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venerdì 7 luglio 2017

Ci sono caduto di nuovo...

Finalmente, ancora un pò di sano fumetto tra queste pagine! Il resoconto (come è abitudine in questa sede) di un'esperienza. Ho curato in questi mesi la sezione Fumetto del festival The Game Fortress, che si è tenuto a Palmanova dal 30 giugno al 02 luglio scorsi. Gli organizzatori del festival hanno posto a necessità la costruzione di un percorso culturale legato al fumetto, che permettesse di determinare relazioni importanti con operatori e autori al fine di verificare l'attendibilità di un progetto di valorizzazione di un sito (la città fortezza, la città stellata), anche attraverso l'attivazione di processi di marketing territoriale legati all'arte sequenziale e alle sue diramazioni. Il festival stesso è stato un notevole esempio di riflessione sulle potenzialità delle passioni di genere quali strumenti di crescita culturale di un sito. 
Abbiamo giocato in grande. Ringrazio Alessandro Olivo, Luca Lorenzon, Fabrizio Urru e naturalmente Sara Pavan, con i quali si è strutturato un attento programma di eventi, fatto di conferenze, panel di approfondimento, mostre, laboratori, occasioni di incontro tra pubblico, giovani autori e autori affermati. Al nostro fianco due realtà imprenditoriali importanti: la Libreria CLUF e la Libreria "La Pecora Nera" di Udine, che ringrazio vivamente. 
Spazio della Libreria CLUF di udine dedicato al festival
A Palmanova nelle giornate del festival sono stati nostri ospiti: Gianfranco Manfredi, Carlo Ambrosini, Pasquale Frisenda, Luca Enoch, Matteo Alemanno, Lele Vianello, Giuseppe Palumbo, Daniele Brolli, Davide Fabbri, Casty, Lorenzo Pastrovicchio, Romeo Toffanetti, Luca Malisan, Paolo Francescutto, Fabio Babich, Daniel Cuello, Matteo De Longis, Sara Not, il collettivo Blanca, il collettivo M.O.L.L.A.. E oltre a loro è stato un vero piacere ospitare Caterina Marietti e Michele Foschini della casa editrice milanese BAO Publishing e la Scuola di Fumetto di Milano. Non ci siamo dimenticati di costruire un momento di riflessisone culturale sul fumetto, sia prima, in fase di comunicazione del festival, sia durante l'evento. Alessandro e Luca hanno garantito la costruzione di un blog importante, dove sono state raccolte preliminarmente molte interviste agli autori ospiti, a dimostrazione che proprio la ricerca sui temi della scrittura (la costruzione delle storie) si poneva alla base dell'operazione intera. Vi invito a consultarlo, dato che molti degli autori ospiti hanno portato a Palmanova delle riflessioni intorno al proprio lavoro, in alcuni casi giunto a conclusione, in altri in fase di ripartenza (http://ptgf2017.blogspot.it/). Importanti sono stati i momenti di confronto plurimo tra autori e pubblico durante le masterclass: gli incontri sono stati aperti nell'occasione a più autori contemporaneamente, garantendo uno scambio interdisciplinare e non retorico sui temi dello scrivere, sulla costruzione dei personaggi, sul disegno e le tecniche.
Gianfranco Manfredi presenta Splendore a Shanghai
Il panel su Cyborg con Palumbo, Brolli e Fabbri (foto Fabio Doria)
Daniel Cuello e Matteo De Longis dedicano allo Spazio BAO
Ambrosini, Alemanno, Vianello, Palumbo e Brolli
Francescutto e Malisan al firma copie
Frisenda, Francescutto e Enoch al firma copie
Babich, Fabbri e Cuello al firma copie
Pastrovicchio, Palumbo, Alemanno, Fabbri, Brolli, Ambrosini al firma copie
Enoch e Ambrosini dedicano i volumi di Sergio Bolzonello a margine di una masterclass
Grazie a Sara è stato fatto un lavoro di approfondimento sulla costruzione dei fumetti destinati ai bambini: non solo illustrazone, ma arte sequenziale pensata per i giovani. A margine si è voluto far convivere, nello "Spazio Cultura", allestito nel Palazzo municipale e quindi nell'"Artist Alley" i luoghi dedicati agli autori affermati e quelli dedicati ai giovani autori, alle autoproduzioni, permettendo un momento di scambio più diretto, senza la tipica frammentazione settoriale che molti festival o manifestazioni di genere vanno promuovendo. 
Sara Pavan +Sara Not+Blanca+MOLLA
E' sorta anche una collaborazione con il Treviso Comic Book Festival, luogo privilegiato di attenzione alla cultura del fumetto e all'incontro con gli autori.
Grazie alla partecipazione dei responsabili di BAO Publishing si è fatto il punto sul percorso della casa editrice (http://leganerd.com/2017/07/03/bao-publishing-successo/) e quindi affrontati alcuni aspetti delle possibilità intrinseche nel medium fumetto quale strumento di marketing territoriale. 
Il panel su BAO con Caterina Marietti e Michele Foschini


Fumetto e marketing: Palumbo, Degrassi/IKON, Malisan, Francescutto, Foschini
Non finirò mai di ringraziare abbastanza Caterina e Michele per essersi prestati ad una "chilometrica" Portfolio review, dove i giovani autori del FVG, e non solo, hanno potuto finalmente avere un confronto serio con operatori preparati del settore, e ricevere consigli adeguati sul come e cosa fare e non fare. Ce ne era bisogno! Grazie Caterina, grazie Michele!
Una portfolio review fiume
Il momento più intenso del festival si è vissuto con l'istituzione e la consegna del Premio annuale dedicato alla memoria di Giacomo Pueroni, premio destinato al "Miglior disegnatore di fantascienza", e non avrebbe potuto essere altrimenti! Giacomo era una persona cara, che ha lasciato molti amici, molti dei quali presenti a Palmanova. Un autore locale ha voluto dedicare a lui un disegno e questo è stato raccolto in una targa che da ora in poi rappresenterà il premio. L'edizione 2017 del premio è andata a Mario Alberti, che con fatica ha trovato alcune parole per ricordare la malattia del disegnatore goriziano e la forza dimostrata dallo stesso in quell'occasione.
Il Premio "Giacomo Pueroni"
Sono molto contento si sia potuto arrivare a questa cosa, ringrazio Miriam, Martina e Federico che ci hanno creduto, e i parenti di Giacomo che ci hanno  permesso di produrre questo gesto simbolico. La notizia del premio è stata ripresa in questi giorni da più pagine online.

Il festival si è chiuso con un arrivederci. La sensazione migliore è di aver prodotto qualcosa di tangibile, da migliorare, da ripensare criticamente. Restano poi forti alcuni rapporti umani che tra le righe sono diventati amicizia.
Un tavolo infinito raccoglie tutti gli ospiti del festival (sezione fumetto)
 

giovedì 20 dicembre 2012

This is the end...Of our elaborate plans, the end.

I più dicono che domani finisce il mondo.
Volevo così essere sicuro di non lasciare cose incomplete prima di andare.
Per questo chiudo ufficialmente questo blog. FINE
 
 
P.S. se poi non succede nulla, magari lo riapro. Forse sì, forse no.

domenica 11 novembre 2012

Appunti di viaggio

A posteriori del post precedente, mentre trovo sulle riviste, sui quortidiani, in televisione, nelle parole delle persone che incontro per strada conferme a quanto sono andato scrivendo, ancora stanco delle giornate passate a Lucca per il festival dei Comics e dei Games, mi imbatto nel nuovo libro di Daniel Pennac, dal titolo Storia di un corpo, pubblicato da Feltrinelli. Pennac è grande come sempre, con il suo tono ilare e sagace e le tematiche senza tempo che sa nascondere tra le righe. Un padre lascia in eredità alla figlia un diario del proprio corpo dall'età di dodici anni a quella di ottantasette, età della sua scomparsa. Lo scrittore si sporca con la materia di un corpo in tutte le sue declinazioni, a sottolineare che ancor oggi, quando il corpo appare solo un qualcosa di esterno a noi, esibito o parassitariamente usato per "stare al mondo", esso costituisce di certo la prima delle realità con cui dobbiamo fare i conti. Al fianco dei temi "corporei", inevitabilmente, è quello della morte a prendere il sopravvento. Forse Pennac oggi non ha più la pazienza per regalarci un nuovo romanzo alla Malaussène e preferisce trovare nella giustapposizione di scritture che la formula del diario gli consente un escamotage a tale limite; ma Pennac è un grande scrittore postmoderno e, come già ci insegnò Pavese, niente aiuta ad affrontare il tema della morte più di un diario ben scritto.
Nel diario mi soffermo, scorrendo le pagine a caso, sulla data di Domenica 13 marzo 1994, dove l'autore/protagonista appunta: "Signore e signori, moriamo perchè abbiamo un corpo, ed è ogni volta l'estinzione di una cultura." La perdita insopportabile del piccolo universo che si cela dietro ognuno di noi è la consapevolezza di quanto quello rappresenti uno sguardo unico e insostituibile sul mondo. E' la vittoria "delle culture" su di una cultura specifica, qualunque sia il colore che la contraddistingue.

martedì 24 luglio 2012

Luglio col bene che ti voglio...

E' inevitabile che questo blog, attraverso i suoi post, diventi una sorta di mia biografia minima attraverso questi anni balordi. A volte il tempo passa e preferisci fare, acoltare o riflettere sulle cose, piuttosto che scriverne. Poi viene il momento del resoconto. Luglio è per me e per sua natura un mese complesso, di vacanze abbozzate, quando il lavoro te lo permette, di momenti di svago, di eventi che si susseguono con una frenesia inaudita; alla fine sono di certo maggiori le cose scordate o rifiutate per stanchezza che quelle viste, cercate o subite. Luglio è l'estate frenetica, così come agosto è l'estate apatica. Provo qui a fare un sunto di cose che mi sarebbe piaciuto commentare meglio, ma che lo scorrere rapido delle ore non mi ha permesso di fare, oppure su cui  il desiderio di vita mi ha consentito di non dovermi soffermare a ricordare troppo. Con il senno dei mesi futuri troverò forse il tempo di approfondire meglio.
Dove eravamo rimasti: l'Italia ha perso gli Europei di calcio, senza troppi lutti in fondo; erano già tutti felici per la sconfitta dei tedeschi per preoccuparsi troppo degli spagnoli che ci massacravano a causa di una formazione assurda in campo: Prandelli ha detto che glielo doveva a quei ragazzi di metterli comunque in campo, anche senza una gamba, per riconoscenza; in fondo era l'allenamento nel campetto dell'oratorio, mica la finale europea! Prandelli si è deresponsabilizzato da una scelta diversa, e a tutti andava bene così! L'Emilia scossa dal terremoto se ne sta invece al caldo, dimenticata un pò dai media, finchè in autunno non comincerà a piovere dentro le tende. Ci sarà Vasco Rossi al concerto promosso da Ligabue, per l'Emilia, a settembre? E infatti è anche secondo me questo il problema centrale! Infatti.
Io il giorno 5 luglio me ne sono andato a Vienna, perché il caldo qui era enorme e a Vienna enormissimo, così farsi male sembrava d'obbligo. La sera stessa alla Staatsoper suonava Herbie Hancock e così la gita più permanenza poteva valere la pena. E mega concerto infatti è stato, con questo geniaccio ultrasettantenne che suonava come un digraziato, con altri tre scatenati supporter. Finalmente un concerto Jazz che valesse realmente la pena, dopo un'infinità di programmi polpettone con-su-per-tra-fra la parola Jazz nel titolo. Per il resto Vienna in lungo e in largo; Klimt in ogni salsa, in occasione del 150° dalla nascita. Restano indimenticabili di quei cinque giorni viennesi: la visita al Kunsthistorisches Museum con il fregio di Klimt nello scalone, visitabile da vicino grazie ad un ponteggio allestito appositamente per l'anniversario; ma anche con i suoi Tiziano e Tintoretto, Correggio e Laurana (il busto di donna più bello che ricordi), Cranach e una Venere dormiente di Dirk de Quade van Ravesteyn fantastica. Poi la Kunsthaus costruita sulla base dei principi artistici di Hundertwasser (i pavimenti a dune, anche nel bagno), dove scovo un'antologica del fotografo americano Elliot Erwitt che da sola vale il viaggio. La riscoperta della grandezza grafica di Kolo (Koloman) Moser al Leopold Museum, che credo il più grande fra i secessionisti. La grandezza architettonica di Otto Wagner sparsa qua e là per la città ed esplosa nell'edificio della Postsparkasse... i suoi fantastici disegni. Un quadro magnifico, un nudo di donna, di Johann Baptist Reiter al Museo del Belvedere. Insomma, molta arte figurativa e molta architettura, ma anche musica e tanti dolci, mangiati nelle panetterie della metro, al volo.
Il giorno 13 luglio, a Grado, Morrisey regala ai presenti un concerto magnifico. Quando alla fine di un live tirato, ben suonato e con il pubblico presente ed entusiasta, tira fuori come unico bis I know its over tratta da The queen is dead di The Smith, molti si commuovono e basta. E mentre sento alla fine del concerto alcuni lamentarsi della durata breve del concerto, mi viene solo da dire loro di andarsene a quel paese. Il giorno dopo, 14 luglio, alla Fiera della Musica di Azzano Decimo, suonano i Madness; le cose vanno così, o tutto sta assieme in un'overdose di sensazioni, oppure c'è il nulla. Quando sul finire del concerto parte il trombone a imitare la sirena della nave di Night Boat to Cairo, siamo già affaticati a sufficienza per un'ora e venti di ballo continuo. One Step Beyond alla fine ci azzera; e rifletto che sono per l'ennesima volta (dopo Bruce, dopo Hancock, dopo Morrisey) dei sessantenni e più, in questa estate 2012, a travolgerci con la loro carica infinita. E' un buon segno, penso, è un buon segno, e provo anche forse la paura che non ci sia poi qualcosa d'altro dopo tutto ciò, di nuovo intendo.
A proposito di giovani leve: sottendendo ai discorsi che si stanno facendo in queste settimane a proposito delle presunte trattative Stato-Mafia sviluppatesi nei decenni scorsi, Giorgio Napolitano, il giorno 18 luglio, rispondendo indirettamente ad una ilazione dell'onorevole Di Pietro, attorno alla presa di posizione del Presidente a proposito delle indirette intercettazioni svolte sulla sua persona, ha espresso quanto segue durante la sua partecipazione ad un convegno di costituzionalisti a Roma: "Il campo di ricerca in cui operate dovrebbe rappresentare il terreno di formazione della classe dirigente, se non si vuole che la politica scada a esercizio dilettantesco che pretende di trarre la sua validità dal consenso elettorale ottenuto...". Non esprimo giudizi sulle prese di posizione di Napolitano, non essendomi fatto un quadro completo della faccenda in cui le sue esternazioni si collocano (si parla di anni e anni di misteri italiani), ma credo che il fatto che i politici debbano sviluppare un proprio curriculum specifico, e necessitino di una forma di "scolarizzazione alta", nonché vengano scelti elettoralmente sulla scorta di una dimostrata conoscenza di un mondo loro, che definiremo per brevità "politico", io credo costituisca il "minimo sindacale" per uno Stato funzionante.
Infine. Giovedì 19 luglio un deficiente con dei problemi (o un povero diavolo, naufragato nei suoi problemi) si veste da Jocker, e a Denver, in Colorado, alla prima cinematografica dell'ultimo film di Batman, entra ed esce dalla sala e spara sulla folla, uccidendo dieci persone e ferendone 58. La colpa è dei fumetti maledetti, violenti (quello di Frank Miller, Il ritorno del Cavaliere Oscuro, in questo caso), non della liberalizzazione all'acquisto delle armi (che Obama, in lancio elettorale, ieri ha detto essere fondamento di libertà); non di una società incasinata che mediaticamente idolatra queste persone anche quando la loro esasperazione si trasforma da malessere personale in pazzia violenta. I fumetti. I nemici di sempre. Molti sono violenti, è vero, Alfredo Castelli, creatore di Martin Mystère e grande conoscitore della storia del fumetto, ricorda sul Corriere della Sera del 22 luglio la facilità con cui si arrivi a colpevolizzare i fumetti; come negli anni Cinquanta questa fosse una abitudine, e come anche Nilde Iotti fosse stata allora tra i fustigatori dell'arte sequenziale quale strumento del capitalismo rivolto ad obnubilare la mente dei più giovani (e se lo disse Nilde Iotti, poi!). Personalmente, quando James Holmes (il pazzo omicida, il triste naufrago) ieri si è presentato in un'aula di tribunale, con i capelli ancora colorati di rosso-Joker, con il suo volto assente, sedato forse, ma più che altro lo definirei svuotato, mi è sovvenuto quanto possa aver pensato, riflettuto disperatamente sul suo atto folle, come avesse riversato, forse, una vita intera di passioni, di aspirazioni, tutto in quel folle gesto; e quindi in quell'aula, quando  infine era  stato ormai tutto compiuto, completato, dentro di sè trovasse solo vuoto, solo nulla. Chiudesse infine gli occhi. E restasse solo, caprio espiatorio di sistemi che stanno fuori dalla sua mente e che ora della sua vuota corteccia celebrale infine si nutrono per alimentarsi. Un omicida, da condannare certo, e senza giustificazione alcuna, che probabilmente, nei democratici United States, che perlopiù votano convinti contro l'assistenza sanitaria per tutti, che permettono ad un ragazzo di acquistare delle armi per strada, finirà nel braccio della morte e poi nel 2013 o 2014 su di una sedia elettrica oppure con una siringa velenifica nelle vene.

domenica 22 gennaio 2012

Le strade dello "spirito"

Mi appassionano le strade tortuose affrontate dalle persone nella loro ricerca continua del benessere. Un benessere fisico e soprattutto psicologico. Non mi sorprende come alla fine di ogni ricerca terrena, spesso infruttuosa, considerato che ognuno è sovrastato da un declino psico-fisico inesorabile e dal cosidetto "scontro quotidiano" che appesantisce e sfinisce a volte le aspettative, altre volte le aspirazioni, si arrivi quindi ad un confronto con l'"oltreterreno". Con quanto è meno spiegabile e che quindi garantisce speranze. La speranza evangelica cristiana si manifesta ad esempio nella croce, nel dolore, ed è un invito a non fuggire verso un futuro consolatorio, anche se il presente è a dir poco insopportabile. Reminescenze, di cose che capisco poco e che forse ho poco riflettuto, ma mai trascurato, di certo non per il semplice piacere della parola grave. Potremmo cadere in discussioni infinite, che poco ci aiuterebbero a dare un senso alle nostre giornate: mi è stato detto un giorno da un parroco mio cliente (ristrutturavo una piccola chiesa), che per coloro che hanno maturato dentro di sé la decisione che Gesù non è il Messia, nessuna dimostrazione sarà mai convincente; ma per tutti quelli che portano il ragionamento al suo opposto l'evidenza parla da sè. Va bhè, tralasciamo di entrare nello specifico e direi rispettiamo chiunque in quanto uomo, prima di tutto, e assieme alla sua fisicità anche i suoi pensieri. E questo ci garantisce a tutti un fare forse non "oggettivamente giusto", ma di certo nemmeno "soggettivamente ingiusto". Ma nell'etere le aspettative non calano solo perché vogliamo abbandonare alcuni pensieri filosofico-religiosi: le persone si trovano sempre a cercare qualcosa d'altro, "quello che non c'è" (o che non si ha), forse deluse da quello che invece c'è (o che si ha). E ognuno matura le "fedi" più strane, confondendo la fiducia con la passione. Ecco quindi a voi un piccolo resoconto testuale e fotografico (estrapolato nell'ironia delle cose raccontate o mostrate) di ciò a cui l'uomo medio si abbandona per soddisfare ad un vuoto, qualsiasi esso sia o gli si presenti davanti. Religione, passione, convinzione, illusione, fuga. L'uomo però va sempre capito e soprattutto non deriso, non lasciato solo. E non ho parlato di calcio, di auto, di...
Tutti chiusi in piccoli mondi, estrapolando Salinger a caso e immotivamente, come sempre succede, da i Nove racconti, "cantavano senza accompagnamento strumentale, o per meglio dire, senza nessuna interferenza".

(nelle foto, nell'ordine: la Biennale a Venezia (Arsenale); Emilio Vedova nel suo atelier, in una foto ai Magazzini del Sale a Venezia; i segni zodiacali in una scultura nel giardino di Ca' Rezzonico a Venezia; le botteghe alimentari a Bologna (vicino via Clevature); un articolo apparso sul quotidiano
il Piccolo a dicembre 2011 (vorrei conoscere il giornalista...); una maglietta in una vetrina a Lucca; Art Spiegelman premiato a Pordenonelegge del 2010; un graffito su di una colonna della recinzione della fu Villa Albani a Roma; un disegno di Gary Frank per Superman (copyright DC Comics e dell'autore); in una vetrina in Toscana capeggia una maglietta iconica con Gianni Agnelli)

sabato 31 dicembre 2011

Alla prova dei "fatti"

E giungemmo alla fine numerica dell'anno 2011: 31 dicembre 2011. A me questo 2011 ha veramente massacrato i sentimenti più reconditi e quindi mi scopro sinceramente soddisfatto di gettare nel cestino il calendario ormai "finito".

Per me questa è una data importante.
Da domani non sono più il presidente dell'Associazione Culturale ARTeFUMETTO
di Monfalcone. l'associazione continuerà la sua attività nel 2012, anno in cui verrà degnamente celebrato il suo decennale dalla fondazione (a novembre). Nelle prossime settimane si definirà il passaggio al vertice. Le mie dimissioni, che mi vedranno ancora lavorare in futuro per l'associazione, vogliono essere motivo di stimolo per questa piccola realtà, che mi sta a cuore, e che ha saputo anche produrre cose pregevoli. Servono in questo contesto culturale apatico che ci circonda nuove idee e proposte. Lo dico senza rammarico, perché sono stati anni bellissimi e sono convinto che le "idee" siano sempre più importanti dei "soldi".
Da oggi, inoltre, cessa la sua attività lo studio Architetti Associati di cui sono cotitolare. Anche in questo caso la realtà non scompare, ma si trasforma per raccogliere la sfida di chi in questi anni (istituzioni, ma anche colleghi) sta facendo di tutto per ridurre una professione magnifica e nobile, quella dell'architetto, a mero fattore prestazionale e di mercato. A loro dico: una risata (la nostra) vi seppellirà!!
Per cominciare bene il 2012 scelgo quindi di fi
nire nel modo migliore: le classifiche!!! Con alcune modifiche però. Questa volta decido di abbandonare ogni velleità critica e mi avventuro in maniera spudorata nella tanto vituperata (irragionevolmente) soggettività: "A me piace"!! Punto!! Ovvero il meglio 2011 per me, a 360° e senza confini di campo,... scusate ma del peggio mi sembra abbastanza sciocco parlarne, visto che di esempi lampanti ve ne sono stati in questi mesi senza parsimonia. Accontentiamoci del meglio, con speranza e con scaramanzia (N.B. le scelte rimandano a quello che è giunto a me nel 2011 e non necessariamente a quanto prodotto nel 2011... lo dico per i puristi, che sono anche dei grandi "spaccamaroni").
The best... 2011 is?
Miglior disco straniero: PJ Harvey, Let England Shake (mi ripeto su queste pagine, ma quest'anno è veramente la migliore);
Miglior disco italiano: Cristina Donà, Torno a casa a piedi (idem, come sopra);
Miglior novità musicale: Nneka, Soul is Heavy;
Miglior concerto: Cristina Donà al Deposito Giordani a Pordenone, 22 aprile 2011;
Miglior testo breve (narrativa): Sandro Veronesi, Profezia (racconto nella collana Inediti d'autore del Corriere della Sera);
Miglior testo lungo (narrativa): Silvia Dai Prà, Quelli che per me è lo stesso, Contromano - Laterza;
Miglior testo (saggistica): Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo, Guanda;
Miglior fumetto (graphic novel): Bastien Vivès, Polina, Black Velvet (qui ci sarebbe molto da dire, ma vado a pelle, considerato che tutto quanto ho letto quest'anno, mi è sembrato alquanto "mancante", nel senso che mancava sempre qualcosa...vale per Daytripper di Moon e Ba, vale per Asterios Polyp di Mazzucchelli, vale per Habibi di Craig Thompson... é quindi un primato del meno peggio);
Miglior fumetto (franco-belga): Zidrou, Matteo (Alemanno), Protecto, NonaArte Bedé (uscito finalmente in Italia nella sua completezza... magnifico!);
Miglior fumetto (saggio): Peanuts. L'arte di Charles M. Schulz, Panini (un saggio di soli disegni e fotografie, e a me pare sufficiente);
Miglior illustrato: Ana Juan, Snowhite, LOGOS (magnifico... e orribile);
Miglior fumetto (alternative): Ruppert & Mulot, Irene e i clochard, Canicola;
Miglior fumetto (giovane promessa): Nicolò Assirelli, Cave Canem, BD edizioni;
Miglior fumetto (seriale): B. K. Vaughan, P. Guerra, Y: L'ultimo uomo, Planeta de Agostini;
Miglior fumetto (striscia): Liniers, Macanudo, Double Shot;
Miglior mostra: Brecht Evens, al BILBOLBUL di Bologna, edizione 2011;
Miglior artista scomparso: Alberto Burri, per la permanente agli ex essiccatoi tabacchi a Città di Castello (PG);
Miglior artista contemporane
o (vivente): Gerard Byrne, per Loch Ness 2011-2010, visto alla Biennale Arte 2011 a Venezia;
Miglior film: Paolo Sorrentino, This must be the place;
Miglio programma televisivo: non pervenuto;
Premio simpatia 2011: Silvia Ziche;
Premio "Mi hai veramente insegnato qualcosa ed è merce rara": Giuseppe Palumbo;
Miglior pranzo/cena: Osteria dei Re, Piazza Bosone-via Cavour, Gubbio;
Premio "Luogo per la vita": il bosco di Camaldoli (Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi);
Fatto internazionale con maggior impatto o rilievo: il terremoto in Giappone (da una catastrofe naturale, un monito per tutti, e un risultato importante anche per il nostro paese);
Fatto nazionale di maggior impatto: la scemenza umana, che si cela un pò dovunque, e molte volte sta al "vertice" e il più delle volte alla "base" (mi includo, come scemenza umana n. 1, the best!!).
I ringraziamenti per il 2011.
Ad Alessia, per i sorrisi.

A Gioia, che continua a mantenere vivo in me l'amore per l'architettura.
A Walter, per essersi fidato, comunque vada.
A Federico, che spesso mi da' retta.
A Emilia, per la sua dura corteccia.

Ecc
o, stiamo per esserci, ancora poche ore... 2012, anno bisestile!

giovedì 15 settembre 2011

Residenze

Ho letto di recente un'affermazione di Frank Lloyd Wright, maestro dell'architettura internazionale. Dice: La morale è una convenzione, mentre l'etica è un principio. Su queste pagine ho spesso usato questo termine, etica, richiamandolo come una mancanza, un vuoto che questi tempi non riescono a colmare. Tempi, appunto, privi di principi e ricchi di convenzioni. Ebbene, non tutto è perduto. Incredibile!!! L'ho trovata, l'etica intendo, e altrettanto incredibilmente vi svelo dove sta di casa: a Forlì, in Italia. Non tutto è perduto...

lunedì 13 giugno 2011

Quorum!

Olè, il pranzo è servito.
Lo so, sarà infantile...ma sono contento!
(la foto è di Keiko Ichiguchi, e questa scelta non è casuale. Ciao Keiko!)

domenica 15 maggio 2011

Carte di identità

Giornata elettorale. Credo di voler votare e voterò per colui/colei a cui non ho sentito o non sentirò pronunciare nei propri "annunci" elettorali la parola "identità". Il "mantra" a cui sono stato costretto (e temo che lo sarò ancora per un pò, considerati i possibili ballottaggi) dice, più o meno: "Bisogna ritrovare l'identità perduta", oppure "Il cittadino è consapevole di aver perduto la propria identità". Non trovo molti documenti di identità sparsi nelle strade delle città che vado visitando o frequentando abitualmente. Riscontro situazioni edificanti, altre difficili da interpretare (diciamo ancora una volta "complesse", non nel senso di "problematiche", ma di sedimentate, ricche di giustapposizioni o sovrapposizioni), ma casi espliciti di carenza di identità, no! Anzi, al contrario, direi. Riscontro degli eccessi di radicamento, invece.

Ho sentito dire a qualcuno che l'affiancamento ad un marciapiede di una pista ciclabile può determinare una perdita di identità urbana; la perdita di una riconoscibilità morfologica della città e quindi di un conseguente senso di appartenenza. Mi sono chiesto, nel sentire ciò, immediatamente l'età dell'oratore. Supponiamo che l'identità di un candidato sindaco medio possa andare dai 30 ai 70 anni. Consideriamo poi che un'identità perduta implichi che la stessa ci sia un tempo stata e che un soggetto pensante l'abbia quindi verificata e riconosciuta; riflettiamo, infine, sul fatto che una persona possa maturare una propria coscienza civile (non un'educazione aprioristica, intendo, ma una presa di coscienza) e conseguentemente anche un senso di identità attorno ai 10-15 anni (sono approssimativamente ottimista) e che quindi esso sia andato sedimentandosi tra il 1955 e il 1995. Ovvio, che un sindaco che oggi ha 30 anni faccia riferimento ad una cultura civile e ad una riconoscibilità urbana diversa rispetto a chi ne ha 70. Ci si chiede, quindi: Quali sono i fattori che determinano l'identità in senso oggettivo? Quale identità è andata perduta? Ne esiste una migliore all'altra? Bho! E poi è possibile definire tutto ciò in maniera analitica? Bho!

Io credo che ciascun candidato abbia il dovere di esprimere una propria visione della città, di creare egli per primo degli indirizzi di processualità urbana ("sviluppo" è una parola che mi sta stretta, esattamente come "progresso") e quindi "civile", "sociale". Io credo che ognuno, desiderandolo, possa radicare dei sentimenti in un luogo, determinando un'identità nuova, o accrescendo il senso di una identità già presente dentro di sé, o dentro una collettività che potrebbe quindi ben rappresentare. E poi ci sono i valori, soggettivi, oggettivi, in cui ognuno crede o che insegnare o alimentare è necessariamente un dovere. Sono i valori etici, culturali, ecc.. E' un'identità nuova in cui un ragazzo potrebbe, crescendo, riconoscersi e che finirà per fare forse propria. La terrà come un dono, voltandosi un giorno, da adulto, e dicendo: "Dov'è andata?" E allora, forse, con maggiore consapevolezza di quanta ne abbiamo noi, dirà tra sé, alzando le spalle: "Bhé, avanti il prossimo! Sul marciapiede c'è ancora posto!" Potrebbe essere una strada meno animata da individualismi (anche quando nuove false "crociate" saranno annunciate in nome della collettività) e più propensa alla tolleranza.

E' una visione ottimistica, lo so, che alcuni non si sentiranno forse di condividere. E' però la solita storia del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Un signore, all'università, mi ha suggerito: Diffida della storia del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno! In natura il bicchiere esiste sempre e soltanto vuoto: quando ci vedi dentro qualcosa, allora vuol dire che è, oggettivamente, mezzo pieno!

Buon voto a tutti.

sabato 14 agosto 2010

Le vacanze

Vi ho lasciato il giorno 3 agosto mentre facevo le valigie e mi ritrovo qui oggi a disfarle. Sono passati 11 giorni e mi pare al contempo uno spazio brevissimo e lunghissimo. Quest'anno sono stato in Svizzera, il cantone francese, Ginevra, il Vaud e poi fino a Basilea. Credo di aver accumulato una quantità di stimoli da poter occupare parecchi dei prossimi post. Vedremo se sarà così. Per ora voglio farvi una piccola sintesi del mio viaggio, come fosse una premessa per capire quanto scriverò prossimamente.
La sera del 3 agosto, valigie completate, decido di andare a sentire Patti Smith che canta a Grado. Già il fatto che il concerto sia qui a pochi chilometri da casa mi pare un buon motivo. Lo sarebbe anche solo per dare coraggio "economico" a chi organizza queste cose in queste terre sempre un pò ai margini delle cose. Il concerto comincia alle nove, c'è un temporale in arrivo e circa mezz'ora prima, mentre ascolto da lontano suonare un cantautore tarvisiano che ha il compito di aprire la serata, sto appollaiato sul muretto della diga, parlacchiando con Alessia del diluvio universale che credo sarebbe scoppiato fra poco. Vedo passarmi accanto Lenny Kay, il chitarrista storico di Patti Smith: lo riconosco dai cappelli lunghi e bianchi. Al suo fianco, con una maglietta con disegnato un teschio, la solita giacca lunga e abbondante e i soliti stivali, se ne sta Patti. Ci passa accanto, a circa due metri, si ferma a contemplare la spiaggia e il mare, a guardare il temporale che arriva. Si toglie gli stivali e anche Kay lo fa, poi scendono lungo l'arenile, camminano nell'acqua, si scattano delle foto tra loro.
Nessuno li riconosce e io e Alessia li guardiamo e decidiamo di continuare a fare gli spettatori e di non rovinare quel momento privato per chiedere una foto o un autografo come in realtà avrei la tentazione assoluta di fare. Scatto qualche foto al volo e mi piacciono così, per come sono venute, imperfette, sgranate, perché rendono bene la tenerezza di quel momento di due vecchi adulti bambini che giocano con amicizia tra loro (qui una foto in allegato).
Poi il concerto, imperfetto, con la pioggia che è lì per venire giù, ma non viene; con gli strumenti che non vanno e lei vecchia e scatenata e trascurata come sempre saluta e si sgola: un mito per me.

Poi il giorno dopo si parte, presto. Si visita il castello di Fenis, poi si raggiunge Aosta. Si visita un pò il centro che non avevo mai visto. Il giorno dopo, prima di partire vado al chiostro della Collegiata dei Santi Pietro e Orso. Qui convinco un architetto della Soprintendenza della regione Valle d'Aosta a farmi visitare gli affreschi ottoniani dell'anno 1000 d.c., nascosti nel sottotetto della navata della chiesa. Poi il traforo del Monte Bianco, Courmayer e poi Ginevra. Si dorme a Gex, in Francia. Il giorno dopo siamo a Losanna: il centro, la mostra di Zep, il disegnatore di Titeuf (un pò di fumetto ci vuole sempre), Ouchy, il lago, il museo olimpico. Poi in macchina fino a Chexbres, lungo i vigneti del Lavaux. Quindi Vevey dove è sepolto Chaplin e dove non trovo la Villa de Lac di Le Courbusier. Poi di ritorno ci si ferma a Nyon e quindi di nuovo Gex. Il giorno dopo è per Ginevra: il centro, la cattedrale, il palazzo dell'ONU, lo shopping. La sera, alle dieci, c'è la festa agostana di Ginevra, ci sono i fuochi d'artificio, bellissimi e lunghissimi sul lago, tra una folla immensa. Il giorno seguente siamo in viaggio, facciamo un casino per vedere la tomba di Audrey Hepburn a Tolochenaz. La troviamo per miracolo, grazie ad un ragazzo di Brescia. E' un luogo misero e al contempo bellissimo per l'umiltà che ne traspare (qui l'esterno del cimitero).

A mezzogiorno siamo a Yverdon-les-Bains visitiamo l'area che nel 2002 fu dell'Expo. Poi raggiungiamo l'area dei menhir: quasi una piccola Stonehenge. Poi ancora in viaggio fino a Neuchàtel, quindi fino a Basilea. Quando arrivo, parcheggio e attraverso, per raggiungere a piedi l'albergo, un piccolo parco vicino l'Università. E' domenica, sento un tango suonare e vedo quindi della gente imparare a ballare sotto un portico, così, in maniera privata, poetica. E' una scena di una pace assoluta. Penso, in quel momento, che passerò tutte le ore che dedicheremo a Basilea in quel parco, invece poi non ci tornerò più. La sera giriamo il centro con un silenzio irreale: è bellissimo.
Il giorno dopo sconfiniamo in Germania, visitiamo il Vitra, con il museo di Frank Gehry, il padiglioncino di Tadao Ando e lo shop della Vitra di Herzog & de Meuron. Poi si va alla Fondation Beyeler, progettata da Renzo Piano, che ospita tra l'altro una mostra incredibile di Basquiat: qui vedo l'uomo che cammina di Giacometti e ne resto incantato. Poi si gira in centro con le viette, i negozietti, la bellissima cattedrale. La sera mangiamo in Francia, in una brasserie, costa molto meno ed è a cinque chilometri soltanto dall'albergo.
Il giorno dopo visito il Kunstmuseum con l'impressionante carrellata di opere antiche e moderne: resto affascinato da un quadro di Lucas Cranach del 1500 e dall'Isola dei morti di Arnold Bòcklin. Poi vado al museo Tinguely di Mario Botta e mi lascio impressionare dalle fantasie robotiche dell'artista svizzero. Il pomeriggio vado alla Shaulager, di Herzog & de Meuron dove c'è la personale di Mattew Barney: gli spazi sono impressionanti, il minimalismo si sposa ad un gusto per la materia e per il particolare che mi entusiasma. Poi si torna in centro, prima vado a Sant Alban e quindi mi metto a disegnare in un giardino davanti al Reno: della gente si lancia nelle acque con delle boe gonfiabili, sono dei pazzi, ma sono molti.
La mattina riprendiamo l'autostrada verso Berna. Visitiamo il Centro Paul Klee di Renzo Piano. Qui c'è una mostra sull'evoluzione artistica di Picasso e Klee messe a confronto. Vedo quadri mai visti prima, specie di Klee e ne capisco solo in questa occasione la totale e assoluta grandezza. Scendiamo a Berna: il centro storico è splendido, saliamo sino al Kunstmuseum, che ospita anche il museo Albert Einstein. Scendiamo verso l'Italia, dormiamo in montagna a Panex, vicino a Villars, nella dependance di due vecchi sessantottini svizzero-italo-francesi, spannati come pochi. Si sta bene, è alta montagna, l'aria è freschissima: la sera alcuni cerbiatti ci tagliano la strada.
La mattina dopo andiamo a visitare il castello di Chillon e riviviamo un pò il mito romantico di Byron: è una visita lunghissima, ma molto didattica. Poi andiamo a mangiare a Montreux, visitiamo gli shop con le tracce passate di uno dei luoghi dedicati al jazz più famosi al mondo. E' strano, ma sul lungo lago capeggia solo la statua di Freddy Mercury dei Queen. Potrei comprare un cappellino autografato dal cantante per soli 1250 franchi svizzeri!! Le ore successive sono dedicate alla fine di un viaggio, al relax sul lago Lemano: Alessia legge un libro di Simenon e io disegno i passanti di fronte ad un the caldo. Poi verso pomeriggio tardo ci rimettiamo in auto e attraverso il traforo del Gran San Bernardo torniamo ad Aosta. E' sera tardi e decidiamo di dormire qui.
Il giorno successivo ci rimettiamo in auto con calma fino a Monfalcone, ci fermiamo qua e là, ce la prendiamo comoda. La sera siamo a casa e si decide di andare a Trieste a vedere il concerto dei Morcheeba in Piazza Unità. Il concerto, dedicato perlopiù all'ultimo lavoro Blood Like Limonade, è travolgente. Skye è bellissima con un vestito che non capisci se venuto fuori da un atelier italiano o da un mercato africano: molto optical-art direi. Dopo il concerto scambiamo alcune parole con Ross Godfrey, il chitarrista, più interessato a trovare da fumare che alla gente con cui parla.
Basta, finisce qui, passate le ferie, come dicevo brevissime. Meno male, altrimenti sarei morto!!

domenica 30 maggio 2010

Crisi!!!!!

Che dire?! In giro non si parla che di crisi, di come e quando usciremo dalla crisi.
Le voci attorno a questa nuova manovra fiscale sembrano alquanto preoccupanti. Scelta politica? Scelta inevitabile? Giusta? Ingiusta? Bho!!
In questo frangente mi sovviene solo una simpatica frase dal recente film di Gianfrancesco Lazzotti, Dalla vita in poi, che parla di crisi personali, di sofferenze personali vere. Bello? Brutto? Decidete voi!
Comunque la frase è precisa e calzante: "Se stai in un tunnel e non hai via di uscita, arredalo."

martedì 25 maggio 2010

C'è bisogno di nuovo di colla

Parto dal mio post precedente sul fumetto per fare un discorso più ampio. Tra le mie parole sul fumetto era facile scorgere una certa insofferenza. Essa non era rivolta verso il "fumetto" in sé, che mi pare un medium linguistico splendido, capace nella sua contemperazione tra esperienza artistica e testuale di offrire strumenti di lettura del presente e del passato di rara efficacia. Il ruolo del fumetto mi pare tanto più pregnante quando quel contemperamento si avvicina ad un equilibrio attento, sottile, non stucchevole tra figuratività e racconto. In questo senso rompere questi equilibri porta ad opere forse d'avanguardia, forse innovative diremo, pregievoli e importanti, ma non necessariamente utili al ruolo che il fumetto deve avere.
Mi ricollego, nel senso che voglio dare a quanto dico, a quel pensiero di neoavanguardia che nel 1963 sorse a Palermo come esperienza letteraria di rottura verso un modo di raccontare e "romanzare" (ma diremo di fare cultura in genere) giudicato tradizionale e stantio. Era quel pensiero proprio del cosidetto Gruppo 63, che al suo interno raccoglieva le figure di Alberto Arbasino, Umberto Eco,, Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti (scomparso in questi giorni), ma anche Achille Bonito Oliva, Sebastiano Vassalli e Angelo Guglielmi.
Alcuni giorni fa (21 maggio) mi è capitato di sentire Angelo Guglielmi (intervistato da Serena Dandini su RAI 3) parlare di quell'esperienza. L'obiettivo, diceva Guglielmi, era la sperimentazione, l'assoluta libertà di contenuti e di trame, l'allontanamento dai modelli tipici delle forme linguistiche "tradizionali". L'obiettivo era in molti casi la disgregazione del testo. Non è un caso che RAI 3, sotto la direzione di Guglielmi abbia lasciato spazio ad una televisione d'avanguardia, cinica, coraggiosa e a volte oltraggiosa (La TV delle ragazze, Avanzi, Blob, Cinico TV ecc., la "TV verità" di Chi l'ha visto?, Un giorno in pretura, Quelli che il calcio, ecc.). Blob è stato l'apice della poetica della disgregazione, portando ad un processo di trasformazione che oggi la TV ha raggiunto e purtroppo superato. Quello che ha detto l'altra sera Guglielmi è che oggi quelle trasmissioni funzionerebbero ancora, ma non andrebbero più bene; andrebbero rifatte delle trasmissioni non di rottura, ma viceversa pedagogiche, dove alla frammentazione del testo andrebbe preferita di nuovo la "trama", la "storia" resa dall'inizio alla fine: andrebbe restituito il senso del "racconto". E' un problema di indirizzo per il futuro.
Io condivido tutto ciò. Questa del racconto è divenuta una mia esigenza personale. E' un'esigenza di dare priorità al ruolo del racconto indipendentemente da cosa ciò significhi linguisticamente: il racconto narrativo, il racconto per immagini (arte, cinema, fotografia), il racconto a fumetti (fumetto nel senso di arte sequenziale strutturata e non solo successione di immagini didascaliche), ecc..
Se rileggo oggi il mio programma culturale, che già tempo fa avevo annunciato come di reazione alla cosidetta "dittatura dell'assenza" (assenza di desiderio di mettersi in gioco, di accettazione degli stimoli per superarli: assenza del desiderio di rimanere coinvolti nelle cose), credo vada rivolto alla riscoperta del "racconto", della narrazione e credo anch'io sia questo un programma con finalità pedagogiche di indirizzo per il futuro. Credo anche sia un'esigenza che molti non sanno di avere.

venerdì 5 marzo 2010

Reduce e sorridente

Riprendo alcuni temi del post precedente, poiché credo non si possa sempre solo dire cosa non va, ma si debba anche essere propositivi e indicare delle strade. Io credo che ogni dittatura possa essere vinta, purché ci sia convinzione nelle idee (che non sono ideologie), perchè ogni dittatura propone a sua volta idee retoriche, che a lungo andare vengono a noia e, alfine, lasciano il passo. La dittatura dell'assenza va combattuta e non necesariamente con la presenza (nel senso di presenzialismo e di protagonismo), ma con la forza del fare, con piccole grida che sono come gocce che da sole inumidiscono e basta, ma una dopo l'altra bagnano. Per dirla con una massima da Bacio Perugina: "finchè c'è una passione c'è anche una ragione di vita". Io ho sempre creduto nella cultura, ma, attenzione, non nell'autoreferenzialità culturale e tantomeno nella cultura quale maschera di protagonismo. Mi piacciono le fabbriche di cultura, ovvero piccoli spazi della coscienza (che a volte diventano spazi di condivisione), allorché uno si mette a fare ricerca attorno qualcosa, ci mette l'anima e piano piano vede che le cose possono funzionare, hanno un senso. Il mio impegno è sempre stato nel senso dell'educazione. Imparare ad ascoltare e poi trasmettere: educare a guardare, educare all'appassionarsi alle cose. Mi è sempre sembrato che la dittatura dell'assenza possa essere combattuta con piccoli gesti che possano animare interessi sopiti, spesso sconosciuti.
Io credo che tutta l'attività che ARTeFUMETTO ha svolto in questi anni sia stata finalizzata a questo. Nessuna mostra o incontro organizzato ha portato una gratificazione fine a se stessa , ma un'occasione di poter trasferire una passione, nel nostro caso verso l'arte sequenziale, il fumetto. Per altri sarà qualcosa di diverso. In questo senso è stata una buona occasione , quella offertaci dal Consorzio Culturale del Monfalconese , che ha ospitato nella sede di Ronchi dei Legionari, dal 19 al 28 febbraio, una piccola (ma importante) mostra incentrata sull'ultimo lavoro a fumetti di Walter Chendi, ovvero La porta di Sion, edito da BD Edizioni di Milano. La storia, ambientata a Trieste nel 1938 al tempo della proclamazione delle leggi razziali da parte di Benito Mussolini e incentrata sul percorso iniziatico che un ragazzo triestino ebreo compie verso l'età adulta, ha consentito di trattare tematiche legate al linguaggio del fumetto, ma anche temi storici ed etici in genere. Il 19 febbraio ho potuto parlare di fumetto e storia difronte a molti ragazzi delle scuole medie di Ronchi dei Legionari (vedi la foto): alcuni erano interessati, altri meno, ma si è creato in loro un ricordo attorno ad una proposta nuova, culturale nel senso nobile del termine, e mi ha colpito che forse anche le professoresse hano valutato un modo nuovo di affrontare certe tematiche. Il giorno 26 febbraio, la sera, mentre fuori imperversava un bel temporale, molte persone hanno scelto di partecipare ad un incontro di presentazione de La porta di Sion, negli spazi della mostra: con il bravo Walter Chendi, con il noto autore di fumetti Vittorio Giardino, ma anche con Donato, Matteo e Stefano del gruppo teatrale Daidaloi, che hanno letto passi tratti da testi correlabili ai temi del libro e anche con Alessandra e Sergio che hanno suonato musiche klezmer e yiddish. In due ore intense si è parlato di fumetto, letto di storia e poesia, suonato e credo si sia dato sfogo ad una mia convinzione: che ogni cosa vada rappresentata dando adito alla complessità che la sottende. Questa per me è cultura. Se in qualcuno dei presenti (i ragazzi del 19 febbraio o gli adulti del 26 febbraio) si è creata una briciola di interesse verso qualcosa, qualsiasi cosa, ecco che allora la dittatura dell'assenza ha incassato un piccolo "colpetto" alle sue fondamenta.

giovedì 31 dicembre 2009

Buon Anno e Buona Pazienza

Nel voler scrivere un post di fine anno che possa essere un augurio per questo nuovo anno entrante (per quel che vale, visto che i calendari sono solo sequenze di numeri a cui decidiamo di dare delle regole e non credo che domani mattina potrò considerarmi realmente diverso (figuriamoci migliore) solo perchè dal 31 si passa all'1) vi "lascio" con alcune righe di uno scrittore americano, ma austriaco di adozione, Jonathan Carroll, che nei suoi libri ama sondare tutti i territori della narrativa di genere fantastico con un occhio però alla realtà. Un autore non conosciuto dai grandi numeri, ma veramente interessante, edito in Italia da Fazi Editore di Roma. Volevo riprendere per il mio augurio l'inizio di Mele Bianche, un testo del 2003: "La Pazienza non vuole mai aprire la porta al Dubbio, poiché è un ospite sciagurato. Usa tutto ciò che è tuo senza fare attenzione a non distruggere quanto hai di più fragile e insostituibile. Se ciò accade, si limita a scrollare le spalle e se ne va. Senza chiedere il permesso, porta spesso con sè amici equivoci: la diffidenza, la gelosia, l'avidità, e tutti insieme si mettono a spadroneggiare e a cambiare la disposizione dei mobili nelle tue stanze come vogliono. Parlano bizzarre lingue misteriose senza preoccuparsi di tradurre quel che dicono. Cucinano strani piatti nel tuo cuore che lasciano strani odori e sapori ancor più strani. Quando finalmente se ne vanno, che ne sarà di te? Ti lasceranno felice o addolorato? Rimane soltanto la Pazienza con la ramazza in mano."
A me, che sono architetto, credo aspetterà un anno difficile, perchè gli ultimi anni hanno passato una mano di spugna pesante sul senso e sul ruolo di questa professione. Inoltre sembra che solo pochi siano disposti a usare la pazienza per ricostruirla. A tutti gli architetti, ovviamente quelli che lavorano e pensano "minati" da un senso etico, che spesso li costringe a fermarsi e chiedersi: Dove stiamo andando?, a tutti loro Buon Anno e Buona Pazienza!
Mando un augurio alle persone che quest'anno hanno fatto un pò di strada con me, cambiandomi, migliorandomi, che mi hanno trovato in accordo e in disaccordo, facendomi incazzare, ma anche riflettere, e che restano il vero senso di questo mio continuo procedere: ad Alessia, a Giovanni 1, 2, ad Eulalia, a Federico, a Gabrio, a Valentino, a Renata, ad Antonello, ad Otello, a Gioia, a Nullo, a Fabio+Clara, a Mauro, a Roberto, a Vanna+Giovanni, a Walter e a quelli che non mi vengono in mente, ma solo perchè sono stanco. Inoltre benché non le abbia mai viste di persona in questo anno, ma le porto sempre nei miei pensieri: a Rita e a Simonetta. A tutti voi Buon 2010!

mercoledì 16 dicembre 2009

Specie autoctone

Utilizzo alcuni pensieri dell'Editore Franco Maria Ricci, ascoltati durante un'intervista per il programma televisivo ArteNEWS su Rai 3 il sabato mattino. Ricci si dice appassionato dei labirinti. Ne ha realizzato uno nella sua enorme proprietà nelle campagne vicino Parma. Per il labirinto ha utilizzato la canna di bambù. Dice che è perfetta perché cresce alta, definendo rapidamente i percorsi. Inoltre, dice Ricci, all'interno di un discorso ecologista più ampio, le canne assorbono tutta l'anidride carbonica che trovano attorno, garantendo una sorta di ossigenazione e purificazione del territorio. Crescono veloci, dice Ricci, e si espandono, invadendo il territorio. Gli piace questa idea, a Ricci, di espansione/invasione purificatrice da parte di una specie non autoctona. Sottolinea poi che questo paese, l'Italia, dalle tradizioni e dalla cultura, anche alimentare, precisata come mediterranea, sia piena di presenze alimentari non autoctone, proprio quelle da noi preferite e che qualificano la nostra cucina, appunto, come mediterranea: i pomodori, il granturco oltre alle patate. Forse autoctone erano in origine le sole ghiande, dice Ricci.
Ora, questo discorso mi porta alla testa il testo di una canzone degli Almamegretta, "Figli di Annibale", dove si sottolinea come la presenza prolungata dell'africano Annibale e della sua stirpe contaminata che da lui probabilmente derivò, dopo la sua discesa attraverso le Alpi, ci qualifica italiani doc, come la nostra cucina si qualifica mediterranea doc; ovvero ci potrebbe qualificare come di derivazione africana al pari di come la nostra cucina si potrebbe qualificare di derivazione prevalentemente non autoctona. Questa correlazione divertente di pensieri, nata così, il sabato mattina, senza verifiche di quanto vado dicendo e sostenendo, mi ha portato a guardare fuori dalla finestra e vedere i molti bengalesi e senegalesi che passeggiano per le strade della mia città con un senso di maggior condivisione culturale, non riuscendo idealmente infine più a rinunciare a loro come non so più rinunciare agli spaghetti al pomodoro. Che questa invasione umana non autoctona non si riveli alfine anch'essa purificatrice delle pochezze e bassezze culturali che spesso sono insite nelle nostre insistite velleità di isolamento provinciale?
(nella foto i muri di Belleville a Parigi)

domenica 22 novembre 2009

Nuvole

Un amico, dopo aver letto alcuni dei miei ultimi post, mi chiede preoccupato di questa mia propensione ad un certo decadentismo pessimistico.
Credo di doverlo rassicurare precisando che certe tematiche non mi sono nuove o correlate ad un periodo particolare, bensì connaturate al carattere. Credo di avere una propensione verso certi temi e da sempre una tendenza ad enfatizzare tali aspetti quando scrivo. Mi pare dunque che questo decadentismo sia in realtà una sorta di propensione innata, che ho sempre vissuto come una coperta calda e non come un peso. Sin da ragazzo leggevo testi o guardavo film che potremmo ricondurre ad una sensibilità che solo con superficialità potremmo definire malinconica. Mi interessavano certi racconti di Carver, alcune poesie di Baudelaire, certi film italiani non proprio solari (di Carlo Mazzacurati o di Francesca Archibugi). E' un modo di guardare le cose che poi non mi impedisce di farmi una sonora risata, ma che non trova forse nella risata in sè la soddisfazione maggiore. E' come mangiare quelle paste dolci che hanno in fondo un qualche gusto acidulo e non dispiacersene.

Per esorcizzare la cosa ripesco un piccolo scritto di Charles Baudelaire raccolto ne Lo Spleen di Parigi (raccolta di prose scritta tra il 1855 e il 1864), nella traduzione di Gianni D'Elia del 1997 per Einaudi. Un testo intitolato Lo straniero, che mi piaceva molto vari anni fa. Mi rappresenta ancora.

"Chi ami di più, dimmi, strano uomo:tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?"
"Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello".
"I tuoi amici?"
"Usate una parola il cui senso m'è rimasto fino ad oggi sconosciuto".
"La tua patria?"
"Ignoro sotto quale latitudine si trovi".
"La bellezza?"
"L'amerei volentieri, fosse dea e immortale".
"L'oro?"
"Lo odio come voi odiate Dio".
"Eh! Ma allora che ami, stravagante straniero?"
"Amo le nuvole... le nuvole che passano... laggiù... laggiù... le nuvole meravigliose!"
Sì! E le nuvole del Tiepolo, al tramonto, sono bellissime!

sabato 14 novembre 2009

Perché i veri tesori dell'uomo sono inutili?

Sento ancora il bisogno di parlare delle "cose" (vedi etichetta Vizi capitali n. 7: Avarizia). Mi è capitato tra le mani un testo di Bruce Chatwin, Anatomia dell'irrequietezza (pubblicato Adelphi), che ha tra i vari capitoli tematici che lo compone un saggio dedicato alle "cose". Il titolo: "La moralità delle cose", del 1973. Riprendo alcune frasi che vi ho trovato: "Ma le cose hanno un loro modo di insinuarsi in ogni vicenda umana (...). Uno scimpanzé usa pietre e bastoni come strumenti, ma non ha beni da custodire. L'uomo sì. E le cose a cui si affeziona di più non servono a nessuna funzione utile. Sono, invece, simboli, o ancora emotive. (...). Perché i veri tesori dell'uomo sono inutili?. Se capissimo questo, riusciremmo anche a capire i complicati rituali del mercato dell'arte."

E ancora: " Il vero collezionista, (...), è nella vita un voyeur, che si protegge con un'imbottitura di possessi da coloro che vorrebbe amare, dotato di sentimenti delicatissimi per le cose e di una sensibilità glaciale per le persone. (...). Il collezionista si crea un sistema morale da cui esclude gli esseri umani. Possiamo chiamarlo la moralità delle cose. L'acquisizione di un oggetto diventa per sé una Ricerca del Grall - la caccia, l'identificazione della selvaggina, la decisione di comprare, il sacrificio e la paura della rovina finanziaria, la Nube Oscura dell'Incertezza ("sarà un falso?"), l'impacchettamento, il viaggio a casa, l'estasi di disfare l'involucro, il disvelamento dell'oggetto della ricerca, la notte in cui non si va a letto con nessuno, ma si veglia, contemplando, accarezzando, adorando il nuovo feticcio - il compagno, l'amante, ma ben presto il seccatore, da cacciar via o da rivendere quando un'altra cosa più desiderabile lo soppianta nei nostri affetti. (...) Il vero collezionista ospita uno stuolo di amanti inanimati per puntellare le macerie della vita. In un'autoanalisi di precisione chirurgica , Mario Praz, nel suo "La casa della vita", spiega che sulle persone non si può mai fare assegnamento. Bisogna, invece, circondarsi di cose, perché loro non ti abbandonano mai. La raccolta d'arte è dunque un disperato stratagemma contro il fallimento, un rito personale per curare la solitudine. Il mercato dell'arte è l'aspetto pubblico di questa religione privata, e con la sua evidente irrazionalità, sembra sfidare ogni regola commerciale conosciuta. Tramuta l'uomo d'affari in un ingenuo credente, e fa sembrare un prodigio di accortezza il villico con la sua pignatta d'oro al piede dell'arcobaleno."

Direi che Chatwin è anch'esso di una precisione chirurgica. coglie aspetti umani di ampio respiro, sintetizzandoli con precisione. Chatwin spiega anche: "La parola "feticcio" deriva da un'espressione portoghese, fetico; indicante una cosa magica o incantata, con la connotazione aggiuntiva di un che di abbellito o di falso, come maquillage. il termine "feticismo" fu usato per la prima volta nel 1760 da un francese di grande acume, il Président de Brosses, il quale descrive "il culto, forse non meno antico del culto degli astri, di taluni oggetti materiali terrestri chiamati feticci dai neri africani. Chiamerò questo culto feticismo. Anche se nel suo contesto originario esso riguarda le credenze dei neri, io intendo usarlo per ogni nazione i cui oggetti sacri siano animali o cose inanimate dotate di qualche virtù divina". (...) Altri autori hanno parlato del feticismo: per Auguste Comte esso è una fase religiosa che tutte le razze devono attraversare; per Hegel è una condizione in cui sono impantanati i poveri negri; per Marx il "feticismo della merce" è inseparabile dal capitalismo borghese ma è destinato a svanire nell'armonia comunista quando le masse lavoratrici si siano impossessate delle cose dei ricchi. E infine arriviamo a Freud, secondo il quale l'attaccamento feticistico alle cose è radicato nella psicopatologia dell'individuo, è di fatto una perversione, e come tale può essere curato."

Mi fermo qui. Tutta questa analisi è interessante e proficua. Io che collezionista lo sono, da quando ho memoria di me (non d'arte ovviamente); io che dalle "cose" spesso mi faccio rapire, in parte mi ritrovo in tutte queste considerazioni e le condivido. Io credo che siano un incoraggiamento a fare una bella catasta delle cose (di cui ogni giorno ci attorniamo, senza forse nemmeno capire bene perché, visto che la componente feticista, ovvero malata, ci obnubila la mente) e appiccare il fuoco.

Non so, mi sembra che questo sia uno di quei propositi da inizio anno, che già il giorno dopo risulta di difficile applicabilità. Niente fuoco quindi, ma qualche consapevolezza in più sì.

E' ancora più singolare come alla fine di tutte queste cose mi sovvenga una citazione dal Giulio Cesare di Shakespeare che in realtà ricordo perchè apre e regala il titolo italiano ad un libretto della fine degli anni '40, che è anche una delle poche opere conosciute di un autore abbastanza misterioso, di cui anche Leonardo Sciascia si occupò al tempo, ma di cui anch'egli ci seppe dire ben poco. L'autore è Geoffrey Holiday Hall (che sia stato uno pseudonimo?), il libro: La fine è nota, pubblicato nel 1990 da Sellerio editore. Bene. La citazione che apre il libro, dal Giulio Cesare si diceva, è: "Oh, se fosse dato all'uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota."

Chissà se staremmo qui a parlare, a fare collezioni, a coprirci del troppo, se sapessimo... ma basta aspettare e ciò che già supponiamo, ciò che senza dubbio alcuno, in realtà, già conosciamo, ci verrà svelato: quanto inutili siano stati i nostri presunti tesori!