domenica 27 dicembre 2015

Rust Never Sleeps


"Camminare è ciò che mi piace di più, perché quando cammino penso", appunta Neil Young nella sua autobiografia ufficiale, esplicitando il proprio punto di vista sul senso stesso della vita qualitativamente piena, non condizionata cioè dai distraenti flussi esteriori, ma coordinata invece da un senso interiore di consapevolezza del proprio se stesso rispetto il mondo. Una filosofia di vita minima, una propria filosofia. Risponderebbe bene però Linus, così come fa a Charlie Brown che gli espone la propria filosofia di vita, in una fantastica strisca dei Peanuts del 01 agosto 1975: "C'è differenza tra una filosofia e un adesivo sul paraurti!". E' in questa ambivalenza di posizioni solo apparentemente antagoniste che andrebbe collocato il tentativo di fare il punto sul personale porsi nel contesto del 'proprio' mondo e quindi del mondo intero, tantopiù nel tentativo di evidenziare un resoconto su di un periodo della propria vita che per brevità definiamo "anno". Andrebbero, cioè, trovate delle coordinate e allo stesso tempo queste ultime non andrebbero trasformate in dichiarazioni che potrebbero benissimo venir stampate sul dorso della propria maglietta estiva. Sarà mai quindi utile a qualcuno stare qui ad ascoltare il punto di vista sul che cosa mi sia piaciuto o meno di un anno come il 2015? Andrebbe forse con maggior efficacia ammesso che ogni cosa che si potrà dire da qui in poi rappresenta soltanto una semplificazione, il trasferimento di un'emozione o di un pensiero critico nell'enunciazione di un nome. Infatti domani stesso a fronte di un'emozione nuova sarò di certo propenso a variare tutte le mie scelte e quindi a rinnegare ogni sicurezza. Vorrei essere quindi meno netto nel solito, meno didascalico, trovando dei nomi da collocare al fianco di alcune riflessioni, in un mare di complessità, che sappia, alemeno per una volta, separarsi dalla nostalgia. E proprio mentre lo enuncio mi rendo conto che non ci riesco e ricado nel desiderio di dire la mia, a scapito della coerenza con il discorso sin qui fatto, a scapito della mia stessa filosofia sottile, per trasformare appunto ogni sillaba in un adesivo per paraurti. Unica soddisfazione sarebbe quindi forse quella del riuscire a produrre un'analisi che non risultasse infine condizionata dalla paura di restare soli tra gli altri, di autoescludersi dal rito collettivo. Ci provo, dando oggettività alle mie soggettive opinioni, alle cose pacevoli vissute e alle cose che mi hanno turbato. Inizio da quest'ultime. Alcuni giorni fa, il 22 dicembre è scomparso Enzo Cogno, fondatore a Trieste negli anni '60 con Miela Reina de la 'Galleria la Cavana', quale sede simbolica per un sodalizio che continuò all'interno dell'associazione 'Arte Viva' fondata da Carlo de Incontrera. In entrambi i casi siamo di fronte a dei veri ponti artistici tra la cultura locale della Venezia Giulia e quella internazionale. Cogno era pittore attento, dedito al trasferimento del segno pittorico all'interno di una composizione geometrica, così "scientifico" lui, come era creativa e dirompente Miela. Per il Piccolo di Trieste Carlo de Incontrera ricorda come, morta Miela (nel 1972), Cogno non avesse più voluto restare a Trieste, così come il musicista de Incontrera non volle più comporre. E' questa una vicenda artistica collettiva, che mi crea grandi emozioni intellettuali e alla quale ripenso sempre allorché il mio animo si fa "irrequieto" (per dirla alla Chatwin) e sente il bisogno di dedicarsi a qualche nuova esperienza culturale. Il turbamento maggiore nel 2015 è stato ovviamente determinato alle vicende dei migranti, dei profughi (o come si intenda classificarli o nominarli, tanto la questione di fondo non cambia). Questa massa umana in movimento mi ha scavato dentro ogni santo giorno dell'anno e di certo non siamo che al principio di un percorso. Di questa vicenda mi hanno turbato le domande (poste da questa amalgama di popoli diversi), ma ancora di più le risposte date dalla cultura occidentale. La reazione della comunità politica e sociale, che nel bene e nel male ha solo saputo strumentalizzare la cosa e avanzare soluzioni del tipo usa e getta, mi ha creato perlopiù imbarazzo, nel dover condividere gli stessi spazi, la stessa cultura con questa disumanità, che ha saputo offrire solo proposte vacue, matematiche, fatte di numeri, di battaglie navali gestite su dei fogli a quadretti. La situazione che più di tutte mi lascia quindi basito è poi a me territorialmente vicina, a Gorizia, dove sono dovuti infine intervenire quelli dell'organizzazione internazionale di  Medici Senza Frontiere, per tamponare falle che una collettività intera, nei suoi rappresentanti locali in primis, ha determinato, consentito e tutelato. A me, scusate, questa cosa mi ha disgustato parecchio e mi toglie a volte la tranquillità. Sarà per questo che forse il film che ha lasciato il segno quest'anno  ha il sapore del cinema, ma allo stesso tempo lo spirito del documentario. E' Taxi Teheran di Jafar Panahi, già Orso d'Oro 2015 al Festival del Cinema di Berlino. Che il documentario stia sempre di più assumendo ruolo centrale nell'espressione cinematografica contemporanea è sintomo inevitabile di qualcosa che stiamo vivendo, alcuni con consapevolezza, altri con negazionismo. Nel film, fiction e realtà si mescolano, lasciandosi dietro una montagna di parole tutte importanti su di una società in cui  il cambiamento fa a botte con la conservazione di status quo millenari ormai allo stremo. Ho ascoltato molti dischi quest'anno, molti dischi buoni, molti dischi inutili. Ho scritto in qualche post precedente della fine ormai conclamata del Postmoderno, del citazionismo invasivo che lo sosteneva (per semplificare). Nelle arti questo citazionismo è però ancora oggi  matrice prima di espressione, divenendo infine essa stessa nucleo fondativo di ogni proposta (chi ha visto l'ultimo Star Wars sa di cosa parlo). Ciò dipende da varie cose, ma forse soprattutto dalla disponibilità del pubblico a lasciarsi trasportare nostalgicamente nel regno dei propri ricordi, forse come risposta a questa crisi infinita che ci ha costretti a ritrovare nel passato ciò che di buono poteva esserci, come appiglio per stigmatizzare il presente, per negarlo in quanto tale. Ecco quindi che gli anni '80 diventano un periodo d'oro della creatività, sinonimo di pienezza infine, dopo decenni di invocazione al loro essere anni vuoti e superficiali. Ma il vuoto ha una caratteristica principale, non è mai pieno a sufficienza! Quindi quale disco il migliore, il migliore per me, ovviamente! Potrei citarne alcuni bellissimi o interessanti, tra cui l'ottimo di Florence and the Machine, oppure l'intensa prova di Laura Holter, o ancora il disco di John Grant o quello di Torres (in aria PJ Harvey), ma per me più di tutti vale un disco che di soppiatto è venuto fuori in questa fine d'anno dalla camera del tempo (dal 1988, guarda caso) ed è il live Bluenote cafè di Neil Youug, che ti fa capire realmente cosa sia "spaccare", musicalmente parlando. Che cosa ho letto quest'anno? Fumetti. Perché? Lo si sa che chi scrive in questo blog legge i fumetti. ma non è più solo questo. Il fatto è che possiamo ormai dire che se non conosci i fumetti sei tagliato fuori. Lo si capisce bene se si scorrono le pagine degli allegati ai quotidiani, dove gli autori del fumetto italiano e internazionale occupano pagine con le loro storie e storielle (di solito, ormai, più sono intellettuali e più sono storielle). Sono gli editori letterari tutti ad essersi accorti che il fumetto tira (per dirla in gergo) e poi ci sono editori di fumetto che si sono fatti strada nel mercato italiano a suon di copie vendute e ora possono pretendere delle pagine sui quotidiani o nei programmi televisivi generalisti. Ok, quindi, fumetto. Ma fumetto cosa? Perchè va detto che è difficile trovare cose buone che ti tengano incollato alla poltrona, che non strizzino continuamente l'occhiolino a cinema, letteratura e arte figurativa che si presuppone come qualitativamente "alta". E' difficile quindi trovare il metro giusto per misurare le cose. Io ho provato a cercarlo nel ricordo della sensazione che provavo da bambino nell'arrivare all'ultima pagina di un giornaletto di Zagor o di Capitan America (con la troncatura netta delle vicende in divenire) e patire per dei giorni nell'attesa di sapere come sarebbe proseguita la cosa. Esiste oggi nella lettura di un fumetto nuovo la possibilità di rivivere quel momento di assorbimento totale, di straniamento di cui sopra? Forse non più. A suon di graphic novel, pagine fumettate, racconti didascalici, esperimenti linguistici e tecnici, autobiografie e biografie collettive, menate sulla scrittura e sul bel disegno, reboot e ristampe preziose, si è finiti per aver perso il senso di cosa dovrebbe poi produrre sta cosa che chiamiamo fumetto. La sensazione è che forse quell'entusiasmo iniziale si sia forse perso per sempre e che quindi si debba proprio sforzarsi un pò, per non cadere nella trappola del titolo sparato lì pur di sentirsi dire: ma guarda un pò questo che cose intelligenti legge e infine dice. Parto quindi con le delusioni. Il Corto Maltese di Sotto il sole di mezzanotte di Canales e Pellejero è la più grande. Un racconto inutile, che non aggiunge nulla a quanto c'era, disegnato alla "speravo meglio", che dimostra maestria, ma nessun spessore intellettuale alla Pratt, nè tanto meno avventura alla Corto. Altra cosa ormai illegibile sono le serie della Marvel (lasciamo stare la DC che lì ci si perde davvero). Il disegno è ormai sempre uguale a se stesso, privo di una forza evocativa, limitato ad un segno molle di rimando umoristico o all'imitazione fotografica. Le storie si perdono in una continuity infinita di citazioni circolari, con una lettura frammentata e allo stesso tempo dilatata all'infinito, tanto che se ti perdi quattro cinque numeri forse rischi solo di aver cambiato il piano sequenza. Chiaro che si salvino le invenzioni dell'Occhio di falco di Fraction e Aja, ma poi a leggere bene oltre le invenzioni la storia dov'è? Altra super delusione: il Battaglia tascabile, nato sotto la supervisione del solito "ti risolvo io la cosa" Roberto Recchioni e dell'ormai solo copertinista Leomacs. Ma cosa cavolo è uscito da quella serie? Storie vuote, inesistenti, tutte sorrette dall'accoppa e...spacca, gestite attorno a percorsi narrativi lineari (vedi "E le Foibe!"), dove c'è un personaggio che si sposta da un punto 'A' ad un punto 'B' (l'ingresso della grotta e l'uscita della grotta), e nel mezzo gli succede di tutto (Man-Bat di rimando DC compresi). Storie videogioco insomma, in piena idolatria per autori nati in odore di Playstation. Insomma, cosa ho amato quest'anno di questo mondo autoreferenziale impazzito. Ho amato molto Here di Richard McGuire. Ma è un fumetto? Me l'hanno presentato per tutto un anno come tale e alla fine ho finito per crederci. Un gran lavoro, comunque. Ho ritrovato un certo fumetto che amo, di evidente collocazione BD, nelle vicende di Marina di Zidrou e Matteo Alemanno, pubblicate su Skorpio a puntate (i primi due volumi francesi dei quattro che saranno), e che usciranno infine a volumi nel 2016 (mi si dice!). Lo dico forse ora con maggior convinzione di quanto le ho realmente lette, per averle presentate il 17 dicembre a Venezia, nella Sala Pratt del ristorante "Al Graspo de Ua", sotto l'egida di Piero Zanotto (nela foto), e infine capite a fondo nel loro percorso creativo (bisognerebbe forse fare sempre così con ogni storia).  
Adoro un manga con dei personaggi strepitosi che mi ricorda più di un pò le Wacky Races di Hanna Barbera. E' Run Day Burst di Yuko Osada (serie in corso, al quinto volumetto di otto). Va citata poi una storia potente di Zerocalcare in allegato a la Repubblica del 10 maggio, La città del decoro, a dimostrazione che il successo di cui gode in Italia è meritato (e non sono certo io a dirlo, ma i suoi migliaia di lettori). Della Lucca 2015 mi resta forse i Due fratelli, dei fratelli (guarda un pò) Fàbio Moon e Grabriel Bà. Tratto da un romanzo di Milton Hatoum, risulta narrativamente imperfetto, ma è sostenuto da una grafica notevole con un tratto che unisce e sintetizza Mike Mignola, Eduardo Risso e tanto altro ancora. Ha inoltre il merito di una frase gettata tra le righe: "Volevo prendere le distanze da tutti quei calcoli, dal progresso ambizioso. Il futuro questa menzogna che persiste". E ultima voce la darei infine all'epilogo del Ken Parker di Berardi e Milazzo che, con Fin dove arriva il mattino, ci hanno costretto ad accettare una fine, che è stata inutile e dignitosa, come quella del protagonista. Volevo infine citare a fine anno con merito una fiction TV, perché vorrei qui infine spezzare una lancia per il ruolo educativo che ha la narrazione nella formazione dei ragazzi di oggi, spesso frammentati (più nel loro dentro che nel loro fuori) dagli impegni continui, dalle aspettative che su di loro si pongono, dalla tolleranza che viene continuamente data ai loro desideri superficiali. Non è un caso quindi che forse sarebbe opportuno garantire loro l'opportunità della narrazione, non solo quella in prima persona, che pone l''Io' al centro continuo del mondo, ma quella che offre la possibilità di ricordarci che oltre l''Io' c'è anche il mondo. Così cerchiamo di fare ormai da molti mesi durante i laboratori di narrazione urbana che curo per la scuola assieme ai membri e ai collaboratori dell'Associazione culturale ETRA di Monfalcone, senza ambire a dei risultati certi o immediati, ma consapevoli che quella è la strada. La fiction, che è scritta benissimo e ha dei dialoghi splendidi, nonostante (ma forse grazie) tutte le pecche della recitazione e la regia televisiva all'italiana, è E' arrivata la felicità, ideata e scritta in primis da Ivan Cotroneo e prodotta da Publispei per Rai 1. Si parla molto semplicemente dell'amore, in tutte le forme e le derivazioni possibili. A me è piaciuta molto e qui la evidenzio come la cosa migliore vista, letta e sentita nel 2015. Forse anche perchè c'è bisogno di leggerezza alla fine e all'inizio di ogni nuovo anno, che non significa dimenticarsi di pensare, ma semplicemente respirare a pieni polmoni aria fresca.

sabato 14 novembre 2015

Il linguaggio della strada

Non ho dormito bene! Le notizie che in diretta giungevano da Parigi mi hanno ieri sera alquanto turbato e la notte non è stata tranquilla. Mi chiedo perché! Dovrei avere assimilato questo stato di scontro continuo che i quotidiani, anche e soprattutto televisivi, ci raccontano innescando una apparente consapevolezza verso un mondo molto più complesso di quanto ci viene proposto. Lo scontro non è solo quello dei terroristi in strada a Parigi o quello in Siria, ma anche quello che ogni giorno dobbiamo psicologicamente assimilare tra personalità politiche, tra culture diverse, tra popolazioni diverse, tra professionalità diverse, tra bene e male, indipendentemente da in che cosa questo si incarni o con che cosa esso si esprima. Lo scontro ci avvolge e appartiene. Conviviamo con esso e lo celiamo a noi stessi di continuo, perlopiù per permetterci di trovare delle isole di serenità tra le vicissitudini quotidiane. Cos'è che mi ha turbato ieri mentre apprendevo di queste giovani persone (le immagino così, giovani!) che armi alla mano si spostavano per i boulevar parigini provocando dolore e morte? Sarà che ho abitato per un periodo lì, vicino a Rou de Charonne e a Boulevare Voltaire; sarà che mi piace andare ai concerti e amo le città, specie di sera. Sarà che ricordo quanto da bambino nel giorno in cui hanno rapito Aldo Moro la polizia aveva fermato il bus fuori dalla nostra scuola, per un rapido controllo di sicurezza, imposto dal protocollo, e che quindi poi sono seguite a casa molte domande e una ricerca che mi ha portato nel prosieguo a voler sapere di più di queste persone che giocavano con la vita degli altri e prima di tutto con la propria, dietro a delle ideologie, o se vogliamo degli ideali, che però non trovavano ieri come oggi giiustificazione nei gesti che ne sono seguiti.
Non ho dormito perchè forse un'amica francese sentita al telefono ci ha raccontato come sua figlia stesse vivendo già con paura un viaggio scolastico che farà nei mesi a venire a Parigi; e questo per la prima volta veramente mi ha posto dinanzi al senso vero della paura, al suo sottile dominio, che scava, che ci porta ad un confronto non facile con il nostro io profondo e con gli altri. Per la prima volta veramente mi sono posto il problema dei problemi, e mi sono chiesto: che fare? Tolta la paura, tolta la stigmatizzazione del "diverso", insabbiata ogni retorica congettura sulle colpe di questo e quello; abdicata ogni tentazione populista:  che fare? Mi è sovvenuto infine un pensiero più forte solo questa mattina, quando ormai la nottata era andata e mi sono ritrovato a far colazione con le braccia conserte: che solo l'educazione all'educazione ci potrà aiutare. Che non ne verremo mai fuori se pensiamo alla guerra, allo scontro, per generalizzare, come una soluzione possibile. Che solo educando le nostre paure, quindi educando (tutti) le nostre congetture e infine educando ogni nostra azione verso gli altri (tutti gli altri) potremo venirne, forse, fuori. Non mi pare che la soluzione sia scendere nelle piazze o mettersi dei marchi sul petto, o alzare alcuni il pugno e altri la mano. Di certo la soluzione non sarà la guerra. Ognuno deve educare se stesso e quindi contribuire all'educazione di chi avrà occasione di incontrare nel proprio percorso personale. Educare, nel senso di educère, tirare fuori, quanto di sano abbiamo dentro noi e quindi hanno di buono gli altri. Spetta solo a noi fare proseliti attorno, spetta a ciascuno di noi. E potrebbe funzionare. Se riusciremo a liberarci da un modo di vivere condizionato dalle aspettative e se riusciremo a convincere anche qualcun altro che quelle stesse aspettative spesso sono lontane dal senso delle cose. Se riusciremo a crescere dei ragazzi che non vivano da frustrati la propria posizione sociale (qualunque sia), se insegneremo a loro un pensiero critico umanista che ritrovi centralità rispetto un progresso tecnologico mosso da vacue finalità commerciali. Se permetteremo che quello stesso pensiero critico umanista non venga di continuo tacciato di vacuità e inutilità. Allora forse favoriremo la nascita di una giovane popolazione consapevole che nelle difficoltà lo scontro non è l'unica strada, che il confronto è in ogni momento possibile. Solo così alla fine di un lunghissimo processo culturale potremo infine dire: ok abbiamo vinto! E soprattutto tutti!

mercoledì 11 novembre 2015

Lucca C&G: per immagini...con qualche commento!

In tempo di migrazioni complesse ho riflettuto anche quest'anno, nel ritrovare Lucca con tutto il suo mondo collaterale di Comics & Games, sulla sensazione di vivere per mesi lo status dell'emigrato, che poi ritrova per una settimana all'anno la propria casa con i vecchi genitori e i fratelli che non rivedevo da tempo. E poi quando rientri passi una serata sul divano a rivedere l'album di famiglia ( le foto, i libri, i disegni...) con una certa nostalgia. A Lucca gli amici sono ormai molti, li scorgi e reincontri nel fare la coda per un disegno, oppure mangiando un panino al tavolo di qualche bar; in alcuni casi sono gli autori frequentati in passato durante incontri o mostre varie a sedersi con te e raccontarsi. Sono storie private che tali restano nel piacere di poterle ascoltare e commentare solo mentre si porgono. Alla fine è questo che mi interessa di Lucca Comics & Games, l'incontro, la consapevolezza della condivisione di un momento in diretta e di centinaia di esperienze in forma indiretta. Il mio resoconto è quindi fotografico, senza troppi commenti. Spero possa interessarvi scorrere le immagini, nel farvi contemporaneamente un'idea di quello che si è vissuto.
I temporary shop invadono Lucca

L'originale della prima vignetta delle Sturmtruppen...

...e la"follia" illuminata di Bonvi in un filmato anni '70

La Rosa Rossa che Mark Buckingham mi regala

Grabiel Bà e Fàbio Moon

Matt Franction si diverte

Tanino Liberatore non si tira indietro

Un piccolo mito, Anna Brandoli

Qualcuno nel successo si lascia prendere la mano...

Didier Conrad e Jean-Yves Ferri: un Obelix vinto al sorteggio!!!!

Karl Kopinski (immenso!) come Lucian Freud

Jordi Bernet disegna la sua Chiara

Tsutomu Nihei e Usamaru Furuya

Appena parcheggiato!!

I cosplayer si impegnano

La bellissima mostra su Here di Richard McGuire

 
Suggestioni tra le mura


Winshluss mi dedica un "Pinocchio and the sky with diamonds"

Manifesti irriverenti

Juan Diaz Canales e Rubén Pellejero con il nuovo Corto Maltese

Il simpatico Paul Renaud

La mostra inventiva di Tuono Pettinato

Il fumo, la madre di tutti i vizi

Le performance grafiche di kim Jung Gi

Richard McGuire (sinistra)

Nine Antico: un disegno con il rapidograph

Spiriti nella notte, va via come il pane!!

Stan Sakai, irreprensibile!

In attesa dell'estrazione "gallica"

Tutti quelli che mi sono perso


mercoledì 21 ottobre 2015

Un ricordo per PPP da vivo

Non ho frequentato fin qui nè molto nè poco le proposte culturali in vita di Pier Paolo Pasolini. Ho visto, letto, ascoltato e allo stesso tempo forse anche no! Mi è parso di aver capito, specialmente mi è parso. Non saprei parlarne nè con consapevolezza nè tantomeno senza. Credo valga il silenzio. Ho molto amato quella scena finale del primo episodio del "Caro diario" di Nanni Moretti, con il regista in vespa alla scoperta del luogo dove PPP è stato ucciso ad Ostia tra il 01 e il 02 novembre di ormai quasi 40 anni fa, nel 1975, ripreso (Moretti) da dietro, mentre la vespa si allontana e poi viene riavvicinata con quella musica struggente sullo sfondo e ancor di più quel paesaggio imbarazzante che attraversa. Ho amato quella scena per l'assenza che la permea, perché non ci sono vere parole per un ricordo. Oggi di PPP lo Stato italiano attraverso il MiBACT ne ricorda l'anniversario della morte. Certo per il tramite del ricordo della morte si frequenterà anche il ricordo della vita e delle opere e del pensiero, ma non mi pare un caso si ricordi una morte. Perché forse nella cesura di quella vita si cela la fine di un pensiero complesso, del tipo che amo e del tipo che continuamente rifiuto, riconoscendo all'uomo un diritto alla leggerezza (alla Italo Calvino certo, ma pur sempre tale!). Ognuno porta in fondo qualcosa di PPP nel suo profondo, ogni intellettuale italiano che si dica, si creda o pretenda di essere tale. Che questo sia poi un atto sincero, emotivo, non saprei dirlo. Si spera che ciascuno possa essere onesto con se stesso, almeno nell'approfittare di un ricordo. E' lasciato a Dacia Mariani, oggi, il compito di presiedere il Comitato celebrativo nell'anniversario della morte di PPP (decine le iniziative che ci saranno a breve  - e questo blog per una volta anticipa l'evento, perché forse non intende parteciparvi realmente e tantomeno trarne le fila a posteriori. Silenzio! SSSSSTTTT!). E' forse tutto scritto, è tutto espresso tra le righe dei testi autografi, e al contempo è tutto celato! Chiesi anni fa un commento a Dacia Maraini ad una foto che avevo trovato su una raccolta de 'L'Europeo' (nel 2002, credo), che ritraeva la scrittrice, Moravia, PPP e Alfredo Bini, produttore dei film di Pasolini, durante il viaggio in Africa, alla ricerca delle location per il film, poi mai realizzato Padre selvaggio. La Maraini mi scrisse a margine della foto (in alto) una dedica ambigua: "Ricordando l'Africa", senza spiegare, ma godendo del ricordo privato. Mi indicò forse la giusta strada, quella del silenzio, appunto! La stessa scrittrice però nel commentare le iniziative a venire per un comunicato ANSA, ricorda oggi le decine di denunce, anche da parte delle istituzioni, a cui PPP è andato incontro in vita, la sua vita difficile, il delitto finale, e parla di una "società italiana che aveva dato via libera a quella mattanza finale". Ancora di maggior interesse quanto esprime in un'intervista su 'il Piccolo' del 20 ottobre l'attrice Piera degli Esposti, che interrogata se ritrovasse rileggendo Pasolini l'uomo che aveva conosciuto, risponde "Ritrovo la profondità delle sue radici. Ritrovo quella verticalità che mi piace rispetto l'espansione di cui tutti oggi sembrano avere bisogno". Nell'incompleto e ambiguo Petrolio, nell'Appunto 130 un personaggio muto (la morte?) che vive nei sogni del protagonista Carlo e lo sveglia parlando attraverso la sua bocca per aneddoti, recita, "Dovete sentirmi e non capirmi", e infine "Ciò che sempre parla in silenzio è il corpo". La mia faccia nel ripensare queste frasi si assesta in un'espressione attonita verso il fuori che ci circonda, e così facendo esprime il suo silenzioso verticale pensiero.

martedì 6 ottobre 2015

Messa al muro!

Manifesto qui una certa soddisfazione nel sapere che questa 'ragazza' qui nella foto assieme al vicepremier e ministro degli esteri belga Didier Reynders, alla presenza dell'ambasciatore italiano Stefano Sannino a Bruxelles, è una mia amica! Ma direi che la soddisfazione più grande sta nella consapevolezza della sua bravura!
P.S. Nella foto l'autrice Vanna Vinci, alcuni giorni fa Premio Boscarato al festival di 'Treviso Comic Book Festival 2015', inaugura il murales la Bambina Magritta, al numero 6 della Rue du Marteau, nel quartiere di Saint-Josse di Bruxelles, a due passi della Rappresentanza permanente dell'Italia presso l'Ue. La Bambina Magritta e' il secondo di ventotto murales, uno per ogni stato membro dell'Ue, per un percorso di affreschi di fumettisti che colleghi il Parlamento federale belga all' Europarlamento.

sabato 19 settembre 2015

Buona evasione!

Il 17 settembre ero in visita per lavoro a Cima Grappa. Qui, dopo un tragitto automobilistico tutto curve tra malghe stile Milka, con mucche, asinelli ecc ai lati, arrivi dinanzi ad una ex caserma, da cui poi si dipanano i percorsi di visita verso il sacrario militare e il complesso monumentale dedicato ai caduti della Grande Guerra (l'intervento edilizio è del 1935). Anche qui come già a Redipuglia (il progettista è lo stesso) trovano separatamente sepoltura soldati italiani e austriaci. La mia visita assieme a dei colleghi si è svolta prevalentemente all'interno di nuvole radenti, cariche di umidità trasferitasi con facilità alle articolazioni. Ma le suggestioni sono molte, e vi invito a cercarvi notizie su qualche pagina online intorno a questo luogo simbolo di una monumentalità esibita nel ricordo di eroismi militari che pongono domande complesse, ma anche di esperienze architettoniche e ingegneristiche davanti alle quali uno si inchina. Resta però il pensiero per l'uomo, per i caduti (oltre 12.000 italiani e più di 10.000 austriaci, molti dei quali ignoti). Il militare che ci guida ci indica una tomba abbastanza famosa, ci dice, che raccoglie i resti di un caduto austriaco: il soldato Peter Pan.
Quel nome (che qui andrebbe però letto all'austriaca e non all'inglese) che stimola la fantasia di noi tutti ci porta ad una considerazione: alla fine, non lo sapevamo, ma Capitan Uncino aveva vinto!
La fine del sogno in quel paesaggio bellissimo, porta la mente alle guerre di oggi, alle genti che si muovono inseguendo una tranquillità per noi scontata. Ogni sera in TV e al mattino sul giornale sbatto il muso su quella gente in movimento e provo (solo psicologicamente) una minima parte delle loro difficoltà. E penso alle parole di chi parla di spartizioni, di restituzioni, oppure alla politica tedesca che dietro l'esaltazione dell'accoglienza umanitaria apre tra le righe le porte ad una tipologia precisa di nuovi arrivati: ai siriani, che hanno delle famiglie, a volte una professionalità e un titolo di studio (forse una ottima futura domanda interna, economicamente parlando), sottendendo con l'invocazione delle registrazioni sul posto, invece, uno stop deciso ad altre migrazioni più complesse fatte di disperati e uomini soli, africani ad esempio. Anche in questo caso oltre le vicende internazionali restano le persone, le storie personali. Per comprendere meglio bisogna spesso astrarsi da se stessi, guardare le cose con distanza anche dalle proprie convinzioni e posizioni. Ecco che una lunga striscia a fumetti in prima pagina sul quotidiano Le Monde (11 settembre) ci aiuta nell'astrazione. L'ha disegnata Zep per il suo blog nel post dell'8 settembre, con il bambino Titeuf che vive il suo viaggio all'inferno nelle guerre degli altri. Vi lascio i link. Buona evasione!
http://www.lemonde.fr/bande-dessinee/article/2015/09/09/zep-dessine-titeuf-dans-un-pays-en-guerre-pour-denoncer-le-drame-des-refugies-en-europe_4750284_4420272.html
http://zepworld.blog.lemonde.fr/
PS Cima Grappa accoglie anche i resti dell'ex base Nato, poi smaltellata, con le sue rampe in cls predisposte per i lanci missilistici in tempo di guerrra fredda. Immersione totale tra il meglio di un secolo.

mercoledì 9 settembre 2015

Tilda, Ralph, Dakota e...Venezia

Dopo un periodo di assenza sono ritornato a Venezia, e non potevo che farlo in occasione della 72. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, in programma in questi giorni al Lido. Ho deciso di andarci domenica 06 settembre, perché sarebbe stato bello poter incontrare in qualche angolo nascosto una delle attrici più grandi del panorama cinematografico contemporaneo, ovvero Tilda Swinton. Un mito per me dai tempi dell'Edoardo II di Derek Jarman (1991) e dell'Orlando di Sally Potter (1992) (credo che l'amore per i labirinti e per Borges nasca visivamente dal film tratto dal testo di Virginia Wolf). La Swinton è un alieno in terra, con un carisma assoluto. La sera, alla prima del film di Luca Guadagnino A Bigger Splash, sul red carpet ha dimostrato tutta la sua innata eleganza (non è un caso che gli stilisti la adorino) mentre buffamente assumeva mille espressioni per divincolarsi dal pubblico adorante (in sala sarebbe andata diversamente, risultando il film di cui è coprotagonista afona molto discusso da critica e pubblico).


Sul red carpet sfila anche un mostro della recitazione come Ralph Fiennes, molto meno propenso ad avvicinarsi al pubblico (mi passa a fianco nel pomeriggio senza considerare nessuno),
e che improvvisa anche una scenetta fingendosi trattenuto dalle guardie del corpo pur di non cedere al rito dell'autografo. 
Più disponibile al (vero) delirio dei fans si è dimostrata invece Dakota Johnson. Sul red carpet ho chiesto alla protagonista della versione cinematografica del best seller Cinquanta sfumature di grigio di regalarmi un sorriso per uno scatto, e lei non si è sottratta, costringendomi ora a cercare alla svelta il DVD del film.
 
Ma la soddisfazione più grande l'ho avuta quando nel pomeriggio, fuori dall'Hotel Excelsior del Lido, ho potuto chiedere alla Swinton un autografo e quindi un autoscatto prontamente concessomi.
Venezia sa regalare sempre emozioni forti, attraverso i suoi ospiti, ma anche attraverso il segno di un uomo e della propria storia sedimentatosi nella Storia urbana del luogo.
P.S. le foto sono leggermente sfocate perchè non è semplice soddisfare la tecnica quando hai una quantità di mani attorno a te che ti urtano il braccio o ti spingono mentre inquadri. I ricordi sono più nitidi, in fondo.

domenica 30 agosto 2015

Alla fine di ogni estate la primavera è lontana!

Il 30 agosto 1965 usciva Highway 61 Reviseted di Bob Dylan, il disco che di certo ha cambiato la storia artistica del cantautore americano, ma che ha determinato una strada larghissima di possibilità che il rock suo contemporaneo e a venire ha saputo infine raccogliere. Oggi Dylan non è più il Dylan di ieri, ma quanti vorrebbero poter essere oggi artisticamente Bob Dylan? E infatti, a ben guardare, sono proprio le pesanti eredità di artisti come lui che hanno portato allo stallo in cui ci siamo costretti.
Con non poca lungimiranza su La Lettura del 02 agosto 2015, allegato a pagamento de Il Corriere della Sera, Carlo Bordoni traccia l'epitaffio di quella vicenda (corrente??) artistica che è stata il Postmoderno. Dallo spunto parafrasato di un'invocazione di Arthur Ribaud nelle pagine di Una stagione all'Inferno, "Il faut etre absolument postmoderne!", che ispirò  la cultura mondiale di fine anni Settanta, sino al canto del cigno determinato dalla debolezza sistemica innescatasi con la crisi del 2008 (ma il postmoderno già traballava da qualche anno!). Scrive Bordoni: "...era necessario voltarsi a osservare la modernità con distacco, quasi si trattasse di 'monumenti commemorativi'. L'uomo postmoderno si pone al di qua degli eventi, per questo è 'post', collocato fuori dalla storia". E quindi il passato diventa un reperto, da citare, mescolando la cultura "alta" con quella "bassa". "La citazione si fa strumento di comunicazione, produttrice di senso in un discorso non scontato". Si crea dunque una distanza con i maestri, con i dogmi e con le ideologie. Le "grandi narrazioni" diventano terra di saccheggio per superamenti che con il senno di poi rimangono fragili contaminazioni di storie già narrate, esasperate nel 'gusto' dei singoli. Il titolo dell'articolo di Bordoni si pone come inevitabile: "L'inutilità del postmoderno". Ma ora? Adesso che abbiamo abbattuto ancora un altro cordone culturale, mossi da una furia iconoclasta pari a quella che si scaglia sui simboli di quanto non ci appartiene più (non solo spostare la polvere sotto il letto, ma gettare il frigorifero dalla finestra!), cosa ci resta? Cosa ci resta da sperimentare dopo alcuni decenni durante i quali l'unica scuola è stata quella utile ad abbattere le "scuole" e a comporre per citazioni e abili saccheggi? Non ci restano che gli "Antichi Maestri". Non so se questi "Maestri" nascondano i semi di nuove ideologie, ma di certo è questa la strada che stiamo intraprendendo, qualunque sia il settore di sperimentazione. E non è un caso che tra le mani del lettore estivo riappaia un libro scritto quando la cultura postmoderna era appena entrata di diritto nei salotti dabbene, nel 1985, un testo dello scrittore austriaco Thomas Bernhard, dal titolo emblematico di Alte Meister (Antichi maestri, appunto!). Cos'è questo libro? Un romanzo, un'invettiva disperata lunga duecento pagine (nell'edizione Adelphi) contro una cultura, quella austriaca, presa nel libro a vere randellate nei denti? Oppure è un ammonimento, che Bernhard, non lontano dalla fine della propria vita (muore nel 1989), esprime nel momento della perdita di una persona cara? Forse una scusa per mettere sul chi vive coloro che credono che l'arte, che la dissoluzione di una vita nella ricerca finalizzata all'arte possa essere una strada appagante alla fine di ogni esperienza umana. Come spesso in Bernhard le frasi si ripetono in una scrittura circolare, ipnotica, a volte fastidiosa, che sfocia nell'aforisma, con ogni frase a divenire anch'essa quasi un epitaffio. E quindi gli 'Antichi maestri' ci abbandonano, "nei momenti decisivi per la nostra vita essi non ci danno altro che la conferma del fatto che anche in mezzo a loro noi siamo soli, che siamo abbandonati a noi stessi...la salvezza sta solo nel confronto con gli esseri umani"; oppure: "...l'infermo terrificante di Dostoevskij è talmente innocuo a paragone di quello in cui oggi ci troviamo." E lo studio degli Antichi maestri? "Quello che studiamo minuziosamente perde valore ai nostri occhi". Poiché, sottende Bernhard, scoprire "l'errore palese" ci fa perdere il gusto delle cose. E' questa la strada in cui stiasmo imbarcando? Una nuova ricerca di ideologie? Una nuova "apertura" verso le "idee senza argomentazione" (per ricordare Furio Jesi)? La costruzione di nuovi miti a sostegno della "macchina mitologica" (ancora Jesi)? Vogliamo che quello che i giornalisti politici chiamano "populismo", vinca definitivamente l'attenzione verso quella "complessità" che il percorso postmoderno aveva introdotto? Bob Dylan ha centrato il suo bersaglio ormai 50 anni orsono, se oggi vogliamo essere decisivi non possiamo esasperare le idee, ma cercare di dare parole a quelle stesse idee, garantire nuove narrazioni, stemperando la religiosità (laica) verso ogni pensiero, per superare il citazionismo ma anche l'aspirazione a qualcosa di assolutamente già detto (e spesso stra-capito, come insegna la Storia). Non diamo continuamente ragione a Thomas Bernhard quando scrive (lui lo scrive per l'Austria, ma qui lo generalizzo): "Se almeno (tutto questo) fosse un manicomio, e invece è un ospizio".

sabato 25 luglio 2015

Piccole scatole emozionali n.17

Le Corbusier nel 1975, dopo aver ascoltato a casa di un amico americano Search and Destroit di Iggy and The Stooges, avendo già avuto sentore della crisi profonda in cui sarebbe caduta l'architettura contemporanea e futura specialmente, vara una nuova linea di T-Shirt che anticipano il fenomeno culturale del Punk. Geniaccio di un Corbu!!
(copyright dell'immagine originale degli aventi diritto)

sabato 18 luglio 2015

Inside&Outside

Padiglione Svizzera - EXPO 2015
Vi è sempre la necessità di contemperare le istanze del "dentro" con quelle del "fuori". Con gli anni che passano la fatica si alimenta nel distinguere le istanze che il fuori propone, dalle risposte che volontariamente e inconsapevolmente ci sentiamo di garantire, stimolati, anzi provocati, da ciò che ci accade intorno. Nascono così i pensieri e nascono di conseguenza così anche i cosidetti intellettuali. Giorni fa Francesco De Gregori, intervistato su Pasolini, diceva che c'è sempre bisogno di intellettuali, ma che, nonostante il debito sia grande verso lo scrittore scomparso a Ostia nel '75, sarebbe utile vi fosse infine un superamento, aprendo la nostra attenzione verso nuovi pensieri. Ma ciò è realmente possibile, oggi, dato che le domande del "fuori" appaiono molteplici, troppe, oltre che condizionate dalla comunicazione mediatica, e considerato che le proposte del "dentro" sono disarmate, atterrite direi, nella frammentazione dei pensieri che la frenesia esteriore determina? Quindi? Il "dentro" propone. Un imbarazzante inadeguatezza nel vivere le vicende quotidiane di un confronto impari tra popolazioni dalle culture diverse. Popoli che si scoprono istante dopo istante "non identici", incapaci di garantire risposte semplificate, esasperati da una coabitazione (fisica) difficile, fatta di usi, modi e costumi diversi, pur nella piena sovrapposizione delle esigenze primarie e delle spinte emozionali. E pare, tra le righe, che più cresce la dimensione della compresenza fisica, più si alzano le difficoltà nel comprendersi. Si elevano dunque anche i toni e si abbassano, invece, le difese di ciascuno. Le menti "più semplici" danno risposte di pancia, stranianti, che rivelano insofferenza, ottusità, oppure utilizzano parole forti e gesti imbarazzanti. Gli altri se ne stanno semplicemente zitti o rispondono con la retorica dell'integrazione e dell'assistenzialismo, che traduce infine una apparente complessità di pensiero nella povertà del gesto. E quindi si scopre che è ancora tutto da fare, ancora tutto da capire. Siamo all'inizio e non siamo preparati.
Ancora da dentro. Un'insofferenza quasi fisica rispetto la sterile proposta con cui le menti "più complesse" confondono, con consapevolezza,  ricerca culturale e finalità economica. Gli eventi culturali (i festival letterari, cinematografici, fumettistici...; le stagioni teatrali, i concerti, di musica jazz specialmente...) si ripetono uguali a se stessi nelle forme e nelle proposte, indifferenti agli obiettivi etici e mossi da una apatia organizzativa, figlia di una esigenza di cassa, direi, e di credito personale, infine. Nessuna ricerca appare estranea ad un tornaconto specifico, facendo leva sulla passione (di pochi, volontari perlopiù) e sulle aspettative di protagonismo della massa dei fruitori, mossi dall'assoluta confusione tra il "fare" e "l'esserci". Un'insofferenza fisica, quindi, che porta ad agire per rifiuto e che si trasforma in rigetto. Un bisogno di profondità che prende coscienza della superficialità, che capisce (e rispetta) cosa muove quest'ultima, ma che cerca anche di comprenderne le ragioni più intime, senza riuscire ad adeguarvisi. E parallelamente la consapevolezza che nella prateria virtuale del web ogni nostra parola "non critica" (positivamente critica, non futilmente critica, oppure critica senza un personale bisogno di protagonismo) finisca soltanto per amplificare il tutto. 
Qualcosa sul "fuori". Il "fuori" è ben rappresentato dall'EXPO in corso a Milano. In quarta o quinta elementare (con la scuola cioè) visitammo ormai alcuni decenni fa (nel 1976, credo) l'appena inaugurato parco divertimenti di Gardaland. All'EXPO, che ho visitato nelle settimane scorse, ho avuto la sensazione di rivivere quell'esperienza scolastica. Non amavo le attrazioni ludiche allora e non ho amato i giri di giostra che i vari padiglioni nazionali hanno saputo offrire ai propri visitatori. E se certe installazioni visive del Padiglione Zero (con il graffio "radicale" di Michele De Lucchi) o del padiglione giapponese, assieme a certe finezze architettoniche, artigianali, del padiglione dell'Azerbaijan hanno saputo catturare la mia attenzione, solo alcune idee forti proposte dalla Svizzera e soprattutto dall'Austria, mi sono sembrate tematicamente centrate e sotto certi punti di vista "critiche".
Padiglione Giappone - EXPO 2015
Padiglione Austria - EXPO 2015
Per il resto solo retorica, e della più becera, attorno ad un tema importante come è quello dell'alimentazione, oltre che la trasposizione in solido di una cultura pressoché esclusivamente visiva che esiste già in abbondanza tra le "pareti" del nostro PC privato. Ecco infine che il senso generale e profondo dell'EXPO si incontra  proprio là dove te lo aspetti, nello stand dei gadget del padiglione italiano (quello stesso padiglione dove vengono ospitate alcune stanze interamente rivestite da specchi, anche nei pavimenti, che oltre a far rimbalzare ed estendere visivamente le immagini in alta definizione delle bellezze naturali italiane, sanno mettere a disagio molte delle ospiti femminili mostrando in bella vista i loro indumenti sottogonna...poveri noi!).
Padiglione Italia - EXPO 2015
Tra gli slogan stampati con fierezza sulle t-shirt in vendita, a fare da contrappunto imbarazzante alla retorica di ORGOGLIO ITALIA, si nota infatti l'emblematico TUTTO FA BRODO. Mi pare che il "fuori" parli esattamente quel linguaggio lì.
Padiglione Italia - EXPO 2015