venerdì 14 novembre 2014

Sintesi

Mi accorgo, mentre inizio a scrivere questo post, che quello precedente era il n.200. Volevo così scrivere delle cose e invece ora mi sembra di volerne raccontare delle altre, proprio partendo da questa piccola consapevolezza numerica. Duecento post sono un libro. Mi sorprende quanta energia sia stata spesa nel gestire questi testi, e quanta sia stata forse dispersa o avrebbe potuto favorire altre situazioni. Ancora una volta mi auto-alimento nella riflessione della sovrapposizione tra vita reale e vita raccontata, e tra "vita" e spazio virtuale. Qui, tra queste pagine, siamo in realtà molto più "piccoli" di quanto ciascuno creda. Siamo in fondo delle realtà puntiformi nel grande mare della connettività. Il nostro pensiero, qui, conta molto meno di quanto vogliamo convincerci possa fare, spendendoci così nel tentativo di raggiungere un pubblico, in realtà mai così disattento come in questa sede. Nella realtà "vera" ti muovi, trasformi energia in azioni, che a volte restano, sottolineano, trasformano; qui il cerchio sembra chiudersi su se stesso, poiché le parole si alleggeriscono, perdono di peso, sono a volte degli specchi. La scelta iniziale di non aprire questo blog ai commenti esterni voleva rappresentare proprio il mettere alla prova il ruolo di questo spazio come luogo "possibile" di relazione. Siete stati pochissimi a scrivermi sulla mail messavi a disposizione per cercare tale confronto. Il "commento" è realmente lo strumento dell'usa e getta, dell'autoalimentazione. Anche una email inizialmente pensavo lo fosse, invece si è rivelato per tutti comunque uno strumento complesso da affrontare, bruciato dalla rapida evoluzione del pensiero veloce, spesso poco riflettuto, spesso buttato lì per contrarietà o per chiacchiera al bar. Ecco, questo luogo virtuale accetta ancora la regola del bar, del pensiero da bar, della parola frivola, che rinuncia al linguaggio, all'etimologia, alla semantica, alla sintattica, per limitarsi al suono, all'affermazione cercata dell'"ecco, ci sono" a tutti i costi. "Continuavo a guardare fuori" impone una auto-regolamentazione, ovvero che quanto si va scrivendo risulti perlomeno "digerito", acquisito,  messo alle spalle della scrittura. Appartenga ad un ieri, se non temporale, perlomeno psicologico. "Continuavo a guardare fuori" è un passato mentale, più che reale. Ho rinunciato spesso a commentare l'attualità, rileggendola il più delle volte sulla scorta di un bagaglio se non culturale (magari!), di certo speculativo. Ho usato spesso i miei cari fumetti come maschera, al pari delle mie esperienze più naif, quali quelle rivolte al ricordo nostalgico o all'incontro con le "star", ricordando l'accezione che ne faceva Edgar Morin. Ne è infine risultato un viaggio, che è stato per me un percorso epistemiologico, nel senso di ricerca della conoscenza quale esperienza scientifica. E' stato in fondo sempre un tentativo di sondare un metodo, definire una chiave di comprensione dell'odierno. Oggi, periodo storico in cui appare ineluttabile che sia la storia a risultare il luogo di approfondimento umanistico preferenziale, dovendosi ricercare delle risposte ad una quotidianità debole proprio attraverso la forza sostanziale della lettura storica, mi sembra un dovere affrontare il presente. "Continuavo" è un lascito del passato che si approfondisce nell'odierno, è un flusso e non una serie di occasioni che lavorano a scompartimenti separati. Non ho ancora voglia, quindi, di abbandonare queste pagine, pur nella consapevolezza della loro inutile specularità. Scrivo per chi? Scrivo per me? Forse. Ma perché non potrebbe essere così!   

mercoledì 5 novembre 2014

Lucca 2014: star e wars!

Archiviata Lucca Comics & Games 2014, appare impossibile non farne un resoconto. E' stata una grande annata specialmente perché il tempo meteorologico è stato splendido e ha concesso di godersi, per una volta, a pieno la città. Perché la vera forza della manifestazione è la città, bellissima, con tutti i suoi angoli continuamente da scoprire e che anno dopo ano riescono sempre più a coinvolgerti con la loro atmosfera senza tempo. Tra i ricordi di quest'anno stanno quindi i "prati" fuori dai bastioni, le murature degli edifici ricche di sedimentazioni, dove gli archi rimangono come vestigia di aperture antiche, lasciando il posto ad altri fori, che sono poi passaggi temporali verso gli interni delle case che vorresti inutilmente scoprire. E poi i giardini segreti, le terrazze, la circumnavigazione infinita sopra le mura alberate... i colori dell'autunno.
Insomma ciò che più resta al visitatore è questo. Che merito ha la manifestazione nella scoperta di tutto ciò? Quest'anno enorme, poiché avere dislocato gli eventi sempre di più anche nelle aree meno conosciute ha permesso di scoprire nuovi scorci, nuovi spazi pubblici e privati. Chi ha saputo vedere tutto ciò non ha potuto che esultare. Poi ci sono i Comics, e di certo anche i Games, i Cosplayer, la Japan Town, il Family Palace. Ogni sito è stata una scoperta. I games per degli incontri interessanti sui giochi di ruolo; i ragazzi e gli adulti mascherati, perché sono ormai il vero simbolo della manifestazione con il loro entusiasmo infinito, e anche, perché no, con il loro edonismo ingigantito dal sentirsi parte di una moltitudine tutta racchiusa nel calderone Lucca.
L'area giapponese dove un allestimento completamento inserito nello spazio pubblico ha permesso di godersi la complessità della portata del fenomeno e scoprire nuove situazioni promozionali, come il caffè servito "alla giapponese". Il settore Junior che, oltre ad una mostra incredibile sui LEGO e una mostra di illustrazioni molto bella sul tema della rivoluzione, ha permesso di confrontarsi direttamente con Guido Scarabottolo e l'assoluta grandezza della sua arte. Infine i Comics. Ci sono stati ospiti degni di nota, e citerei su tutti, ovviamente, Robert Crumb, poi Brian K.Vaughan, Fiona Staples e Masakazu Katsura. Non è stato facile il confronto con il primo e l'ultimo di questo gruppo di autori. Crumb assieme a Gilbert Shelton erano gli ospiti annunciati da mesi a Lucca dai tipi di ComiconEdizioni; e infatti gli organizzatori del Napoli Comicon hanno portato Crumb e Shelton a Poggibonsi il 28 ottobre in collaborazione con l'Accademia del fumetto di Siena  e Fenice Contemporanea, occsione in cui i due maestri dell'undergroud americano hanno parlato, autografato i volumi ecc.. Invece a Lucca no! Almeno Crumb, ovvero l'ospite principale del festival! Misteri degli interessi economici!
Shelton allo stand con tanto di bicchiere di birra in mano (vedi foto) ad autografare mentre tutti speravano in Crumb, mentre il buon Robert se ne stava chissà dove a fare cene di gala e firme per i soliti noti, oppure si concedeva alla solita stampa e infine si offriva, scortatissimo, come un santo, al pubblico durante una imbarazzante conferenza pubblica sabato 01 novembre. Lasciando da parte le polemiche, anche perché o uno si adegua oppure se ne sta a casa, la conferenza imbarazzante lo è stato davvero, non tanto per gli autori (Shelton è un automa, ma Crumb è eccezionale), ma per gli intervistatori, poco precisi e preparati e soprattutto completamente nel pallone dinanzi ai due. Ma Crumb, dicevo, è un mito vero, e dopo aver capito di trovarsi in una ex chiesa (l'auditorium di San Romano è una bellissima chiesa sconsacrata a navata unica), ha cominciato a benedire laicamente il pubblico, ridacchiando tra una battuta e l'altra, facendosi serio in altre occasioni, mentre la sua inseparabile moglie gli suggeriva dal pubblico alcuni nomi dimenticati, alcune risposte, oppure gli lanciava battute che lui riprendeva e rilanciava.
Ho visto tutto questo dalla prima fila, assieme a cinque appassionati dell'arte di Crumb che mi hanno fatto sprofondare per la loro cultura in materia. Credo valga la pena riportarvi alcuni passaggi delle cose dette da Crumb durante l'incontro, perché sono uno spaccato di storia del fumetto e della cultura in generale. Alla domanda sul come fosse nato l'underground, Crumb risponde: "Tutto è cominciato grazie all'LSD! Tu portavi ai giornali hippie qualsiasi cosa, di qualsiasi valore, e loro la stampavano. Era eccitante vedere i fumetti stampati. Gli hippie erano lupi travestiti da pecore, che pensavano di fare soldi con i fumetti psichedelici. L'underground è finito nelle mani di gente incompetente! Stampatori incompetenti! Ma loro dicevano: 'I soldi te li sei presi, no!' Io non immaginavo che uno stampatore coscienzioso fumasse così tanta marijuana!". Interrogato sull'influenza di Harvey Kurtzman, Crumb racconta: "Tragica figura quella di Kurtzman, finito schiacciato dall'impero di Playboy. Provo un odio vicerale per Hugh Hefner. Ma Kurtzman aveva bisogno di denaro. Era il mio eroe e vedere quello che Hefner fece di lui, mi fece pensare: ' Io non finirò mai così!'. Hefner era un editore, fumettista incapace e frustrato che approvava e correggeva i disegni splendidi di Harvey. Voleva far parte del processo creativo di Harvey. Kurtzman un giorno mi disse: 'Guarda cosa fa quest'uomo ai miei disegni!', e si mise a piangere". Crumb dice di prediligere gli albi a fumetti alle strisce, ad esempio i fumetti di Carl Barks, perchè se nelle strisce il disegno era ok, il testo non era molto curato o utile. Spiegelman ha lavorato alacremente per far uscire il fumetto dall'anonimato e rivalutarlo come arte. "Oggi esistono un sacco di fumetti pretenziosi, li leggo e dico 'Che cavolo vuol dire!'". La moglie di Crumb interviene ribattendogli: "Non lamentarti! Facciamo un sacco di soldi con la tua roba!" E Crumb risponde: "I borghesi sono stati molto buoni con me!". "La musica me la sono tenuta come hobby. L'unica cosa che pagava di meno del fumetto era la musica, specie se suonavi strumenti quali il banjo, ecc.. Suonavamo seduti e non come le rockstar atteggiandoci o saltando qua e là. La gente annoiata ci chiedeva: 'Perché state seduti?' Abbiamo svuotato intere platee così!". "La cosa che mi affascinava più di tutto era me stesso. Ecco perché sono diventato il mio personaggio principale. Con la collaborazione di mia moglie!". "Oggi chi vende libri non vuole stampare e vendere formati desueti. Ma sono restrizioni a cui il fumetto è sempre stato legato. Sono le regole della stampa. Adesso vogliono mettere le tavole fumettate nelle scatole elettroniche. io non ho però ancora trovato nessuno che abbia reso efficace questo sistema e quel formato! Ma forse succederà, dico solo che oggi ancora non c'è! Come per tutte le tecnologie c'è sempre un'età dell'oro. Per il fumetto era il periodo delle tavole colorate alla Winsor McCay". Crumb un genio vero! Sono onorato di averlo potuto ascoltare dal vero! Lucca quest'anno è valsa solo per questo!
Altro scortatissimo è stato Masakazu Katsura, con incontri prenotati, dediche ad estrazione e bodyguard giapponesi a fargli da contorno. I fans hanno più volte voluto esprimergli gratitudine per la scrittura di Video Girl Ai, che ha segnato un' epoca con la sua uscita nel 1993 in Italia, aprendo di fatto l'attenzione del pubblico femminile alla lettura del manga. La cosa più interessante Katsura l'ha regalata disegnando una splendida Ai, poi sottolineando il suo totale disinteresse per la lettura dei manga e che la sua scelta di diventare mangaka è stata del tutto legata al fatto che ciò gli garantiva un buon introito economico.
Persona simpatica Katsura, estremamente intelligente, gran conoscitore del come vendersi al proprio pubblico. Mi ricorda un po' GIPI in salsa orientale.
Altro momento topico del festival è stato l'incontro Comics Talk, gestito da Matteo Stefanelli dove allo stesso tavolo si sono seduti ancora Katsura, quindi Brian K.Vaughan, Rutu Modan, Brian Lee O'Malley e Cameron Stewart. E' stata una buona occasione di confronto tra le varie scuole del fumetto internazionale, con gli autori disponibili a raccontarsi, a divertirsi assieme al pubblico. Anch'egli scoprendosi in una ex chiesa, Vaughan si lascia sfuggire: 'Il fumetto è la mia religione!' Alla domanda di cosa scateni la creatività, Vaughan risponde che qualsiasi cosa gli faccia paura diventa il soggetto di cui prova il desiderio di scrivere. i fumetti aggiunge sono una sorta di psicoterapia". Rutu Modan risponde così alla stessa domanda: "Origliare i discorsi degli altri!". Katsura inece amplia l'argomento: "La Hollywood degli anni Ottanta, una conversazione tra amici, qualsiasi cosa, ma dipende dalla voglia che uno ha di realizzare una storia. Se uno si demoralizza durante il processo creativo la creatività stessa si disperde".
Eccovi una carrellata fotografica degli autori che più ho apprezzato in questa edizione: Fiona Staples (che allo showcase del 02 novembre ricorda una frase suggerita dalla moglie a Brian Vaughan, ovvero: 'Non ti preoccupare di quello che gli altri pensano di te. Gli altri non pensano mai a te!").
Mike Deodato Jr, che con Giuseppe Palumbo e Boichi ha partecipato ad un simpatico incontro il 31 ottobre (dal pubblico qualcuno chiede che cosa faccia a loro paura, e benchè incuriositi della domanda i tre rispondono. Palumbo suggerisce la perdita di un affetto, e quindi la morte, Deodato, il resoconto della carta di credito della moglie a fine mese, Boichi, la pigrizia che lo potrebbe cogliere prima del lavoro: tre culture diverse, tre punti di vista del mondo restituiti in una volta sola, ovvero le radici familiari e secolari profonde di ogni europeo, la visione capitalistica insita nella cultura americana e infine  la dignità e l'autocontrollo propri della cultura orientale).
E ancora: Cloè Cruchaudet, Léonie Bischoff, Brian Lee o'Malley.
David Petersen con la sua assistente, Rutu Modan (qui ricordata con un suo disegno), Cameron Stewart (di una bravura e simpatia incredibili). 
A parte ci sono i "fenomeni", quelli che vendono quintali di volumi in tempi di crisi. SIO visto alla Shockdom, allo Studio Evil e da Panini, inseguito da schiere di giovanissimi compratori, Mirka Andolfo con il suo Sacro Profano e naturalmente Zerocalcare. Qualunque sia l'ora del giorno li trovi piegati sui volumi da autografare, assaliti dai fans e da un successo complesso da spiegare a parole senza ricorrere a profonde analisi di stampo sociale e di certo anche generazionale.
Mi resta un dubbio, considerata, appunto, la "crisi": ma dove trova 'sta gente i soldi per comprare tutti 'sti fumetti, specie i giovanissimi. Io da parte mia mi sono fermato a sette volumi e mi pareva di aver già esercitato a sufficienza la pratica del salasso monetario. Misteri!
A me non resta che il cielo da guardare, prima di lasciare Lucca. Per fortuna in buona compagnia!
 

lunedì 20 ottobre 2014

Sulla strada...

Conclusa l'esperienza OsservAZIONI (potete trovare un resoconto al sito www.culturaeticaetra.com/l'atto di vedere), mi è restato impigliato tra le dita e tra i neuroni il desiderio di affrontare ancora, dopo tanti anni, nuovamente il linguaggio della fotografia in prima persona. Ho ritrovato nel mio cassetto la vecchia Nikon F301 analogica, desueta e tristemente abbandonata a se stessa. Eppure tra l'età dei quindici e i venticinque anni è stata una compagna assidua delle mie esperienze. Pensare oggi di gestire nuovamente rullini, acidi e camere oscure, mi spaventa un pò, per la difficoltà di rimettere tutto in moto e per la consapevolezza della comodità dello strumento digitale. Ma l'esperienza di OsservAZIONI ha rimesso tutto in circolo e mi ha anche chiarito, tra le righe, che cosa mi piacerebbe ora affrontare con un obiettivo. Se i laboratori sviluppati con i ragazzi delle scuole avevano come tema la città, oggi mi pare che quest'ultima vada avvicinata attraverso un aspetto che della città è l'essenza vera: i suoi abitanti e in ultimo esame l'umanità sottesa. Poiché le cose accadono tutte concatenandosi, quasi mosse da mani esterne guidate dai nostri più profondi e misteriosi ragionamenti, scorrendo le pagine online del quotidiano la Repubblica, ho letto una nota che ribadiva una mia convinzione profonda, ovvero che i social network sono il nemico primario della socialità. Online veniva presentato il lavoro di un fotografo che seguo da qualche tempo su internet, attraverso il suo blog. Babycakes Romero è fotografo di strada, come si definisce, e tiene nel suo sito un blog di scatti quotidiani dedicati alla sua città, Londra. la Repubblica riprende oggi  un suo lavoro fotografico postato già nel gennaio 2014 (mi pare una perfetta scelta di tempo per il maggior quotidiano nazionale; ma cosa volete erano tutti impegnati in questi giorni a dire banalità e ad incensarsi al festival La Repubblica delle idee a Palermo da non riuscire più a togliersi la veste del già visto e del già detto, della retorica e del pettegolezzo, ormai indossata in realtà da molti anni come divisa), dal titolo Death of conversation. Il tema è quello della difficoltà di ciascuno nel resistere a chinare il capo sul proprio smartphone, rinunciando ad ogni dialogo se non condotto attraverso il filtro di quell'oggetto. Andate a vedere quel lavoro direttamente alla fonte http://babycakesromero.com/blog/ alla data del 23 gennaio.  Ma il blog di Romero è interessante per tutto il suo lavoro in strada. Le foto del progetto MYLDN series sono uno spaccato della Londra più vera attraverso le sue anomalie, umane, urbane, materiche. Perché me ne ero interessato ormai alcuni mesi fa? Perché vi ho letto l'insegnamento e l'ispirazione di quella che resta per me una maestra della fotografia sociale-urbana, ovvero Diane Arbus (nella foto). Diane, nata nel 1923 e scomparsa ancora govane nel 1971 fu la prima fotografa americana ad essere esposta alla Biennale di Venezia (nel 1972), ma soprattutto direzionò in vita tutta la sua ricerca nella rappresentazione dell'umanità "al limite", scoprendola per la sua componente surreale e positivamente infantile. Credo che nel riprendere una fotocamera in mano, oggi, vorrei sapermi avvicinare al lavoro di Romero e della Arbus. Vorrei sondare le difficoltà, le potenzialità della società contemporanea e perchè no della mia e altre città, leggendola attraverso lo specchio rivelatore delle persone che abitano le sue strade. E' un possibile tema di narrazione urbana, che spero possa trovare spazio nei nuovi laboratori che programmerò a breve con l'Associazione ETRA di Monfalcone. E' un percorso ambizioso che nasconde dentro di sé molte cadute, perchè la città e l'uomo nascondono sempre profondità enormi.

domenica 14 settembre 2014

Hayao Miyazaki, mon dieu!

Tra qualche anno, se avrò la fortuna e avrò la pazienza, la forza e lo stimolo per aggiornare ancora questo spazio virtuale, raccoglierò probabilmente le mie parole sull'ultimo film di Hayao Miyazaki (da ieri nelle sale italiane per pochi giorni) tra le righe di un post forse collocato nella cartella "Piccole scatole emozionali". Maledetto Miyazaki! Si alza il vento, questo il titolo italiano del film, che riprende un verso di Paul Valéry e che anticipa la chiusura della sua lirica Cimitero marino: "Le vent se lève...Il faut tempter de vivre!". Il cimitero marino di Valéry si trova a Sète, nella Linguadoca francese. Ci sono salito, a piedi, sul colle che lo ospita, nel primo pomeriggio d'agosto di alcuni anni fa. Non lontano vi è un piccolo museo con varie opere autografe di Valéry stesso. Una visita fatta in solitudine, che mi emozionò molto. La frase del poeta apre idealmente il film del regista giapponese e lo accompagna per tutto il suo svolgimento, non come citazione, ma come contenuto significante. Miyazaki ha introdotto in questo suo ultimo film (ultimo in senso assoluto) tutto se stesso, facendone un'opera inarrivabile e che lo colloca infine, a diritto, tra i maggiori registi di sempre, come Fellini, come Truffaut, come Altman, e Chaplin e Antonioni. In sala a vedere il film molte nonne che accompagnavano i loro nipoti o famiglie con figli. Bambini ammutoliti, che non hanno compreso fino in fondo il valore del film, assolutamente inadatto a loro non tanto per i temi quanto per la complessità culturale che sa trattenere. Molte nonne provate invece alla fine del film dall'impatto emotivo che questo trasmette. Tra le immagini che scorrono sullo schermo una riflessione magistrale sul senso del progetto, sul ruolo del progettista, sulla dignità umana quale valore (poche volte così pienamente espressa); sulla presa di coscienza del significato della vita, della sua pienezza, comunque sia. Maledetto Miyazaki, con questo suo film calato nella Storia e che parla alla nostra storia privata, quella di ciascuno; un film a cui in futuro non saprò non ripensare; e che mi martellerà positivamente dentro, specialmente quando ne avrò forse maggiormente bisogno di ora.
Infine, ricollegandomi al mio post precedente, mi accorgo ora come sia il film, sia la poesia di Valéry, possano essere letti in chiave di un superamento dell'"osservazione/speculazione" a favore dell'"azione/vita", dando forza immateriale al progetto che mi sta in queste settimane assorbendo.
 
(vi lascio questa foto del regista con l'autografo che mi fece nel 2005, accompagnato da un inchino. Il mio fu allora e oggi più ampio del suo)

sabato 23 agosto 2014

New frontiers

Mi sono svegliato stamani con una domanda in testa. Un'istanza che apparentemente, almeno per me, è difficile portare a soluzione. Nasce nel dubbio, come tutte le cose utili, ed è posta con l'assoluto rispetto che porto alla speculazione in quanto tale, quale direttrice importante per la comprensione delle cose del mondo. 
Cosa di buono si sarebbe potuto produrre nel concreto, se gli sforzi e, perché no, le strategie (comunicative, commerciali, "politiche", ecc.) di tutti i critici con il loro continuo rimestare le cose, di tutti gli artisti, concettuali e non, con il loro eterno giustificare il proprio lavoro agli altri e a se stessi, di tutti i filosofi, con le loro aperture e chiusure, insomma di tutti coloro che vivono grazie al pensiero si fossero concentrati materialmente a favore del migliorare la vita nel mondo? O meglio, come è possibile trasformare l'osservazione (e, peché no, le riflessioni) in azione concreta? Da questa istanza nasce un progetto che intendo condurre nei prossimi mesi assieme agli amici dell'Associazione culturale ETRA di Monfalcone e che ha un nome inevitabile, e forse scontato, OsservAZIONI. Stay connected!

mercoledì 13 agosto 2014

Piccole scatole emozionali n. 16

Mi piacciono quei frigoriferi colorati anni '50 della SMEG, che oggi vengono riproposti al mercato adattati alle moderne esigenze, pur riprendendone l'estetica pressoché fedelmente. Mi piacciono quei vestiti femminili rossi o blu a poins bianchi dalla vita stretta, da accompagnare con un nastro tra i capelli e un qualsiasi occhiale dalle forme affusolate e appuntite agli estremi. Oppure i pantaloni blu a vita alta da accompagnare ad una maglietta a righe alla marinaresca. Guiderei volentieri una di quelle macchine americane dai colori pastello, tipo verde acqua o rosa tenue, una Cadillac Eldorado o una Pontiac. Mi piace ascoltare lo swing e il jive, oltre al rock & roll e al rockabilly, soprattutto perché impongono un ascolto attivo che coinvolge il corpo e che spesso si traduce nel ballo. Mi piace quel decennio che a fatica tentava una apertura ad una spensieratezza ricca di malinconie e tragedie, spesso portate a spalle, ereditate dalle guerre appena trascorse e contenenti già i germi delle malattie che saranno. E la risposta a questa esigenza fu perlopiù effimera, radicata in una cultura estetica che ha posto però le basi per la grandezza del design italiano su scala internazionale e che ha determinato una cultura musicale innovativa che perdura ancora. Ecco perché a Senigallia, da ormai 15 anni, si ritrovano molti appassionati e scatenati fans di quella cultura, per calarsi volontariamente in un oblio momentaneo all'odierno e ritrovare una apparente leggerezza dal quotidiano. L'occasione è il Summer Jamboree e nel viverlo credi per un attimo che possa essere realmente così, ancora una volta, prima dei dubbi che seguirono e prima che una cultura si trasformasse inevitabilmente in mercato, con le conseguenze che viviamo. Smatphone permettendo, ovviamente!
Un pò di foto dalle giornate dell'8 e 9 agosto a Senigallia, al calare della sera.

domenica 3 agosto 2014

Leo Ortolani

Vorrei raccontare di un periodo a cui ripenso con una certa nostalgia, un periodo in cui potevi andare alle fiere del fumetto, stare lì in fila parlando con le persone più svariate, poi chiacchierare con gli autori, farti disegnare qualcosa, ecc. ecc.. Un periodo dove chiunque ti disegnava qualsiasi cosa anche se non acquistavi nulla, o magari se spendevi mille lire per un suo albo e non centinaia di euro per edizioni stra-limitate pur di avere uno scarabocchio indietro a rovinare le stesse. Un periodo dove non avevi bisogno dei bigliettini come alla posta per un autografo e di certo non dovevi stare lì a rispettare orari per ricevere un ticket con cui poi partecipare a umilianti sorteggi (durante i quali capisci spesso benissimo a cosa sia disposto l'animo umano pur di raggiungere un proprio fine, anche se benevolo). Ho avuto l'occasione di conoscere Leo Ortolani nel 1997, ad una fiera a Bologna, prima che iniziasse la pubblicazione della collana Rat-Man Collection per la Marvel Italia. Se ne stava al tempo ancora libero dall'assalto dei fans con le sue produzioni spillate disseminate sul tavolo. Lo ritenevo già allora un ottimo disegnatore e lui di disegni in quell'occasione e in quelle a seguire me ne fece molti. Ci rivedemmo ad una fiera a Padova. Lui mi prendeva in giro chiamandomi in fiera ad alta voce con il nome di Aldo, cosa che rimandava ovviamente al suo personaggio di Venerdì 12 (uno sfigato), che allora usciva su L'isola che non c'è, mi pare. Il fare era quello da nerd a nerd, da geologo ad architetto. Poiché gli incontri non erano ovviamente molti, poiché io risposi per gioco più volte al suo appello al nome di Aldo, come se realmente mi chiamassi così, Ortolani finì per credere che Aldo fosse veramente il mio nome. Io stetti al gioco e ho in cassetto diversi disegni dedicati ad Aldo. Prima di tale discesa agli inferi, Ortolani ebbe il tempo però per un ultimo disegno a mio nome: si disegnò come  un Batman che dice a voce altissima: Ciao Robin!, e io vengo ritratto ovviamente da Robin ed esclamo: Non lo sopporto! Passammo poi (come Leo e Aldo) nel 2001 alcune ore insieme di un pomeriggio domenicale settembrino all'Hotel Quark a Milano (durante la Convention autunnale) a guardarci in TV un Gran Premio di F1, seduti su un gigantesco divano e sparando sciocchezze varie. Mi fece in quell'occasione un disegno di Rat-Man anni '20, poichè avevo con me una penna stilografica (chissà perché?). Poi il successo, che rese impossibile ogni avvicinamento, le code a rischio incidente a Lucca, i bigliettini, i sorteggi, ecc. ecc. Non ci si scambiò più nulla e in fondo va bene così. Si stava meglio quando si stava peggio, ecc. ecc.. Lagnanze varie. Tutto questo resoconto nostalgico per dire che ieri ho letto il n. 103 di Rat-Man Collection. Ortolani disegna in maniera superba, lo fa già da anni ormai. Con uno stile che richiama i maestri americani da lui imitati e certi tratteggi nelle ombreggiature che mi ricordano Giorgio Cavazzano. Ma all'interno delle sue storie comiche, divertenti e divertite, ogni tanto passa fra le righe qualche siparietto che fa capire, in toto, la statura dell'autore completo. Vi racconto uno di questi incisi comici e caustici allo stesso tempo, introdotto nella storia per parti che appare appunto sul n.103. Siamo all'interno di una riflessione sul ruolo dei supereroi (tipica di Ortolani), nella società di Rat-Man ed editoriale contemporaneamente. Ortolani con nostalgia rimpiange le "cose semplici e colorate" di un tempo, la semplicità dei supereroi di un tempo. Ortolani attraverso delle didascalie prosegue il suo pensiero, mentre protagonista nelle vignette è una ragazza. Ortolani la accompagna in una scelta che appare diffficile, scrivendo (vado parafrasando) che mentre una volta c'era il bene e il male, poi con il nuovo millennio le cose si sono fatte più complesse. Oltre al bene e il male, c'è così "il bene fatto male" e "il male fatto per il tuo bene", oppure, per seguire qualcosa di più giovane e trasgressivo, il "me ne frego". Naturalmente queste opzioni sono offerte alla ragazza da una commessa, che all'indecisione della ragazza la invita a fare una prova in un camerino. La ragazza entra, chiude la tenda e gli appare un immigrato africano che le chiede, cestello delle elemosine alla mano, di aiutarlo, perché non lavora, i suoi bambini non hanno da mangiare. La ragazza risponde: "Me ne frego!"; ed esce dal camerino riferendo alla commessa: "E' comodissimo! Mi piace!". La venditrice sottolinea: "Lo sente come si adatta? C'è dentro un 20% di ignoranza che lo elasticizza e rende più naturali le decisioni". La ragazza si convince: "Lo prendo". Ecco, tutto questo in 12 vignette, che sono un inciso alla storia principale. Nemmeno due facciate per spiegare una società intera (la nostra) e come va il mondo (oggi). E poi, se parli con la gente per strada, i più considerano che il fumetto sia cosa per bambini! A chiudere, un saluto a Leo Ortolani, autore e fumettista grandissimo.
(lo struzzo non è un disegno di Ortolani, ma di Chris Ayers)