martedì 25 aprile 2017

No confusion

Oggi è il 25 aprile. Serve spiegare qualcosa? Non dovrebbe, ma invece serve. E' importante ribadire le cose all'infinito, perché c'è sempre chi vuole trovare strade parallele per affermare il dubbio. Bene, volevo quest'oggi solo ribadire che questa di oggi è la festa per l'anniversario della liberazione dai nazifascismi (anche quelli subdoli e psicologici) e non c'è nient'altro da sottolineare. E ci possono essere persone che durante questo giorno intendano affermare posizioni divergenti o revisioniste, e che si sentano  a disagio... bene, volevo qui scrivere a parole grandi e chiare che a fronte del ricordo di tutte quelle storie di uomini e donne che hanno creduto possibile che ciascuno di noi (diciamo io) potesse anni dopo (diciamo oggi) esprimere un'idea senza appoggiare un'ideologia, il sottoscritto nel vivere questa giornata si sente benissimo, a perfetto suo agio.

lunedì 17 aprile 2017

La retorica che potrebbe servire

Ricordo con grande affetto e lucidità tutte quelle persone amiche che, in vari momenti della mia vita sin qui trascorsa, hanno ritenuto di voler ribadire il privilegio vissuto dalla mia generazione, in quanto totalmente inconsapevole di cosa significhi vivere "dal di dentro" una guerra. Mi auguro che quelle persone non debbano ricredersi, oppure che noi non si debba infine pentirci di aver vissuto quella fortuna come un dono scontato, un regalo per cui altri hanno messo del loro, con noi inconsapevoli che non basta stare a guardare, ma che invece sarebbe perlomeno importante continuamente riflettere sulle proprie parole, sui propri gesti prima di trasformarli in motivazioni di scontro. E' un invito rivolto al mondo, se è vero che questo strumento di comunicazione può arrivare ovunque, che cede alla retorica delle parole a beneficio del messaggio: non rinunciamo alla pace!


domenica 2 aprile 2017

Speculazione permanente

Una frase su di un muro di Bologna (nelle vetrine adiacenti si scorgono delle sagome che ritraggono Lucio Dalla, usate come manichini, e infatti non siamo distanti da quella che fu la sua casa) mi fa riflettere che in fondo il problema di questa nostra società è tutto qui: nel senso di questa frase illuminante. E penso che non si debba limitarsi ad interpretare il termine "rivoluzione" nel significato spesso ideologico che diamo ad esso in senso stretto, ma richiamare alla sua accezione di "mutamento radicale", cambiare nel profondo: riscatto individuale e riscatto collettivo, dall'apatia dello stare male, ma non abbastanza. Buon lavoro su se stessi, a tutti!

lunedì 20 febbraio 2017

Un ricordo

Sabato 18 febbraio è scomparso Giacomo Pueroni, disegnatore, fumettista. Era malato di SLA. Leggo oggi molti commenti online, sulle pagine di settore e sui social, di apprezzamento e di dispiacere sincero. Giacomo era un persona simpatica e disponibile e ha saputo negli anni farsi volere bene. Era anche un serio professionsta  e di certo uno che i fumetti li conosceva davvero. La mia vita si è intrecciata molte volte con la sua perlopiù nella frequentazione comune di eventi e situazioni legate al mondo del comics. Per un tempo non brevissimo sono stato anche il suo pseudo-editore attraverso l'Associazione ARTeFUMETTO di Monfalcone, che ha collaboratoto alla stampa e alla distribuzione di Anjce, fumetto realizzato da Giacomo assieme a Miriam Blasich e Luca Vergerio. Ricordare tutto questo, oggi, è per me alquanto difficile, mi provoca una certa fastidiosa emozione. Nell'ultimo anno ho progettato, immaginato molti modi per poterlo aiutare nel suo percorso più difficile, ma non ho saputo portare nulla di ciò a concretezza. Mi sono spesso dato delle scuse, anche dove forse non c'erano. Questo mi provoca oggi un grande rammarico, perché in fondo sarebbe bastato crederci un pò di più, darsi un pò di più. Ringrazio, da persona che non lo ha fatto, tutti coloro che hanno saputo e voluto stargli vicino in questi mesi. A loro va tutta la mia gratitudine, indipendentemente da chi siano. Di Giacomo ricordo in particolare una mattinata passata a Lucca all'incontro con Jean-Claude Mézières, autore di Valerian, una delle serie BD su cui Giacomo si è formato, sulla quale ha costruito il proprio immaginario e il proprio segno. Ricordo la sua eccitazione nel sapersi lì con uno dei suoi idoli assoluti. Per una strana coincidenza la trasposizione cinematografica di Valerian uscirà in Italia nell'estate 2017, per la regia di Luc Besson. Andrò di certo al cinema appena sarà in sala, ci andrò con la consapevolezza che non sarò da solo.   

domenica 12 febbraio 2017

Ti ti ti ti

Rientra nel pensiero complesso il desiderio, sempre maggiore, di poter consapevolmente interrogarsi su questo periodo culturale di transizione, dove nessuno da solo riesce a dare realmente una lettura adeguata di cosa ci sta succedendo intorno o, meglio, dove tutti si sentono in grado di darne una propria e personale, finendo per vanificare il senso stesso di questa. Si alza quotidianamente la voce dei molti, determinando, invece che un'accellerazione del pensiero critico, un appiattimento retorico e ideologicamente partigiano rispetto le tematiche poste. Il pensiero politico non ci aiuta, poichè gestito rispetto finalità immediate e non lungimiranti, perlopiù strumentali. Credo che, nell'esame della cultura politica, si debba andare anche oltre rispetto certa retorica dinanzi ai temi, ad esempio la tautologica ripetizione di certe rivendicazioni rispetto "il costo della politica, l'interesse personale dietro la politica, il compromesso". Nel continuo blaterare attorno a questi temi si permette e si accetta il ridimensionamento del pensiero politico stesso. Una considerazione mi preoccupa su tutte, quella che ciascun politico per emergere debba sperimentare una propria strada personale a scapito di quanto si è sedimentato precedentemente, così da interrompere continuamente i percorsi, e, nell'affrancarsi, crearsi una nuova verginità, garantire un reale collasso di senso al tutto. Mi torna in mente una canzone di Rino Gaetano, Ti ti ti ti, dove nel parlare della politica di allora si evidenziava: "Partono tutti incendiari e fieri, ma quando arrivano sono tutti pompieri". Anche in ciò vi è forse una dimostrazione di retorica critica, ma la constatazione dei fatti ci porta a evidenziare come le cose stiano così come il cantautore ci raccontava nel 1980. La disamina è in fondo infinita. Una casistica ininterrotta di casi emblematici di fallimenti interpretativi, comunicativi, che, alla fine, nell'aprire la possibilità di parola a tutti, determina un corto circuito a margine del quale nei fatti non parla più nessuno. Le voci si coprono e nessuno ascolta. Mi prende in questi giorni un desiderio profondo di ascolto, ma mi rendo conto che attorno vi è spazio solo per "le piccole storie", per visioni parziali, in assenza di una interpretazione ampia, sistemica, che sappia allargare l'orizzonte invece che costringerlo, condizionarlo. Le "piccole storie" vanno per la maggiore, sono comode, poco impegnative, garantiscono punti di vista di fatto limitati. Tutto il mondo della "rete" vive di "piccole storie", interscambiabili. Ogni alzata di voce è in fondo solo un abbassamento del volume generale, fino alla determinazione di un bisbiglio continuo, fastidioso o indifferente, fino alla sparizione definitiva. L'indifferenza finisce per esplicitarsi meglio nell'esigenza individuale di alzare continuamente la mano anche quando non si ha nulla di prezioso da dire (mi capita spesso di rilevare questo a scuola nei bambini e nei ragazzi, ai quali è stato insegnato a non fare troppa differenza tra invito alla partecipazione quale stimolo alla curiosità o alla creatività, e semplice esigenza intima di apparire protagonisti). L'opinione soggettiva impera, e guidata dalla comunicazione mediata si traduce anche in opinione pubblica collettiva. Essa si concede come chiede la tecnica di un ipnotista quando ci pone dinanzi agli occhi il proprio dito e ci invita a seguirlo sino a conquistare l'essenza della nostra coscienza. E sono ancora le "piccole storie" a venirci proposte e quindi a conquistare la nostra attenzione e infine ad omologare il nostro pensiero. Perlopiù la partecipazione diretta sfuma nell'assenza di partecipazione o in una partecipazione fittizia, condizionata. Serve autonomia di pensiero, pertinenza di linguaggio e consapevolezza nel comunicare. E ciò vale per ogni scelta, per ogni manifestazione di cittadinanza o di empatia verso ciò che ci circonda. Spetta agli altri, ma spetta anche a noi.

venerdì 30 dicembre 2016

Piccole scatole emozionali n.21

Dei diversi incontri capitatimi da allora, questo resta forse il più intenso. A Cesena. Il pubblico seduto non si trattiene e salta in piedi. Alcuni delle seconde file si lamentano ad alta voce. Lei finisce la canzone e, rivolta a chi grida alle prime file di sedersi, chiede: "Non capisco, qual'è il problema? Che loro si sono alzati e voi non riuscite a vedere? E' un finto problema! Alzatevi anche voi". E comincia Pissing in a River. Dopo alcuni secondi le seconde file sono travolte da qualche centinaio di persone, danzanti. A fine concerto Lenny Kaye firma alcuni LP a dei fans, ma lei non c'è. Delle ragazze urlano in coro: "Patti...Patti...". Lei, severa, esce da dietro una tenda, si avvicina al gruppetto e le ammutolisce: "Smettetela, non sono i Beatles. Amate voi stesse e non l'idea di chi non conoscete!". Oggi, 30 dicembre 2016, Patricia Lee Smith copie 70 anni. Ne aveva 54 quando dedicò questo flyer. Mi ricordo che lei scriveva e io la guardavo da vicino e scorgevo, oltre ad una strana impalpabile paura nel suo sguardo, anche la stessa sorprendente bellezza che ora riconosco in questa foto di Robert Mapplethorpe.

domenica 18 dicembre 2016

Ecco il percorso!

Sono due mesi che non scrivo su queste pagine. A fronte dei cambiamenti sociali, politici, culturali, che ho potuto personalmente riscontrare durante i percorsi collettivi e individuali intrapresi, posso dire di riuscire ad esprimere ora soltanto una certa perplessità. Arrivo alla fine di una altro traguardo annuale con la abituale volontà di fare un resoconto del vissuto e non riesco a liberare la mente dalle mille imposizioni che il "continuare a guardare fuori" mi ha proposto e mi propone. Mi chiedo: ma in che casino ci stiamo mettendo tutti quanti? E' una domanda che affronta con consapevolezza vari campi di analisi. Intanto mi sconvolge che a fronte di una mole comunicativa pressoché tendente all'infinito ora non riesca a mettere a fuoco scientemente nulla. Il "fuori" travolge e non svolge. Si pone il dubbio se queste pagine abbiano ancora un senso rispetto il titolo che si sono poste, specialmente rispetto l'utilità del "continuare", e che il fine del "guardare" debba restare il "fuori". Ma uno non sceglie veramente fino in fondo il proprio percorso e la direzione posta inizialmente oggi forse si "impone" più che "proporsi". Accetto quindi di trovare durante la scalata (vera) intrapresa negli ultimi mesi alcuni "appigli" solidi e usare questi per assicurare la mia "fune vita". Capirete che è anche un bisogno sostanziale e non più solo una scelta.
Prima di enumerare queste tappe salvifiche vorrei però fare alcune riflessioni interrogative, che meritano, ma non avranno (va da sé) certa risposta. Ci stanno rimbecillendo con tutti gli strumenti che hanno a disposizione, o meglio trovano continui strumenti per determinare la cosa? Ci costringono a seguire scambi sociali virtuali senza alcun obiettivo ultimo (tantomeno di crescita critica) per affossarci fisicamente e intellettivamente e stemperare nell'onda narcisista ogni velleità reattiva? Ad esempio ci impongono percorsi elettorali infiniti per evitare di dar tempo a chiunque di fermarsi poi a verificare se agli obiettivi posti seguano non solo soluzioni alternative, bensì efficaci? L'efficacia non fa rima con efficienza, almeno mi pare. Il fare e disfare è alla base del fare bene? Oppure intercetta soltanto consensi diversificati, nell'alternanza ormai tutta psicologica di sentirsi rappresentati più da vicino rispetto interessi di certo personali e non collettivi? E' democratica la parola a tutti, o è parte essa stessa della limitazione alla rappresentatività vera? Ma la parola è veramente più importante della riflessione? Ma la riflessione è utile senza il riscontro operativo? E poi, il riscontro operativo finale è utile senza una riflessione non ideologica, o meglio senza una riflessione operata nel dubbio? Infine, la riflessione serve a smobilitare le certezze o la produciamo come ormai si produce un qualsiasi inutile adempimento burocratico? Giorni fa un collega mi ha posto dinanzi ad una riflessione su cosa fosse anni fa l'essere architetto e cosa lo sia diventato oggi, e lo ha fatto partendo dal solo dato normativo, ovvero da come ci vede da fuori chi indirizza costitutivamente il nostro lavoro. Un tempo (mi ha sottoposto il collega) un architetto (in quanto libero professionista) era qualificato attraverso l'art. 33 della Costituzione, attraverso i contenuti del Regio Decreto del 1925 e quindi dell'art. 2229 del Codice Civile, che determinano l'ambito entro cui agire e le competenze di riferimento: a questo poi andava consolidandosi il sapere culturale, umanistico e tecnico (esperenziale e intellettuale). Oggi dopo anni di normativa italiana e europea lo stesso architetto si qualifica attraverso: un'identità digitale (la PEC, la Firma digitale e puttanate così), dei requisiti economici di dotazione (quanto guadagno, quanti pc possiedo, quanti palazzi ho progettato...), una polizza assicurativa, un disciplinare che mi rapporta con il committente, e naturalmente una formazione obbligatoria (che se non fosse obbligatoria col cavolo che poi a qualcuno interesserebbe da una parte fartela e dall'altra parte riceverla). Ecco cosa siamo oggi, noi architetti (nostro malgrado)! Ma gli altri, ciascuno nel proprio campo di attività, se lo sono mai chiesto? E a caduta, cosa sia un cittadino, cosa sia un elettore, cosa sia uno studente, cosa sia un immigrato, cosa sia un individuo! La globalizzazione (omologazione di pensiero, indifferenza...chiamatela come vi pare, quella roba lì!) non ha vinto in quanto è venuta imponendosi come necessaria, ma perché ciascuno di noi ha rinunciato a guardarsi da fuori e cercare di capire quanto permane realmente della propria ragione di essere e quindi della propria individualità di pensiero. Le vicende mediatiche che ci stanno ottembrando la mente (tramite l'assuefazione al giudizio, il pregiudizio e la limitazione al giudizio) infine hanno portato ad una totale dequalificazione della propensione etica di ciascuno, nel favorire percorsi normativi dettati da fuori (dall'alto, ma anche dal basso), dove alla base di tutto vi è comunque la mancanza di un'idea di res publica, di cosa comune: la cosa è di qualcuno che sta lassù, che mi limita (il principe, il ricco, il politico) e che io, che invece sto quaggiù, povero me, mi sento in diritto (anzi in dovere) di fregare. Ma in questo viatico inutile alla fine la mimesi non è altro da me, e così mi trovo incline a percorsi masochistici, che possono forse spiegare, nella frustrazione generale, il perché si compiano certe scelte culturali. Ok, basta, ecco il meglio del mio anno e in genere dell'anno in corso di chiusura, ovviamente per me (che più soggettivo di così si muore)!
Ero a Bologna, a fine novembre (giusto per partire dalla fine) al BilBOlbul, il festival internazionale del fumetto per incontrare Chris Ware. Ascoltare il suo pensiero e poi scambiare alcune battute con lui è stato interessante e anche opportuno (sono qui sotto con Ware, ringrazio Andrea Brusoni del Centro Fumetto Andrea Pazienza per lo scatto). Le tavole alla sua mostra erano fantastiche: per la ricerca compositiva principalmente; la stampa amplifica la cosa su altre direzioni, grazie al colore, ma le tavole "nude" sono realmente molto interessanti da studiare.
A Bologna ho acquistato il volume sui fumetti più utile dell'anno. E' il nuovo numero del semestrale Hamelin (n.42), che mi ha attratto grazie ad una frase ripresa da un'intervista a Ware, presente nel testo ("Ogni casa o edificio in cui scegliamo di vivere riflette o contraddice la nostra infanzia e ciò che vogliamo divenire"). Il volumetto intitolato Che cosa sono le nuvole? Sguardi sul fumetto contemporaneo, raccoglie vari saggi e interviste sui temi caldi del fumetto, e quindi fa il punto sui dieci anni del festival bolognese. Nel leggerlo mi sono reso conto di come proprio all'interno di quel festival abbia avuto occasione di partecipare ad alcuni incontri con gli autori invitati che hanno non poco determinato alcune mie opinioni sul medium a me caro, uno su tutti quello del marzo 2008 con Paul Hornschemeier, Kevin Huizenga e Anders Nilsen (ma ricordo anche le inaugurazioni delle mostre di Charles Burns e di Thomas Ott nel 2009 e quindi quella delle mostre di Emmanuel Guibert e Didier Lefèure nel 2010 e di Brecht Evens nel 2011). Quelle e moltre altre occasioni bolognesi hanno di certo condizionato quest'anno le scelte dei migliori fumetti del 2016. Il miglior fumetto dell'anno è (per me, ovvio, ma con una distanza abissale su qualsiasi altra cosa apparsa sul mercato italiano) Patience di Daniel Clowes e non è un caso che i curatori di Hamelin discutano all'interno del volumetto se e come continuare il festival, sulla necessità di cambiare, ma anche dell'opportunità di una mostra italiana su Clowes. Dall'uscita di Ghost World in Italia l'autore americano è un faro acceso tra le mie letture e quest'anno ha spaccato tutto. Al secondo posto di certo Morire in piedi di Adrian Tomine, minimalismo a fumetti di carveriana memoria. E per finire, e qui il cerchio si chiude rispetto quanto detto all'inizio, La vita con Mr. Dangerous di Paul Hornschemeier. Una menzione ad Editoriale Aurea per aver finalmente pubblicato dignitosamente (in due volumi) La porta per il cielo di Maiko e Sicomoro. Questo il meglio. Per il resto, tanta fuffa ristampata e coverizzata, trita e ritrita, da ricordare forse per passare il proprio tempo, compiacendosi nell'estetica di qualcosa, a volte del contenuto, a volte della confezione.
David Bowie muore ai primi di gennaio e l'anno è una continua rincorsa del suo lavoro, che culmina per me a fine ottobre quando posso finalmente visitare la mostra bolognese David Bowie Is, al MAMbo. Una mostra capolavoro, totalizzante, che fa emergere netta la grandezza dell'autore (non serve che lo dica, ma quando vedi certe cose esposte e soprattutto certi percorsi espositivi che ti permettono di riflettere su qualcosa, il senso delle parole cambia). 
Bowie prima di morire fa uscire Blackstar e di certo molti avranno scelto questo come disco dell'anno (il disco lo merita, anche se la mostra ci dice chiaramente quali siano i momenti di grandezza nel percorso dell'autore), ma per me il vero momento catartico è stata l'uscita di The Hope Six Demolition Project di Pj Harvey. L'averla incontrata a Milano, ad aprile, durante il suo readeng poetico di anticipazione del disco, ha di certo determinato uno dei momenti solenni dell'anno, a tale punto che ho rinunciato ad andare ai suoi concerti italiani di ottobre per non rovinarmi il ricordo della cosa (qui sotto la Harvey abbandona il palco alla fine del reading, foto orribile, ma farne altre è stato impossibile). Lo scoprire, poi, che il nuovo disco era una piccola bomba di ricerca musicale va ora a confermare l'inevitabilità di una scelta.
Proseguiamo con la musica. Il concerto topico dell'anno è stato anche uno di quei concerti feticcio da cui non mi potrò facilmente liberare. A luglio (13 luglio) sono sotto il palco (terza fila in piedi) a Piazzolla sul Brenta per ascoltare Neil Young. Lo desideravo da molto e infine ottengo una serata incredibile dove lui accetta di fare da guida ad un gruppo di ragazzi giovani (Promise of the Real) che lo guardano sul palco come scorgessero Dio. Daniele, che era con me, racconta qui il concerto con tanto di scaletta, ma al di là di quanto ciascuno possa dirne il dittico Alabama e Words è stato un dei momenti più intensi della mia carriera di frequentatore di concerti rock: http://www.spettakolo.it/2016/07/14/eterno-neil-young-carezze-pugni-piazzola-sul-brenta/ (la foto qui sotto è invece mia).
A Villa Manin di Passariano, ancora a luglio (20 luglio) ecco  finalmente un concerto di Suzanne Vega. Lei per me è stata, negli anni 80, la rivelazione di un intero mondo musicale (ognuno usa una porta personale per entrare e per me lei fu al tempo un portone amplissimo) e scoprire la sua bravura in diretta è stato un gran momento personale (qui sotto una foto a fine concerto fatta da uno sconosciuto che poi me l'ha mandata; in mano ho un cofanetto di registrazioni che mi tengo ora come una cara reliquia autografata).
Il miglior film dell'anno è in realtà stato presentato a settembre a Venezia per la Biennale cinema. E' un vero capolavoro di estetica cinematografica e di certo un momento di grande coinvolgimento psicologico. Animali notturni di Tom Ford esce a novembre in Italia, ma supera in valore tutto quanto si è visto prima. La protagonista è Amy Adams, alquanto poco disposta a Venezia a farsi avvicinare. Passa in ogni dove come una meteora, ma a lei va il mio premio per l'attrice dell'anno (qui sotto una mia foto a Venezia; lei scende dalla motonave assieme all'Occhio di Falco degli Avengers filmici, al secolo Jeremy Renner).
Ma Venezia è stata da sempre terra di incontri importanti. Ed ecco che è proprio qui, nella mia "città mentale", che riesco, sempre a settembre, ad incontrare uno dei miei miti più grandi: Wim Wenders. Al suo Il cielo sopra Berlino del 1987 devo molta della mia passione per il cinema d'autore; ad un suo libro The act of seeing, devo il titolo e il senso del lavoro fatto con l'Associazione culturale ETRA di Monfalcone negli ultimi cinque anni. E quindi, scusate, ma un autografo, un selfie e qualche scambio simpatico proprio ci stanno.
Oltre all'autografo Wenders regala anche due ali angeliche all'ormai scomparso Peter Falk.
Altro momento "solenne" va ricercato tra le esperienze regalate dall'appuntamento annuale con Lucca Comics & Games. Ecco due foto per raccontare una passione mai venuta meno e quest'anno rinnovatasi. La prima è lo storyboard disegnato  da Giorgio Cavazzano durante un workshop a Lucca per pochi intimi; la cosa più interessante da sottolineare è che il soggetto è di Alessia: Paperino riceve una lettera da Equitalia... e poi va da sè! La seconda foto coglie la conclusione della lectio magistralis di Cavazzano e il momento del calco delle mani per la walk of fame lucchese. Giorgio resta sempre una tappa costante per la mia ricerca fumettistica.


E a proposito di Lucca, ecco alcune immagini scelte. Dall'edonismo cosplayer, fino alla forza e il coraggio di sbattere il pugno davanti alle questioni che la vita ci propone (a Lucca Harley Quinn impazza, ma lei è la più irriverente e in parte di tutte!).
in posa all'ombra della Citadel
Scotty Young: il vero vincitore di Lucca
Il fascino del macabro
Frank Cho mostra il regalo appena ricevuto da Manara
Leo Ortolani e Giacomo Bevilacqua: il fumetto italiano che tira!
Il kit di soppravivenza per attacchi Zombie di Zerocalcare
Ti faccio una foto? Aspetta faccio la bolla!
Il miglior festival del fumetto italiano? No, non è Lucca C&G, ma il Treviso Comic Book Festival, per idee, risultati, visione e coerenza culturale. A settembre a Treviso mi regalo un altro incontro must: con Dave Mckean (grazie ad Alberto Corradi per la sua gentilezza e per la sua competenza; la foto è sua).
 
Il viaggio dell'anno, il luogo simbolo: Norcia, Cstelluccio, Spoleto ecc. Qui sotto una mia foto della Basilica di San Benedetto, che non c'è quasi più. L'esserci stato "prima" del terremoto determina una consapevolezza maggiore rispetto l'entità della perdita. 
E infine. Si è lavorato molto quest'anno, sul piano culturale intendo. Si è cercato di far passare dei concetti, di garantire maggior consapevolezza sul significato di vivere un luogo e di accettarlo per quello che è, del non volerlo trasformare nell'idea che ci facciamo di esso e del non strumentalizzarlo per ragioni altre da esso.
L'Associazione culturale ETRA, di cui promuovo l'attività, ha fatto molto, nelle scuole, con le persone. Ringrazio chi ha creduto in noi e ha collaborato con noi, nella consapevolezza che in queste settimane un grosso colpo di spugna ha fatto tabula rasa del lavoro svolto. E per questo vorrei finire questo lungo post con l'immagine di un incontro pubblico, di conclusione della prima parte di un progetto denominato Per la seconda generazione, ideato da Katia e Laura ed ospitato da ETRA, dedicato ai giovani stranieri residenti a Monfalcone. Comunque sia, loro, i nuovi residenti, saranno il futuro, perché non si può opporre barriere fittizie ad un processo sociale in atto. L'acqua non si limita con i muri, dinanzi all'acqua bisogna provare a nuotare.