce "i pieni" del passato, dei padri della cultura artistica italiana: "Milano da bere", un tempo, "Milano da allestire", oggi. Attenzione, tutto questo va detto nella consapevolezza che senza i soldi non si fa nulla e i soldi pubblici, che magari ci sono, per la cultura sono sempre un pò più nascosti. Non spaventa il parere di Sgarbi sul ruolo invadente delle Fondazioni, nè il ruolo delle Fondazioni in sè: spiace che si possa e debba fare giusta dietrologia a fronte dei profitti e dei ritorni economici messi in campo, e soprattutto che questi non siano ritorni che avvantaggiano realmente l'ente pubblico, la collettività diremo, sancendo invece un'egemonia del denaro sulle scelte artistiche, svuotando spesso tali scelte di contenuti a favore della forma. Dispiace che l'ente pubblico sia costretto ad affidarsi obbligatoriamente al privato e non possa, per carenza di capacità, volontà o possibilità contrattuale, svolgere indirizzi autonomi. Spiace poi che il privato scelga e ribadisca il ruolo di ulteriori privati, i vari curatori o direttori, che specie in un mondo autoreferenziale qual'è quello dell'arte, approffittano del potere indiretto che hanno per incrementare il proprio orgoglio e la propria ambizione, che è spesso paritetica ad una pochezza etica proprio verso la "cosa pubblica". Si crea una specie di matrioska, tante scatole vuote che proteggono forme vuote, sino a ridursi nel nucleo all'oggetto di per se stesso, trascurando il fine vero, che è la crescita di un popolo, della sua consapevolezza. E così: Sgarbi accusa, Bonami accusa, Trussardi accusa e noi paghiamo. E non solo in termini monetari, bensì formativi.

(nella foto un'opera d'arte concettuale firmata dai miei muratori, idraulici ed elettricisti, dal titolo: Angolo cottura)

venerdì 3 giugno 2011

Cose che non mi piacciono

1° cosa: Venezia, 31 maggio 2011. A Punta della Dogana, nel museo d'arte contemporanea, gli studenti dello IUAV possono incontrare l'architetto giapponese Tadao Ando, uno dei maestri contemporanei, che proprio gli spazi della Dogana ha restaurato alcuni anni orsono. Partecipo a questo incontro, nella speranza che vi sia uno scambio di comunicazioni tra il professionista Ando e gli studenti, che di esperienze formative oggi più che mai hanno bisogno. L'incontro si tradurrà nella semplice dedica da parte dell'architetto giapponese delle monografie pubblicate in Italia sulla sua opera. Nessuno degli studenti (parecchi in realtà) accenna nemmeno l'interesse a fare delle domande all'autore, assiepandosi invece alla cassa per acquistare volumi costosissimi da farsi autografare (che poi io alla loro età tutti sti denari che ora gli studenti tranquillamente ostentano mica li avevo). Anch'io infine compro un volumetto da 10,00 euro e mi faccio fare lo schizzo autografo. Ando è sempre stato un architetto che ho stimato molto, un vero punto di riferimento. Ho sempre adorato la spiritualità che traspare dietro quei suoi muri in cemento lisciato, dietro l'uso della luce naturale che penetra negli spazi e li definisce. Ho sempre adorato quest'uso del muro costruito come atto di separazione netta tra edificato e paesaggio e al contempo come elemento di unione per il rimando del tutto mentale a ciò che nasconde e con il quale cerca un'ideale continuità. Ando fa architettura vera e lo fa con strumenti fisici possenti, ma completamente depotenziati nella loro collocazione nel paesaggio. Mentre alcune ragazze lo fotografano come fosse un cosplayer, dicendo "che carino!!!", l'autore sviluppa le sue dediche quasi fossero il frutto di una catena di montaggio, consegnando a ciascuno abbia dinanzi un volume accompagnandolo con un sonoro "HI!". Molto scenografico, molto samurai, molto teatrale. Provo a rompere il ghiaccio e a dare un senso all'incontro. Chiedo al suo assistente e traduttore (austero, quanto simpatico) se posso fare una domanda al "maestro". Mi risponde in inglese con un secco: "Non penso proprio!". Mi arrendo e mi metto nelle retrovie del gruppo dei fans. Guardo Tadao Ando, che chiede all'assistente del bookshop di scartare tutti i volumi a disposizione nel punto vendita, perché vuole dedicarli tutti, indipendentemente se qualcuno li compri o meno. Penso al ritorno commerciale di quell'operazione, a come autografare quei volumi significhi renderne impossibile la resa al distributore, portare all'esaurimento una tiratura. Ando è lì con la sua spiritualità e la sua cultura a fare il venditore porta a porta. Nel guardarlo ancora, un attimo prima di uscire dalla sala e abbandonare il museo, penso che non voglio diventare così. Non sono un grande progettista e nemmeno sarò mai un'archistar, ma ho rispetto per il significato di una professione. Sento infine una ragazza dire: "Che figo! Fare soldi solo per fare degli scarabocchi!". Ecco, appunto!
2° cosa: Aprono nel centro cittadino della mia città, in pieno centro storico una sala da gioco (slot machine e simili), un piccolo casinò, come viene presentato. Per pubblicizzarne l'inaugurazione, i titolari mandano in strada una quindicina di ragazze in divisa blu attillata, minigonna e calze a rete; tutte ragazze slovene, giovanissime, che solo in parte conoscono l'italiano, che si muovono in gruppo, si fanno apostrofare dai passanti, ridono beate dell'atteggiamento dei ragazzi più giovani e dei vecchi bavosi (ma travestiti da signori borghesi, cordiali, che si danno nell'occasione al baciamano o alla battuta sopraffina). Se volete chiamarmi moralista, bene lo accetto, ma a me che queste ragazze godano di questa loro situazione e che ciò costituisca pure un motivo di lavoro, a pubblicizzare poi quello che niente è se non una pericolosa mania (il gioco), a me, da buon moralista non va giù. E che la gente ne provi consapevole entusiasmo, mi fa terrore.
3° cosa: Al TG1 di oggi (03 giugno) delle 13.30, una giornalista (donna), ha commentato, durante un servizio la possibile fuoriuscita dalla direzione de l'Unità di Concita de Gregorio, conseguentemente a dei presunti cali di vendita che il servizio sottolinea, richiamando anche alcune fonti. Nel farlo ha sottolineato che probabilmente saranno alcuni colleghi (uomini) a succederle, interrogandosi quindi: "Chi si accollerà ora l'onere di rimettere i pantaloni al l'Unità?". Ecco, le "quote rosa" appunto!
4° cosa: Non mi piace che tutte le parole, oggi, appaiano come parole al vento!

P.S. La foto di Ando me l'ha mandata uno studente, si chiama Antonio e, pur non conoscendolo per nulla, lo ringrazio. Inoltre. Oggi non avrei voluto parlare di tutto questo, ma ieri (2 giugno) era anche il trentesimo anniversario dalla morte in un incidente stradale di Rino Gaetano. Mi ricordo la tristezza immensa che provai da ragazzo, nel sentire la notizia, mentre in auto con i miei, tornando da Ravenna, ascoltavamo l'autoradio, all'altezza del ponte lagunare di Chioggia. Adoravo Rino Gaetano e lo ascolto ancora di continuo. Le sue sembravano parole al vento, surreali, inutili, e invece non lo erano per nulla.