giovedì 25 aprile 2019

Noi ci siamo e saremo...

da Misterius di Leo Ortolani, copyright dell'autore
Chi lo avrebbe detto, veramente, che il Novecento portasse con sé  tutti questi strascichi nei primi decenni di questo nuovo millennio? Chi avrebbe immaginato che le ideologie sarebbero alla fine risultate vincitrici sugli uomini, intesi come individui o come collettività? La sensazione è che anche le ideologie, in realtà, abbiano perso dinanzi all'avanzare stanco delle strategie di interesse e alle convinzioni personali di gruppo. Ciascuno definisce, quindi, il proprio recinto mentale in cui stare e da esso lancia proclami e strali verso coloro che la pensano diversamente dal proprio gruppo. E' l'atomizzazione della collettività ed è, alla fine, un percorso di ridefinizione dei Comuni di medioevale memoria. Tutti contro tutti in ricordo di un passato spesso riletto a piacimento, spesso rivisto sulla base di un interesse programmatico.
Nella sua espressione meno nobile, forse, anche questa giornata di riconoscimento nei principi della Liberazione ne esce svuotata, tra le polemiche di chi dice partecipo, chi non partecipo perché... o chi dice partecipo ma...ecc. E' la Storia che tenta di porre la sua mano pesante sulle coscienze e ristabilire la sterile lotta dell'ultima parola. Ma, quanti morti! Quanta sofferenza! E poi il riscatto per trovare di nuovo un senso alle proprie esistenze, malgrado tutto, andando spesso oltre la propria stessa umanità, accettando di precipitare e di fare poi fatica nel guardarsi ancora allo specchio per le mani bagnate di sangue. Sullo sfondo però non ci sono le ideologie da difendere (di quelle chi se ne frega!), sullo sfondo la vera battaglia è per i diritti, non gli stili, ma i principi. Questi diritti e questi principi, che qualcuno ci ha trasmesso oltre le ideologie, oltre gli interessi personali, oltre la politica del ci sono! e delle voci ingombranti e disturbanti, ecco quelli sono in fondo la sola cosa che conta. Ciascuno deve (dico "deve", non "può"...) portare un proprio contributo, perché di questi diritti e principi si parli e discuta, perché le chiacchiere da TV e da web vengano depotenziate a sottofondo e rimanga una voce alta e chiara su ciò che conta davvero.
Noi nelle prossime settimane faremo quanto sappiamo fare e quanto possiamo fare. Per questo venerdì 17 maggio alle ore 18.00 sarà nostro ospite alla libreria LOVAT di Trieste, a supporto del FVG Pride che si svolgerà proprio a Trieste l'8 giugno, Leo Ortolani e attraverso la presentazione del suo volume Cinzia, parleremo, assieme agli amici di Arcigay Arcobaleno di Trieste e Gorizia, di discriminazione sessuale e di genere, per rimarcare il diritto di tutti di essere e basta! Sabato 01 giugno, sarà nostro ospite a Udine (stiamo definiendo il luogo e l'ora), Matteo Scalera, per consegnare a lui il Premio Giacomo Pueroni 2019, per ricordare un amico scomparso, ma anche per rimarcare l'importanza di non dimenticare chi sta male di una malattia difficile come la SLA, che si è preso Giacomo in ancora giovane età e che lo stesso sta facendo con molte altre persone. Giovedì 13 giugno ancora alla Libreria Lovat di Trieste, alle ore 18.00, assieme a Silvia Ziche, Sara Colaone e Francesco Satta, parleremo di Storia e della faticosa strada dell' emancipazione femminile in Italia; poi venerdì 14 gugno, alle ore 18.30 a Ronchi dei  Legionari, ancora con Silvia Ziche e Sara Colaone, assieme a Carlo Gubitosa e Bruno Luverà di Billy, presenteremo dei volumi, ma tra le righe ci confronteremo su stereotipi, pregiudizi e discriminazione di genere.
E' vero, non è niente, ma è quello che potevamo fare. E lo abbiamo fatto.

sabato 2 marzo 2019

Stranieri


Straniamento. In letteratura: serie di artifici linguistici con cui lo scrittore rivela aspetti inediti di una realtà nota. Se dico "rosso" quando tutti si aspettano che io dica "nero", riesco nel mio intento di produrre una sensazione di straniamento nel mio interlocutore. Riesco nel mio intento, non di sorprendere, ma di legare il lettore alla mia proposta, indipendentemente se sia valida o etica. Improvvisamente vi è un bisogno (e forse il dovere) di sentirsi stranieri nel proprio corpo, di estraniarsi dai propri pensieri e porsi dei diktat, da sé a sé, come se fossimo altro da noi stessi. Dovremmo vincere l'apatia intellettuale, innescando processi di straniamento volontario. Perché farlo?  Semplicemente per "non accettare". Non è un discorso di "resistenza" o di "resilienza", condizioni e concetti che fanno rima con "lenza", a cui a volte ci piace concederci di stare attaccati, semplicemente per non fare nulla, bensì una proposta di estraneità da questo mare magnum comunicativo, per permettere a noi stessi di chiederci: cosa ci interessa, davvero? Cosa ci piace, davvero? Qual è il nostro ruolo dinanzi alle cose che ci succedono attorno? E' come ridare un senso alla nostra fisicità (alla nostra pesantezza corporea) all'interno del flusso informativo. Io sono questo: mani, piedi, pesanti sulla terra, peli, sangue ecc. e non notizie, sovrapposizioni narrative da decodificare per stare al passo con l'esterno che ci sospinge, che ci modella, che ci immobilizza improduttivamente. Lo scontro tra società informatizzata e tecnologica (che però è fatta solo di sciocchezze, di sovrastrutture e sovra linguaggi e non di soluzioni e linee guida consapevoli) e nuovo umanismo (ovvero la riscoperta della centralità dell'uomo) appare evidente: un cavallo a cui tutti i "pensatori" cercano di salire in groppa per la paura, tutta di convenienza, di restare fuori da quello stesso flusso informativo, a rigetto del quale tale discussione viene posta. Straniamento è quello che si prova, per la consapevolezza del non detto e la pigra e a volte disarmante rinuncia all'alzare la mano e dare sfogo ad un pensiero controcorrente, offerto non per protagonismo (narcisismo) ma di sostegno reale ad una proposta critica, che prima di tutto è autocritica. Oggi, credo, che il dovere più grande in questo senso sia rifiutare alcuni vocaboli, privarcene volontariamente, perché sono fraintesi e veicoli di significati devianti. Tra questi: identità, nazione, noi, loro, massa, sostenibilità, degrado, pulito, sporco, destra, sinistra, ieri, meglio, peggio. Se provassimo ad immaginare anche soltanto una giornata intera, nell'anno 2019, senza l'uso di tali parole, potremmo venire travolti da un senso di incapacità comunicativa e quindi di frustrazione collettiva, che potrebbe condurre ad uno shock tale da farci riflettere su quanto siamo stati culturalmente manipolati in questi ultimi vent'anni. Provateci e provate a costruire un vostro personale non-vocabolario, che vi permetta di sentirvi estranei al contesto e al tempo stesso criticamente sufficienti per dare un giudizio personale su ciò che vi/ci circonda. Se lo farete, vi ringrazierò.
(nella foto: un particolare da un disegno di Guido Buzzelli per Labirinti)

sabato 12 gennaio 2019

Come si deve venire?

In un contesto "culturale" di difficile interpretazione (Giovanni Lindo Ferretti avrebbe detto: "Fedeli alla linea, la linea non c'è"), mi viene voglia di contraddire completamente il mio pensiero, così disponibile ad accettare la complessità, il dubbio, come proposta di analisi. Mi rendo conto che forse mai come adesso vale la battuta del finto senatore Mario Dorazio, interpretato da Vittorio Gassman nel film La terrazza di Ettore Scola: "La verità si scrive in poche righe!". Affermazione, secondo me, da verificare accostandola con l'altra battuta affidata da Age & Scarpelli (e Scola) allo stesso personaggio: " A che ora è la rivoluzione, signora? Come si deve venire? Già mangiati?". Se penso che vivo in un contesto "culturale" in cui non sono nemmeno in grado di affermare qui con certezza in quante righe ho scritto questo post, poiché a seconda di dove uno lo legge (foglio stampato, pc, smartphone...) quelle cambiano, mi pare che ci sia un pochetto da riflettere. Nel dubbio io ho preparato un panino!
(foto: un particolare da Pupa e Bob Bob per la Zoppas, 1968)

lunedì 31 dicembre 2018

Fine anno che trovi e nuovo anno che lasci


Che l'ultimo giorno dell'anno sia un momento di riflessione nostalgica, di dura volontà di superamento e anche, certo, di rinnovata speranza è innegabile. C'è tra le righe anche un pò di timore, per come potrebbe evolvere tutto quello che abbiamo attorno nel prossimo anno che sarà. Rescriminazioni, scarsa disponibilità alla tolleranza, e quello che Loredana Lipperini, nel suo saggio per l'ottimo catalogo che accompagna la mostra dedicata dal Maxxi di Roma a Zerocalcare, definisce "il populismo del rancore quotidiano" (frase dello stesso Zerocalcare). Quell'"intrecciarsi schizofrenico fra l'emergere di una cultura integrata su scala planetaria, che chiederebbe un governo sovranazionale, mondiale dei processi - sempre la Lipperini - e lo scatenarsi anche sanguinoso dei particolarismi, dei localismi, dei tribalismi, con l'immancabile e triste codazzo delle xenofobie e delle infamie antisemite. In questo quadro si comprende che è la stessa nozione di 'futuro', una nozione chiave della modernità, sulla quale si basava in larghissima misura la fantascienza, a dissolversi". Ecco che giustamente Lipperini cita lo stesso Zerocalcare, da una sua storia, nel commentare lo slogan punk del 'No Future': "...Mi sono fidato quando ci hanno detto che ci avevano rubato il futuro. E invece il futuro è arrivato". Ecco, il futuro arriva sempre, ma che poi sia un bene non è detto, almeno sino all'ultimo. Guardo quindi un po' ai mesi passati e cito a caso, dal mucchio delle cose possibili, quelle che mi sono parse interessanti e meritevoli, sempre ovviamente con l'occhio rivolto alle mie passioni. Nel farlo va subito fatta una premessa: le "cose" sono sempre di più e spesso la qualità è molto alta sul piano tecnico e professionale, ma proprio per tale motivo sono questi ultimi gli aspetti che appaiono meno interessanti da affrontare. Meglio guardare ai temi dietro la superficie, ai contenuti che appaiono coerenti con una visione, che i tempi ci costringono a voler pretendere essere etici.
In queste pagine ho già ricordato con lode il Jonas Fink finale della trilogia di Vittorio Gardino, e anche il Romanzo esplicito di Fumettibrutti. Vorrei ora citare il lavoro di quella che considero la migliore illustratrice della nuova generazione, proveniente dalle pagine del collettivo Delebile e ormai fissa presenza sulle migliori testate mondiali, ovvero Bianca Bagnarelli. Con un  tratto molto colto, ripreso forse da Cris Ware (Building Stories), forse dal senso profondo del lavoro di Raymond Carver o Alice Munro. In questo fine anno il suo lavoro si può scorgere a commento delle pagine del volumetto Crooner di Kazuo Ishiguro, edito da Einaudi. Fondamentale, e per me miglior Graphic Novel dell'anno, arriva in questa fine 2018 anche Ariston di Sara Colaone e Luca de Santis, edito da Oblomov. "La Storia, un affare di donne", sottolinea Francesco Satta nella postfazione al volume, riprendendo anche una frase di Tina Anselmi: "Una donna che riesce, riesce per tutte le altre". Un splendido viaggio, quello degli autori, nell'importanza della 'scelta' e del "femminile", come auspicabile guida del destino del mondo. Ancora, dalla splendida cura editoriale di Bao Publishing, un bel volume di Elisa Macellari, Papaja Salad. Un'illustratrice si dedica al fumetto e regala un viaggio all'interno di culture e storie che conosciamo poco. Imperfetto, e per questo interessante. Dopo tre donne, un autore maschio, la cui esibita, discutibile e discussa misoginia (insistita e a volte una specie di firma autoriale), ci accompagna direttamente nella Storia del fumetto internazionale: Robert Crumb. Comicon Edizioni pubblica in un unico volume i tre numeri di Art & Beauty Magazine, dove i disegni troppo perfetti (tratti a volte da fotografie ricopiate, spesso rivisitate per deformare i corpi nella "tipica donna alla Crumb"), tracciati con l'evoluzione della tecnica scribble scribble, propria dell'autore, dimostrano la grandezza del padre dell'underground americano. Un volume magnifico, da restarci secchi nell'immaginare l'autore al tavolo da lavoro a tracciare maniacalmente i suoi segni. Vorrei citare ancora un autore, uno scrittore questa volta, che si è imbarcato in una vicenda editoriale complessa e enorme, quella di raccontare in tre romanzi la documentata vicenda storica e umana di Benito Mussolini. L'autore è Antonio Scurati e il volume M. Il figlio del secolo. Il libro non merita di essere letto, ma va obbligatoriamente letto, perché deve restare sempre chiaro nella testa di ciascuno, quale è il percorso culturale e il substrato sociale che produce certi "fenomeni" storici. A volte la democrazia, quando è minata dalla malafede o alimentata dall'ignoranza, produce il suo opposto. E vi è sempre qualcuno disposto ad approfittarne. Vorrei infine menzionare alcune canzoni, che mi accorgo coltivano bene il senso di questo post. Consiglierei l'ascolto attento di Post Concerto dei Coma_Cose. Li adoro quando recitano, quasi come in una sequenza fotografica fatta di concetti espressi a parole: "E i bicchieri abbandonati/ Sanno come ci si sente/ Ad essere come diamanti/ Invisibili alla gente". Oppure: "Ho ancora voglia di combattere/ Garibaldi aveva solo mille followers". E infine la grande Francesca Michelin, con la sua importante Bolivia "È l’umanità che fa la differenza/ Portami in Bolivia per cambiare testa/ Portami in Bolivia per cambiare tutto/ Spegnerò il telefono/ Sarò libera e indipendente/...Non ho bisogno di niente". E ancora: "Ma se vuoi puoi salvarmi dall’umidità della pioggia più insistente / Che entra nelle ossa della gente/ Che si lamenta sempre/ Che mangia male e crede a ciò che legge". Esatto. Uscite da questo blog, uscite da tutti i post ecc., parlate con le persone che avete vicino e con quelli che non conoscete. Capite le cose, capite la gente e non credete a ciò che leggete. Buon anno di indipendenza mediatica e culturale!
   

martedì 25 dicembre 2018

Molto, molto cordialmente

Mentre mi rigiro nei pensieri appannati del giorno di festa, mi arriva la notizia che è scomparsa, ieri 24 dicembre, Grazia Nidasio.
La cosa mi procura un fastidio enorme, perché ho stimato l'autrice, la disegnatrice, la persona. Con quest'ultima ci siamo anche scambiati alcune lettere nella prima metà degli anni 2000, perché con l'Associazione ARTeFUMETTO, che allora presiedevo, vi era la volontà di fare delle cose con l'autrice.
Quelle lettere (con gli indirizzi tagliati e incollati) parlavano il linguaggio dei suoi libri, quello di "ragazze" consapevoli e autorevoli. Non riuscimmo, poi, a portare a termine il progetto, perché altre cose si accavallarono, allora, Giardino, Cavazzano, poi Pazienza e poi Gipi. Mi restano ora, quelle lettere, dove l'autrice mi sottolineava che, comunque, mai avrebbe presenziato ai nostri eventi a lei dedicati, poiché, come scriveva "...ho pensato che, invecchiando, ciascuno si guadagni un certo diritto al ritorno della naturale timidezza". 
Resto qui, nel giorno di Natale 2018, a contemplare quelle parole, che potrebbero essere di monito per molti e forse di indirizzo.
La saluto, la signora Nidasio, come faceva lei "...molto, molto, cordialmente."


domenica 23 dicembre 2018

Ragioni che non vorrei avere

Alcuni anni fa pubblicai assieme all'amico Walter Chendi un volume di racconti. Si chiamava "SessantaQuaranta". Il libro conteneva dei testi di Walter e miei, mescolati con il solo criterio di parlare un linguaggio comune, quello della memoria, non autobiografica, ma collettiva. I miei racconti furono definiti allora "il lato oscuro del volume", ovvero la quota parte più propensa a scavare nel "buio" dell'animo umano. Uno dei temi principali affrontati tra le righe era quello della dipendenza, psicologica in alcuni casi e reale in altri, con riferimento esplicito all'uso della droga. Il libro usciva nel gennaio 2012 e, durante le presentazioni pubbliche, mi fu molto spesso sottolineato che stavo affrontando un aspetto della società forse superato dagli eventi, ormai sotto controllo e di certo non affrontabile per come andavo proponendolo. Mi ricordo ancora oggi che qualcuno storse il naso di fronte all'argomento "sgradevole", mentre io asserivo che la crisi economica che stavamo affrontando in quel momento (non superata nemmeno oggi, ma di certo la situazione non è quella tragica di quei giorni) rappresentava un terreno fertile per ridefinire un ruolo centrale all'argomento dipendenza.
Oggi, circa sette anni dopo, la cronaca e le statistiche rilvelano che la questione droga rappresenta uno dei problemi centrali della nostra società, in particolare tra le giovani generazioni. Lo dicono i sindaci nei loro discorsi di fine anno, gli esperti, la società civile. Nel confronto a scuola, dove a volte collaboro per dei laboratori, emerge molto chiaramente una certa preoccupazione tra i ragazzi che vedono nei loro coetanei farsi largo, incontrollata, la dipendenza dagli stupefacenti e dall'alcool (si badi bene, ragazzi preoccupati per altri ragazzi di fronte alla questione droga e alcool e non della questione "stranieri" e "migranti", sempre presente, invece, in prima pagina sui quotidiani). 
Vorrei qui, però, riprendere le parole di Riccardo Gatti, direttore del dipartimento Dipendenze dell'ASL di Milano, che in un articolo pubblicato di recente su Rolling Stone italiano ricorda: "Oggi le auto vanno a 200 all'ora e i telefonini hanno giga illimitati, lo stesso vale per la droga. Oltretutto gli acquirenti sono gli stessi, visto che ormai il consumo è uscito dal ristretto ambito della devianza"; e aggiunge: "Siamo di fronte a un vuoto culturale simile a quello del passaggio dalla società contadina a quella industriale. Allora Pasolini preconizzava il trionfo dell'eroina, e così fu. Sta capitando di nuovo, ma siccome oggi il mondo è variegato ci sono più sostanze a prometterci di colmare l'abisso".
Insomma ecco qui, la droga come cartina di tornasole di una condizione di malessere, dell'incapacità di esaminare e trovare la quadra in una società complessa e non semplice rappresentazione di un fenomeno a sè. Era così nel 2012, anche se non si voleva ammetterlo, ed è così tanto più oggi. Ce lo dice quello che abbiamo attorno da più di un mese oramai, mentre scateniamo le nostre povertà più recondite sul Natale.
(nella foto: un albero di Natale in stazione a Milano, acompagnato da un cartello pubblicitario dove Pasolini si rivolta nella tomba, sovrastato dall'evoluzione dei tempi)

domenica 11 novembre 2018

Lucca Comics ecc. e il fumetto

Partiamo dalla fine. Il miglior fumetto visto in giro è di Josephine Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti. Il suo Romanzo esplicito si racconta riprendendo un linguaggio narrativo che ricorda per ispirazione il Poema a fumetti di Dino Buzzati, con dei contenuti che starebbero bene tra le parole di Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli (Postoristoro!!!). E le parole che l'autrice usa, per  come le compone, appare non solo originale, ma anche inusuale, capace di offrire un effetto spesso straniante. Un piccolo fumetto (molto piccolo nella forma, ma non nella sostanza), con potenzialità enormi, tra l'altro sostenuto dalla forza comunicativa, del tutto voyeuristica, derivante dai temi espliciti che hanno reso conosciuta l'autrice, nonché dal suo non rinunciare a mettersi continuamente in gioco in prima persona. 
Fumettibrutti con Silvia Ziche sul palco a Lucca per Feltrinelli
Arrivo a Lucca dopo aver letto questo fumetto e lascio Lucca senza averne trovato uno migliore. Punto, fine della premessa.
Lucca 2018 è stata la dimostrazione del peso commerciale assunto dal prodotto fumetto dopo alcuni anni di attenzione mediatica attorno ad esso. Fumetto (fumetto?!?) dovunque e ovunque. A ciascuno il suo. Chi non ne capisce, oggi, forse si sente un pò escluso, come trovarsi in un bar alla domenica pomeriggio e non conoscere il significato del termine "calcio". Alcuni, presi da quest'ansia di sapere, si redimono, dopo aver sputtanato per anni il fumetto "come cose per bambini/ragazzi" e si danno una nuova veste intellettuale attorno ad esso. Alcuni non mollano e rimarcano la loro distanza, perché se lo fanno tutti allora forse è un bene distinguersi. E quindi è tutto un far chiacchiere di arte minore e maggiore o disquisire della difficoltà personale di correlare immagini e parole (ma pensa un pò!!). 
Sono stato a Lucca per sentirmi raccontare i fumetti, per acquistarli e per discuterne con altri appassionati o esperti. Che poi mi trovi di continuo a presenziare a spettacoli, proiezioni, incontri, dove il fumetto viene inserito in contesti "crossmediali" (cavolo, sta' parola piace a tutti, sembra come quando da bambini potevamo finalmente dire m...a senza vergogna!), questo è una altro paio di maniche. 
Kobane Calling di Zerocalcare ripreso a teatro
Lo Stato Sociale a Lucca per Feltrinelli Comics
"Carota" fa il verso a Recchioni sul palco de Il Giglio
Matsumoto disegna se stesso alla fine dello showcase musicale
Tutta sta' cosa che il fumetto si porta sulle spalle mi pare un pò svilire la capacità del medium di sapersi esprimere benissimo con voce propria, con un linguaggio preciso e autonomo, di sintesi precisa e declinazioni infinite. Forse a guardarsi indietro è sempre stato così, tutto parte dal connubio tra immagini e parole, dal racconto, dalle storie e poi il contesto si fa parassita, per trovare strade ritenute "maggiori", ma che in fondo, invece, sono solo la brutta copia dell'originale. Infine anche la ricerca della dedica disegnata (me la fai sul libro, me la fai sul foglio...!!), dell'autografo come prassi abituale e insistita, legata all'acquisto dei volumi, mi pare qualcosa di strumentale e ormai del tutto estranea all'interesse verso la cosa in sé, che poi sarebbe possedere un libro per leggerlo, con il fine di immergersi dentro una storia raccontata e quindi poter evadere dalla realtà, oppure caderci dentro fino in fondo (vedi Fumettibrutti). 
In fila per dei biglietti a mattina presto
Muoversi dentro i padiglioni di Lucca, tra gli stand, frequentare gli incontri è per i suddetti motivi entusiasmante, ma allo stesso tempo in parte frustrante. Soltanto quando vedo tra la folla (immensa) alcuni gruppi di ragazzi comprare un fumetto e sedersi sul cordolo di un marciapiede o sui gradini di una chiesa lucchese e quindi leggerlo con voracità assoluta, condividerlo, discuterlo, scambiarselo, allora mi ricordo come era realmente per me (per noi) anni fa: una passione vera, un fuoco che ti brucia dentro, senza tante parole, senza tanti discorsi. Un fuoco. Esattamente quello. Oggi forse, per i più, non pare più così e, sinceramente, se del fumetto se ne parli alla televisione o in prima pagina sui quotidiani nazionali, a me non importa più di tanto, da lettore intendo. A volte, frequentare Lucca è come partecipare ad una convention partitica..."quelli che votano il fumetto!!"..., esaltati nel sentirne parlare bene, aggressivi percependo che ne stanno parlando male. E' un'ideologia. A Lucca è come essere dentro un vortice di voci inistite degli editori, degli operatori, dei critici (pochi), dei nerd, un vortice che annienta continuamente la cosa in sè, quella per cui siamo stati tutti lì, l'oggetto finale, il prodotto finito, non quello commerciale, ma il contenitore dei contenuti: il giornaletto, oggi diventato libro. In questa baraonda di sensazioni, tra le file (lunghissime) per andare di qui o di là, alla fine veder disegnare dal vivo Leiji Matsumoto, incontrare insieme Neal Adams, Walter Simonson e Arthur Adams, oppure stare lì a fare un giro in mostra con Neal Adams come cicerone delle sue tavole, appare come un'esperienza "normale", mentre in altri momenti sarebbe stata un'occasione "unica". 
Josè Munoz, Neal Adams e Matsumoto sul palco de Il Giglio
Neal Adams e Water Simonson a fine incontro
Movan e Cebulski chiacchierano di fumetto
Neal Adams ci racconta le sue tavole
Tutti a Lucca, quindi, con la sensazione che nessuno si stia godendo realmente il momento, pensando a qualcosa che è successo subito prima o potrebbe venire subito dopo. Il presente è lasciato allo scatto di una foto, che archivia l'istante e lo rende di fatto indifferente, amplificato a volte (spesso) tra le pagine evanescenti dei social. Tutta l'esperienza lucchese  mi pare venga ormai vissuta dai più come un grande gioco, anch'esso in fondo virtuale, dimentichi di come alla fine si sia andati lì per scoprire le mani, quelle che lavorano su di un foglio bianco e come sempre fanno da tramite ai pensieri. A quelle rendo qui di seguito omaggio.
Le mani di Barbara Baldi e il suo phon (genius!)
Le mani di Giorgio Cavazzano
Le mani di Charles Forman
Le mani di Faith Erin Hicks
Il braccio tatuato di Skottie Young
Le mani di Fumettibrutti
Le mani di Junji Ito
Le mani di Liz Climo
Le mani di Trevor Hairsine
Le mani di Mikio Ikemoto
Le mani di Jm Ken Nimura
Le mani di Walter Simonson
Le mani di Paolo Eleuteri Serpieri
Le mani di Leiji Matsumoto
Le mani di Arthur Adams
Le mani di Ronan Toulhoat

Le mani di Thomas Campi
Mentre fuori si continua  a parlare, parlare, parlare..., se ne restano là da sole, ora, queste mani, di nuovo lontane dai riflettori, operose e a volte venate, nella solitudine di una stanza, da un simpatica "tristezza".