Mi accorgo, mentre inizio a scrivere questo post, che quello precedente era il n.200. Volevo così scrivere delle cose e invece ora mi sembra di volerne raccontare delle altre, proprio partendo da questa piccola consapevolezza numerica. Duecento post sono un libro. Mi sorprende quanta energia sia stata spesa nel gestire questi testi, e quanta sia stata forse dispersa o avrebbe potuto favorire altre situazioni. Ancora una volta mi auto-alimento nella riflessione della sovrapposizione tra vita reale e vita raccontata, e tra "vita" e spazio virtuale. Qui, tra queste pagine, siamo in realtà molto più "piccoli" di quanto ciascuno creda. Siamo in fondo delle realtà puntiformi nel grande mare della connettività. Il nostro pensiero, qui, conta molto meno di quanto vogliamo convincerci possa fare, spendendoci così nel tentativo di raggiungere un pubblico, in realtà mai così disattento come in questa sede. Nella realtà "vera" ti muovi, trasformi energia in azioni, che a volte restano, sottolineano, trasformano; qui il cerchio sembra chiudersi su se stesso, poiché le parole si alleggeriscono, perdono di peso, sono a volte degli specchi. La scelta iniziale di non aprire questo blog ai commenti esterni voleva rappresentare proprio il mettere alla prova il ruolo di questo spazio come luogo "possibile" di relazione. Siete stati pochissimi a scrivermi sulla mail messavi a disposizione per cercare tale confronto. Il "commento" è realmente lo strumento dell'usa e getta, dell'autoalimentazione. Anche una email inizialmente pensavo lo fosse, invece si è rivelato per tutti comunque uno strumento complesso da affrontare, bruciato dalla rapida evoluzione del pensiero veloce, spesso poco riflettuto, spesso buttato lì per contrarietà o per chiacchiera al bar. Ecco, questo luogo virtuale accetta ancora la regola del bar, del pensiero da bar, della parola frivola, che rinuncia al linguaggio, all'etimologia, alla semantica, alla sintattica, per limitarsi al suono, all'affermazione cercata dell'"ecco, ci sono" a tutti i costi. "Continuavo a guardare fuori" impone una auto-regolamentazione, ovvero che quanto si va scrivendo risulti perlomeno "digerito", acquisito, messo alle spalle della scrittura. Appartenga ad un ieri, se non temporale, perlomeno psicologico. "Continuavo a guardare fuori" è un passato mentale, più che reale. Ho rinunciato spesso a commentare l'attualità, rileggendola il più delle volte sulla scorta di un bagaglio se non culturale (magari!), di certo speculativo. Ho usato spesso i miei cari fumetti come maschera, al pari delle mie esperienze più naif, quali quelle rivolte al ricordo nostalgico o all'incontro con le "star", ricordando l'accezione che ne faceva Edgar Morin. Ne è infine risultato un viaggio, che è stato per me un percorso epistemiologico, nel senso di ricerca della conoscenza quale esperienza scientifica. E' stato in fondo sempre un tentativo di sondare un metodo, definire una chiave di comprensione dell'odierno. Oggi, periodo storico in cui appare ineluttabile che sia la storia a risultare il luogo di approfondimento umanistico preferenziale, dovendosi ricercare delle risposte ad una quotidianità debole proprio attraverso la forza sostanziale della lettura storica, mi sembra un dovere affrontare il presente. "Continuavo" è un lascito del passato che si approfondisce nell'odierno, è un flusso e non una serie di occasioni che lavorano a scompartimenti separati. Non ho ancora voglia, quindi, di abbandonare queste pagine, pur nella consapevolezza della loro inutile specularità. Scrivo per chi? Scrivo per me? Forse. Ma perché non potrebbe essere così!
Visualizzazione post con etichetta Istruzioni per l'uso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Istruzioni per l'uso. Mostra tutti i post
venerdì 14 novembre 2014
giovedì 14 ottobre 2010
Cambio di prospettiva
Il giorno 14 settembre questo blog compiva un anno. La cosa, invece che costituire un momento di stimolo per fare crescere ulteriormente questa "sede" virtuale, si è rivelata un momento di riflessione contraddittoria. Se c'è una cosa che mi da fastidio è la dipendenza. Qualsiasi forma di dipendenza. Quella diretta e quelle indirette a cui le situazioni della vita ci costringono (non parlo degli affetti, dei sentimenti e nemmeno degli interessi veri, che quelli sono altra cosa, parlo di sovrastrutture che consciamente o involontariamente finiamo per crearci, oppure alle quali parassitariamente finiamo per affezionarci: i vizi, anche). Avevo voglia così di capire se queste pagine a cui ho dedicato del tempo fossero diventate, un pò per alcuni commenti lusinghieri che esse hanno ricevuto, un pò perchè ho scoperto essere lette da molti, una piccola narcisistica dipendenza.
Dopo un mese esatto di "digiuno" ho capito che da un lato esse sono state positive per l'avermi fatto allacciare rapporti culturali con specifiche persone, oppure per avermi concesso di pensare "ad alta voce" su certi argomenti (e quindi indirettamente di rifletterci sopra). Dall'altro hanno però assorbito del tempo e un' pò della mia propensione verso "il fare".
Ho capito che ci sono anni del "dire" (del "pensare") e anni del "fare". Percepisco, come una dirompente esigenza, che l'anno che idealmente sta nascendo in queste settimane, sarà un anno del fare.
A questo punto, inevitabilmente, dovrò assecondare tale stimolo, altrimenti sarei contraddittorio con la mia indole, e, altrettanto inevitabilmente, dovrò tralasciare "il dire".
Non farò però morire questi fogli. Dilaterò a cadenza, che spero perlomeno mensile (ma non mi pongo limiti veri o appunto sovrastrutture), gli aggiornamenti sulle situazioni, sui pensieri che accompagneranno "il fare".
Posso anticipare solo che dopo un anno di pensieri vari, alcuni punti si sono focalizzati come interessi veri, che saranno quindi affrontati in altra sede (nel mondo reale, quello delle persone, dei confronti e degli scontri necessari per concretizzare delle idee). Tra essi: la necessità del costruire, del raccontare, di ridefinire nuovamente qualcosa attraverso un atto narrante che possa superare l'ormai, a mio giudizio, fallimentare raggiungimento di decostruzione postmoderna. E inoltre: sondare ancor più a fondo il senso della memoria, non tanto nella sua rappresentazione poetica o mentale, ma in solido, nel confronto diretto e materico con le generazioni che ci hanno preceduto, nell'intento di scoprire cosa è andato perso rispetto loro, in particolare cosa facesse di quella generazione una generazione di inarrivabili "giganti", per noi, a confronto, teneri e decadenti lillipuziani.
A presto con qualche nuovo sguardo interrogativo sul "fuori".
venerdì 18 settembre 2009
Effetto sinistro
Mi è stato chiesto con curiosità del perché di "effetto sinistro". E' anche questo il titolo di un mio racconto, che pubblicherò qui più avanti "a puntate". Comunque, nel breve: non amo il lato oscuro della forza e non sono neppure un pessimista o un depresso. E' che la maggior parte delle sensazioni ,"gli effetti", che provo sono emozioni e coinvolgendo queste idealmente anche il cuore, le penso come collocate a sinistra. Come scriveva Andrea Pazienza ne "Il segno di una resa invincibile", forse il cuore non è solo un muscolo involontario...
giovedì 17 settembre 2009
Continuavo a guardare fuori
Mi chiedevo che nome dare a questo blog. Ho scelto di ripetere il titolo che tempo fa ho scelto di dare ad un piccolo libro di racconti che ho scritto e autopubblicato con quelli della ARTeFUMETTO di Monfalcone (ne parlerò più avanti, sia del libro che della ARTeFUMETTO, comunque trovate la copertina del libro e il link alla ARTeFUMETTO nella colonna principale).
Inanzitutto mi piace veramente "guardare fuori", soprattutto perchè in fondo ciò implica che tu te ne stai dentro qualcosa, la tua vita, i tuoi pensieri, ma che comunque presti attenzione a ciò che ti sta intorno, spesso andando ad interagire con esso.
Poi l'idea di "continuare" a farlo mi garantisce un'idea di non passività prolungata nel corso del tempo: una ricerca continua, che è quindi impegno personale e dunque crescita.
Il "continuavo", con il verbo declinato al passato, calza perfettamente con l'idea che ho di contemporaneità e della quale sono in parte debitore alla lettura di un libro di un autore che non amo molto, ma che in questo caso ha saputo coinvolgermi con le sue riflessioni. Giorgio Agamben, nel libercolo Che cos'è il contemporaneo?, editato dalle "Edizioni nottetempo" di Roma nella collana i sassi, scrive: ..il contemporaneo non è soltanto colui che, percependo il buio del presente, ne afferra l'inesitabile luce; è anche colui che, dividendo e interpolando il tempo, è in grado di trasformarlo e di metterlo in relazione con gli altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia, di "citarla"secondo una necessità che non proviene in alcun modo dal suo arbitrio, ma da un'esigenza a cui egli non può non rispondere.
Inanzitutto mi piace veramente "guardare fuori", soprattutto perchè in fondo ciò implica che tu te ne stai dentro qualcosa, la tua vita, i tuoi pensieri, ma che comunque presti attenzione a ciò che ti sta intorno, spesso andando ad interagire con esso.
Poi l'idea di "continuare" a farlo mi garantisce un'idea di non passività prolungata nel corso del tempo: una ricerca continua, che è quindi impegno personale e dunque crescita.
Il "continuavo", con il verbo declinato al passato, calza perfettamente con l'idea che ho di contemporaneità e della quale sono in parte debitore alla lettura di un libro di un autore che non amo molto, ma che in questo caso ha saputo coinvolgermi con le sue riflessioni. Giorgio Agamben, nel libercolo Che cos'è il contemporaneo?, editato dalle "Edizioni nottetempo" di Roma nella collana i sassi, scrive: ..il contemporaneo non è soltanto colui che, percependo il buio del presente, ne afferra l'inesitabile luce; è anche colui che, dividendo e interpolando il tempo, è in grado di trasformarlo e di metterlo in relazione con gli altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia, di "citarla"secondo una necessità che non proviene in alcun modo dal suo arbitrio, ma da un'esigenza a cui egli non può non rispondere.
Sì non vi sbagliate sono pippe sacrosante. Ma la cosa mi ha colpito e io nei panni del "contemporaneo" di turno ho creduto di proporre una buona lettura delle cose che mi circondano attraverso una raccolta non sistematica di ciò che mi ha interessato e passato al fianco negli anni scorsi, citando appunto e declinando la mia ricerca all'imperfetto, "continuavo" appunto. Inoltre l'"imperfezione" mi piace di per sè. Diciamo che si addice al contemporaneo e alla caratteristica che più di tutte gli si avvicina, la "complessità".
Non sono capace di parlarne in maniera filosofica, anzi non credo proprio di saperne parlare in genere. Poiché però sono anche un architetto, credo di poter tradurre il tutto con quest'immagine qui sotto.
Non sono capace di parlarne in maniera filosofica, anzi non credo proprio di saperne parlare in genere. Poiché però sono anche un architetto, credo di poter tradurre il tutto con quest'immagine qui sotto.
E' una foto scattata a Venezia nell'area del convento di Santa Maria dei Servi a Canareggio che oggi ospita l'ostello di Santa Fosca e la relativa casa studentesca. E' quello di cui stiamo parlando forse un'infilata prospettica del nuovo verso l'antico? Un ponte offerto da ciò che nasce verso ciò che decade? E' in realtà solo una proposta per una ricerca ulteriore.
Quando penso a quanto detto qui sopra mi ritorna alla mente un pensiero di quello che credo essere forse lo scrittore che più di tutti sento vicino e caro: Italo Calvino. Banale forse, ma non sono qui per stupire. Calvino scrive nella presentazione al suo testo Una pietra sopra del 1980: La società si manifesta come collasso, come frana, come cancrena (o, nelle sue apparenze meno catastrofiche, come vita alla giornata); e la letteratura sopravvive come dispersa nelle crepe e nelle sconessure, come coscienza che nessun crollo sarà tanto definitivo da escludere altri crolli. (...) Non per questo si scoraggia l'applicazione a cercar di comprendere e indicare e comporre, ma prende via via più rilievo un aspetto che a ben vedere era presente fin da principio: il senso del complicato e del molteplice e del relativo e dello sfaccettato che determina un'attitudine di perplessità sistematica.
Sì. Sono perplesso, "guardo fuori" e attorno e sono perplesso. Dubito. E questo alimenta altra curiosità. Di certo non invita all'arrendevolezza.
lunedì 14 settembre 2009
Perché qui?!
Da oggi si inizia, a scadenza perlomeno settimanale, solo per voi, tutto, ma proprio tutto, quello che difficilmente credo possa interessarvi di sapere sul mio piccolo mondo.
Apro queste pagine con una citazione letteraria, che credo esprima bene lo spirito e le motivazioni che mi spingono a cercare una strada anche in questo contenitore virtuale. Eccola:
"Discutemmo fino a tardi sulla possibilità di avere anche noi un itinerario di viaggi tracciato sul nostro sistema nervoso centrale: sarebbe l'unica spiegazione della nostra folle irrequietezza."
Bruce Chatwin, In Patagonia, Adelphi, Milano 1982/2003.
Benvenuti.
Iscriviti a:
Post (Atom)
