martedì 30 novembre 2010

Ma quanto sa essere profondo il mare....

E' morto Mario Monicelli. E' morto suicida. In realtà mi importa di più il fatto che sia morto, piuttosto che il "come"! Cioè, la cosa mi provoca un grosso vuoto mentale. Un senso di perdita più grande di quanto potessi immaginare.
Nel scoprirlo a volte in televisione o a qualche incontro, in giro per l'Italia, lo ascoltavo sempre come si ascoltano le fiabe. Era una radice di quelle grosse e ben piantate, poco incline a far ondeggiare il fusto della pianta, anche quando il vento appariva forte. Non si è piegato nemmeno alla fine. La mente va a Pavese, a tutti i giganti perduti nello stesso modo.
Di Monicelli mi ricordo soprattutto un incontro. Io avevo la mania di chiedere degli autografi e lui la mania di dedicarli, chiedendo sempre se l'interlocutore fosse a conoscenza dell'origine del proprio nome. Gli risposi, quella volta, giocando a mia volta con questo suo gioco. Volevo conoscere la sua reazione.
Gli raccontai che mio nonno era un estimatore fascista e che quando nacqui volle imporre a mia madre il nome del suo primo nipote: "Ro-Ber-To" fu la scelta, poiché richiamava in forma contratta l'asse Roma - Berlino -Tokio.
Era una sciocchezza che mi era sovvenuta alcuni anni prima.
Monicelli mi guardò sornione, ma non disse nulla. Dedicò la sua firma al mio nome. Mi spiaceva però averlo raggirato e gli rivelai che il mio nome derivava in realtà da un cantante, tale Robertino, in voga negli anni Sessanta: quello sì che piaceva a mio nonno.
Monicelli mi disse che ne era contento: che nel primo caso il fardello sarebbe stato veramente troppo grande!
Avrei altri aneddoti su Monicelli, ma questo è quello più personale.
Mi manca già, per la sua schiettezza infinita, per la sua lezione continua. Mi mancano i suoi ricordi, ormai perduti. Mi accorgo ora che non gli ho mai scattato una foto.

sabato 6 novembre 2010

Foglie d'autunno e leoni

Il 16 ottobre sono a Venezia per la Mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia. People Meet in Architecture, sotto la direzione di Kazuyo Sejima. E' la 12° edizione e io mi ricordo la prima volta che vi andai all'inizio degli anni '90, se non ricordo male alla 2° edizione, per vedere i progetti del concorso per il "nuovo" Padiglione Italia, che oggi è ancora lì, "vecchio" come lo era allora. Ho visitato gli spazi dell'Arsenale. Non vi è più distanza tra installazione architettonica e performance artistica. Non capisco se sia un bene o un male, credo un male. La parola che percepisco di più nell'aria, dalla gente o rivolta alla gente, è sicuramente "idea": "bell'idea", "idea interessante". Il piano a cui tutto sembra fermarsi è questo, quello dell'idea. La speculazione intellettuale basta? Lo sguardo curioso ed elaborato sul mondo è sufficiente? Per fare architettura, intendo.
E' forse al padiglione Italia allestito sempre all'Arsenale che trovo alcuni spunti interessanti. L'esposizione è di Luca Molinaro, dal titolo Ailati. Riflessi dal futuro (Italia scritta al contrario, ancora giochi, ancora autoreferenzialità intellettuale, uffa!). Qui i progetti esposti si lasciano guardare, proposti in forma complessa, affastellati uno vicino all'altro, gomito a gomito, diremo prosaicamente. Tra plastici e disegni, taccuini con schizzi a penna o colore, una voce registrata di ragazza declama senza interruzione decine di date e dati di tipo statistico: "in Italia, ci sono ...laureati ogni anno", "in Italia, il numero annuale di progetti autorizzati è...", "in Italia, la regione con il maggior numero di concessioni edilizie rilasciate è...", e così via. Ciò, come anche ben espresso nel foglio di presentazione all'esposizione che accompagna la visita, rappresenta con acutezza quel rumore di fondo che si sovrappone ale nostre vite di progettisti e di uomini e che disturba di continuo il "fare". Il notiziario continuo dei fatti ci distrae dai problemi e dalle soluzioni. E' una triste metafora mediatica e infine politica. E' la tristezza quotidiana di questi anni.
A proposito: non ho guardato per niente la televisione in queste settimane. Le notizie riescono ad arrivarti comunque, ti investono, ti coprono, anche se non le cerchi.
A Palazzo Cavalli Franchetti, a Venezia, ho visitato la mostra Stanley Kubrick fotografo 1945-1950. E' un'ottima occasione per vedere il magnifico scalone del palazzo e quindi le fotografie di un regista che usa gli scatti come fossero sequenze di tante storie da raccontare o solo in parte raccontate.
I grandi non si limitano mai alla sola immagine, all'icona fine a se stessa o allusiva, ma si sporcano le mani con il racconto, con le storie. Negli scatti dell'americano riscopro le facce dei personaggi dei film di Kubrick che saranno di lì a poco. Facce, modi espressivi che non esistono più, ormai cambiati dalle mode e dai costumi, ormai perse per sempre.
Il giorno 30 ottobre sono a Lucca per la Fiera internazionale dei Comics. Sono con Alessia e Walter Chendi. E' serata di premiazioni. Praticamente dalla scorsa estate (2009) ho visto nascere il romanzo a fumetti di Walter, La porta di Sion, edito poi da Edizioni BD nel gennaio 2010. Ne ho seguito a distanza il percorso. Restiamo in parte sorpresi (si badi non per la qualità del libro, ma per il fatto che ci sia stata gente capace di capirne la stessa qualità in questo sistema editoriale propenso a inseguire soltanto gli eventi, a seguire le mode e le etichette), quando Walter viene chiamato sul palco per ricevere il Premio Gran Guinigi 2010 per la Miglior storia lunga (graphic novel si dice nel giro degli intellettuali!). La porta di Sion ha vinto, ne sono contento. Anche Walter lo è e questo mi rende ancora più contento. Sul palco Walter dedica la vittoria a Vittorio Giardino. Mentre torno a sedermi in platea, dopo aver scattato alcune fotografie sotto il palco, durante la premiazione, vedo nella sala gente conosciuta con stampati in fronte gradi punti interrogativi. Credo faccia bene interrogarsi ogni tanto.Nella settimana di Lucca Comics 2010 è uscito in edicola il primo di una collana di volumi che raccoglie alcune tappe del lavoro di Sergio Toppi , edita dai Periodici San Paolo di Milano (Il Giornalino, Famiglia Cristiana), in collaborazione con il Museo Italiano del Fumetto e dell'Immagine di Lucca. La collana curata da Stefano Gorla e da Angelo Nencetti ristampa alcune storie e molte illustrazioni che il maestro Toppi ha editato nella sua carriera. Lo stampato è raccolto in volumi attorno a dei temi geografici: Africane, Mediterranee, ecc, riprendendo un progetto che già emerge nell'opera di Hugo Pratt. La cosa che più mi ha interessato di questa novità editoriale è che i curatori hanno voluto dare alle illustrazioni un filo conduttore che le accompagni, creando una sorta di metaracconto, di diario di viaggi possibili, sulle rotte dell'immaginario di un autore. Io credo che questo sforzo di abbandonare una rappresentazione esclusivamente fatta per immagini, il catalogo d'arte per intenderci, e riscoprire il senso della sequenzialità, del racconto appunto, sia un bene, in senso assoluto. E' forse un insegnamento riscoperto, a cui Toppi è abituato con il suo fumetto "etico", che tanto ho apprezzato negli anni e che oggi molti "giovani" autori, che si credono artisti e tanto adorano i "diritti" e così poco i "doveri" dell'essere autore (il lavoro duro, prima di tutto), farebbero bene a rileggersi.

giovedì 14 ottobre 2010

Cambio di prospettiva

Il giorno 14 settembre questo blog compiva un anno. La cosa, invece che costituire un momento di stimolo per fare crescere ulteriormente questa "sede" virtuale, si è rivelata un momento di riflessione contraddittoria.
Se c'è una cosa che mi da fastidio è la dipendenza. Qualsiasi forma di dipendenza. Quella diretta e quelle indirette a cui le situazioni della vita ci costringono (non parlo degli affetti, dei sentimenti e nemmeno degli interessi veri, che quelli sono altra cosa, parlo di sovrastrutture che consciamente o involontariamente finiamo per crearci, oppure alle quali parassitariamente finiamo per affezionarci: i vizi, anche). Avevo voglia così di capire se queste pagine a cui ho dedicato del tempo fossero diventate, un pò per alcuni commenti lusinghieri che esse hanno ricevuto, un pò perchè ho scoperto essere lette da molti, una piccola narcisistica dipendenza.
Dopo un mese esatto di "digiuno" ho capito che da un lato esse sono state positive per l'avermi fatto allacciare rapporti culturali con specifiche persone, oppure per avermi concesso di pensare "ad alta voce" su certi argomenti (e quindi indirettamente di rifletterci sopra). Dall'altro hanno però assorbito del tempo e un' pò della mia propensione verso "il fare".
Ho capito che ci sono anni del "dire" (del "pensare") e anni del "fare". Percepisco, come una dirompente esigenza, che l'anno che idealmente sta nascendo in queste settimane, sarà un anno del fare.
A questo punto, inevitabilmente, dovrò assecondare tale stimolo, altrimenti sarei contraddittorio con la mia indole, e, altrettanto inevitabilmente, dovrò tralasciare "il dire".
Non farò però morire questi fogli. Dilaterò a cadenza, che spero perlomeno mensile (ma non mi pongo limiti veri o appunto sovrastrutture), gli aggiornamenti sulle situazioni, sui pensieri che accompagneranno "il fare".
Posso anticipare solo che dopo un anno di pensieri vari, alcuni punti si sono focalizzati come interessi veri, che saranno quindi affrontati in altra sede (nel mondo reale, quello delle persone, dei confronti e degli scontri necessari per concretizzare delle idee). Tra essi: la necessità del costruire, del raccontare, di ridefinire nuovamente qualcosa attraverso un atto narrante che possa superare l'ormai, a mio giudizio, fallimentare raggiungimento di decostruzione postmoderna. E inoltre: sondare ancor più a fondo il senso della memoria, non tanto nella sua rappresentazione poetica o mentale, ma in solido, nel confronto diretto e materico con le generazioni che ci hanno preceduto, nell'intento di scoprire cosa è andato perso rispetto loro, in particolare cosa facesse di quella generazione una generazione di inarrivabili "giganti", per noi, a confronto, teneri e decadenti lillipuziani.

A presto con qualche nuovo sguardo interrogativo sul "fuori".

martedì 14 settembre 2010

Corsi e rincorse

Oggi questo blog compie il suo primo compleanno.
La cosa più allarmante sta nel fatto che è già passato un anno.

Sono contento di non aver lasciato queste pagine a se stesse. Spero che qualcuno leggendomi si sia interessato, non a me (sarebbe un scarso risultato), ma agli argomenti che mi hanno stimolato apparendomi importanti, tanto da volerne (doverne) parlare.

A chi mi ha letto, grazie. A chi non mi ha letto, grazie.

Per festeggiare riporto una frase che ho scovato in didascalia ad una foto di Henri Cartier Bresson, in mostra a Palazzo Morpurgo a Udine in questi giorni.
Il commento è di Alain Jouffroy: "...non si fotografano che fantasmi. La Storia è un incubo da cui bisogna risvegliarsi, per inventarne un altro."

venerdì 10 settembre 2010

Umanesimo

Ho visitato a Trieste una piccola mostra di pittura (alla Sala Comunale d'Arte di piazza dell'Unità d'Italia). Il pittore è una persona che conosco, per essermi confrontato con lui durante il mio lavoro come architetto. Il pittore è un architetto. Si chiama Ruggero de Calò, nato a Trieste, classe 1954. La mostra è molto interessante. E' sicuramente una delle più significative esposizioni di lavori pittorici, nati da un architetto contemporaneo, mi sia capitato di vedere. Sono i suoi dei paesaggi. Nelle didascalie alle opere l'autore unisce spesso la nota Architectural a quella di Landscape. Architectural 2 landscape e Architectural-Iceberg (se non ricordo male) sono le due opere che mi hanno colpito maggiormente. Quando vedi degli architetti dipingere, l'"oggetto" viene sempre definito tramite rimandi diretti alla rappresentazione o alla composizione: la realtà urbana o l'immaginato progettuale (surrealista a volte, come per Massimo Scolari o Cantafora, lo stesso Aldo Rossi) vengono sempre ricondotti ad un piano descrittivo. Nei quadri di de Calò esiste una libertà completa nella rappresentazione del contesto paesaggistico, dove l'"architettura" diviene solo richiamo, per appartenere contemporaneamente al mondo dell'esistenza e della creazione: è una rappresentazione emotiva che coglie il momento della fusione delle cose, dove l'architettura non è ancora tale; sussiste come nota in un paesaggio, che però al contempo è già violato. E' una scelta pittorica resa all'interno di una cultura dell'informale e a volte espressionista, che dimostra di aver digerito parte della ricerca di un altro triestino, quel Nino Perizi scomparso nel 1994, la cui opera pittorica è sparsa negli edifici pubblici e privati di Trieste.
De Calò ha lavorato molto come architetto sul paesaggio e su restauro architettonico e urbano e la fusione a cui mi riferivo rende bene questa sua ricerca a far sì che il costruito, la sua fisicità, possa integrarsi, coesistendo, in perfetta simbiosi evolutiva con il contesto, spesso naturale.
Ciò che mi premeva qui sottolineare è però una nota contenuta nella presentazione della mostra che Marianna Accerboni regala all'autore nel volantino di comunicazione dell'esposizione. Dice: "...incarna (l'architetto-pittore) le qualità dell'architetto umanista, la cui professione contribuisce ad ampliare i suoi interessi verso molteplici aspetti creativi e culturali."
E' questa la condizione di architetto che apprezzo, a cui aspiro: la condizione di persona coinvolta e non estranea, viva e fremente e non frenata. Impegnata perché affascinata e di conseguenza capace di vedere e descrivere.
Credo che questi tempi abbiano bisogno di "umanesimo", naturalmente oltre ad una non ipocrita "umanità".

sabato 4 settembre 2010

Giochi e salvagenti

Il 1 settembre sono a Venezia perché ho un appuntamento in Università. Devo seguire una tesi di laurea, parlare con delle persone. E' una giornata strana dove sin dal mattino mi scontro con piccoli contrattempi, ritardi, ecc.. Mi rilasso solo quando sono in aula. Lascio però l'Università presto, già verso le tre di pomeriggio, perché in serata ho un appuntamento di lavoro. Sono in prossimità del ponte di Calatrava a Piazzale Roma, e quindi alla stazione per riprendere il treno, quando dallo studio mi chiamano per dirmi che l'appuntamento è saltato. Mi incazzo un pò per le corse che ho dovuto fare, per non essermi potuto godere meglio la giornata universitaria. Poi mi spunta in testa un'idea, che in realtà credo fosse una remota speranza, considerato la prontezza con cui ho aderito alla possibilità soppravvenuta. Collego rapidamente: 1 settembre - Venezia - Lido - inaugurazione mostra del cinema -vado! La macchina fotografica è sempre con me! Sono già in Piazzale Roma, monto sul traghetto e verso le 16.30 sono già al Lido in prossimità dell'area del Festival. Non sono molto organizzato visto l'improvvisata, non so che film vedere, che cosa fare. E' la prima giornata e i biglietti per i film principali sono praticamente esauriti e cari. Decido per il cazzeggio, per godermi l'atmosfera: giro tra gli stand, vado fino all'Hotel Excelsior, faccio un giretto per il lungomare, mangio qualcosa, mi informo con qualche giornalista e fotografo su chi ci sarà in passerella, compro di conseguenza alcune foto, alcune riproduzioni di locandine cinematografiche. Poi verso le 18.00 mi sistemo tra una piccola folla di fotografi e giapponesi urlanti, essendo ormai prossima la passerella principale. Arriva di tutto sul gran tappeto rosso: i vip. Sembrano dei mostri in realtà. I tacchi esagerati, i vestiti bellissimi e improbabili. Certe donne sembrano delle fate, altre delle streghe. La gente urla. Io mi sposto un pò, mi metto dietro un vecchietto. E' alto la metà di me, e mi assicurerà ottima visione della passerella per tutta la serata: ogni tanto porta alla bocca una caramella, suda tantissimo; temo gli venga un infarto da un momento all'altro. Non dirà una parola per tutto il tempo: sereno spettatore. Mi sistemo lì, facendo quindi amicizia con due operatori di Fashion TV, mi pare di aver capito. La confusione è parecchia. Gli operatori, uno con la cinepresa su treppiede e una con il gelato/microfono in mano, vogliono intervistare direttamente i "divi" durante la passerella: sono curioso.
Passa il mondo trash della TV, passa il mondo trash della bell'Italia nobile e politica. Fashion TV in parte funziona, non ci avrei mai scommesso; ogni tanto qualcuno si ferma e scambia alcune parole: passa Manuela Arcuri, quel mostro inguardabile di stucco e boriosità di Gabriel Garko, passa Lino Banfi (un comico vero, come si rivela, con quel giusto cocktail di estro e malinconia), passa Carlo Verdone (un impiegato delle poste, praticamente). Poi Carla Fracci (una mummia in carne e soprattutto ossa); Isabella Ragonese è straordinaria, fa la falsa vamp, atteggiandosi con humor davanti ai fotografi, ha il miglior sorriso che mi sia capitato di vedere in una persona. Passa Violante Placido: sembra una Madonna di Filippo Lippi, tanto è languida e solare al tempo stesso. Poi Margareth Madè, molto bella vista da vicino. Passa e si ferma quella balena di Simona Ventura, troppo rifatta in volto per ogni commento. Poi improvviso parte un coro da stadio: "Quentin! Quentin! Quentin!...". Sta passando Quentin Tarantino e la gente lo adora, non solo i ragazzi. Il regista è sorpreso dall'acclamazione e si getta a pesce verso gli spettatori, cioè noi. Fashion TV funziona. Tarantino si ferma, scambia alcune frasi con loro e con me, che non capisco niente di americano, (con tutti insomma, tranne che con il silente vecchietto): fa il gigione, l'estroso. Mi faccio autografare una foto della locandina di Pulp Fiction (poco prima ci avevo visto giusto comprandola!). Poi succede il casino: arrivano Natalie Portman e Vincent Cassel. La gente esplode. Io a quel punto mi ero dato una missione da compiere: far autografare una locandina di Ocean Twelve con l'immagine di Vincent Cassel. So che Alessia adora l'attore francese e quindi ci provo. Fashion TV non funziona. In compenso stavolta mi appoggio al vecchio, gli infilo un gomito in bocca (lui non dice nulla, sembra capire), mi estendo come un atleta di salto in alto, stile Fosbury, arrivando sino alla mano dell'attore, che prende la foto, la firma e me la restituisce. Incredibile ce l'avevo fatta! Scopro che mi sto divertento molto, con una buona dose di consapevole masochismo e di autoironia.
La passerella sta scemando e riesco a guardarmi intorno meglio. Vedo le ragazzine, per le quali gli autografi sono una conquista della quale a loro importa in realtà molto poco, un gioco insomma. Vedo alcune persone che con ironia scherzano su quella situazione naif che è la caccia all'autografo; vedo anche delle persone sofferte e sofferenti, che si disperano veramente per non essere riusciti ad averlo quel sgorbietto sulla carta. Vedo persone che vivono la cosa veramente male. Vedo la gente nella sua diversità: la gente che si diverte con distacco, quella che per un attimo ha la sensazione di aver condiviso una parte della celebrità, della fama, del successo di coloro che gli sono passati davanti. Provo una certa malinconia nel pensare a come questo protagonismo sia innato in noi, come sia un modo privato per vivere le difficoltà di tutti i giorni, per trovare da esso una parziale via di fuga dal quotidiano. Riconsidero la cosa e capisco le ragioni di ognuno. Sono contento di essere lì con tutti loro, di condividere quella festa, quella messa sociale, quel palliativo per i giorni anche tristi che spesso ci si presentano: quel ricordo che sarà poi un piccolo raggio di sole nella memoria a fronte di momenti anche bui. Vi racconterò un'altra volta, forse, della passerella degli attori giapponesi, del putiferio dei loro fan. Vi basti sapere che poi ho preso il battello, quando ormai faceva buio. Mi sono messo a poppa, all'aperto e mi sono goduto il mare scuro e l'aria fresca della laguna di notte.

sabato 28 agosto 2010

Confronti e autoscatti

Se c'è una persona che ha saputo con il suo disegno aprirmi la strada a quella che ancora oggi è una delle mie più grandi passioni, è certamente Giorgio Cavazzano.
Ebbi riscontro da un giornaletto trovato in soffitta che la prima lettura che feci delle sue storie sul settimanale Topolino risale al 1972. Lo testimonia un giornaletto dedicatomi in copertina a biro da mio nonno: è un ricordo nel ricordo, che tengo tra le cose più care. Per uno di quei strani casi della vita vi era all'interno la prima pubblicazione della storia di Rodolfo Cimino e Giorgio Cavazzano, Paperino e l'avventura sottomarina, con l'apparizione nel mondo Disney di Reginella. Probabilmente era destino che il fumetto e in particolare quell'autore si vincolassero a me, temo, per sempre.
Ho seguito con continuità, da allora, prima inconsciamente e poi consciamente l'attività dell'autore veneziano. Nel 1995 ho avuto l'occasione di conoscerlo per la prima volta: mi parve allora di vedere la Madonna! Nello stesso giorno conobbi Magnus e Moebius e fu quella forse la giornata più importante, fumettisticamente parlando, della mia vita. Nel 2003 a Giorgio dedicai con ARTeFUMETTO anche una mostra, a Monfalcone. Ho sempre collezionato e frequentato i suoi fumetti e le sue mostre.

Ieri, 27 agosto, si inaugurava, Tutto Cavazzano, una mostra che Mirano, la sua città di adozione, gli dedica fino al 19 ottobre. Organizzata dal comune e curata tra gli altri anche dal figlio di Giorgio è sicuramente uno delle pù importanti mostre regalate all'arte dell'autore. Essa è allestita nel parco di Mirano, negli edifici di villa Giustinian Morosini, della Barchessa e del Castelletto. Sono 420 pezzi in mostra, con molte curiosità, anche per me che ho molto frequentato negli anni l'arte di Cavazzano. Non potevo mancare alla cosa; andare da Giorgio è rendere omaggio alla sua arte, ma anche alla mia infanzia e alle mie passioni. E' per me una scoperta continua nel flusso dei ricordi. Quando rivedo Giorgio, in queste occasioni, lo ritrovo inevitabilmente invecchiato e rivedo all'istante gli anni che passano anche per me. E' diventato il suo lavoro quasi uno specchio della mia crescita da bambino ad adulto e, quindi, se entrambi avremo fortuna, a vecchio.
A presentare la serata era venuto, per l'occasione direttamente da Roma, anche Vincenzo Mollica, il giornalista che ha il merito di aver sostenuto da quasi tren'anni a questa parte l'arte del fumetto in Italia, dandogli anche una possibilità mediatica, attraverso le pubblicazioni e la televisione. Mollica l'avevo conosciuto già a Roma nel 2005. E' stato allora uno sfiorarsi in occasione di una mostra dedicata ad Andrea Pazienza. Con il beneficio dell'essere uno sconosciuto ho scambiato ieri con lui alcune chiacchiere. Nel parlargli così da vicino mi è passato un piccolo brivido lungo la schiena. Lo so è una cosa stupida, ma in quel frangente non riuscivo a dimenticare tutte le persone con il quale il giornalista aveva avuto modo di intrattenersi e di confrontarsi nella sua carriera. Mi sono reso conto, in quel momento, della sua, forse inconsapevole, responsabilità di chi si porta dietro un bagaglio testimoniale immenso, che difficilmente potrà, anche se ne troverà il tempo, riversare a terzi e che quindi sarà inevitabilmente in parte perduto. Per lunghi periodi Mollica ha frequentato e viaggiato con Federico Fellini, Hugo Pratt, Fabrizio De Andrè, Andrea Pazienza, Alda Merini: e credo possa bastare. Non per avergli garantito di diventare anche solo un decimo di quanto essi furono, ma, come dissi, per la memoria di quelli che si porta dietro. Queste cose ho avuto modo di dirle brevemente a Mollica. Poi mi è venuta la voglia di avere una foto con lui, quasi mi aspettassi apparissero nella foto anche le auree mitiche di quanti lui ha conosciuto. Un ragazzo mi ha chiesto se desideravo ci scattasse la foto. Gli ho risposto che preferivo farmi un autoscatto, per la sua genuinità, perchè mi pareva rendesse la cosa più personale. Mollica mi ha confidato: "Anch'io faccio sempre così!" Si è creato un attimo di simpatia tra di noi e un bel ricordo.
Poco dopo anche Giorgio mi ha riconosciuto; mi ha regalato una carezza vedendomi lì, venuto da lontano. Mi ha reso contento. Ci siamo fatti un autoscatto mentre si rideva delle cazzate che la gente e noi stessi si diceva in quel momento.
Ho conosciuto più tardi anche Alessandro Zemolin, l'inchiostratore storico di Cavazzano e suo vero alter-ego. Ho scambiato con lui alcune considerazioni. Si è parlato di come il segno di Giorgio risultasse sempre più lineare, più pulito nel tempo, alla ricerca di una sintesi sempre più evidente. Zemolin mi ha risposto una cosa strana, che non era riferita a Giorgio, ma più generica e interessante. Più o meno: "E' un mondo che va verso la sparizione!" Mi ha portato a riflettere.
Durante la presentazione della mostra Cavazzano era molto emozionato, la voce anche un pò rotta quando ha ringraziato e presentato il figlio. Mollica ha ricordato come avendogli Cavazzano regalato un alter-ego nel mondo Disney, Vincenzo Paperica, abbia lasciato detto di volere sulla propria lapide non una foto, ma quella di Paperica, con sotto scritto: "A Vincenzo Paperica, che tra gli umani fu Mollica".
Bene. Bella serata. Venata da alcuni momenti, come vi sarete resi conto, di nostalgia. Rivedo ora gli autoscatti fatti. Mi rivedo da fuori, in questi momenti di malinconica serenità. Mi serviranno, allorchè ne seguissero altri che forse potrebbero esserlo meno.