domenica 15 giugno 2014

Forse

Si fa sempre più fatica a capire il motivo recondito che ci porta a riversare i nostri pensieri tra queste pagine virtuali. Potremmo sintetizzare con voglia di comunicare; tradurre un proprio sentire individuale all'interno di un luogo comune: la rete. Ma anche questa speranza in fondo risulta frustrata dalla parcellizzazione del mare che ci ospita. Certo vi sono "isole" più dense, dove molti scelgono di soggiornare anche a lungo, trovando indirettamente nella luce riflessa di qualcuno quel senso di comunità che potrebbe essere anche scoperto altrove, nel mondo reale ad esempio. Vi sono però anche altrettante isole reali, proprie del mondo reale cioè, dove molti rincorrono la stessa luce altrui, confidando che la vicinanza permetta ad una parte dello scintillio di rimanere impigliato alle proprie vesti. Purtroppo sono sempre meno le stelle che brillano di luce propria. Il talento non ha un percorso osmotico, ma impone fatiche che più o meno involontariamente scansiamo. La fatica non piace, perché tautologicamente affatica, appunto. Si diceva, quindi, di questo grande universo di individualità (i siti, i blog, le pagine social, ecc.) dove ciascuno, come passerotti appena nati attendiamo che ci venga recato il verme in becco (il "mi piace", la "visita"). Perlopiù si muore di fame, perché come dicevo alcune isole sono più dense, e qualcuno, oltre al talento del dire, possiede o sviluppa il genio. A quei pochi geni, devoti regaliamo i nostri pensieri, le nostre passioni; e nel farlo dimentichiamo di crescere, scordiamo che sappiamo anche imparare, che siamo meno deboli di quanto crediamo. Questa situazione potrebbe descrivere molti frequentatori della galassia denominata "rete", che non si chiama così in quanto correla, ma perché invischia e trattiene. Altro caso è poi quello opposto, ovvero la situazione di coloro che, senza autocritica, generano cloni. Se da un lato la "rete" limita, dall'altro spazientisce. I pesci una volta presi si agitano inconsapevoli della fine certa. L'agitazione è spesso entusiasmo, ovvero inconsapevole bramosia d'imitazione. Chi imita rischia di cadere nella duplicazione, non tanto del risultato, che in fondo non sarebbe un male (la copia non è uno scarto, ma uno strumento di crescita), ma della confezione. Per tale entusiasmo si desiderano vite altrui, si duplicano le situazioni e gli strumenti. Chi ama leggere, pubblica. Chi ama disegnare, pubblica. Chi ama navigare, apre nuovi porti a beneficio della rete. Ma questo fare è acritico, privo di consapevolezza critica. La crescita esponenziale delle "scatole" porta con sé l'impotenza di coloro che hanno le qualità per osservare e scegliere. Troppo materiale in gioco impone un lancio di moneta e, se sarà testa o sarà croce, sapremo casualmente l'involontario percorso culturale che ci verrà consigliato. Infine, un universo a disposizione impone a qualcuno di cercare l'attenzione attraverso scelte monomaniacali. Le scelte si concentrano sulla punta delle dita, anche laddove la luna è bene in evidenza, e in un eccesso di zelo, scambiato per talento, si impoveriscono nell'incapacità di darsi e di risultare socialmente utili.
E' un mondo strano questo che ci viene offerto, non buono, subdolo, che antepone tra i propri desideri quello dell'azzeramento delle coscienze, mentre al contempo propone una presa di coscienza. Allorché viene depotenziata la comprensione del vero e del falso, e il lascito sono le migliaia di miliardi di parole scelte di volta in volta sulla scorta dell'attitudine o della sintonia con l'interlocutore, il rischio di controllo cresce. La rete, dicevo, trattiene, e immobilizza.
Dedico questi pensieri alla memoria di Jacques Derrida, ad un decennio dalla sua scomparsa, e ringrazio Pier Aldo Rovatti per averlo ricordato sulle pagine del quotidiano il Piccolo di sabato 14 giugno. In particolare per aver ricordato la convinzione di Derrida "che non c'è filosofia senza amicizia e che l'amicizia è sempre una pratica di denudamento delle pretese di verità. Perché cadano le maschere degli altri occorre riuscire a fare a meno della propria". La filosofia quindi come "momento di disarmo assoluto" e la buona pratica per la lettura del mondo nell'uso della parola "forse". Un insegnamento complesso, non tanto per la complessità del pensiero, ma per la difficoltà dell'animo umano nell'accettare la condizione del dubbio. 

sabato 31 maggio 2014

...per averlo avuto e conservato nella memoria così a lungo...

Frequento spesso i tavoli di qualche mercatino dell'usato, specialmente quelli che espongono cassette di libri e dischi a pochissimo prezzo. Non molti giorni fa, proprio da uno dei contenitori di volumi acquistabili ad un euro, ho sfilato un piccolo libretto, che avevo già avuto modo di leggere, in realtà, ormai molti anni indietro. Il libro era, ed è, Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice. Uno sguardo al colophon mi ha permesso però di scorgere che si trattava della prima edizione economica Einaudi del 1983. Ancora più interessante come il frontespizio interno riportasse il nome, abbastanza illegibile, della prima lettrice del volume e l'anno dell'acquisto, il 1983 appunto, oltre che una dedica del 1995 fatta dall'autore alla allora proprietaria. La dedica recita: "Con gratitudine, per averlo avuto e conservato nella memoria così a lungo". Dopo quasi ulteriori vent'anni, oggi, sono così io a conservare questo volume, sperando che una parte della gratitudine di Del Giudice mi venga in fondo trasferita. Non nascondo che la cosa mi abbia fatto riflettere parecchio, ancora una volta sul significato del possesso e sul ruolo degli oggetti, delle "cose" in genere. Piccola divagazione. Il testo di Del Giudice, opera prima all'epoca della sua uscita, è una riflessione sul rapporto letteratura, scrittura e vita. Un giovane protagonista (e un giovane Del Giudice, in questo fantastico saggio-romanzo), svolge una ricerca testimoniale su di una figura ormai scomparsa da più di quindici anni. La figura, mai citata, ma evidente dalle sue frequentazioni, è quella di Bobi Bazlen, "scrittore senza scritti", che non volle mai tradurre, a parte poche cose peraltro incomplete, la propria profonda ed esigente cultura letteraria nella pagina stampata. Personaggio storico sfuggevole, dedito a non lasciare tracce concrete di se stesso, alla rinuncia della scrittura, invece che alla scrittura stessa. Del Giudice ne parla attraverso i ricordi di personaggi storici quasi mai svelati (anche se non è difficile riconosce Anita Pittoni, Giorgio Voghera, Franca Malabotta e altri), anch'essi impossibilitati ad offrire testimonianze certe senza incrementare il dubbio. L'"inchiesta" sull'uomo Bazlen si svolge tra Trieste e Londra e lascia spazio alla consapevolezza dell'importanza delle scrittura  come strumento per estendere delle "relazioni di vita", più che per rappresentare dei contenuti e delle forme. Al di là di ciò, mi ha sorpreso, nel riprendere la mia copia del libro, come avessi sottolineato in matita, al tempo della prima lettura (alla fine degli anni Novanta), due frasi: "Bisogna tenere i libri distinti dai dolori."; "Ho pensato a come quel capitano (il capitano di lungo corso di Bazlen, probabilmente!) faceva ordine nella sua cabina, buttando fuori gli oggetti. Ho pensato: 'Non è facile con gli oggetti, la loro presenza è indelebile. Però è facile disfarsene, sono terribili e indifesi'." Ancora gli oggetti. Era strana questa coincidenza. Ma lo sarebbe diventata ulteriormente allorché tra le pagine del volume comprato al mercatino, scopro un ritaglio di giornale, ormai ingiallito, tagliato e piegato per poter sparire nella sagoma del libro. L'articolo ricorda uno speciale televisivo della rubrica "Tuttilibri", in onda sulla "RETE 1", dal titolo "Bobi Bazlen", con interventi di Stelio Mattioni, Luciano Foà, Giorgio Zampa, Italo Calvino, Lucia Drudi Demby, Elena Croce, Natalia Ginzburg, Massimo Cacciari, Roberto Calasso, molti dei quali correlabili alla casa editrice Adelphi, essendo Bazlen cofondatore della stessa. Vorrei far notare il carnet degli invitati alla discussione, che aiuta a riflettere su alcune distanze culturali tra il fare televisione ieri e oggi, ma preferisco lasciare perdere. Interessante è invece sottolineare come nell'articolo venisse riportato un aneddoto su Bazlen raccontato da Natalia Ginzburg: "(Bazlen) la criticò, passeggiando a Roma sul Lungotevere, per l'impermeabile vecchiotto che indossava, invitandola a disfarsene. 'Guarda come faccio io' - disse Bazlen. E gettò la propria giacca nel Tevere. 'Io l'ho vista galleggiare via quella giacca - dice la Ginzburg - lui era là... in maniche di camicia'." Ancora un'occasione di riflessione sul possesso, sugli oggetti. Che sintesi trarre da tutto ciò. Forse nessuna. Oppure lasciare spazio ad una presa di consapevolezza più matura del ruolo delle cose nella nostra vita, presenze "indelebili", indipendentemente dal loro possesso, "terribili e indifese". Basta un gesto per privarsene, come può essere mettere dei libri, affettivamente cari, in uno scatolone e gettarli nella spazzatura, come una giacca nel Tevere, oppure portarli da un mercante dell'usato e perdere quindi il controllo sul loro percorso futuro. Ma la certezza è di come la nostra volontà, più o meno propensa al feticismo o al collezionismo, non potrà mai controllare l'intero ciclo di vita di quegli oggetti (dei nostri oggetti). Ad un certo punto le "cose" si staccano da noi, e non è un distacco sempre gradito, sottendendo con questo che la loro vita risulta molto spesso più lunga della nostra, e che tutto quello che per noi ha importanza per i più non conta nulla, trovando così spazio nei contenitori delle vendite ad un euro degli "antiquari" delle nostre città. La domanda finale che pongo è quindi questa: Che società è quella che ha deciso consciamente di dedicarsi alle "cose"? Che dimensione storica potrà mai avere? La risposta trova in parte luogo nei difficili anni che stiamo vivendo, per il resto potrà esprimersi soltanto attraverso le nostre intelligenze.

venerdì 23 maggio 2014

Non defiliamoci

Potete smettere di leggere già alla fine di questa frase...uscite e andate a votare! Alzate la testa dal monitor e gettate alle ortiche il mouse. Sono solo strumenti, sono solo eccipienti per i principi attivi che ciascuno può mettere in moto, e che stanno nascosti appena dietro ogni nostra alzata di spalle. Uscite, e andate a votare! Fatelo per chiarezza, per rispetto verso voi stessi e per chi in ogni androne delle nostre città ha bisogno di risposte chiare. Non è mai semplice capire dove sta il bene, ce lo insegna la storia. Il dubbio non si scioglie con l'apatia, ma con la ricerca, che inizia sempre con un punto di domanda. Questo: ?

giovedì 1 maggio 2014

Piccole scatole emozionali n.15

La televisione trasmette dalle quattordici un programma in diretta da Piazza San Giovanni a Roma. La musica "giovine" riempie la stanza in questa giornata festiva, che ci trova tutti in casa. S. sta seduto sbracato sulla poltrona, con le gambe che penzolano dal bracciolo di quella. Il suo corpo fa una curva innaturale, accompagnato da jeans, maglietta e camicia aperta sopra. I capelli lunghi sono stretti da un elastico rosa. Tiene una bottiglia di Dreher in mano e se la sorseggia con calma. Sullo schermo passano uno dietro l'altro cantanti e gruppi musicali conosciuti, perché visti suonare nelle piazze di qualche festival "giovine". Uno dietro l'altro, sì, stanno lavorando, loro, in questo giorno di festa. Io e S. ne commentiamo a volte positivamente e a volte con ironia le performance musicali, litigando dei nostri pareri, condizionati da convinzioni troppo personali per essere condivise. R. apre un libro di Storia dell'Architettura sul tavolo concavo verso il centro, sul quale è impossibile mangiare un piatto di minestra senza rovesciarne una parte sulla tovaglia. Gira alcune pagine, portando le mani alle orecchie nel tentativo di escludere i nostri pensieri a voce alta, ma gli restano nella testa più quelli di ogni ordine tuscanico o corinzio. Ci insulta un pò, ma è solo un modo per intromettersi nel discorso a due voci. Io e S. ridiamo di lui, assaporando del tutto la luce che entra dalle finestre, che portano tra le quattro mura quel sole pallido che si regala giù nelle strade asfaltate, desolate e in quel momento vuote. F. sfoglia una rivista a fumetti, raccontandoci qualsiasi situazione volgare trovi tra quelle pagine. La sua voce recitante ti calamita dietro ad essa quasi fosse un pifferaio magico e noi i topi. Si perde il senso della musica e si parla di fumetti, di birre e della possibilità di uscire, andare a trovare degli amici nelle case vicine. Quando io e S. decidiamo infine di uscire, R. tira un sospiro di sollievo, intravvedendo la possibilità di studiare quelle pagine fitte di disegni e parole. F. decide di andarsene in doccia. Dopo alcune ore il ritorno a casa è un inevitabile déjà vu, con R. ancora al tavolo e ancora distratto dalla voce di F., che dai fumetti è ora passato a Herry Miller. Anche noi riprendiamo i nostri posti. S. riaccende la televisione, e la musica "giovine" ci reinveste noiosamente, fino a sera, alla cena, tra le parole, le risate, l'apatia.

Mi spiace un pò dirlo, ma questo è il 1° Maggio che ricordo di più, e la seccatura sta nel fatto che fuori, e dentro "casa", di uguale è rimasta soltanto la musica "giovine". Forse ormai "vecchia" anch'essa.

venerdì 25 aprile 2014

Parlo, quindi sono!

Un periodo di assenza da queste pagine mi porta ora ad avere molti argomenti di discussione da approfondire. Ho affrontato tra febbraio e aprile una lunga esperienza di confronto e incontro con i bambini e i ragazzi di alcune classi della scuola primaria e secondaria inferiore (elementari e medie, in parole povere). E' stata questa molto utile per mettere a punto alcune convinzioni, che hanno trovato riscontro anche nel confronto con gli adulti, durante le iniziative promosse negli ultimi mesi grazie all'Associazione culturale ETRA di Monfalcone (www.culturaeticaetra.com). Parto dal consigliare un testo, pubblicato da poco in Italia da Bollati Boringhieri, L'istinto di narrare di Jonathan Gottshall. E' il suo un ragionamento approfondito sul significato che la narrazione ha per l'uomo, sia adulto che bambino. Per l'adulto è una 'buona pratica', che permette di garantire a ciascuno un equilibrio nel presente: attraverso la finzione si esorcizza la realtà. Per i bambini è uno studio sul reale attraverso il filtro della costruzione immaginata. Le esperienze vissute nelle scuole confermano questi punti di vista e confermano l'assoluto bisogno dei ragazzi (indipendentemente dalla loro età) di ricevere occasioni per raccontare un loro punto di vista. Questo è il punto di partenza della mia riflessione: il bisogno dell'affermare la propria presenza, fisica, creativa, verbale. Non è solo l'evoluzione dei 15 minuti di celebrità alla Andy Warhol, ma anche un'esigenza di protagonismo attivo in ogni situazione, anche quella educativa. Confermo in tal senso l'assoluta ragionevolezza di Michel Serres, quando nel suo libriccino Non è un mondo per vecchi. Perchè i ragazzi rivoluzionano il sapere,  pubblicato anch'esso da Bollati Boringhieri nel 2013, affronta il tema del perché i ragazzi a scuola non riescano più a stare in silenzio. Dice Serres, parlando dell'odierno: "L'intelligenza inventiva si misura rispetto alla distanza dal sapere (...) la nuova autonomia dell'intelletto, a cui corrispondono movimenti corporei senza vincoli e un brusio di voci". E in effetti, ve lo assicuro per esperienza diretta, non passa un secondo in un'aula senza che qualcuno alzi la voce, scambi gesti, pacche sulle spalle, risolini, oppure alzi la mano, per chiedere qualcosa o per avanzare l'esigenza di uscire al bagno o a bere. Serres evidenzia come un ragazzo con un PC davanti e un mouse alla portata di mano, oppure mentre digita sulla tastiera del proprio cellulare o sul video dello smartphone, continui ad esercitare un ruolo attivo, di presenza sulla scena, di guida delle proprie scelte o anche solo delle proprie superflue esigenze. Quando il professore o il maestro si pone in cattedra, ecco quindi che nessuno è più in grado di accettare l'atteggiamento passivo che si richiede allo studente. Passivo fisicamente, e non intellettualmente, ovvio, ma tanto basta perchè quella barriera del silenzio, della partecipazione inattiva venga infranta continuamente. E gli universitari, gli utenti adulti in genere? Uguale. Tu sei lì che parli a loro, sei lì che affronti delle questioni ex cathedra (o al tavolo da lavoro), e loro aspettano di già il momento buono per prendere la parola, l'occasione per un dibattito, oppure aprono lo smartphone o il tablet e digitano qua e là, ascoltando tra le righe. Ascoltare e basta...non basta più! E' uno degli aspetti più interessanti allorché ci si domanda come gli strumenti digitali, telefonici, televisivi abbiamo inciso sulla nostra educazione e sulla nostra società. La televisione ci chiede di essere protagonisti, assumendo ad ideologia il pensiero anni Ottanta di Warhol. E' il lato più subdolo della società dell'apparire. Internet ci propone storie continue, vicende narrative che vanno sovrapponendosi senza sedimentare mai. E, come suggerisce anche Gottshall, infine sono le narrazioni altre (non quelle proprie) a prendere il controllo totale della nostra vicenda umana. La ricerca si trasforma in pettegolezzo, e l'esperienza vissuta in visibilità indiretta. Ecco, ad esempio, il dominio dei selfie, del "me", prima che del "noi". Non narcisismo, ma attivismo impotente. Sono queste considerazioni utili sufficienti a spiegare perché abbia voglia di parlarne quest'oggi? In questa giornata si rammentano i sacrifici di molti per garantire la libertà dai fascismi, anche a beneficio di coloro che forse, anche a ragione, non la desideravano per come poi è avvenuta, oppure, in alcuni casi estremi, non la percepivano come importante per convinzione o tornaconto. La libertà come diritto, che per alcuni si è trasformata in una libertà "problematica". Infatti non mancano mai a contorno di questa giornata, il 25 aprile, i punti di vista che portano a recriminazioni molteplici, specie in questa mia terra, la Venezia Giulia, che ha vissuto vicende storiche difficili da razionalizzare, che hanno condotto ad un secondo dopoguerra infinito, che prosegue ancora oggi.
L'ideologia e l'affronto (parzialmente vissuto) non faticano a trovare posto, purtroppo, dietro ogni affermazione di un diritto, e un uomo con un fucile in mano resta pur sempre uno sbaglio, indipendentemente da come lo si voglia guardare. Ma ogni vicenda va storicizzata, non riletta solo alla luce delle consapevolezze dell'oggi, e vissuta quindi con giusta distanza. Nessuno, credo, possa negare il ruolo che per questa nazione ha avuto in un determinato momento storico l'impegno partigiano, e non dovrebbe essere più un problema cantare Bella Ciao, anche per coloro che da quella vicenda storica sanno cogliere oggi solo alcune recriminazioni. Sarebbe forse un bene, per noi Giuliani tutti, ammettere che, nonostante relegati qui, nell'estremo est italiano, la nostra Storia è una storia italiana. Ma, detto questo, è il tema a trovare spunto nella giornata e non viceversa. E il ragionamento si chiude in brevità, con una affermazione banale e che i più giudicheranno forse scema, ma che come tale mi appartiene comunque: non sia la scatola televisiva e nemmeno quella informatica (computer, smartphone) un'occasione di disimpegno del cervello a favore dell'impegno delle mani. Così che il fucile resti nell'armadio e il pensiero continui a garantire il diritto.
  
(sopra, un banco nelle aule dell'Università IUAV di Venezia; in centro, un volantino del Fronte POPORARE del 1949, visto alla mostra Lelioswing a Trieste, dedicata a Lelio Luttazzi)

domenica 16 marzo 2014

Piano Piano, pezzo per pezzo


Le passioni impongono prese di posizione violente, anche se sanno aspettare il loro momento per alzare la mano e chiedere un posto in prima fila nel tuo cervello. E' un cambio d'abito, anche se i colori non sono sempre graduati; non è l'arancio che segue il rosso, bensì il blu che fa a pugni con il giallo. Eravamo gorni fa a Bologna per rinvigorire la nostra memoria fumettistica con gli amici di ARTeFUMETTO e ieri ci siamo ritrovati a Padova, tutto il nucleo fondatore dell'Associazione ETRA, per ascoltare la lectio magistralis di Renzo Piano ed assistere all'inaugurazione della sua mostra, a Palazzo della Ragione, dal titolo Renzo Piano Building Workshop. Pezzo per Pezzo. Piano ha lasciato spazio a tutto il suo pensiero di architetto costruttore. Ha detto, durante la lectio, cose importanti, anticipando, come una guida sul proprio lavoro, quello che poi si sarebbe ritrovato in mostra. In brevità alcuni passaggi centrali del suo discorso, riassunti e parafrasati per come mi è possibile ora ricordarli: "Ho passato tutta la vita a tornare a casa", "Nessuno di noi (lui e i suoi collaboratori) ha mai fatto la contabilità di chi aveva le idee", "Non so se ha senso mostrare l'architettura in mostra, ma ha senso far vedere il travaglio, la fatica, e i pentimenti, che sono poi le cose non finite o ancora da concludersi", "Nell'esposizione a Palazzo della Ragione la mostra si confronta con un museo di scienze naturali, testimoniato dai dipinti alle pareti, dai materiali; l'abbiamo pensato (l'allestimento) come una sala di lettura, con trentadue tavoli per altrettanti progetti, ciascuno con otto sedie attorno, per sottolineare la coralità del lavoro; una sala di lettura di una biblioteca dell'architettura; dove tutto è mobile, per non disturbare, anche i tavoli sulle ruote", "Sono figlio di un costruttore, che per la teoria evolutiva doveva essere costruttore; invece chiesi di essere architetto, figura che contiene il costruttore, ma anche il militante, con la sua ansia per il bello e con la sua ansia per il sociale", "Estetica ed etica è un tutt'uno: è la fermezza del proprio pensiero a consentirne la compenetrazione", "L'idea ha coerenza, ma non stile; lo stile è una gabbia dorata, che apre solo all'accademia", "Essere architetti è sconfinare nell'avventura del costruire; sconfini invece nell'accademia se ti consumi nella ricerca della sola espressione e nella ricerca del linguaggio", "Smettiamola di fare parcheggi, ci resteranno più soldi da investire nel trasporto pubblico", "Il Mediterraneo è il mio local. Esso ha senso se lo vivi con la volontà di scoperta, con il desiderio della partenza. Questo local, se vissuto intensamente, diventa un super-local, che ti garantisce un carattere, una originalità. Io lo ho scoperto a sessant'anni, perchè essere troppo local da giovani è un limite, e solo a quest'età capisci come ti abbia accompagnato per tutta la vita". Ecco, questa la lezione di Piano. Il Renzo Piano che ti aspetti. Lo abbiamo visto più tardi camminare, nella sala di Palazzo della Ragione, accompagnato da uno stuolo di ammiratori, come un santo, come una star cinematografica. Molti hanno detto, "ma non è mica una star!", ma lo dicevano senza pensare alla passione che muove la gente.
Alcune sue collaboratrici hanno chiesto di passare tra la folla, dicendo "sono una collaboratrice del senatore!", non dell'architetto, del senatore; e infatti l'area attorno a Piazza delle Erbe era piena di agenti in divisa a presidiare la sicurezza del posto. Sono riuscito ad avvicinare Piano e gli ho chiesto un autografo (quel tracciato da elettrogramma che non esplicita il nome, ma una attenzione alle cose ancora da farsi, al poco tempo a disposizione). Ho scambiato due chiacchiere (due) con Piano, che è stato contento gli chiedessi l'autografo sotto quello di Richard Rogers, anch'egli presente in mostra, e che noi di ETRA avevamo incontrato poco prima per uno scambio sull'architettura italiana (alla richiesta di che cosa pensasse dell'architettura italiana, Rogers si è trincerato dietro un laconico "meno male che c'è Piano!").
Finito l'incontro mi sono dedicato alla mostra, bellissima, dove tutto vola, appeso nella sala, e dove tutto ritorna; è lì che capisci molto del Piano-pensiero: che forse quel suo non-stile è la coerenza di cui parlava durante la lectio; che dietro quei rapidi schizzi in pennarello verde che definiscono un andamento, una forma in embrione, vi è ogni volta la sfida di trovare una soluzione; l'avventura è tutta lì, nel trovare nella soluzione tecnologica una risposta ad un pensiero sfuggevole, che poi si fa volontà, e infine consapevolezza. E tutto avviene così, un segno dopo l'altro, piano piano e pezzo dopo pezzo.

domenica 2 marzo 2014

Valvoline Motorcomics. autocelebrazione di una centralità

Quando Igor Tuveri, in arte Igort,  fondò ad inizio anni 2000 la sua Coconino Press, pubblicando da prima il volume Sinatra nella Collana Maschera Nera, in attesa di portare a compimento l'altra sua opera 5 il numero perfetto, si ebbe la sensazione che qualcosa stava infine mutando. Ancora Bologna, sempre Bologna, al centro del fumetto ideato e immaginato. Ma Igort si trasferisce a Parigi, immaginando per Coconino una specie di redazione doppia. Igort sapeva che il fumetto era là che andava valutato, nel bacino residenzial-fumettistico per eccellenza, quello della metropoli multiculturale francese. Nasce il rilancio italiano del concetto di letteratura disegnata promosso da Hugo Pratt fin dagli anni Sessanta; si ridiscute ancora una volta l'annoso falso dilemma dell'opportunità di una scelta tra fumetto popolare e d'autore. Si sposta il fumetto dall'edicola alla libreria specializzata, all'inizio, e poi di genere, cercando e trovando nuovi mercati. Si cade, nell'annoso errore di sentirsi inferiori culturalmente e di dover inseguire qualcosa o qualcuno: l'ultimo capitolo è la necessità di pubblicizzare un volume come Unastoria di GIPI come meritevole in quanto trasportabile nei criteri di valutazione della giuria del premio letterario Strega. E per molti si determina una cesura non sanabile paragonabile a quella tra letteratura per l'infanzia e letteratura: appare dal profondo delle coscienze il termine di graphic-novel. Dalle strategie degli anni Ottanta, un nuovo marchio mediatico per comunicare un prodotto.
Ma tutto questo  trova il suo inizio proprio negli anni Ottanta, con la nascita di due collettivi: uno più inconsapevole e al contempo sociologicamente collocato nel suo tempo, quello di Cannibale (1977) e Frigidaire (1980), e l'altro, molto consapevole e raccoglitore di nuove definizioni sociologiche, del Pinguino (1980) e quindi di Valvoline Motorcomics (1983), evolutosi poi nella Dolce vita (1987). Sul suo sito online Coconino Press si presenta proprio richiamando l'esperienza Valvoline: "Il programma, assecondato dal nume tutelare Oreste Del Buono che pubblicò i lavori di questi artisti (n.d.a. Igort, Jori, Carpinteri, Mattotti, Brolli, Kramsky, ma anche Burns, Mattioli e Baldazzini) sulle riviste Linus e Alter, era produrre un fumetto d'avanguardia e d'autore, capace di raccontare storie adulte e innovativo nella grafica, lontano dalla serialità e dai cliché della produzione di comics per ragazzi, capace di dialogare con altri linguaggi espressivi come arte, cinema, musica". Fu in effetti così, perchè il programma fumettistico si fece contaminare dalla società, dalle mode, e viceversa le contaminò, partendo dalle genialità di Stefano Tamburini e di Andrea Pazienza, superandone in parte la visione prevalentemente realistica (nel senso della volontà di essere specchio della realtà: la politica, la droga), per declinare la propria ricerca sull'approccio intimista/poetico delle storie e sulla centralità emozionale del disegno. Nel 1984, su Valvoline - Alter Alter, esce Fuochi di Lorenzo Mattotti e il fumetto italiano non fu più lo stesso.
Ieri, 01 marzo 2014, alla Fondazione del Monte, di via delle Donzelle, 2 a Bologna si inaugura la mostra Valvoline Story. Brolli, Burns, Carpinteri, Igort, Jori, Kramsky, Mattioli, Mattotti. I primi trent'anni dell'avanguardia a fumetti. Il titolo è di quelli che fa incazzare, perchè definisce una centralità avanguardistica nel senso sopra enunciato, che nessuno può mettere in discussione, ma che esclude mondi variegati e plurimi di persone che hanno portato il fumetto al 1980, prima che qualcuno ne raccogliesse le redini e favorisse un ulteriore scarto in avanti, ma all'interno di un processo che era "fantastico" già prima, specie se valutato a livello internazionale. Ok, "basta fiction, ora si racconta la vita", però.... Alle 17.30 circa di sabato 01 marzo, mentre a Bologna, lungo via dell'Indipendenza, scorre un corteo di manifestanti incazzati, che blocca il traffico di mezza città e che pretende giustamente un' Europa senza confini, e mentre a Palazzo Fava, a pochi metri da via delle Donzelle, una fila interminabile aspetta di vedere "dal vivo" la madonna pagana di Vermeer (La ragazza con l'orecchino di perla, dipinto inarrivabile ora al centro di una campagna mediatica senza fine), una componente organizzata di ARTeFUMETTO (R., F. e A.) aspetta di entrare all'inaugurazione della mostra Valvoline Story. E' un evento fumettistico, Igort l'ha voluta per celebrare il proprio ruolo all'interno di una cultura e quando alle 18.00 infine si entra, le persone presenti sono un numero tale da dargli ragione. Dentro, dopo una mezz'ora, puoi incontrare tutti coloro che un appassionato dell'arte sequenziale (giusto per mettere lì quel termine che Will Eisner ci regalò e che offre oggi giusto merito al fumetto in genere) avrebbe voluto. Ad un banco disegnano insieme (da sinistra a destra nella foto del nostro inviato) Carpinteri, Igort, Mattotti, Jori, Brolli e Burns.
Nelle sale puoi incontrare e chiacchierare con Massimo Mattioli e Massimo Giacon (nella foto), Vittorio Giardino, Giuseppe Palumbo, Vanna Vinci, Francesca Ghermandi, Marco Nizzoli e vai, vai, vai... E' Bologna, una delle capitali del fumetto, dove è nata metà dela cultura che mi appartiene, nel suo bene e nel suo male. Massimo Mattioli, al quale ARTeFUMETTO si inchina, mi dice che non erano loro (i cannibali) ad essere eccezionali, ma erano quegli anni (il famigerato 1977) ad avere una spinta in più, era la realtà dei luoghi e del tempi.
Lo saluto Mattioli e valuto i suoi settanta anni e passa dietro delle movenze da punk. Capisco che siamo di nuovo ad una svolta, che come succede sempre nei cicli e controcicli della Storia siamo (di nuovo) alla fase di stanca, che richiede (di nuovo) un forte e immenso spunto underground, per ricominciare tutto, per salire ancora e quindi inevitabilmente scendere.