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domenica 18 dicembre 2016

Ecco il percorso!

Sono due mesi che non scrivo su queste pagine. A fronte dei cambiamenti sociali, politici, culturali, che ho potuto personalmente riscontrare durante i percorsi collettivi e individuali intrapresi, posso dire di riuscire ad esprimere ora soltanto una certa perplessità. Arrivo alla fine di una altro traguardo annuale con la abituale volontà di fare un resoconto del vissuto e non riesco a liberare la mente dalle mille imposizioni che il "continuare a guardare fuori" mi ha proposto e mi propone. Mi chiedo: ma in che casino ci stiamo mettendo tutti quanti? E' una domanda che affronta con consapevolezza vari campi di analisi. Intanto mi sconvolge che a fronte di una mole comunicativa pressoché tendente all'infinito ora non riesca a mettere a fuoco scientemente nulla. Il "fuori" travolge e non svolge. Si pone il dubbio se queste pagine abbiano ancora un senso rispetto il titolo che si sono poste, specialmente rispetto l'utilità del "continuare", e che il fine del "guardare" debba restare il "fuori". Ma uno non sceglie veramente fino in fondo il proprio percorso e la direzione posta inizialmente oggi forse si "impone" più che "proporsi". Accetto quindi di trovare durante la scalata (vera) intrapresa negli ultimi mesi alcuni "appigli" solidi e usare questi per assicurare la mia "fune vita". Capirete che è anche un bisogno sostanziale e non più solo una scelta.
Prima di enumerare queste tappe salvifiche vorrei però fare alcune riflessioni interrogative, che meritano, ma non avranno (va da sé) certa risposta. Ci stanno rimbecillendo con tutti gli strumenti che hanno a disposizione, o meglio trovano continui strumenti per determinare la cosa? Ci costringono a seguire scambi sociali virtuali senza alcun obiettivo ultimo (tantomeno di crescita critica) per affossarci fisicamente e intellettivamente e stemperare nell'onda narcisista ogni velleità reattiva? Ad esempio ci impongono percorsi elettorali infiniti per evitare di dar tempo a chiunque di fermarsi poi a verificare se agli obiettivi posti seguano non solo soluzioni alternative, bensì efficaci? L'efficacia non fa rima con efficienza, almeno mi pare. Il fare e disfare è alla base del fare bene? Oppure intercetta soltanto consensi diversificati, nell'alternanza ormai tutta psicologica di sentirsi rappresentati più da vicino rispetto interessi di certo personali e non collettivi? E' democratica la parola a tutti, o è parte essa stessa della limitazione alla rappresentatività vera? Ma la parola è veramente più importante della riflessione? Ma la riflessione è utile senza il riscontro operativo? E poi, il riscontro operativo finale è utile senza una riflessione non ideologica, o meglio senza una riflessione operata nel dubbio? Infine, la riflessione serve a smobilitare le certezze o la produciamo come ormai si produce un qualsiasi inutile adempimento burocratico? Giorni fa un collega mi ha posto dinanzi ad una riflessione su cosa fosse anni fa l'essere architetto e cosa lo sia diventato oggi, e lo ha fatto partendo dal solo dato normativo, ovvero da come ci vede da fuori chi indirizza costitutivamente il nostro lavoro. Un tempo (mi ha sottoposto il collega) un architetto (in quanto libero professionista) era qualificato attraverso l'art. 33 della Costituzione, attraverso i contenuti del Regio Decreto del 1925 e quindi dell'art. 2229 del Codice Civile, che determinano l'ambito entro cui agire e le competenze di riferimento: a questo poi andava consolidandosi il sapere culturale, umanistico e tecnico (esperenziale e intellettuale). Oggi dopo anni di normativa italiana e europea lo stesso architetto si qualifica attraverso: un'identità digitale (la PEC, la Firma digitale e puttanate così), dei requisiti economici di dotazione (quanto guadagno, quanti pc possiedo, quanti palazzi ho progettato...), una polizza assicurativa, un disciplinare che mi rapporta con il committente, e naturalmente una formazione obbligatoria (che se non fosse obbligatoria col cavolo che poi a qualcuno interesserebbe da una parte fartela e dall'altra parte riceverla). Ecco cosa siamo oggi, noi architetti (nostro malgrado)! Ma gli altri, ciascuno nel proprio campo di attività, se lo sono mai chiesto? E a caduta, cosa sia un cittadino, cosa sia un elettore, cosa sia uno studente, cosa sia un immigrato, cosa sia un individuo! La globalizzazione (omologazione di pensiero, indifferenza...chiamatela come vi pare, quella roba lì!) non ha vinto in quanto è venuta imponendosi come necessaria, ma perché ciascuno di noi ha rinunciato a guardarsi da fuori e cercare di capire quanto permane realmente della propria ragione di essere e quindi della propria individualità di pensiero. Le vicende mediatiche che ci stanno ottembrando la mente (tramite l'assuefazione al giudizio, il pregiudizio e la limitazione al giudizio) infine hanno portato ad una totale dequalificazione della propensione etica di ciascuno, nel favorire percorsi normativi dettati da fuori (dall'alto, ma anche dal basso), dove alla base di tutto vi è comunque la mancanza di un'idea di res publica, di cosa comune: la cosa è di qualcuno che sta lassù, che mi limita (il principe, il ricco, il politico) e che io, che invece sto quaggiù, povero me, mi sento in diritto (anzi in dovere) di fregare. Ma in questo viatico inutile alla fine la mimesi non è altro da me, e così mi trovo incline a percorsi masochistici, che possono forse spiegare, nella frustrazione generale, il perché si compiano certe scelte culturali. Ok, basta, ecco il meglio del mio anno e in genere dell'anno in corso di chiusura, ovviamente per me (che più soggettivo di così si muore)!
Ero a Bologna, a fine novembre (giusto per partire dalla fine) al BilBOlbul, il festival internazionale del fumetto per incontrare Chris Ware. Ascoltare il suo pensiero e poi scambiare alcune battute con lui è stato interessante e anche opportuno (sono qui sotto con Ware, ringrazio Andrea Brusoni del Centro Fumetto Andrea Pazienza per lo scatto). Le tavole alla sua mostra erano fantastiche: per la ricerca compositiva principalmente; la stampa amplifica la cosa su altre direzioni, grazie al colore, ma le tavole "nude" sono realmente molto interessanti da studiare.
A Bologna ho acquistato il volume sui fumetti più utile dell'anno. E' il nuovo numero del semestrale Hamelin (n.42), che mi ha attratto grazie ad una frase ripresa da un'intervista a Ware, presente nel testo ("Ogni casa o edificio in cui scegliamo di vivere riflette o contraddice la nostra infanzia e ciò che vogliamo divenire"). Il volumetto intitolato Che cosa sono le nuvole? Sguardi sul fumetto contemporaneo, raccoglie vari saggi e interviste sui temi caldi del fumetto, e quindi fa il punto sui dieci anni del festival bolognese. Nel leggerlo mi sono reso conto di come proprio all'interno di quel festival abbia avuto occasione di partecipare ad alcuni incontri con gli autori invitati che hanno non poco determinato alcune mie opinioni sul medium a me caro, uno su tutti quello del marzo 2008 con Paul Hornschemeier, Kevin Huizenga e Anders Nilsen (ma ricordo anche le inaugurazioni delle mostre di Charles Burns e di Thomas Ott nel 2009 e quindi quella delle mostre di Emmanuel Guibert e Didier Lefèure nel 2010 e di Brecht Evens nel 2011). Quelle e moltre altre occasioni bolognesi hanno di certo condizionato quest'anno le scelte dei migliori fumetti del 2016. Il miglior fumetto dell'anno è (per me, ovvio, ma con una distanza abissale su qualsiasi altra cosa apparsa sul mercato italiano) Patience di Daniel Clowes e non è un caso che i curatori di Hamelin discutano all'interno del volumetto se e come continuare il festival, sulla necessità di cambiare, ma anche dell'opportunità di una mostra italiana su Clowes. Dall'uscita di Ghost World in Italia l'autore americano è un faro acceso tra le mie letture e quest'anno ha spaccato tutto. Al secondo posto di certo Morire in piedi di Adrian Tomine, minimalismo a fumetti di carveriana memoria. E per finire, e qui il cerchio si chiude rispetto quanto detto all'inizio, La vita con Mr. Dangerous di Paul Hornschemeier. Una menzione ad Editoriale Aurea per aver finalmente pubblicato dignitosamente (in due volumi) La porta per il cielo di Maiko e Sicomoro. Questo il meglio. Per il resto, tanta fuffa ristampata e coverizzata, trita e ritrita, da ricordare forse per passare il proprio tempo, compiacendosi nell'estetica di qualcosa, a volte del contenuto, a volte della confezione.
David Bowie muore ai primi di gennaio e l'anno è una continua rincorsa del suo lavoro, che culmina per me a fine ottobre quando posso finalmente visitare la mostra bolognese David Bowie Is, al MAMbo. Una mostra capolavoro, totalizzante, che fa emergere netta la grandezza dell'autore (non serve che lo dica, ma quando vedi certe cose esposte e soprattutto certi percorsi espositivi che ti permettono di riflettere su qualcosa, il senso delle parole cambia). 
Bowie prima di morire fa uscire Blackstar e di certo molti avranno scelto questo come disco dell'anno (il disco lo merita, anche se la mostra ci dice chiaramente quali siano i momenti di grandezza nel percorso dell'autore), ma per me il vero momento catartico è stata l'uscita di The Hope Six Demolition Project di Pj Harvey. L'averla incontrata a Milano, ad aprile, durante il suo readeng poetico di anticipazione del disco, ha di certo determinato uno dei momenti solenni dell'anno, a tale punto che ho rinunciato ad andare ai suoi concerti italiani di ottobre per non rovinarmi il ricordo della cosa (qui sotto la Harvey abbandona il palco alla fine del reading, foto orribile, ma farne altre è stato impossibile). Lo scoprire, poi, che il nuovo disco era una piccola bomba di ricerca musicale va ora a confermare l'inevitabilità di una scelta.
Proseguiamo con la musica. Il concerto topico dell'anno è stato anche uno di quei concerti feticcio da cui non mi potrò facilmente liberare. A luglio (13 luglio) sono sotto il palco (terza fila in piedi) a Piazzolla sul Brenta per ascoltare Neil Young. Lo desideravo da molto e infine ottengo una serata incredibile dove lui accetta di fare da guida ad un gruppo di ragazzi giovani (Promise of the Real) che lo guardano sul palco come scorgessero Dio. Daniele, che era con me, racconta qui il concerto con tanto di scaletta, ma al di là di quanto ciascuno possa dirne il dittico Alabama e Words è stato un dei momenti più intensi della mia carriera di frequentatore di concerti rock: http://www.spettakolo.it/2016/07/14/eterno-neil-young-carezze-pugni-piazzola-sul-brenta/ (la foto qui sotto è invece mia).
A Villa Manin di Passariano, ancora a luglio (20 luglio) ecco  finalmente un concerto di Suzanne Vega. Lei per me è stata, negli anni 80, la rivelazione di un intero mondo musicale (ognuno usa una porta personale per entrare e per me lei fu al tempo un portone amplissimo) e scoprire la sua bravura in diretta è stato un gran momento personale (qui sotto una foto a fine concerto fatta da uno sconosciuto che poi me l'ha mandata; in mano ho un cofanetto di registrazioni che mi tengo ora come una cara reliquia autografata).
Il miglior film dell'anno è in realtà stato presentato a settembre a Venezia per la Biennale cinema. E' un vero capolavoro di estetica cinematografica e di certo un momento di grande coinvolgimento psicologico. Animali notturni di Tom Ford esce a novembre in Italia, ma supera in valore tutto quanto si è visto prima. La protagonista è Amy Adams, alquanto poco disposta a Venezia a farsi avvicinare. Passa in ogni dove come una meteora, ma a lei va il mio premio per l'attrice dell'anno (qui sotto una mia foto a Venezia; lei scende dalla motonave assieme all'Occhio di Falco degli Avengers filmici, al secolo Jeremy Renner).
Ma Venezia è stata da sempre terra di incontri importanti. Ed ecco che è proprio qui, nella mia "città mentale", che riesco, sempre a settembre, ad incontrare uno dei miei miti più grandi: Wim Wenders. Al suo Il cielo sopra Berlino del 1987 devo molta della mia passione per il cinema d'autore; ad un suo libro The act of seeing, devo il titolo e il senso del lavoro fatto con l'Associazione culturale ETRA di Monfalcone negli ultimi cinque anni. E quindi, scusate, ma un autografo, un selfie e qualche scambio simpatico proprio ci stanno.
Oltre all'autografo Wenders regala anche due ali angeliche all'ormai scomparso Peter Falk.
Altro momento "solenne" va ricercato tra le esperienze regalate dall'appuntamento annuale con Lucca Comics & Games. Ecco due foto per raccontare una passione mai venuta meno e quest'anno rinnovatasi. La prima è lo storyboard disegnato  da Giorgio Cavazzano durante un workshop a Lucca per pochi intimi; la cosa più interessante da sottolineare è che il soggetto è di Alessia: Paperino riceve una lettera da Equitalia... e poi va da sè! La seconda foto coglie la conclusione della lectio magistralis di Cavazzano e il momento del calco delle mani per la walk of fame lucchese. Giorgio resta sempre una tappa costante per la mia ricerca fumettistica.


E a proposito di Lucca, ecco alcune immagini scelte. Dall'edonismo cosplayer, fino alla forza e il coraggio di sbattere il pugno davanti alle questioni che la vita ci propone (a Lucca Harley Quinn impazza, ma lei è la più irriverente e in parte di tutte!).
in posa all'ombra della Citadel
Scotty Young: il vero vincitore di Lucca
Il fascino del macabro
Frank Cho mostra il regalo appena ricevuto da Manara
Leo Ortolani e Giacomo Bevilacqua: il fumetto italiano che tira!
Il kit di soppravivenza per attacchi Zombie di Zerocalcare
Ti faccio una foto? Aspetta faccio la bolla!
Il miglior festival del fumetto italiano? No, non è Lucca C&G, ma il Treviso Comic Book Festival, per idee, risultati, visione e coerenza culturale. A settembre a Treviso mi regalo un altro incontro must: con Dave Mckean (grazie ad Alberto Corradi per la sua gentilezza e per la sua competenza; la foto è sua).
 
Il viaggio dell'anno, il luogo simbolo: Norcia, Cstelluccio, Spoleto ecc. Qui sotto una mia foto della Basilica di San Benedetto, che non c'è quasi più. L'esserci stato "prima" del terremoto determina una consapevolezza maggiore rispetto l'entità della perdita. 
E infine. Si è lavorato molto quest'anno, sul piano culturale intendo. Si è cercato di far passare dei concetti, di garantire maggior consapevolezza sul significato di vivere un luogo e di accettarlo per quello che è, del non volerlo trasformare nell'idea che ci facciamo di esso e del non strumentalizzarlo per ragioni altre da esso.
L'Associazione culturale ETRA, di cui promuovo l'attività, ha fatto molto, nelle scuole, con le persone. Ringrazio chi ha creduto in noi e ha collaborato con noi, nella consapevolezza che in queste settimane un grosso colpo di spugna ha fatto tabula rasa del lavoro svolto. E per questo vorrei finire questo lungo post con l'immagine di un incontro pubblico, di conclusione della prima parte di un progetto denominato Per la seconda generazione, ideato da Katia e Laura ed ospitato da ETRA, dedicato ai giovani stranieri residenti a Monfalcone. Comunque sia, loro, i nuovi residenti, saranno il futuro, perché non si può opporre barriere fittizie ad un processo sociale in atto. L'acqua non si limita con i muri, dinanzi all'acqua bisogna provare a nuotare.



martedì 10 marzo 2015

Ritratto di un luogo


Ho avuto modo di trascorrere alcune ore con degli amici che non frequentavo da tempo, anche loro originari della città di Monfalcone. Sono da alcuni anni residenti in altre città italiane, sufficientemente lontane dalla Venezia Giulia da rendere speciale ogni occasione utile al vedersi. Nei racconti che si scambiano quando è da un pò che non ci si incontra e tra le facezie che si dice, perlopiù impreziosite dai ricordi (ricordare deve il suo significato dal latino re-cordàre, ovvero riportare nel cuore), ci possono stare anche dei momenti di riflessione. E' nato così per caso questo ritratto della mia/nostra città, che mi pare di poter condividere perché derivato da una somma di sentimenti per quello che è oggi (senza giudizi, solo per analisi), dalle memorie e dalle sensazioni del momento. Ecco qui.
"Questa città è luogo di condivisione di distanze. Ogni confronto è sede di puntualizzazioni, sul chi, da dove e per chi. Ciascuno è qui impegnato nella sua personale affermazione di un'isola mobile, che le correnti del pensiero spingono o trascinano a saldarsi in arcipelaghi. Tra ogni nucleo terroso scorrono canali sui quali non è mai semplice collocare dei ponti stabili. E' un insieme in movimento, nella ricerca continua di un equilibrio perdipiù insperato, poiché la fatica non si affranca, ripresentandosi così sempre diversa allo sforzo."
E' un ritratto privato e del tutto psicologico di un luogo, condiviso nella consapevolezza dell'oggi e riscontrato nella memoria di ieri.

(nell'immagine un disegno di Andrea Pazienza per Zut o per Tango, credo del 1986)

lunedì 20 ottobre 2014

Sulla strada...

Conclusa l'esperienza OsservAZIONI (potete trovare un resoconto al sito www.culturaeticaetra.com/l'atto di vedere), mi è restato impigliato tra le dita e tra i neuroni il desiderio di affrontare ancora, dopo tanti anni, nuovamente il linguaggio della fotografia in prima persona. Ho ritrovato nel mio cassetto la vecchia Nikon F301 analogica, desueta e tristemente abbandonata a se stessa. Eppure tra l'età dei quindici e i venticinque anni è stata una compagna assidua delle mie esperienze. Pensare oggi di gestire nuovamente rullini, acidi e camere oscure, mi spaventa un pò, per la difficoltà di rimettere tutto in moto e per la consapevolezza della comodità dello strumento digitale. Ma l'esperienza di OsservAZIONI ha rimesso tutto in circolo e mi ha anche chiarito, tra le righe, che cosa mi piacerebbe ora affrontare con un obiettivo. Se i laboratori sviluppati con i ragazzi delle scuole avevano come tema la città, oggi mi pare che quest'ultima vada avvicinata attraverso un aspetto che della città è l'essenza vera: i suoi abitanti e in ultimo esame l'umanità sottesa. Poiché le cose accadono tutte concatenandosi, quasi mosse da mani esterne guidate dai nostri più profondi e misteriosi ragionamenti, scorrendo le pagine online del quotidiano la Repubblica, ho letto una nota che ribadiva una mia convinzione profonda, ovvero che i social network sono il nemico primario della socialità. Online veniva presentato il lavoro di un fotografo che seguo da qualche tempo su internet, attraverso il suo blog. Babycakes Romero è fotografo di strada, come si definisce, e tiene nel suo sito un blog di scatti quotidiani dedicati alla sua città, Londra. la Repubblica riprende oggi  un suo lavoro fotografico postato già nel gennaio 2014 (mi pare una perfetta scelta di tempo per il maggior quotidiano nazionale; ma cosa volete erano tutti impegnati in questi giorni a dire banalità e ad incensarsi al festival La Repubblica delle idee a Palermo da non riuscire più a togliersi la veste del già visto e del già detto, della retorica e del pettegolezzo, ormai indossata in realtà da molti anni come divisa), dal titolo Death of conversation. Il tema è quello della difficoltà di ciascuno nel resistere a chinare il capo sul proprio smartphone, rinunciando ad ogni dialogo se non condotto attraverso il filtro di quell'oggetto. Andate a vedere quel lavoro direttamente alla fonte http://babycakesromero.com/blog/ alla data del 23 gennaio.  Ma il blog di Romero è interessante per tutto il suo lavoro in strada. Le foto del progetto MYLDN series sono uno spaccato della Londra più vera attraverso le sue anomalie, umane, urbane, materiche. Perché me ne ero interessato ormai alcuni mesi fa? Perché vi ho letto l'insegnamento e l'ispirazione di quella che resta per me una maestra della fotografia sociale-urbana, ovvero Diane Arbus (nella foto). Diane, nata nel 1923 e scomparsa ancora govane nel 1971 fu la prima fotografa americana ad essere esposta alla Biennale di Venezia (nel 1972), ma soprattutto direzionò in vita tutta la sua ricerca nella rappresentazione dell'umanità "al limite", scoprendola per la sua componente surreale e positivamente infantile. Credo che nel riprendere una fotocamera in mano, oggi, vorrei sapermi avvicinare al lavoro di Romero e della Arbus. Vorrei sondare le difficoltà, le potenzialità della società contemporanea e perchè no della mia e altre città, leggendola attraverso lo specchio rivelatore delle persone che abitano le sue strade. E' un possibile tema di narrazione urbana, che spero possa trovare spazio nei nuovi laboratori che programmerò a breve con l'Associazione ETRA di Monfalcone. E' un percorso ambizioso che nasconde dentro di sé molte cadute, perchè la città e l'uomo nascondono sempre profondità enormi.

domenica 23 ottobre 2011

Una bella serata

Ieri ho avuto la fortuna di presentare alla libreria Lovat di Trieste l'autrice/disegnatrice Silvia Ziche, in occasione dell'uscita del suo nuovo libro "E' tutto sotto controllo" (un nuovo capitolo della saga del suo personaggio simbolo Lucrezia). E' stata una cosa improvvisata, dove mi è stato chiesto di sostituire lo scrittore Matteo Strukul, e che ha invece garantito a me, e credo anche all'autrice, di offrire ai presenti un interessante sguardo sul fumetto, permettendo a molti di capire che quando si parla di arte sequenziale si possono promuovere discussioni importanti, che vanno oltre il lato curioso della cosa. E' stato negli anni questo un obiettivo primario per l'associazione ARTeFUMETTO che rappresento, e che credo questa possa ancora affrontare in futuro. La serata di ieri mi ha riconciliato con il mondo del fumetto parlato e promosso e dato nuovi stimoli. Merito va a Silvia, la "cattivissima Zia Ziche" come diceva Stefano Benni in presentazione ad un suo libro, che è in realtà è una persona professionale, ma al contempo di una simpatia e cordialità veramente uniche. Nel sederci al tavolo per iniziare l'incontro abbiamo notato una confezione con una rosa bianca. Abbiamo pensato ad un omaggio della libreria ospite; poi finito l'incontro, nel guardare meglio, ci siamo resi conto essere un omaggio di una fan, che ringraziava Silvia per le sue storie, una fan che ha lasciato la rosa e non si è poi presentata o fatta riconoscere. A seguire l'incontro c'era veramente tanta gente, che ha fatto domande (cosa rara!) e che si è poi messa ordinatamente in fila per una dedicaces. Che dire, aldilà del bel ricordo, mi è tornata la voglia di fare! E tra pochi giorni c'è Lucca Comics per prendere nuovi contatti e metterla alla prova!

lunedì 23 maggio 2011

Dario Fo

Domenica 22 maggio ho avuto la fortuna di assistere all'incontro teatrale (non troverei termine migliore) che Dario Fo ha tenuto a Gorizia a chiusura del programma di e'Storia (Festival Internazionale della Storia). E' stato un incontro magnifico, per la grandezza dell'attore e dell'uomo. L'uomo Fo ha trasmesso, a fronte di posizioni che inevitabilmente possono apparire come estremiste ad alcuni, ma che tradotte nel linguaggio dell'allegoria del quotidiano riescono a farsi accettare con benevolenza, un messaggio etico e di speranza, che mi ha veramente commosso. Mi ha colpito come ha parlato dei giovani, del loro compito, della loro esigenza di comunicare, di trovare forme di espressione. Massimo Cirri, noto conduttore radiofonico, ha perso di fronte a Fo il suo ruolo di moderatore. Fo ha fatto tutto da solo: dopo un intervento bellissimo sul significato di "pace" espresso da Chiara Frugoni, ha rappresentato due sue messinscene, la prima sulla predominanza dell'uomo di cultura rispetto quella dell'eroe, raffrontando Atene e Sparta, l'una restata nella memoria della storia per il suo lascito artistico, l'altra persa nell'oblio del tempo nella sua costante ricerca dello scontro; la seconda nel racconto de "Il tumulto di Bologna" (dal "Fabulazzo osceno"). Poi ha chiamato i giovani sul palco e ha portato la sua riflessione che vi dicevo; infine ha chiesto a tutti di riflettere su quanto era stato sino a quell'istante espresso e quindi terminare lì. Quella conclusione, così poco scontata, così inadatta al momento, mi è sembrato un lascito da portar caro, che ha testimoniato la levatura di un premio Nobel. Nè gli organizzatori, nè Cirri hanno voluto proferire parola ulteriore. Il pubblico è esploso in una vera ovazione. Prima dell'inizio dell'incontro, Dario Fo, nell'aspettare che un altro ospite del festival completasse il proprio spazio, gironzola, con le sue gambe ormai fatte deboli dall'età (85 anni) nel giardino che ospita la rassegna goriziana. Seguito da lontano dalla gente che lo aspetta e lo riconosce, avvicinato da alcuni, si siede infine su di una panchina. E' su quella panchina che riesco a scambiare alcune battute con l'attore, sulle elezioni di questi giorni a Milano, a chiedergli un autografo. Lui è gentile a voler concedersi per una foto comune. Non avevo ancora assitito in quel momento all'incontro che seguirà, l'attore non mi aveva ancora divertito e l'uomo non mi aveva ancora fatto pensare. Nel rivedere a posteriori la foto che mi ritrae con lui, comprendo che resterà, a fronte di quanto ho visto e ascoltato, un ricordo importante. Mi sembra di capire meglio quella frase di Jorge Luis Borges quando nel riconoscere all'"individuo" una priorità tra le cose tangibili e intelleggibili, ricorda: "Sì, un individuo è più o meno reale, benché tutto questo sia ancora da verificare, ma in ogni caso è più reale delle generazioni, più reale delle nazioni, più reale di tutti gli "ismi"". E' per me questa una lezione etica superiore, con la quale filtrare il presente, le sue intolleranze e le sue idiosincrasie.

venerdì 14 maggio 2010

Mi leggo mentre scrivo per capire cosa penso!

Domenica 9 maggio, ho assistito a Udine, negli spazi della Chiesa di San Francesco, nel corso della sesta edizione di vicino/lontano, manifestazione correlata al Premio letterario internazionale intitolato allo scomparso Tiziano Terzani al confronto/dialogo tra i due padri storici del “pensiero debole”, Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti. Proprio in questi mesi Feltrinelli ha ristampato nell’Universale Economica (Saggi) il testo dal titolo Il pensiero debole, curato nel 1983 dai due filosofi e che allora ha sintetizzato quel pensiero (vi scriveva anche Eco, Dal Lago, Ferraris, Amoroso, Marconi, Comolli, Costa e Crespi).
Dell incontro vorrei dare qui di seguito un sintetico resoconto, parafrasando per quanto mi sia dato ricordare alcuni dei passaggi a me risultati più interessanti.
Nella foto Vattimo a destra e Rovatti a sinistra con il Direttore de Il Piccolo Paolo Possamai.
Mentre parlano Rovatti non rinuncia al suo ruolo di filosofo militante, mentre Vattimo a quello di socio-politologo.
Vattimo sostiene che “il pensiero debole” ha due filiazioni: un percorso rivolto all’idea della ricerca del vero ai margini, o meglio uno sguardo rivolto ai fenomeni a latere; un secondo invece polemico alla metafisica, che promuove un “indebolimento” del pensiero quale unica strada possibile. Quest’ultimo è un pensiero che non rinuncia a coltivare una teoria della storia, implicando una marcia emancipativa lunga e impegnativa rispetto alcuni dei principi ideologicamente definiti dalla storia. Smentire una verità assoluta implica inevitabilmente la coabitazione con la storia: non è smentita dei “metaracconti” (i grandi racconti), ma la loro verifica di fattibilità. Vattimo sottolinea: “Unico modo per liberarsi dall’idea che un mondo è blu è lo schiarimento dell’”azzurrità””.
Rovatti aggiunge che il percorso è rivolto all’inseguimento del disfarsi degli assoluti nei minimi della quotidianità, senza dover per forza picchiare sulla testa dei metafisici.
Rovatti ha pubblicato di recente un testo dal titolo “Etica minima”, intesa come etica priva di grandi proponimenti, ma contemporaneamente sostenuta da un impegno civile. Vattimo suggerisce la verifica dell’attendibilità di quel programma anche come “minimalismo etico”.
Rovatti suggerisce che “il pensiero debole” dopo quasi 30 anni dal suo pronunciamento è divenuto un marchio, un “brend”, che nella critica alla “violenza della metafisica” ha sviluppato nel tempo in forma sempre più chiara un carattere emancipativo lungo e difficile (come accennava già Vattimo), che è dipeso dall’ostruzionismo degli ideologi che ne hanno intuito anche un progetto politico. Questo progetto sta nella trasformazione di un lavoro filosofico in “esercizio filosofico”. La “critica delle armi” è lavoro di smontaggio del consenso alle stesse, operato sostanzialmente tramite un contemporaneo smontaggio (l’indebolimento appunto, la messa in discussione, il dubbio) delle “armi della critica”. La militanza filosofica è un lavoro di disarmo della verità nella ricerca di una verità dentro la verità stessa.
Rovatti sostiene quindi che “etica minima” non è attenzione al “margine”, al “dettaglio”, ma “verifica" del “limite”, presa di coscienza di quest’ultimo: del limite oltre cui non possiamo spingerci per evitare un disfacimento della soggettività (che non è individualismo assoluto) e della “rassicurazione del diritto”. Vattimo e Rovatti stesso precisano che spesso il limite coincide con il “pudore” e con la “legittimità”. La perdita di legittimità nasce spesso dalla paura intesa come “perdita” (di uno stato o ordine costituito, di una condizione raggiunta). Nel caso odierno nasce dalla perdita della fiducia nel mercato, in quello cioè che costituiva il vero padre garante della contemporaneità. Rovatti, per spiegare la difficoltà nell’adottare un “etica minima”, ricorda Heidegger, il suo richiamo alla “mancanza di emergenza”, che in realtà è assuefazione e disorientamento correlato ad eventi continui e insistiti. E’ “psicopolitica”, ovvero intreccio tra scenario politico e altalena emotiva. E’ politica degli annunci. Il ruolo dela televisione in tal senso è determinante. “Etica minima” è esperienza psichiatrica. E’ un lavoro su se stessi, sulla comprensione della nostra esistenza rispetto il resto, del nostro collocarci rispetto il limite/pudore. E’ scoperta delle parti di noi che sono restate omologate nella “faccenda”: è “impegno critico individuale di giudizio su noi stessi”.
Vattimo cita Walter Benjamin, allorché suggeriva che “i costruttori della rivoluzione sono mossi più dall’immagine dell’uomo nuovo che dalle sofferenze che ci stanno dietro”. La speranza sta nell’indignazione e implica, quale obiettivo, la trasformazione dell’educazione del sistema sociale. E’ pratica che banalmente può essere condotta nel “rispetto degli altri”, anche attraverso processi di “desocializzazione” intesa (credo di aver capito) come “de-omologazione”. E’ nascita del dubbio posto nella domanda: “Se sono utopico-trasformista, accetto i compromessi?” E’ progetto individuale e contestualmente sociale. Rovatti ricorda: la resistenza della comunità sta anche nell’individuo, nella ricerca, nella speranza di ciascuno verso l’”incomprimibilità” della propria soggettività sotto una certa soglia.
Il compito dell’intellettuale è filosoficamente la militanza nel lavoro di critica e nella prassi “la discorsività della parola scritta”. Non basta l’idea in sé, bisogna comunicarla: da cui il ruolo trainante della scrittura giornalistica, prima ancora di quella saggistica.
Il fine è il contenimento, se non l’abbattimento, di quel “muro gelatinoso” che copre ormai ogni cosa e ci fa credere liberi.

“Pensiero debole” e la sua coerenza con “Etica minima” interpretati come progetto politico. E’ una riflessione importante, che mi impone quindi una riflessione di “appartenenza”. Ovviamente, come ha suggerito più volte Vattimo stesso durante l’incontro a Udine, dimostrando continuità tra pensiero e parole: “Mi sto ascoltando mentre parlo, per capire cosa penso!”

lunedì 28 dicembre 2009

Incontri ravvicinati del primo tipo (il migliore) n.2

Il 10 settembre 2005 ero a Venezia per la consegna del Leone d'oro alla carriera ad Hayao Miyazaki alla 62. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica.
Ebbi la fortuna di incontrare al mattino Miyazaki grazie ad una ragazza mai incontrata prima, che, con un mestiere da fan incallita, nella sala stampa, che allora, biglietto alla mano era ancora raggiungibile anche dal pubblico pagante (ora manco a pensarci, peggio della gestapo), mi prese in buone e mi spiegò dove sarebbe stato possibile farlo con facilità senza infastidire nessuno, tanto meno gli artisti e la sicurezza. Ci "appostammo" dietro una tenda e a fine conferenza stampa, sfruttando un passaggio obbligato degli artisti verso la sala dei rinfreschi, la ragazza tirò con facilità il tendaggio trovandosi Miyazaki davanti, che con fare divertito si diresse verso di noi per poi firmarci alcuni autografi. Insomma incredibile. Oggi probabilmente per fare lo stesso dovrei fare carriera politica, diventare presidente di qualcosa e farmi invitare a qualche festa, mentre nel 2005 (ovvero meno di cinque anni fa) mi bastò scambiare quattro parole con una ragazza della mia età. Il mondo e le cose sembravano davvero un pò più tranquille. Oggi la sensazione è quella di uno stato di guerra perenne, dovunque si vada e qualunque cosa si faccia e non è un bel vivere.
Comunque non è di Miyazaki che voglio parlare. Mi trovai circa un'ora dopo l'incontro con il giapponese ancora dietro la tenda con un gruppetto che aspettava qualche attore americano di cui non mi ricordo bene, credo fosse Ralph Fiennes però. Contemporaneamente a Fiennes, di cui mi interessava meno che meno, la ragazza, ormai mia guida virgiliana nell'inferno della mostra cinematografica, mi disse sarebbe uscito anche Omar Sharif. Scusate ma stava parlando del protagonista di Lawrence d'Arabia e de Il dottor Zivago. Io pensavo scherzasse. Uscito Fiennes per primo, poi tutti sparirono, la ragazza compresa e ad aspettare Sharif restammo io, un giornalista e dietro a me due operatori di una TV privata, Canale Italia. I tre fecero un casino pazzesco con un responsabile dell'ufficio stampa dicendosi amici di chissà chi per poter fare l'intervista all'attore egiziano. Dopo accordi durati qualche minuto, ottennero l'ok per l'intervista e il tipo dell'ufficio stampa disse che avrebbe portato lì a breve Sharif. Io ero lì, il primo della fila, con i tre giornalisti dietro. Uno di Canale Italia mi chiese chi aspettavo e io dissi: "Omar Sharif" e aggiunsi con sfacciataggine "... e naturalmente ci sono prima io!". A quel punto i tre non dissero più nulla. Dopo pochi minuti arrivarono l'ufficio stampa e una tipa, che tirò la famigerata tenda. Io mi trovai così lì con Omar Sharif davanti. L'attore vide la televisione dietro a me e convinto che io fossi un intervistatore si propose a me propenso a rispondere ad alcune domande. Al che io tirai fuori un foglietto di carta e una penna e gli chiesi un autografo. Sharif sorrise, mi fece l'autografo e mi chiese se avevo domande. Dissi che avevo solo curiosità. L'attore che parla bene l'italiano e ha dei modi molto gentili non fece opposizione alle mie curiosità, mentre dietro gli altri si domandavano imbarazzati che cavolo succedeva. A quel punto salutai Sharif, il quale mi disse che avrebbe gradito rispondere ad altre mie domande, ma aveva le interviste "di lavoro", come precisò. Io feci spazio e mettendomi dietro ascoltai le domande dei colleghi. Dopo una decina di minuti era tutto finito. Prima di andarsene Sharif mi salutò di nuovo e ebbe il tempo di dire: "Sarò felice di vederla più tardi al padiglione tal dei tali (che ora non ricordo)". Seguendo la mia sfacciataggine, alcune ore dopo mi recai al padiglione tal del tali, ma non ebbi poi la voglia di disturbare ulteriormente l'attore. Ebbi il tempo di scattare una foto a lui che accarezzava Stefania Sandrelli, felice di incontrarla lì. Notai quei suoi gesti dolci, molto orientali direi e questa sua pacatezza. Nel tornare sui miei passi ricordo che ripensai al film Palombella Rossa di Nanni Moretti, al regista romano che assieme a tanti altri nella piscina della pallanuoto grida: Voltati! Voltati!, mentre vede sullo schermo di una televisione Omar Sharif nei panni del dottor Zivago inseguire Lara ormai salita su di un tram e venire poi colto da un malore mortale e cadere a terra. Mi ricordo che pensai che infondo esistono molti attori bravi, ma uomini per bene forse molto meno e credo Omar Sharif sia tra quelli.

giovedì 10 dicembre 2009

Incontri ravvicinati del primo tipo (il migliore) n.1

Una sera a Trieste, nel 2005 mi capitò di incontrare Giovanna Mezzogiorno. Lei fu affettuosa oltremodo e io non mandai più in lavanderia il mio giubbotto nero. La stimo molto.