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venerdì 17 agosto 2018

Spingo e tiro

Ancora Genova. Ancora Genova come punto di svolta mentale. Come nel 2001 (il G8 e quello che ne conseguì), nel 2014 (la presa di coscienza sul rischio idrogeologico) e ora il crollo del ponte Morandi. Tutte le spiegazioni di queste ore appaiono interessanti. Molti assumoro il ruolo di strutturisti della parola. Molti cercano spiegazioni tecniche e politiche. Che i ponti possano crollare personalmente non mi meraviglia, il cemento armato nasce per garantire resistenze meccaniche importanti, ma la resistenza non è resilienza. Questa è la premessa. Potremmo, recuperando alcuni aspetti della cultura tecnica che aiuta a prefigurare i progetti architettonici e alcuni fondamenti della cultura del restauro praticata da me per molti anni, provare a porre in questa sede un'istanza. Posta una sezione in calcestruzzo armato resistente, come viene raggunta la condizione di rottura (la condizione ultima, di collasso), valutandone per tensioni normali la sicurezza nei confini degli Stati Limite di Esercizio? Prima di tutto dobbiamo porre dei limiti al campo di analisi, tralasciando per la sezione il contributo del calcestruzzo soggetto a trazione (quota comunque esistente in realtà); quindi valutare, a premessa, una perfetta aderenza tra le barre di acciaio e il cls che le avvolge; infine ipotizzare nell'analisi la conservazione delle sezioni piane. Premesso ciò, la rottura avviene per raggiungimento delle deformazioni limite del cls compresso o della dilatazione massima dell'acciaio teso (semplificando). Operando in campo elastico/plastico andranno richiamate le deformazioni e non le sole tensioni. Individuata una specifica configurazione di rottura in termini di deformazione, la rottura può venire espressa nei termini di una coppia di valori (di sollecitazioni) di sforzo normale e di momento flettente, che agiscono contemporaneamente nella sezione. Ad ogni configurazione si lega dunque un valore di rotazione della sezione considerata, con determinazione del cosidetto asse neutro di equilibrio (della profondità/posizione di questo rispetto la sezione in c.a. verificata) e definizione della configurazione di rottura. Ogni altra configurazione deformata per la sezione porterebbe al superamento della massima deformazione ammissibile nel calcestruzzo o nell'acciaio. Questo è ovviamente solo l'inizio. In breve la cosa funziona così: assumo un carico, determino le sollecitazioni provocate e massime ammissibili, se supero questa ultimo valore le reazioni espresse dalla sezione resistente non sono più sufficienti e quindi: CRACKK!!! Tutto reso molto terra terra, perché poi vi è un mondo di analisi, di ricerca esperienziale, probabilistica, di conoscenze che non posso e non provo nemmeno a richiamare in questo contesto. Vista la premessa, parlarne al bar o al TG mi pare alquanto fuorviante. Per dirla con parole povere: il ponte resiste fino a quando può. Se si vuole incrementare le sue possibilità in tal senso, si dovrà inevitabilmente intervenire su di esso. Un ponte si deforma, operando nel campo dei valori limite e quindi delle resistenze meccaniche progettate o residue. Un ponte resiste per contrapposizione. Resistere è un termine che deriva dal latino, da RE, addietro, e SISTERE, fermarsi: io sono fermo (sulle mie posizioni) e mi contrappongo, contrasto, fronteggio, mantengo una "passività apparente, ma attiva". Resiliente non ha una risultante etimologica altrettanto lineare. Possiamo farla derivare dal latino RESILIENS, per il quale l'espressione che meglio ci aiuta a comprenderne il senso è la forma gergale "mi rimbalza" (qualcosa, una parola, o una azione). Insomma una "attività apparentemente passiva". Quando un ponte crolla ci si rende conto che il resistere non sempre basta, o perlomeno non basta resistere contando solo sulle proprie reazioni e capacità intrinseche. A volte non sono sufficienti nemmeno le idee. Per cui vale di certo il discorso della manutenzione, ma vale anche di più quello dell'aggiunta intelligente, del puntello o del tirante integrato (in fondo è sempre un discorso di appoggiare e di tirare; di sopperire a delle mancanze, non avendo paura di inserire una stampella, di perdere parte della composizione formale o "ideale" originaria). "Resistere" è inevitabilmente anche capacità di mutare, di modificare le proprie strategie e anche il proprio modo di affrontare chi si pone dinanzi. Forse stare fermi e non arretrare non è più sufficiente. Giorni fa ho ascoltato con interesse, a margine di un evento pubblico, l'intervento di un politico (di "sinistra") sottolineare che in un tempo in cui si è ormai abusato del termine "resilienza", sarebbe infine opportuno riparlare di "resistenza", poiché bisognerebbe ritornare ad un comportamento attivo, se si intende superare certe argomentazioni ("le narrazioni") e azioni ("le politiche"), ormai imperanti in questi mesi. Un ponte crolla anche laddove resiste. Forse la contrapposizione senza arretramenti (di pensiero) non è più sufficiente a determinare reazioni adeguate. Il concetto di resilienza (e qui ha ragione il politico, secondo me) è abusato nel senso. Un termine (uno slogan) NON è (non lo è più) sufficiente di per sè a generare un comportamento politico adeguato. Non è più tempo di scritte sulle magliette e forse nemmeno di striscioni o di bandiere. La modulazione del pensiero aiuta, così come è importante sapere arretrare e accettare di modificare la propria integrità (non etica o morale, ovviamente, ma ideologica) con un nuovo "appoggio" o un nuovo "tirante". Non è trasformismo, ma strategia (culturale e politica). La questione semmai è come e cosa raccontare a chi ascolta per giustificare un proprio comportamentop apparentemente ambiguo, laddove quest'ultimo venisse letto come tale. Di nuovo il problema delle "narrazioni". Resistere per narrazione non sempre funziona (coerenza, malgrado tutto). Resistere per sola reazione non sempre è adeguato (l'ideologia). Contano i fatti, più o meno comunicati che siano (il mito della comunicazione sembra ormai essere anch'esso un sottile palo del semaforo dietro cui è inutile nascondersi). Un ponte non va solo mantenuto (come si tutela l'anziano nelle case di riposo), bensì restaurato (sostenuto). Allora, forse, potrà risultare "durevole", oltre la propria vita utile stimata. Durevole con dignità. Per seguire questo percorso bisogna saper fare però delle rinuncie. La prima all'orgoglio: posso ammettere di avere fatto degli errori, posso accettare di non essere adeguato e quindi di fidarmi di altri, aprirmi alle idee altrui, alle azioni di terzi, di farmi da parte. La seconda al "portafoglio": rinunciare agli interessi diretti, in solido (il soldo) e di posizione. Purtroppo temo sia questa la situazione: i ponti non sono strutture intelligenti, nel senso che non si sostengono di idee, ma di calcoli e materiali. Le persone dovrebbero quindi avere qualche possibilità in più, anche se poi, nello scoprire che sotto certi ponti ci sono le case (dei palazzi condominiali su cui il ponte sembra appoggiarsi), anche questa ultima affermazione, riguardante l'intelligenza intendo, potrebbe lasciare il tempo che trova.
Lorenzo Lotto, Deposizione (particolare), Jesi Pinacoteca
 

mercoledì 25 aprile 2018

Autobiografia

Alcune settimane fa un insegnante mi ha detto che non sapeva se l'attività culturale extrascolastica che gli stavo proponendo per essere sottoposta alla sua classe poteva andare bene o, meglio, andare cioè a buon fine. Perché, ha sottolineato, secondo lui io ero un idealista, mentre lui era una persona concreta, che mirava al risultato. Mi è parso di dovergli chiedere scusa, in quell'occasione, poiché non era mia intenzione instaurare un rapporto di collaborazione senza un obiettivo condiviso di praticità, che nel caso specifico doveva essere trasmettere qualcosa di formativo ai ragazzi. Dopo quel primo momento di smarrimento, in cui un insegnante di latino e greco, nella scuola contemporanea, indicava in me, un architetto che costruisce da oltre vent'anni le case, un idealista, mi sono chiesto (l'autocritica fa sempre bene) se non avesse ragione. Ho quindi pensato ai significati etimologici del termine "idèa", a quel loro rimandare al senso del "vedere" e quindi del "sapere" e del "conoscere", a l'essere un'idea in fondo l'immagine che nella mente di ciascuno ha un oggetto esteriore. Attorno a questa immagine primitiva si instaura un confronto tra altre immagini possibili, si costruiscono dei giudizi. In effetti se essere idealista può significare risultare portatore di un'idea, mi sono detto, forse lo sono realmente. Ho sempre costruito immagini nella mia mente del mondo esterno. A volte credo di averle ripulite anche un pò. Sfogliando poi il dizionario online della Treccani alla voce "idealista" ho trovato questo: idealista s. m. e f. e agg. [der. di ideale] (pl. m. -i). – 1. In filosofia, chi afferma, sostiene o segue le concezioni proprie dell’idealismo, nelle sue varie forme e manifestazioni: gli i. del sec. 19°; gli i. d’oltralpe; filosofo idealista. 2. a. Chi si propone un ideale e cerca di realizzarlo in pratica. b. Chi si attiene più a un modello ideale che alla realtà di fatto (opposto di realista o materialista), o ha comunque fede nella forza delle idee e nel valore dei principî ideali: in politica è un i.; uno scrittore idealista. c. Con senso limitativo, chi aspira a vaghe e astratte idealità senza appiglio con la realtà effettuale, e, per estens., persona che manca di senso pratico: tu sei sempre stato un i.; è troppo i. per poter fare carriera! 
Ho capito meglio che il docente, nel rivolgermi la sua "critica" voleva richiamare di certo la soluzione al punto "2.c.". Io, mentre lui parlava, avevo invece in mente inizialmente il punto "2.a" e quindi in forma definitiva la seconda parte del punto "2.b", ovvero "...ha comunque fede nella forza delle idee e nel valore dei principî ideali". Ebbene sì, santo cielo, aveva visto giusto, l'insegnante, sono un idealista! E non lo sapevo, fino ad oggi! Ho convissuto per decenni con me stesso senza sapere di avere fede nella forza delle idee e nel valore dei principi ideali! Con quest'"ombra" sul mio curriculum personale, per anni, ho costruito percorsi culturali, progettato edifici e luoghi, espresso pareri. Posso, quindi, guardarmi infine indietro e valutare a posteriori quanto prodotto; comprendere se la traduzione in pratica delle immagini che avevo prodotto di continuo nella mia mente degli oggetti esteriori risulti "priva di appiglio con la realtà effettuale", se, alla fine, "sono sempre stato troppo idealista per poter fare carriera!". Ebbene sì, temo sia così, sono probabilmente troppo idealista per poter fare carriera! Alla fine, preso coscienza di ciò, mi chiedo: "E quindi? Potrei rinunciare alle immagini, anche se strambe che la mia mente produce degli oggetti esterni? Potrei soprattutto rinunciare alla mia fede nella forza delle idee e nel valore dei principi ideali, soprattutto dei principi valoriali? Potrei farmi violenza per non percorrere un percorso etico nel solo obiettivo di fare carriera?". Chi mi conosce veramente ha già la sua risposta. Gli altri non mi conoscono veramente. Resta da capire cosa abbia determinato questo mio atteggiamento in parte, come abbiamo visto, stigmatizzato da molti, forse dai più. Se volessi mettere dei caposaldi alla mia formazione idealista, penserei ai miei nonni, alle loro narrazioni, alla loro storia personale. Loro non hanno mai fatto fatica ad enunciare con determinazione l'importanza evocativa di un giorno come questo in cui scrivo. Loro non hanno mai avuto nemmeno il bisogno di enunciarlo questo giorno, perché in fondo possiamo chiacchierare e chiacchierare, prenderci in giro, porre dei distinguo, ma siamo quello che siamo perché un tempo è successo quello che è successo. E oggi, ad esempio, ricordando tutto questo, me ne sto a casa dal lavoro con consapevolezza, per ridare forza a quei principi che fanno di me un idealista, che producono nella mia mente una sequenza chiara e continua di immagini degli oggetti che stanno là fuori e che mi permette di dare giudizi certi, di non confondere le narrazioni. E questa chiarezza mi permette in ogni momento di tradurre queste immagini in atti concreti, che poi qualcuno può leggere come tali o meno, ma lo sono senza ombra di dubbio alcuno.

lunedì 5 marzo 2018

A posteriori...




Non mi hanno sorpreso!

venerdì 2 marzo 2018

Una riflessione, con dedica

Appartieni ad un'epoca fino a quando decidi che non ti rappresenta più! E' questo il pensiero che mi sovviene adesso, nel venire a conoscenza della morte, oggi, di Gillo Dorfles. Non mi piace il termine "scomparsa", non rende merito ad un uomo che ha sempre desiderato esserci (non apparire, esserci). "Morte" è dunque un termine più appropriato. Di Dorfles mi è sempre interessata la sua curiosità, assoluta, sedimentata su una non convenzionalità disarmante. A volte è sufficiente un autografo rilasciato per comprendere il percorso di una persona. Quello che lui mi aveva concesso anni fa diceva molto di un linguaggio contestuale di cultura "alta" e "bassa", di interessi non esclusivi, di "fatti", ma anche di "fattoidi", per dirla alla sua maniera degli anni che furono. Il suo pensiero di critico, la sua reticenza verso il livellamento di gusti e costumi restano comunque un esempio. Mi piace pensare, mentre scrivo, che, non abbia voluto conoscere la conclusione della messinscena politica che si dipana in queste settimane su giornali e teleschermi. Forse ha voluto lasciarci un momento prima. Ancora una volta mi torna in testa Andrea Pazienza, quando con Marcello d'Angelo disegnava e scriveva: "Osservando la sua foto sulla tomba, mi chiesi se il cuore fosse davvero un muscolo involontario e se quella morte non fosse il segno di una resa invincibile (1983)". Chissà se a Dorfles questa considerazione sarebbe piaciuta. Nell'impossibilità della risposta ripenso ad un percorso culturale interrotto, poi, riguardo al nostro oggi e confidando in un rinnovato gesto non convenzionale, dico: "Coraggio italiani, nell'andare a votare, sorprendetemi!"

domenica 28 gennaio 2018

Politically correct...

Una delle cause delle nostre paure contemporanee è probabilmente di natura linguistica. Mi riferisco a quello che si può o non si può dire. Non vuole questo essere un invito a chiunque a liberarsi dei freni linguistici e dire quello che gli/le passa per la testa, ma il desiderio di vedere affrontati dei temi senza il timore di essere costantemente richiamati all'ordine. Per questo motivo leggo, oggi, con piacere che è uscito finalmente in Italia il volume di Jonathan Friedman, antropologo di grande interesse per la sua ricerca di lunga data, Politicamente corretto. il conformismo morale come regime (merito dell'editore Meltemi di Sesto San Giovanni averlo fatto uscire da noi, indipendentemente dalle non poche vicissitudini che il volume si porta dietro). Ne parla sul numero 322 de la Lettura, Elisabetta Rosaspina, pubblicando un'intervista all'autore. Lo riprendo qui perché il tema del "politicamente corretto" mi pare oggi essere al centro di un confronto critico rispetto il mondo (complesso) che abbiamo dinanzi e soprattutto rispetto lo strumento della rete internet con la quale tutti (in forme diverse, per fortuna) siamo abituati ad esprimerci. Non vorrei disquisire troppo sulla cosa, specialmente perchè finirei per essere completamente stracapito (è ormai un classco da queste parti, proprio a fronte del tema di questo post), ma non mi astengo da riportare un estratto dall'intervista a Friedman, all'interno della quale cita correttamente il Geoges Orwell di Politics and the English Language, sulla questione dell'uso del linguaggio "come strumento per esprimere un pensiero e non per nasconderlo", evidenziando la problematicità della cancellazione delle parole. La moralizzazione del linguaggio diventa strumento di limitazione all'etica stessa della ricerca (nel caso di Friedman antropologica o sociologica). Dice Friedman: "Non puoi fare ricerca se vuoi essere politicamente corretto, perché finisci per importi dei limiti nelle domande". Credo sia così, perchè nascondere le istanze per paura di esprimersi, o meglio per paura di essere giudicati rispetto le istanze poste quando queste necessitano di un linguaggio anche non "politicamente corretto", è condizionante e frustrante (per il ricercatore, per il pensatore, ma anche per l'uomo nel suo stare al mondo quotidiano). Il problema odierno è forse il contesto: il marasma della rete e in senso lato del mondo giornalistico. Infatti l'"istanza" va posta nella sua forma finale, a fronte cioè del percorso critico e dialettico che porta alla sua stesura conclusiva, e non gettata lì, senza adeguate fondamenta. Oggi, questo vale più che mai, perché la società vive uno status dominato da perlomeno tre fattori dominanti: l'incertezza (sono incerto perchè mi dicono che siamo tutti incerti), le aspettative spesso superiori alle possibilità (che generano insoddisfazioni, non accettazione, necessità di apparire quello che non si è), e, come sovrapposizione delle due precedenti, l'ipocrisia verso se stessi (mi racconto da solo un sacco di frottole). Non riesco ad indagare il peso reale di questi fattori, ma ne comprendo la portata. Nascondersi dietro la moralizzazione del linguaggio e quindi dietro un conformismo "fai da te-fai da tutti", non produce un percorso etico, ma amplifica soltanto il disagio di molti. Non diamo, come ricordava Orwell nel suo testo, parvenza di solidità al vento, perché "...un uomo può cominciare a bere perché si sente un fallito e così fallire sempre di più per il fatto che beve..." E non è tempo per nuove ubriacature collettive, a cui purtroppo ci stiamo sempre più abituando. 

lunedì 17 aprile 2017

La retorica che potrebbe servire

Ricordo con grande affetto e lucidità tutte quelle persone amiche che, in vari momenti della mia vita sin qui trascorsa, hanno ritenuto di voler ribadire il privilegio vissuto dalla mia generazione, in quanto totalmente inconsapevole di cosa significhi vivere "dal di dentro" una guerra. Mi auguro che quelle persone non debbano ricredersi, oppure che noi non si debba infine pentirci di aver vissuto quella fortuna come un dono scontato, un regalo per cui altri hanno messo del loro, con noi inconsapevoli che non basta stare a guardare, ma che invece sarebbe perlomeno importante continuamente riflettere sulle proprie parole, sui propri gesti prima di trasformarli in motivazioni di scontro. E' un invito rivolto al mondo, se è vero che questo strumento di comunicazione può arrivare ovunque, che cede alla retorica delle parole a beneficio del messaggio: non rinunciamo alla pace!


domenica 12 febbraio 2017

Ti ti ti ti

Rientra nel pensiero complesso il desiderio, sempre maggiore, di poter consapevolmente interrogarsi su questo periodo culturale di transizione, dove nessuno da solo riesce a dare realmente una lettura adeguata di cosa ci sta succedendo intorno o, meglio, dove tutti si sentono in grado di darne una propria e personale, finendo per vanificare il senso stesso di questa. Si alza quotidianamente la voce dei molti, determinando, invece che un'accellerazione del pensiero critico, un appiattimento retorico e ideologicamente partigiano rispetto le tematiche poste. Il pensiero politico non ci aiuta, poichè gestito rispetto finalità immediate e non lungimiranti, perlopiù strumentali. Credo che, nell'esame della cultura politica, si debba andare anche oltre rispetto certa retorica dinanzi ai temi, ad esempio la tautologica ripetizione di certe rivendicazioni rispetto "il costo della politica, l'interesse personale dietro la politica, il compromesso". Nel continuo blaterare attorno a questi temi si permette e si accetta il ridimensionamento del pensiero politico stesso. Una considerazione mi preoccupa su tutte, quella che ciascun politico per emergere debba sperimentare una propria strada personale a scapito di quanto si è sedimentato precedentemente, così da interrompere continuamente i percorsi, e, nell'affrancarsi, crearsi una nuova verginità, garantire un reale collasso di senso al tutto. Mi torna in mente una canzone di Rino Gaetano, Ti ti ti ti, dove nel parlare della politica di allora si evidenziava: "Partono tutti incendiari e fieri, ma quando arrivano sono tutti pompieri". Anche in ciò vi è forse una dimostrazione di retorica critica, ma la constatazione dei fatti ci porta a evidenziare come le cose stiano così come il cantautore ci raccontava nel 1980. La disamina è in fondo infinita. Una casistica ininterrotta di casi emblematici di fallimenti interpretativi, comunicativi, che, alla fine, nell'aprire la possibilità di parola a tutti, determina un corto circuito a margine del quale nei fatti non parla più nessuno. Le voci si coprono e nessuno ascolta. Mi prende in questi giorni un desiderio profondo di ascolto, ma mi rendo conto che attorno vi è spazio solo per "le piccole storie", per visioni parziali, in assenza di una interpretazione ampia, sistemica, che sappia allargare l'orizzonte invece che costringerlo, condizionarlo. Le "piccole storie" vanno per la maggiore, sono comode, poco impegnative, garantiscono punti di vista di fatto limitati. Tutto il mondo della "rete" vive di "piccole storie", interscambiabili. Ogni alzata di voce è in fondo solo un abbassamento del volume generale, fino alla determinazione di un bisbiglio continuo, fastidioso o indifferente, fino alla sparizione definitiva. L'indifferenza finisce per esplicitarsi meglio nell'esigenza individuale di alzare continuamente la mano anche quando non si ha nulla di prezioso da dire (mi capita spesso di rilevare questo a scuola nei bambini e nei ragazzi, ai quali è stato insegnato a non fare troppa differenza tra invito alla partecipazione quale stimolo alla curiosità o alla creatività, e semplice esigenza intima di apparire protagonisti). L'opinione soggettiva impera, e guidata dalla comunicazione mediata si traduce anche in opinione pubblica collettiva. Essa si concede come chiede la tecnica di un ipnotista quando ci pone dinanzi agli occhi il proprio dito e ci invita a seguirlo sino a conquistare l'essenza della nostra coscienza. E sono ancora le "piccole storie" a venirci proposte e quindi a conquistare la nostra attenzione e infine ad omologare il nostro pensiero. Perlopiù la partecipazione diretta sfuma nell'assenza di partecipazione o in una partecipazione fittizia, condizionata. Serve autonomia di pensiero, pertinenza di linguaggio e consapevolezza nel comunicare. E ciò vale per ogni scelta, per ogni manifestazione di cittadinanza o di empatia verso ciò che ci circonda. Spetta agli altri, ma spetta anche a noi.

domenica 22 maggio 2016

Pensando ad oggi, per Giacomo con affetto

Ulteriore piaga del mondo contemporaneo è, oltre al diletto compiaciuto verso il gioco mediatico del funerale continuo per mere ragioni economiche (vedi post precedenti), anche la riflessione insistita su ciò che è passato, sia come atto nostalgico, sia come mera speculazione che permetta di allontanare le responsabilità verso l'odierno (che fa il paio con la constatazione del vuoto o dell'omologazione di idee che spesso ci circonda). Ecco che quindi ricordare è di certo lo sport preferito del contemporaneo medio. Com'eravamo bravi! E come eravamo capaci! Ecco che domani, 23 maggio 2016 cade l'anniversario (60 anni) di uno dei maggiori artisti dell'arte sequenziale italiana: Andrea Pazienza. Nato nel 1956, morì nel 1987 a causa di una ricaduta tra le braccia infide della droga (male di oggi al pari che di ieri, anche se vogliamo nascondercelo quotidianamente dietro una celata negazione dell'evidenza). Andrea Pazienza è sempre nei pensieri di chi ama il fumetto contemporaneo, il suo compleanno che non c'è è solo l'occasione per ripassare una lezione portata a memoria, forse per favorire una riscoperta o una scoperta per i distratti o i più giovani (anche se dubito questa operazione possa funzionare, per ragioni di distanza generazionale). Non è un caso che oggi Zerocalcare spopoli nel mondo dei comics e non solo, la sua cultura linguistica è pienamente generazionale come lo era quella di Pazienza negli anni '80. "Scolpire il proprio tempo" è una affermazione di Andrej Tarkovskij che vale per ogni operazione culturale che intenda incidere il proprio presente. Pazienza lo seppe fare e entrò nella storia della cultura nazionale. Vi è un gran scrivere su Andrea in questi giorni, escono in edicola nuove raccolte delle sue opere. Se passate sul sito Fumettologica alcuni autori e critici stanno dedicando dei bellissimi contributi all'autore scomparso nell'occasione della ricorrenza, http://www.fumettologica.it/tag/andrea-pazienza/. Lo scrittore Daniele Brolli sta pubblicando alcuni divertenti contributi in ricordo di Andrea (resoconti di esperienze passate assieme negli anni '80). Alcuni di essi erano già stati pubblicati nel catalogo che curammo nel 2005 in memoria di Pazienza a corredo di una mostra importante allestita dall'Associazione culturale ARTeFUMETTO nella città di Monfalcone.
La copertina del catalogo e il disegno originale da cui è tratta
Il catalogo si intitolava: Segni e memorie per una Rockstar, titolo che ancora oggi mi piace molto. Sono passati 11 anni da allora e quel testo mi pare ancora oggi interessante per i molti omaggi grafici e testuali fatti dagli autori del fumetto italiano a Pazienza. Se avete occasione andate a cercarlo, molti cataloghi ci sono stati sottratti, ma dovrebbero essercene ancora in giro. Non vorrei però perdere ulteriore tempo a pensare al passato, contraddicendomi rispetto gli intenti iniziali. Ho voluto introdurre qui l'Associazione ARTeFUMETTO di Monfalcone perché dal 2005 ha pubblicato anche dei piccoli albi di una collana dal titolo Anjce che erano scritti e disegnati da tre autori locali (di Gorizia e Trieste), tra cui uno era Giacomo Pueroni, ottimo disegnatore per la Bonelli sulle testate di Nathan Never e Jonathan Steele. Giacomo oggi non sta bene e un'iniziativa dello stesso editore Bonelli cerca di aiutarlo in questo momento difficile. Oggi voglio menzionare Pazienza, ricordarlo, ma il mio pensiero principale va a Giacomo, e la partita con l'odierno la sta giocando lui. Vi invito ad andare sul sito della Sergio Bonelli Editore per aderire all'iniziativa. Una menzione va allo sceneggiatore Federico Memola per la vicinanza vera che sta dimostrando a Giacomo in questa occasione. http://www.sergiobonelli.it/gallery/news/40737/Due-eroi-per-Giacomo-.html
Noi ci stiamo attivando. Caro Giacomo, ci sarà ancora il tempo per il cioccolato!
Horo è un personaggio della serie Anjce


giovedì 19 maggio 2016

Strage

A volte si fanno delle constatazioni stupide. Una di queste potrebbe essere: "Ma quest'anno muoiono tutti i cantanti? Anzi a pensarci bene muoiono tutti?" E infatti se pensiamo al 2016 se ne sono andati una sfilza di nomi importanti nel mondo della musica. Ma non solo. Potremmo estendere la cosa ad un numero considerevole di personaggi famosi, ultimo dei quali Marco Pannella, scomparso oggi. Che la considerazione sia stupida è evidente. E' come se uno avesse appena saputo di un lutto dove in un incidente automobilistico sono scomparsi vari membri della sua famiglia; dovrebbe allora constatare: "Di certo quest'anno è un anno dove muoiono tutti i famigliari!" Infatti è proprio questo in fondo l'ago della bilancia, quanti sono i scomparsi che contano qualcosa per me, per la mia memoria ed esperienza di vita. Ciascuno potrebbe fare un piccolo carnet delle scomparse eccellenze rispetto il proprio trascorso. Ad esempio io David Bowie lo conterei, e infatti ne parlai in qualche post di gennaio 2016. E' un gioco scemo, che però permette di fare il punto sulle cose, su ciò che ciascuno di noi è stato un tempo e su ciò che siamo poi diventati, sino ad arrivare a quello che siamo in questo preciso momento. Da questa disamina direi che questo anno è stato alquanto sfortunato. A ben vedere direi anche che questa settimana è stata di certo fastidiosa. Il 13 marzo 2016, ad esempio è scomparso Hilary Putman, filosofo e matematico che da contemporaneo ha sviluppato un excursus condotto (semplificando) all'interno dell'approccio filosofico realista. Giustamente, per farne capire l'importanza, Maurizio Ferraris, durante un suo intervento televisivo, ha ricordato (parafraso) come spesso si andasse dicendo di come la filosofia fosse ormai morta, ma il fatto stesso che Putman sia scomparso nel 2016 dimostrava che non era vero (almeno sino ad oggi). Vi invito alla lettura di Putman (ad es. Realismo dal volto umano, oppure Etica senza ontologia). Alcuni giorni fa (il 17 maggio) è scomparso anche Piero Zanotto. Era giornalista, critico e storico del fumetto e del cinema. Aveva sempre sollevato il tema della cultura del fumetto, ovvero che il fumetto fosse cultura. Curai, sotto la sua egida e con lui poi ad ascoltarci in prima fila, alcuni mesi fa un incontro a Venezia sul fumetto di Matteo Alemanno. Me ne resterà un piacevole ricordo, e anche una certa amarezza dovuta alla perdita. Oggi è morto come detto anche Marco Pannella. Persona antipatica direi, specie per uno come me che ama i toni poco gridati e non esasperati, anche e soprattutto nell'espressione delle proprie idee. Ma Pannella è stato un rappresentante importante per la politica italiana e di certo anche uomo assolutamente contemporaneo, nel suo amare alla follia la coerenza di un pensiero nell'incoerenza delle posizioni esteriori. Contemporaneo è chi non ha paura dell'esistere "oggi", qui e ora, e ancor di più chi sa affrontare le questioni nell'oscurità del dubbio, ponendosi domande e dandosi anche delle risposte (spesso ambigue) che si ergono poi a fatti. Ricordo che alcuni mesi fa a Gorizia aveva partecipato all'inaugurazione di una mostra celebrativa sui 60 anni del Partito Radicale. L'associazione radicale che la curava si chiama "Trasparenza è partecipazione". Ricordo che la cronaca (il Piccolo del 13 luglio 2015) riportava (sarà poi vero!) come Pannella nell'intervento inaugurale si fosse soffermato su quel nome: "Che nome è? Ve lo dico da dieci anni: le cose trasparenti non si vedono". Che l'abbia detto o no non importa, vale il fatto che di certo l'uomo Pannella non è mai stato trasparente nella cultura civile italiana. Ingombrante invece, e emarginato in parte per questo, ha espresso sempre il suo peso specifico. Ebbene sì, lo dissi qualche tempo fa, siamo destinati ad un funerale continuo (alcuni più sentiti, altri meno, dipende dal nostro coinvolgimento emotivo e non dalla statura di chi muore!), testimoni di un'epoca che al peso della carta ha preferito la leggerezza dell'effimero mondo digitale, che ha permesso alla parola di farsi volatile, ma non alla mente di dimenticare i nostri incontri.

lunedì 25 aprile 2016

Consapevole

E' il 25 aprile. Un'altra giornata con il pensiero ad una amata Liberazione. Un ricordo dentro alla Storia e dentro al proprio cuore. Quante Liberazioni ci sono state dopo l'inizio della prima, nel 1943, quante ne ha abbracciate questo Stato Italiano che continuamente ha vissuto le proprie vicende sul filo di un rasoio affilato. Quante dovrà viverne ancora. Chi può oggi alzare la mano e sentirsi libero? E rispetto che cosa? Libertà da che cosa? Me lo chiedo sempre. Nel 1943 era più semplice rispondere, perché il sentimento era charo e collettivo. Oggi questa ricerca è privata, psicologica ed individuale. Un bisogno d'aria, che spesso ti prende al petto, perché si percepisce che le cose stanno andando eppure si inciampa. Cosa ci immobilizza oggi, e ieri, e l'altro ieri? Adottare una politica individuale di liberazione. A me capita di farlo attraverso il progetto di esperienze quotidiane. Nell'immaginare queste come delle vie che si potrebbero aprire mi pare di leggervi uno spiraglio di libertà. Trovo sempre mura alte a confondermi le idee. Ma le mura non chiudono, non limitano mai veramente, anzi amplificano la percezione dell'al di là, ne rendono mitico il contenuto, ci permettono di intravvederlo per un momento nella speranza assoluta per quello che forse non è o non sarà mai. La mia storia non parla di ricordi partigiani. Ho avuto molti parenti (antichi e giganti) morti nelle guerre che chiamiamo mondiali, ma mai partigiani. Non ho storie personali da raccontare rispetto questo giorno che festeggio oggi. Eppure mai, in nessun momento della mia vita mi è capitato di mettere in discussione l'importanza di questo giorno. Che mi ricorda non chi ero, ma chi sono, una persona che in ogni momento, con le proprie idee accetta dentro di sè che la cosa più importante è sperimentare la propria esperienza di Libertà.

domenica 27 dicembre 2015

Rust Never Sleeps


"Camminare è ciò che mi piace di più, perché quando cammino penso", appunta Neil Young nella sua autobiografia ufficiale, esplicitando il proprio punto di vista sul senso stesso della vita qualitativamente piena, non condizionata cioè dai distraenti flussi esteriori, ma coordinata invece da un senso interiore di consapevolezza del proprio se stesso rispetto il mondo. Una filosofia di vita minima, una propria filosofia. Risponderebbe bene però Linus, così come fa a Charlie Brown che gli espone la propria filosofia di vita, in una fantastica strisca dei Peanuts del 01 agosto 1975: "C'è differenza tra una filosofia e un adesivo sul paraurti!". E' in questa ambivalenza di posizioni solo apparentemente antagoniste che andrebbe collocato il tentativo di fare il punto sul personale porsi nel contesto del 'proprio' mondo e quindi del mondo intero, tantopiù nel tentativo di evidenziare un resoconto su di un periodo della propria vita che per brevità definiamo "anno". Andrebbero, cioè, trovate delle coordinate e allo stesso tempo queste ultime non andrebbero trasformate in dichiarazioni che potrebbero benissimo venir stampate sul dorso della propria maglietta estiva. Sarà mai quindi utile a qualcuno stare qui ad ascoltare il punto di vista sul che cosa mi sia piaciuto o meno di un anno come il 2015? Andrebbe forse con maggior efficacia ammesso che ogni cosa che si potrà dire da qui in poi rappresenta soltanto una semplificazione, il trasferimento di un'emozione o di un pensiero critico nell'enunciazione di un nome. Infatti domani stesso a fronte di un'emozione nuova sarò di certo propenso a variare tutte le mie scelte e quindi a rinnegare ogni sicurezza. Vorrei essere quindi meno netto nel solito, meno didascalico, trovando dei nomi da collocare al fianco di alcune riflessioni, in un mare di complessità, che sappia, alemeno per una volta, separarsi dalla nostalgia. E proprio mentre lo enuncio mi rendo conto che non ci riesco e ricado nel desiderio di dire la mia, a scapito della coerenza con il discorso sin qui fatto, a scapito della mia stessa filosofia sottile, per trasformare appunto ogni sillaba in un adesivo per paraurti. Unica soddisfazione sarebbe quindi forse quella del riuscire a produrre un'analisi che non risultasse infine condizionata dalla paura di restare soli tra gli altri, di autoescludersi dal rito collettivo. Ci provo, dando oggettività alle mie soggettive opinioni, alle cose pacevoli vissute e alle cose che mi hanno turbato. Inizio da quest'ultime. Alcuni giorni fa, il 22 dicembre è scomparso Enzo Cogno, fondatore a Trieste negli anni '60 con Miela Reina de la 'Galleria la Cavana', quale sede simbolica per un sodalizio che continuò all'interno dell'associazione 'Arte Viva' fondata da Carlo de Incontrera. In entrambi i casi siamo di fronte a dei veri ponti artistici tra la cultura locale della Venezia Giulia e quella internazionale. Cogno era pittore attento, dedito al trasferimento del segno pittorico all'interno di una composizione geometrica, così "scientifico" lui, come era creativa e dirompente Miela. Per il Piccolo di Trieste Carlo de Incontrera ricorda come, morta Miela (nel 1972), Cogno non avesse più voluto restare a Trieste, così come il musicista de Incontrera non volle più comporre. E' questa una vicenda artistica collettiva, che mi crea grandi emozioni intellettuali e alla quale ripenso sempre allorché il mio animo si fa "irrequieto" (per dirla alla Chatwin) e sente il bisogno di dedicarsi a qualche nuova esperienza culturale. Il turbamento maggiore nel 2015 è stato ovviamente determinato alle vicende dei migranti, dei profughi (o come si intenda classificarli o nominarli, tanto la questione di fondo non cambia). Questa massa umana in movimento mi ha scavato dentro ogni santo giorno dell'anno e di certo non siamo che al principio di un percorso. Di questa vicenda mi hanno turbato le domande (poste da questa amalgama di popoli diversi), ma ancora di più le risposte date dalla cultura occidentale. La reazione della comunità politica e sociale, che nel bene e nel male ha solo saputo strumentalizzare la cosa e avanzare soluzioni del tipo usa e getta, mi ha creato perlopiù imbarazzo, nel dover condividere gli stessi spazi, la stessa cultura con questa disumanità, che ha saputo offrire solo proposte vacue, matematiche, fatte di numeri, di battaglie navali gestite su dei fogli a quadretti. La situazione che più di tutte mi lascia quindi basito è poi a me territorialmente vicina, a Gorizia, dove sono dovuti infine intervenire quelli dell'organizzazione internazionale di  Medici Senza Frontiere, per tamponare falle che una collettività intera, nei suoi rappresentanti locali in primis, ha determinato, consentito e tutelato. A me, scusate, questa cosa mi ha disgustato parecchio e mi toglie a volte la tranquillità. Sarà per questo che forse il film che ha lasciato il segno quest'anno  ha il sapore del cinema, ma allo stesso tempo lo spirito del documentario. E' Taxi Teheran di Jafar Panahi, già Orso d'Oro 2015 al Festival del Cinema di Berlino. Che il documentario stia sempre di più assumendo ruolo centrale nell'espressione cinematografica contemporanea è sintomo inevitabile di qualcosa che stiamo vivendo, alcuni con consapevolezza, altri con negazionismo. Nel film, fiction e realtà si mescolano, lasciandosi dietro una montagna di parole tutte importanti su di una società in cui  il cambiamento fa a botte con la conservazione di status quo millenari ormai allo stremo. Ho ascoltato molti dischi quest'anno, molti dischi buoni, molti dischi inutili. Ho scritto in qualche post precedente della fine ormai conclamata del Postmoderno, del citazionismo invasivo che lo sosteneva (per semplificare). Nelle arti questo citazionismo è però ancora oggi  matrice prima di espressione, divenendo infine essa stessa nucleo fondativo di ogni proposta (chi ha visto l'ultimo Star Wars sa di cosa parlo). Ciò dipende da varie cose, ma forse soprattutto dalla disponibilità del pubblico a lasciarsi trasportare nostalgicamente nel regno dei propri ricordi, forse come risposta a questa crisi infinita che ci ha costretti a ritrovare nel passato ciò che di buono poteva esserci, come appiglio per stigmatizzare il presente, per negarlo in quanto tale. Ecco quindi che gli anni '80 diventano un periodo d'oro della creatività, sinonimo di pienezza infine, dopo decenni di invocazione al loro essere anni vuoti e superficiali. Ma il vuoto ha una caratteristica principale, non è mai pieno a sufficienza! Quindi quale disco il migliore, il migliore per me, ovviamente! Potrei citarne alcuni bellissimi o interessanti, tra cui l'ottimo di Florence and the Machine, oppure l'intensa prova di Laura Holter, o ancora il disco di John Grant o quello di Torres (in aria PJ Harvey), ma per me più di tutti vale un disco che di soppiatto è venuto fuori in questa fine d'anno dalla camera del tempo (dal 1988, guarda caso) ed è il live Bluenote cafè di Neil Youug, che ti fa capire realmente cosa sia "spaccare", musicalmente parlando. Che cosa ho letto quest'anno? Fumetti. Perché? Lo si sa che chi scrive in questo blog legge i fumetti. ma non è più solo questo. Il fatto è che possiamo ormai dire che se non conosci i fumetti sei tagliato fuori. Lo si capisce bene se si scorrono le pagine degli allegati ai quotidiani, dove gli autori del fumetto italiano e internazionale occupano pagine con le loro storie e storielle (di solito, ormai, più sono intellettuali e più sono storielle). Sono gli editori letterari tutti ad essersi accorti che il fumetto tira (per dirla in gergo) e poi ci sono editori di fumetto che si sono fatti strada nel mercato italiano a suon di copie vendute e ora possono pretendere delle pagine sui quotidiani o nei programmi televisivi generalisti. Ok, quindi, fumetto. Ma fumetto cosa? Perchè va detto che è difficile trovare cose buone che ti tengano incollato alla poltrona, che non strizzino continuamente l'occhiolino a cinema, letteratura e arte figurativa che si presuppone come qualitativamente "alta". E' difficile quindi trovare il metro giusto per misurare le cose. Io ho provato a cercarlo nel ricordo della sensazione che provavo da bambino nell'arrivare all'ultima pagina di un giornaletto di Zagor o di Capitan America (con la troncatura netta delle vicende in divenire) e patire per dei giorni nell'attesa di sapere come sarebbe proseguita la cosa. Esiste oggi nella lettura di un fumetto nuovo la possibilità di rivivere quel momento di assorbimento totale, di straniamento di cui sopra? Forse non più. A suon di graphic novel, pagine fumettate, racconti didascalici, esperimenti linguistici e tecnici, autobiografie e biografie collettive, menate sulla scrittura e sul bel disegno, reboot e ristampe preziose, si è finiti per aver perso il senso di cosa dovrebbe poi produrre sta cosa che chiamiamo fumetto. La sensazione è che forse quell'entusiasmo iniziale si sia forse perso per sempre e che quindi si debba proprio sforzarsi un pò, per non cadere nella trappola del titolo sparato lì pur di sentirsi dire: ma guarda un pò questo che cose intelligenti legge e infine dice. Parto quindi con le delusioni. Il Corto Maltese di Sotto il sole di mezzanotte di Canales e Pellejero è la più grande. Un racconto inutile, che non aggiunge nulla a quanto c'era, disegnato alla "speravo meglio", che dimostra maestria, ma nessun spessore intellettuale alla Pratt, nè tanto meno avventura alla Corto. Altra cosa ormai illegibile sono le serie della Marvel (lasciamo stare la DC che lì ci si perde davvero). Il disegno è ormai sempre uguale a se stesso, privo di una forza evocativa, limitato ad un segno molle di rimando umoristico o all'imitazione fotografica. Le storie si perdono in una continuity infinita di citazioni circolari, con una lettura frammentata e allo stesso tempo dilatata all'infinito, tanto che se ti perdi quattro cinque numeri forse rischi solo di aver cambiato il piano sequenza. Chiaro che si salvino le invenzioni dell'Occhio di falco di Fraction e Aja, ma poi a leggere bene oltre le invenzioni la storia dov'è? Altra super delusione: il Battaglia tascabile, nato sotto la supervisione del solito "ti risolvo io la cosa" Roberto Recchioni e dell'ormai solo copertinista Leomacs. Ma cosa cavolo è uscito da quella serie? Storie vuote, inesistenti, tutte sorrette dall'accoppa e...spacca, gestite attorno a percorsi narrativi lineari (vedi "E le Foibe!"), dove c'è un personaggio che si sposta da un punto 'A' ad un punto 'B' (l'ingresso della grotta e l'uscita della grotta), e nel mezzo gli succede di tutto (Man-Bat di rimando DC compresi). Storie videogioco insomma, in piena idolatria per autori nati in odore di Playstation. Insomma, cosa ho amato quest'anno di questo mondo autoreferenziale impazzito. Ho amato molto Here di Richard McGuire. Ma è un fumetto? Me l'hanno presentato per tutto un anno come tale e alla fine ho finito per crederci. Un gran lavoro, comunque. Ho ritrovato un certo fumetto che amo, di evidente collocazione BD, nelle vicende di Marina di Zidrou e Matteo Alemanno, pubblicate su Skorpio a puntate (i primi due volumi francesi dei quattro che saranno), e che usciranno infine a volumi nel 2016 (mi si dice!). Lo dico forse ora con maggior convinzione di quanto le ho realmente lette, per averle presentate il 17 dicembre a Venezia, nella Sala Pratt del ristorante "Al Graspo de Ua", sotto l'egida di Piero Zanotto (nela foto), e infine capite a fondo nel loro percorso creativo (bisognerebbe forse fare sempre così con ogni storia).  
Adoro un manga con dei personaggi strepitosi che mi ricorda più di un pò le Wacky Races di Hanna Barbera. E' Run Day Burst di Yuko Osada (serie in corso, al quinto volumetto di otto). Va citata poi una storia potente di Zerocalcare in allegato a la Repubblica del 10 maggio, La città del decoro, a dimostrazione che il successo di cui gode in Italia è meritato (e non sono certo io a dirlo, ma i suoi migliaia di lettori). Della Lucca 2015 mi resta forse i Due fratelli, dei fratelli (guarda un pò) Fàbio Moon e Grabriel Bà. Tratto da un romanzo di Milton Hatoum, risulta narrativamente imperfetto, ma è sostenuto da una grafica notevole con un tratto che unisce e sintetizza Mike Mignola, Eduardo Risso e tanto altro ancora. Ha inoltre il merito di una frase gettata tra le righe: "Volevo prendere le distanze da tutti quei calcoli, dal progresso ambizioso. Il futuro questa menzogna che persiste". E ultima voce la darei infine all'epilogo del Ken Parker di Berardi e Milazzo che, con Fin dove arriva il mattino, ci hanno costretto ad accettare una fine, che è stata inutile e dignitosa, come quella del protagonista. Volevo infine citare a fine anno con merito una fiction TV, perché vorrei qui infine spezzare una lancia per il ruolo educativo che ha la narrazione nella formazione dei ragazzi di oggi, spesso frammentati (più nel loro dentro che nel loro fuori) dagli impegni continui, dalle aspettative che su di loro si pongono, dalla tolleranza che viene continuamente data ai loro desideri superficiali. Non è un caso quindi che forse sarebbe opportuno garantire loro l'opportunità della narrazione, non solo quella in prima persona, che pone l''Io' al centro continuo del mondo, ma quella che offre la possibilità di ricordarci che oltre l''Io' c'è anche il mondo. Così cerchiamo di fare ormai da molti mesi durante i laboratori di narrazione urbana che curo per la scuola assieme ai membri e ai collaboratori dell'Associazione culturale ETRA di Monfalcone, senza ambire a dei risultati certi o immediati, ma consapevoli che quella è la strada. La fiction, che è scritta benissimo e ha dei dialoghi splendidi, nonostante (ma forse grazie) tutte le pecche della recitazione e la regia televisiva all'italiana, è E' arrivata la felicità, ideata e scritta in primis da Ivan Cotroneo e prodotta da Publispei per Rai 1. Si parla molto semplicemente dell'amore, in tutte le forme e le derivazioni possibili. A me è piaciuta molto e qui la evidenzio come la cosa migliore vista, letta e sentita nel 2015. Forse anche perchè c'è bisogno di leggerezza alla fine e all'inizio di ogni nuovo anno, che non significa dimenticarsi di pensare, ma semplicemente respirare a pieni polmoni aria fresca.

martedì 27 gennaio 2015

Per Vincenzo Mollica

Vorrei oggi rendervi partecipi di questi pubblici auguri di buon compleanno a Vicenzo Mollica. Con il suo mestiere di giornalista RAI ha  di certo impreziosito il nostro percorso umano con le proprie passioni, che coincidono per buona parte anche con le mie. Di Mollica mi piace il suo essere stato un tramite per molti di coloro che a memoria citiamo spesso come i maggiori rappresentanti della cultura degli ultimi cinquant'anni. Una storia la sua che parte negli anni '80, i "favolosi" anni '80, ma che portavano ancora tra le pieghe del tempo la forza culturale di un gruppo di geni impegnati nelle discipline artistiche più varie, e che hanno spesso intrecciato le proprie strade con il nostro: Fellini, Pratt, Pazienza, Mastroianni, Manara ecc., ecc.. Quei fautori di ricordi vissuti che un giorno Mollica mi disse non sarebbero mai usciti dalla stanza del privato, con un tacito impegno intimo a conservarli come propri. Un impegno il suo che mi parve allora come oggi voler e saper mantenere, lasciando i propri divertisment televisivi in pasto alla gente, e trattenendo la somma più preziosa delle esperienze fuggite nelle tasche di quel giacchino multitasche che di continuo ama indossare.
Questa sua etica mi affascina, e per quella ho qui voglia di omaggiarlo (lui abile sostenitore delle arti tutte senza bisogno di alcuna qualifica di "maggiore" o "minore") nel raggiungimento del suo 62° anno di età. Un saluto.

mercoledì 7 gennaio 2015

Please

Che cos'è un uomo, se la paura lo affligge? Che cosa resta di una società se la retorica ideologica la sovrasta? E' oggi il momento di porgere subito e reciprocamente l'altra guancia, per superare l'idea sottile che si stia vivendo una nuova guerra, e che si possa dunque agire di conseguenza. Paris, sont dans mes penseés!

domenica 14 settembre 2014

Hayao Miyazaki, mon dieu!

Tra qualche anno, se avrò la fortuna e avrò la pazienza, la forza e lo stimolo per aggiornare ancora questo spazio virtuale, raccoglierò probabilmente le mie parole sull'ultimo film di Hayao Miyazaki (da ieri nelle sale italiane per pochi giorni) tra le righe di un post forse collocato nella cartella "Piccole scatole emozionali". Maledetto Miyazaki! Si alza il vento, questo il titolo italiano del film, che riprende un verso di Paul Valéry e che anticipa la chiusura della sua lirica Cimitero marino: "Le vent se lève...Il faut tempter de vivre!". Il cimitero marino di Valéry si trova a Sète, nella Linguadoca francese. Ci sono salito, a piedi, sul colle che lo ospita, nel primo pomeriggio d'agosto di alcuni anni fa. Non lontano vi è un piccolo museo con varie opere autografe di Valéry stesso. Una visita fatta in solitudine, che mi emozionò molto. La frase del poeta apre idealmente il film del regista giapponese e lo accompagna per tutto il suo svolgimento, non come citazione, ma come contenuto significante. Miyazaki ha introdotto in questo suo ultimo film (ultimo in senso assoluto) tutto se stesso, facendone un'opera inarrivabile e che lo colloca infine, a diritto, tra i maggiori registi di sempre, come Fellini, come Truffaut, come Altman, e Chaplin e Antonioni. In sala a vedere il film molte nonne che accompagnavano i loro nipoti o famiglie con figli. Bambini ammutoliti, che non hanno compreso fino in fondo il valore del film, assolutamente inadatto a loro non tanto per i temi quanto per la complessità culturale che sa trattenere. Molte nonne provate invece alla fine del film dall'impatto emotivo che questo trasmette. Tra le immagini che scorrono sullo schermo una riflessione magistrale sul senso del progetto, sul ruolo del progettista, sulla dignità umana quale valore (poche volte così pienamente espressa); sulla presa di coscienza del significato della vita, della sua pienezza, comunque sia. Maledetto Miyazaki, con questo suo film calato nella Storia e che parla alla nostra storia privata, quella di ciascuno; un film a cui in futuro non saprò non ripensare; e che mi martellerà positivamente dentro, specialmente quando ne avrò forse maggiormente bisogno di ora.
Infine, ricollegandomi al mio post precedente, mi accorgo ora come sia il film, sia la poesia di Valéry, possano essere letti in chiave di un superamento dell'"osservazione/speculazione" a favore dell'"azione/vita", dando forza immateriale al progetto che mi sta in queste settimane assorbendo.
 
(vi lascio questa foto del regista con l'autografo che mi fece nel 2005, accompagnato da un inchino. Il mio fu allora e oggi più ampio del suo)

domenica 13 luglio 2014

Le mie scarpe

La mia curiosità verso le situazioni più disparate e verso le persone mi porta ad affrontare le esperienze più varie. Alcuni potrebbero pensare a questo comportamento come un malcelato presenzialismo, ma sinceramente il desiderio del mettersi in mostra è molto lontano da me, come processo mentale e indole, anche se non vi nascondo come tale atteggiamento non mi crei nessun problema mentale o timore. E' dunque più un desiderio di conoscere le cose per poterne parlare con consapevolezza, diciamo con 'soggettiva' consapevolezza. Non avevo mai partecipato, risultando completamente estraneo a quel mondo, ad una manifestazione che invece ha sempre prodotto in me grande interesse e simpatia. Si tratta di "Its. International Talent Support", giunto alla sua 13° edizione. Si svolge annualmente a Trieste e rappresenta un'occasione di visibilità per giovani creativi, designer, fashionist, messi in evidenza, tramite una selezione internazionale, alle maggiori case di moda, ai brand e simili. Dare sfogo ai "sogni lucidi" di ciascuno è il senso del contest che Barbara Franchin, direttore di ITS, propone ai giovani e a chi poi sulla moda e sul fashion sviluppa uno dei mercati più attivi e floridi dell'economia italiana e internazionale. Comprendere il senso di quel sogno mi ha stimolato, soprattutto per affrontare meglio le difficoltà spesso prodotte dal risveglio: la vita reale, l'odierno. La serata finale di ITS è qualcosa di assolutamente glamour, e soprattutto esclusivo, devi far parte della cerchia della cerchia della cerchia per accedervi, o lavorare a contatto con qualcuno che in quel mondo già lavora (gli sponsor, i partner, gli organizzatori). Devi essere l'ospite desiderato e invitato. Ho per questo accettato di rispondere alla chiamata del concorso organizzato da ITS e da il quotidiano il Piccolo, dal titolo "Qual'è il tuo sogno lucido?". Dieci biglietti per la sfilata messi in palio ai primi dieci classificati. Valevano le fotografie, i video, le parole, i disegni per descrivere uno stato di sogno cosciente, durante il quale si è in grado di poterlo indirizzare, mettendo alla prova le proprie aspettative. Io ho spedito questo, cioè una foto, che ho intitolato "Un gesto quotidiano".
Insomma, ho vinto, e così la serata del 09 luglio all'Hotel Savoia di Trieste sono stato reclutato per il ritiro del biglietto-premio, con tanto di foto del gruppo vincitore, poi apparsa sul quotidiano triestino (questa qui sotto), quindi la sera del 12 luglio, alla ex Pescheria, oggi Salone degli Incanti, ho potuto partecipare da spettatore ospite alla sfilata.
Sulla sera del 09 luglio va detta una cosa. Mi ha colpito come nella foto sembriamo tutti degli amici in vacanza. In realtà nessuno conosceva l'altro e la cosa più incredibile è che a nessuno interessava minimamente di chi fosse e cosa avesse proposto per l'occasione l'altro. Tantomeno interessava a chi ha distribuito i biglietti alimentare alcuna comunicazione reciproca. Questa cosa, che è propria di molte situazioni similari, mi ha sempre atterrito. La presa di coscienza che a nessuno importi veramente nulla della cosa in sè, ma che tutto risulti finalizzato alla comunicazione a terzi, a destinatari altri che stanno in luoghi virtuali esterni a noi. Le relazioni umane non ne traggono beneficio. Alcuni giorni dopo ecco la sfilata. Come per tutti gli eventi con delle limitazioni all'accesso c'è sempre un punto di vista 'da fuori' e un punto di vista 'da dentro'. Mentre aspetto di entrare valuto il primo. Risulta palpabile il desiderio di poter entrare da parte di chi non sarà della partita. Ma qualcuno di questi ha provato a fare il concorso? La speranza senza azione è sterile. Molte ragazzine sono lì nella speranza di avvicinare Mika (il cantante; ecco qui una sua foto scattata all'interno); molte resteranno deluse, qualcuna no.
Il valore del bigliettino verde che tengo in mano, con la scritta "Lucid Dream Ticket", assume con il passare dei minuti valori emozionali e di status sociale pazzeschi (i biglietti hanno colorazioni diverse per permettere di assistere alla sfilata da zone diverse delle gradinate; il verde è quello per gli ospiti esterni, l'elite dei nessuno nell'ambiente, quelli come me, con solo una quarantina di posti riservati a disposizione; va detto però che erano posti ottimi e si vedeva il tutto magnificamente). Superata la barriera tra il 'dentro' e il 'fuori' ti aspetta il 'paradiso'. La mostra degli oggetti progettati dai giovani designer (gioielli e artwork in genere), l'ambiente stilosissimo, la gente che ti circonda vestita con tutte le attenzioni del caso (la scarpa, il calzino, il bermuda, il tacco, il cappello, il rimmel diventano armi atomiche per una guerra di corpi sfiorati e sguardi). Anche all'interno vi sono separazioni ulteriori, un privè dove lo status si marca ancora, decretato dal prosecco servito agli ospiti illustri. Mika è assediato. Una fan non più giovane piange chiedendogli l'autografo. Poi ci si siede, la musica è ossessiva e piacevole. Poi le luci si spengono, partono video, partono parole scandite, iniziano le sfilate. I modelli camminano veloci.



Poi le premiazioni presentate dall'attrice Anita Kravos e i giovani creativi premiati. Si parla solo l'inglese. Quindi gli applausi finali. Poi tutti (gli altri) a sorseggiare vodka, mentre molti avvicinano i premiati per uno scambio, una foto (lo smartphone e la socialità online si esprime a livelli  mai visti). Esco e piove. Mi bagno, senza ombrello, passeggiando lungo le Rive solitarie e vuote di una Trieste come sempre bellissima. Una splendida serata. Veramente. Un'organizzazione perfetta, impeccabile, di grande spessore internazionale, senza nessuna sbavatura, come non ne ho viste quasi mai in Regione. Un clima allo stesso tempo affettato e affettuoso, distaccato e conviviale. Nessuno dice, "Ciao, come va"?, ma solo "Sei splendido? Anzi lo sei sempre?" Sei stato magnifico!", "Ti adoro!". Un galateo continuo della parola. Sono perplesso, ma sono stato benissimo. Risalendo in auto, mi bagno le scarpe in una pozzanghera. Le riconosco quelle scarpe, sono le stesse di sempre, sono le mie.

venerdì 23 maggio 2014

Non defiliamoci

Potete smettere di leggere già alla fine di questa frase...uscite e andate a votare! Alzate la testa dal monitor e gettate alle ortiche il mouse. Sono solo strumenti, sono solo eccipienti per i principi attivi che ciascuno può mettere in moto, e che stanno nascosti appena dietro ogni nostra alzata di spalle. Uscite, e andate a votare! Fatelo per chiarezza, per rispetto verso voi stessi e per chi in ogni androne delle nostre città ha bisogno di risposte chiare. Non è mai semplice capire dove sta il bene, ce lo insegna la storia. Il dubbio non si scioglie con l'apatia, ma con la ricerca, che inizia sempre con un punto di domanda. Questo: ?

venerdì 25 aprile 2014

Parlo, quindi sono!

Un periodo di assenza da queste pagine mi porta ora ad avere molti argomenti di discussione da approfondire. Ho affrontato tra febbraio e aprile una lunga esperienza di confronto e incontro con i bambini e i ragazzi di alcune classi della scuola primaria e secondaria inferiore (elementari e medie, in parole povere). E' stata questa molto utile per mettere a punto alcune convinzioni, che hanno trovato riscontro anche nel confronto con gli adulti, durante le iniziative promosse negli ultimi mesi grazie all'Associazione culturale ETRA di Monfalcone (www.culturaeticaetra.com). Parto dal consigliare un testo, pubblicato da poco in Italia da Bollati Boringhieri, L'istinto di narrare di Jonathan Gottshall. E' il suo un ragionamento approfondito sul significato che la narrazione ha per l'uomo, sia adulto che bambino. Per l'adulto è una 'buona pratica', che permette di garantire a ciascuno un equilibrio nel presente: attraverso la finzione si esorcizza la realtà. Per i bambini è uno studio sul reale attraverso il filtro della costruzione immaginata. Le esperienze vissute nelle scuole confermano questi punti di vista e confermano l'assoluto bisogno dei ragazzi (indipendentemente dalla loro età) di ricevere occasioni per raccontare un loro punto di vista. Questo è il punto di partenza della mia riflessione: il bisogno dell'affermare la propria presenza, fisica, creativa, verbale. Non è solo l'evoluzione dei 15 minuti di celebrità alla Andy Warhol, ma anche un'esigenza di protagonismo attivo in ogni situazione, anche quella educativa. Confermo in tal senso l'assoluta ragionevolezza di Michel Serres, quando nel suo libriccino Non è un mondo per vecchi. Perchè i ragazzi rivoluzionano il sapere,  pubblicato anch'esso da Bollati Boringhieri nel 2013, affronta il tema del perché i ragazzi a scuola non riescano più a stare in silenzio. Dice Serres, parlando dell'odierno: "L'intelligenza inventiva si misura rispetto alla distanza dal sapere (...) la nuova autonomia dell'intelletto, a cui corrispondono movimenti corporei senza vincoli e un brusio di voci". E in effetti, ve lo assicuro per esperienza diretta, non passa un secondo in un'aula senza che qualcuno alzi la voce, scambi gesti, pacche sulle spalle, risolini, oppure alzi la mano, per chiedere qualcosa o per avanzare l'esigenza di uscire al bagno o a bere. Serres evidenzia come un ragazzo con un PC davanti e un mouse alla portata di mano, oppure mentre digita sulla tastiera del proprio cellulare o sul video dello smartphone, continui ad esercitare un ruolo attivo, di presenza sulla scena, di guida delle proprie scelte o anche solo delle proprie superflue esigenze. Quando il professore o il maestro si pone in cattedra, ecco quindi che nessuno è più in grado di accettare l'atteggiamento passivo che si richiede allo studente. Passivo fisicamente, e non intellettualmente, ovvio, ma tanto basta perchè quella barriera del silenzio, della partecipazione inattiva venga infranta continuamente. E gli universitari, gli utenti adulti in genere? Uguale. Tu sei lì che parli a loro, sei lì che affronti delle questioni ex cathedra (o al tavolo da lavoro), e loro aspettano di già il momento buono per prendere la parola, l'occasione per un dibattito, oppure aprono lo smartphone o il tablet e digitano qua e là, ascoltando tra le righe. Ascoltare e basta...non basta più! E' uno degli aspetti più interessanti allorché ci si domanda come gli strumenti digitali, telefonici, televisivi abbiamo inciso sulla nostra educazione e sulla nostra società. La televisione ci chiede di essere protagonisti, assumendo ad ideologia il pensiero anni Ottanta di Warhol. E' il lato più subdolo della società dell'apparire. Internet ci propone storie continue, vicende narrative che vanno sovrapponendosi senza sedimentare mai. E, come suggerisce anche Gottshall, infine sono le narrazioni altre (non quelle proprie) a prendere il controllo totale della nostra vicenda umana. La ricerca si trasforma in pettegolezzo, e l'esperienza vissuta in visibilità indiretta. Ecco, ad esempio, il dominio dei selfie, del "me", prima che del "noi". Non narcisismo, ma attivismo impotente. Sono queste considerazioni utili sufficienti a spiegare perché abbia voglia di parlarne quest'oggi? In questa giornata si rammentano i sacrifici di molti per garantire la libertà dai fascismi, anche a beneficio di coloro che forse, anche a ragione, non la desideravano per come poi è avvenuta, oppure, in alcuni casi estremi, non la percepivano come importante per convinzione o tornaconto. La libertà come diritto, che per alcuni si è trasformata in una libertà "problematica". Infatti non mancano mai a contorno di questa giornata, il 25 aprile, i punti di vista che portano a recriminazioni molteplici, specie in questa mia terra, la Venezia Giulia, che ha vissuto vicende storiche difficili da razionalizzare, che hanno condotto ad un secondo dopoguerra infinito, che prosegue ancora oggi.
L'ideologia e l'affronto (parzialmente vissuto) non faticano a trovare posto, purtroppo, dietro ogni affermazione di un diritto, e un uomo con un fucile in mano resta pur sempre uno sbaglio, indipendentemente da come lo si voglia guardare. Ma ogni vicenda va storicizzata, non riletta solo alla luce delle consapevolezze dell'oggi, e vissuta quindi con giusta distanza. Nessuno, credo, possa negare il ruolo che per questa nazione ha avuto in un determinato momento storico l'impegno partigiano, e non dovrebbe essere più un problema cantare Bella Ciao, anche per coloro che da quella vicenda storica sanno cogliere oggi solo alcune recriminazioni. Sarebbe forse un bene, per noi Giuliani tutti, ammettere che, nonostante relegati qui, nell'estremo est italiano, la nostra Storia è una storia italiana. Ma, detto questo, è il tema a trovare spunto nella giornata e non viceversa. E il ragionamento si chiude in brevità, con una affermazione banale e che i più giudicheranno forse scema, ma che come tale mi appartiene comunque: non sia la scatola televisiva e nemmeno quella informatica (computer, smartphone) un'occasione di disimpegno del cervello a favore dell'impegno delle mani. Così che il fucile resti nell'armadio e il pensiero continui a garantire il diritto.
  
(sopra, un banco nelle aule dell'Università IUAV di Venezia; in centro, un volantino del Fronte POPORARE del 1949, visto alla mostra Lelioswing a Trieste, dedicata a Lelio Luttazzi)

domenica 6 ottobre 2013

Etica poietica

"Il termine etica vuol dire che con questo nome si pensa il soggiorno dell'uomo".
La frase è di Martin Heidegger ed è tratta da "Lettera sull'umanesimo". Nel condividere il pensiero, mi pare calzante sottolineare che "etica" è qualcosa che concerne l'uomo e non quello di cui lui si circonda, sia esso materiale o immateriale, sostanziale o strumentale. "Etica" è la cura che l'uomo pone nei confronti della propria vita, trasformando idee in comportamenti. Nel dizionario "etica" è, nell'accezione filosofica, "la ricerca di ciò che è bene per l'uomo". I più interpretano che con "uomo" la definizione rimandi a se stessi, o al singolo individuo, e non all'"umanità". Da qui il fraintendimento che, infine, porta tutti a stare spesso peggio di quanto si potrebbe.

sabato 29 giugno 2013

Instant-report n.1

La trasposizione a fumetti del romanzo Il richiamo di Alma dell'autore triestino Stelio Mattioni (scomparso nel 1997) è in questi giorni ospitata dalla pagina culturale de il Piccolo di Trieste. Vanna Vinci, che si è cimentata nell'impegno, è indubbiamente una grande autrice; e ciò è dato dalla sua attenzione pluridecennale per il linguaggio dell'arte sequenziale, che pratica con successo dagli anni '90, ma ancora di più dalle sue frequentazioni appassionate di quanto prodotto dal mondo letterario, artistico e culturale in genere. Vanna, come dicevo, è una grande autrice, specialmente perché ha conoscenze e motivazioni adatte per farlo; e ciò è un insegnamento per chiunque intenda avvicinarsi professionalmente al fumetto. Il lavoro di Vanna è oggi la dimostrazione della centralità che un fumetto può assumere quale strumento di apertura verso un panorama culturale amplissimo e di portata internazionale. La sua opera, dalla recente biografia sulla marchesa Casati (edita da Rizzoli Lizard) e quindi a ritroso sino alla sua prima esperienza con le ambientazioni triestine, Aida al confine del 2002 (edizioni Kappa), risulta esempio di una ricerca che va oltre il dato documentaristico, per arrivare alla piena coabitazione tra storia, memoria, racconto, condizione e partecipazione emotiva. A Vanna i "fantasmi" sono sempre piaciuti, forse per quel tramite tra "ieri" ed "oggi" che essi vanno simboleggiando; per il loro saper porsi quali guide, non tradite dalla contemporaneità, per l'odierno. Era inevitabile che il personaggio di Alma di Mattioni andasse a solleticare l'interesse dell'autrice, visto che quel personaggio si pone come "fantasma" per eccellenza nel saper tradurre lo spirito non straniante, ma al contempo impalpabile della città di Trieste.
Mentre la storia di Alma e del suo "attonito" scopritore e aspirante si va dipanando tra le pagine del quotidiano (due uscite settimanali dal 29 giugno e sino a settembre), proprio in questi giorni Stelio Mattioni, nome spesso dimenticato e comunque non solito nell'essere riproposto con notorietà nella voce dei più, è riapparso ancora sulle pagine de il Piccolo di Trieste (involontaria pubblicità all'iniziativa editoriale che coinvolge un suo libro, ma splendida occasione di discussione attorno al ruolo dell'eredità culturale degli autori scomparsi) per l'attenzione posta dal bibliofilo ed editore Simone Volpato sul fondo dello scrittore, oggi in lascito alla figlia Chiara e alla moglie Maria. Il Volpato ha proposto nei giorni scorsi al comune di Trieste di farsi carico (culturale) del fondo stesso, individuando una sua collocazione pubblica che possa garantire allo stesso visibilità per i più (libri, manoscritti, carte, scambi epistolari con Levi e Montale tra gli altri, da mettere a disposizione di cittadini e studiosi). L'assessorato alla Cultura triestina ha risposto, sempre attraverso le pagine del quotidiano, nei termini di una impossibilità economica e strutturale per l'esposizione del materiale, e di come le aspettative dei privati nei confronti dell'attenzione delle istituzioni per la valorizzazione di specifici lasciti risultino perlopiù eccessive e conseguentemente dispersive negli obiettivi; da qui la disponibilità, invece, all'acquisizione per la sola catalogazione e conservazione. Insomma, grazie, e quel che poi sarà sarà! E' stata impagabile la risposta alle istituzioni, ancora sulle pagine del quotidiano, di Chiara Mattioni, nel sottolineare che una localizzazione (una sezione), anche dimessa, nella Biblioteca pubblica che peraltro porta il nome dell'autore triestino, potrebbe risultare forse già un economico punto di partenza nella collaborazione con l'ente pubblico. Ha scritto l'erede (cfr. il Piccolo del 28 giugno c.a.): "Ma se molti eredi di illustri concittadini hanno scelto per i lasciti la via dell'esilio, un motivo ci deve essere. Forse perché meglio dispersi e sperabilmente vivi che tutti insieme in una Spoon River in cui il tempo, inesorabilmente, cancella persino i nomi dalle lapidi". E' così! E' proprio così! Sono parole appropriate. Il "pubblico" sa essere rapido divoratore di memorie; difficilmente ha i mezzi e la volontà per la valorizzazione del bene pubblico, figuriamoci quello privato. Il "pubblico" sa creare depositi su depositi, cimiteri preziosi che la patina dorata di memoria ruskiniana potrebbe rapidamente impreziosire, e che invece vengono annullati nell'oblio del tempo. La storia dei lasciti è una escalation rapida e inesorabile, e così riassumibile: donazione, lodi, peso insopportabile, manutenzione vantata e negata, archiviazione, sparizione (mentale e a volte fisica), poi forse la riscoperta quale nuovo miracolo. E' l'Italia che nega se stessa, che sbaglia il rigore calcistico dopo i tempi supplementari (e che si gongola per il bel gioco, per la tecnica dimostrata, rinunciando ad accettare la sconfitta che comunque c'è; Italia-Spagna di questi giorni in Brasile ne è un esempio, non nuovo purtroppo). Un paese immeritevole verso i propri lasciti e che aspetta alcuni fantasmi da incaricare quali nuove guide nel tentativo sempre rinnovato di ritrovarsi. Ma i fantasmi stanno nei romanzi, nei fumetti, mentre la realtà si impolvera e svanisce, e non lo fa per disgregazione, come sarebbe forse più naturale succedesse, ma per sublimazione, che è metodo impalpabile e molto meno compromettente.

Mentre scrivo scopro che Margherita Hack è morta. Se ne va un'"anomalia", struggente nella sua tenera e grezza materialità. Astrofisica e lascito essa stessa del proprio ricordo e dei suoi innumerevoli libri (ventimila e più andati al Comune di Trieste, mi pare di aver sentito). Durante un'intervista la sentii ricordare che la morte non le procurava paure, poiché quando si è vivi la morte non c'è, mentre quando la morte arriva non si è più presenti. Era un falso problema insomma, un problema di tempistiche e di presenze. Non vi potevano essere cadute sulla strada della laicità che la scienza impone. Buon riposo tra le stelle.