I "miei venticinque lettori" commentano a volte queste pagine chiedendomi di parlare ancora di fumetto e lamentandosi perché trascuro tale tema, relegandolo negli abissi di qualche post passato. E io, che non posso astrarmi dal ringraziarli, mi trovo quasi per caso a poterli accontentare. Volevo così parlarvi di tre storie a fumetti (graphic novel?) che in questi giorni mi stanno appassionando. Il periodo vacanziero ne aiuta la lettura. La prima storia a fumetti si intitola "Quanti ancora ne dovranno morire?", sceneggiato dal Consiglio dei ministri dell'Unione Europea e dalla Commissione UE e disegnato dai Ministeri agli Affari Esteri dei vari stati membri della UE stessa. Un fumetto autoprodotto, dalla trama avvincente. In breve. Ventotto paesi che costituiscono un Parlamento europeo se ne fregano per anni che vi sia coerenza tra le reciproche politiche estere e, in assenza di una figura forte a livello europeo, quale un Alto rappresentante per gli affari esteri, capace, indipendentemente dal suo nome, a fronte anche del proprio ruolo di vicepresidente della Commissione UE, di individuare atti significativi e promuovere leggi adeguate in materia, tenendo così a bada l'ingerenza dei singoli paesi in politica estera, preferiscono rimandare la nomina di quello a dopo le vacanze d'agosto (e la consegna dei ruoli a novembre), facendo gli struzzi dinanzi a centinaia di morti espressi dalle crisi internazionali mondiali. Parallelamente un uomo qualsiasi compra al mattino di ogni giorno qualunque il suo giornale o sintonizza la sua televisione sul telegiornale nazionale, e dinanzi all'uccisone di venti o trenta o cento palestinesi, di alcuni israeliani, di alcuni ucraini filonazionalisti, di qualche ucraino filorusso, di molti iracheni, di quasi trecento viaggiatori internazionali sulle rotte aeree europee, di manciate di africani annegati o stremate sulle coste italiane, spagnole o cipriote, si chiede il proprio ruolo nel contesto mondiale, si versa il caffè, gira la pagina o cambia il canale. Il finale del fumetto è aperto. Un secondo fumetto si intitola: "Anni di parole inutili". Ai testi l'intera classe giornalistica e politica nazionale e alle illustrazioni la curiosa morbosità del 95% di un popolo. Casa editrice: tutte, partecipanti con un raggruppamento temporaneo di impresa. Parla di un politico italiano, nonchè ex imprenditore di fama internazionale, che a fronte di accuse proseguite per mesi e un coinvolgimento dell'opinione pubblica intera su delle vicende marginali, rispetto le reali problematiche economiche e di politica estera di un paese, si trova infine assolto in appello di giudizio. E il Paese, invece che approfittare finalmente di questo, per dimenticarsi di uno sfiancamento giornalistico infinito attorno ad una vicenda che comunque sia potrà avere una sua conclusione giudiziaria, ma che non sposterà di nulla il parere comune sull'operato morale e se vogliamo etico del politico stesso, affronta culturalmente il suo domani, iterando la propria curiosità di comprendere ancora qualcosa di una vicenda che persone intelligenti e interessate al futuro di una nazione vorrebbero sapere sepolta nel più breve tempo possibile nelle maggiori profondità della terra, riprendendosi così una dignità condivisa a livello internazionale (scusate, la frase è impegnativa nella lettura, al pari della vicenda). Storia interessante, sviluppi mediocri, conclusione insignificante. Il terzo fumetto che sto leggendo (a fatica) e che non ho ancora finito, essendo lunghissimo, scritto male e disegnato peggio, si intitola "Senza fine?". E' la vicenda di un operaio del settore metalmeccanico italiano, di un commerciante della piccola distribuzione, di un imprenditore del settore edilizio e di un libero professionista, che per caso si incontrano in un bar alle dieci del mattino e reciprocamente si chiedono come mai non siano al lavoro. La risposta passa da bocca in bocca nelle parole dei quattro protagonisti, che nel narrare storie personali, evidenziano una problematica comune: la totale assenza di una programmazione economica seria, che porta ogni specifico attore a guardarsi prima indietro con nostalgia per una povertà o un benessere che comunque offriva condizioni possibili o speranze palusibili, e poi a guardare avanti con un punto interrogativo e una frase comune, che termina con queste parole "...pezze al culo!". In questo momento sto ancora leggendo, però le pagine per arrivare alla fine non sono ancora molte. Spero che questa recensione abbia soddisfatto sia i miei due follower, che i casuali passanti. Grazie.
domenica 20 luglio 2014
domenica 13 luglio 2014
Le mie scarpe
La mia curiosità verso le situazioni più disparate e verso le persone mi porta ad affrontare le esperienze più varie. Alcuni potrebbero pensare a questo comportamento come un malcelato presenzialismo, ma sinceramente il desiderio del mettersi in mostra è molto lontano da me, come processo mentale e indole, anche se non vi nascondo come tale atteggiamento non mi crei nessun problema mentale o timore. E' dunque più un desiderio di conoscere le cose per poterne parlare con consapevolezza, diciamo con 'soggettiva' consapevolezza. Non avevo mai partecipato, risultando completamente estraneo a quel mondo, ad una manifestazione che invece ha sempre prodotto in me grande interesse e simpatia. Si tratta di "Its. International Talent Support", giunto alla sua 13° edizione. Si svolge annualmente a Trieste e rappresenta un'occasione di visibilità per giovani creativi, designer, fashionist, messi in evidenza, tramite una selezione internazionale, alle maggiori case di moda, ai brand e simili. Dare sfogo ai "sogni lucidi" di ciascuno è il senso del contest che Barbara Franchin, direttore di ITS, propone ai giovani e a chi poi sulla moda e sul fashion sviluppa uno dei mercati più attivi e floridi dell'economia italiana e internazionale. Comprendere il senso di quel sogno mi ha stimolato, soprattutto per affrontare meglio le difficoltà spesso prodotte dal risveglio: la vita reale, l'odierno. La serata finale di ITS è qualcosa di assolutamente glamour, e soprattutto esclusivo, devi far parte della cerchia della cerchia della cerchia per accedervi, o lavorare a contatto con qualcuno che in quel mondo già lavora (gli sponsor, i partner, gli organizzatori). Devi essere l'ospite desiderato e invitato. Ho per questo accettato di rispondere alla chiamata del concorso organizzato da ITS e da il quotidiano il Piccolo, dal titolo "Qual'è il tuo sogno lucido?". Dieci biglietti per la sfilata messi in palio ai primi dieci classificati. Valevano le fotografie, i video, le parole, i disegni per descrivere uno stato di sogno cosciente, durante il quale si è in grado di poterlo indirizzare, mettendo alla prova le proprie aspettative. Io ho spedito questo, cioè una foto, che ho intitolato "Un gesto quotidiano".
Insomma, ho vinto, e così la serata del 09 luglio all'Hotel Savoia di Trieste sono stato reclutato per il ritiro del biglietto-premio, con tanto di foto del gruppo vincitore, poi apparsa sul quotidiano triestino (questa qui sotto), quindi la sera del 12 luglio, alla ex Pescheria, oggi Salone degli Incanti, ho potuto partecipare da spettatore ospite alla sfilata.
Sulla sera del 09 luglio va detta una cosa. Mi ha colpito come nella foto sembriamo tutti degli amici in vacanza. In realtà nessuno conosceva l'altro e la cosa più incredibile è che a nessuno interessava minimamente di chi fosse e cosa avesse proposto per l'occasione l'altro. Tantomeno interessava a chi ha distribuito i biglietti alimentare alcuna comunicazione reciproca. Questa cosa, che è propria di molte situazioni similari, mi ha sempre atterrito. La presa di coscienza che a nessuno importi veramente nulla della cosa in sè, ma che tutto risulti finalizzato alla comunicazione a terzi, a destinatari altri che stanno in luoghi virtuali esterni a noi. Le relazioni umane non ne traggono beneficio. Alcuni giorni dopo ecco la sfilata. Come per tutti gli eventi con delle limitazioni all'accesso c'è sempre un punto di vista 'da fuori' e un punto di vista 'da dentro'. Mentre aspetto di entrare valuto il primo. Risulta palpabile il desiderio di poter entrare da parte di chi non sarà della partita. Ma qualcuno di questi ha provato a fare il concorso? La speranza senza azione è sterile. Molte ragazzine sono lì nella speranza di avvicinare Mika (il cantante; ecco qui una sua foto scattata all'interno); molte resteranno deluse, qualcuna no.
Il valore del bigliettino verde che tengo in mano, con la scritta "Lucid Dream Ticket", assume con il passare dei minuti valori emozionali e di status sociale pazzeschi (i biglietti hanno colorazioni diverse per permettere di assistere alla sfilata da zone diverse delle gradinate; il verde è quello per gli ospiti esterni, l'elite dei nessuno nell'ambiente, quelli come me, con solo una quarantina di posti riservati a disposizione; va detto però che erano posti ottimi e si vedeva il tutto magnificamente). Superata la barriera tra il 'dentro' e il 'fuori' ti aspetta il 'paradiso'. La mostra degli oggetti progettati dai giovani designer (gioielli e artwork in genere), l'ambiente stilosissimo, la gente che ti circonda vestita con tutte le attenzioni del caso (la scarpa, il calzino, il bermuda, il tacco, il cappello, il rimmel diventano armi atomiche per una guerra di corpi sfiorati e sguardi). Anche all'interno vi sono separazioni ulteriori, un privè dove lo status si marca ancora, decretato dal prosecco servito agli ospiti illustri. Mika è assediato. Una fan non più giovane piange chiedendogli l'autografo. Poi ci si siede, la musica è ossessiva e piacevole. Poi le luci si spengono, partono video, partono parole scandite, iniziano le sfilate. I modelli camminano veloci.
Poi le premiazioni presentate dall'attrice Anita Kravos e i giovani creativi premiati. Si parla solo l'inglese. Quindi gli applausi finali. Poi tutti (gli altri) a sorseggiare vodka, mentre molti avvicinano i premiati per uno scambio, una foto (lo smartphone e la socialità online si esprime a livelli mai visti). Esco e piove. Mi bagno, senza ombrello, passeggiando lungo le Rive solitarie e vuote di una Trieste come sempre bellissima. Una splendida serata. Veramente. Un'organizzazione perfetta, impeccabile, di grande spessore internazionale, senza nessuna sbavatura, come non ne ho viste quasi mai in Regione. Un clima allo stesso tempo affettato e affettuoso, distaccato e conviviale. Nessuno dice, "Ciao, come va"?, ma solo "Sei splendido? Anzi lo sei sempre?" Sei stato magnifico!", "Ti adoro!". Un galateo continuo della parola. Sono perplesso, ma sono stato benissimo. Risalendo in auto, mi bagno le scarpe in una pozzanghera. Le riconosco quelle scarpe, sono le stesse di sempre, sono le mie.
domenica 15 giugno 2014
Forse
Si fa sempre più fatica a capire il motivo recondito che ci porta a riversare i nostri pensieri tra queste pagine virtuali. Potremmo sintetizzare con voglia di comunicare; tradurre un proprio sentire individuale all'interno di un luogo comune: la rete. Ma anche questa speranza in fondo risulta frustrata dalla parcellizzazione del mare che ci ospita. Certo vi sono "isole" più dense, dove molti scelgono di soggiornare anche a lungo, trovando indirettamente nella luce riflessa di qualcuno quel senso di comunità che potrebbe essere anche scoperto altrove, nel mondo reale ad esempio. Vi sono però anche altrettante isole reali, proprie del mondo reale cioè, dove molti rincorrono la stessa luce altrui, confidando che la vicinanza permetta ad una parte dello scintillio di rimanere impigliato alle proprie vesti. Purtroppo sono sempre meno le stelle che brillano di luce propria. Il talento non ha un percorso osmotico, ma impone fatiche che più o meno involontariamente scansiamo. La fatica non piace, perché tautologicamente affatica, appunto. Si diceva, quindi, di questo grande universo di individualità (i siti, i blog, le pagine social, ecc.) dove ciascuno, come passerotti appena nati attendiamo che ci venga recato il verme in becco (il "mi piace", la "visita"). Perlopiù si muore di fame, perché come dicevo alcune isole sono più dense, e qualcuno, oltre al talento del dire, possiede o sviluppa il genio. A quei pochi geni, devoti regaliamo i nostri pensieri, le nostre passioni; e nel farlo dimentichiamo di crescere, scordiamo che sappiamo anche imparare, che siamo meno deboli di quanto crediamo. Questa situazione potrebbe descrivere molti frequentatori della galassia denominata "rete", che non si chiama così in quanto correla, ma perché invischia e trattiene. Altro caso è poi quello opposto, ovvero la situazione di coloro che, senza autocritica, generano cloni. Se da un lato la "rete" limita, dall'altro spazientisce. I pesci una volta presi si agitano inconsapevoli della fine certa. L'agitazione è spesso entusiasmo, ovvero inconsapevole bramosia d'imitazione. Chi imita rischia di cadere nella duplicazione, non tanto del risultato, che in fondo non sarebbe un male (la copia non è uno scarto, ma uno strumento di crescita), ma della confezione. Per tale entusiasmo si desiderano vite altrui, si duplicano le situazioni e gli strumenti. Chi ama leggere, pubblica. Chi ama disegnare, pubblica. Chi ama navigare, apre nuovi porti a beneficio della rete. Ma questo fare è acritico, privo di consapevolezza critica. La crescita esponenziale delle "scatole" porta con sé l'impotenza di coloro che hanno le qualità per osservare e scegliere. Troppo materiale in gioco impone un lancio di moneta e, se sarà testa o sarà croce, sapremo casualmente l'involontario percorso culturale che ci verrà consigliato. Infine, un universo a disposizione impone a qualcuno di cercare l'attenzione attraverso scelte monomaniacali. Le scelte si concentrano sulla punta delle dita, anche laddove la luna è bene in evidenza, e in un eccesso di zelo, scambiato per talento, si impoveriscono nell'incapacità di darsi e di risultare socialmente utili.
E' un mondo strano questo che ci viene offerto, non buono, subdolo, che antepone tra i propri desideri quello dell'azzeramento delle coscienze, mentre al contempo propone una presa di coscienza. Allorché viene depotenziata la comprensione del vero e del falso, e il lascito sono le migliaia di miliardi di parole scelte di volta in volta sulla scorta dell'attitudine o della sintonia con l'interlocutore, il rischio di controllo cresce. La rete, dicevo, trattiene, e immobilizza.
Dedico questi pensieri alla memoria di Jacques Derrida, ad un decennio dalla sua scomparsa, e ringrazio Pier Aldo Rovatti per averlo ricordato sulle pagine del quotidiano il Piccolo di sabato 14 giugno. In particolare per aver ricordato la convinzione di Derrida "che non c'è filosofia senza amicizia e che l'amicizia è sempre una pratica di denudamento delle pretese di verità. Perché cadano le maschere degli altri occorre riuscire a fare a meno della propria". La filosofia quindi come "momento di disarmo assoluto" e la buona pratica per la lettura del mondo nell'uso della parola "forse". Un insegnamento complesso, non tanto per la complessità del pensiero, ma per la difficoltà dell'animo umano nell'accettare la condizione del dubbio.
sabato 31 maggio 2014
...per averlo avuto e conservato nella memoria così a lungo...
Frequento spesso i tavoli di qualche mercatino dell'usato, specialmente quelli che espongono cassette di libri e dischi a pochissimo prezzo. Non molti giorni fa, proprio da uno dei contenitori di volumi acquistabili ad un euro, ho sfilato un piccolo libretto, che avevo già avuto modo di leggere, in realtà, ormai molti anni indietro. Il libro era, ed è, Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice. Uno sguardo al colophon mi ha permesso però di scorgere che si trattava della prima edizione economica Einaudi del 1983. Ancora più interessante come il frontespizio interno riportasse il nome, abbastanza illegibile, della prima lettrice del volume e l'anno dell'acquisto, il 1983 appunto, oltre che una dedica del 1995 fatta dall'autore alla allora proprietaria. La dedica recita: "Con gratitudine, per averlo avuto e conservato nella memoria così a lungo". Dopo quasi ulteriori vent'anni, oggi, sono così io a conservare questo volume, sperando che una parte della gratitudine di Del Giudice mi venga in fondo trasferita. Non nascondo che la cosa mi abbia fatto riflettere parecchio, ancora una volta sul significato del possesso e sul ruolo degli oggetti, delle "cose" in genere. Piccola divagazione. Il testo di Del Giudice, opera prima all'epoca della sua uscita, è una riflessione sul rapporto letteratura, scrittura e vita. Un giovane protagonista (e un giovane Del Giudice, in questo fantastico saggio-romanzo), svolge una ricerca testimoniale su di una figura ormai scomparsa da più di quindici anni. La figura, mai citata, ma evidente dalle sue frequentazioni, è quella di Bobi Bazlen, "scrittore senza scritti", che non volle mai tradurre, a parte poche cose peraltro incomplete, la propria profonda ed esigente cultura letteraria nella pagina stampata. Personaggio storico sfuggevole, dedito a non lasciare tracce concrete di se stesso, alla rinuncia della scrittura, invece che alla scrittura stessa. Del Giudice ne parla attraverso i ricordi di personaggi storici quasi mai svelati (anche se non è difficile riconosce Anita Pittoni, Giorgio Voghera, Franca Malabotta e altri), anch'essi impossibilitati ad offrire testimonianze certe senza incrementare il dubbio. L'"inchiesta" sull'uomo Bazlen si svolge tra Trieste e Londra e lascia spazio alla consapevolezza dell'importanza delle scrittura come strumento per estendere delle "relazioni di vita", più che per rappresentare dei contenuti e delle forme. Al di là di ciò, mi ha sorpreso, nel riprendere la mia copia del libro, come avessi sottolineato in matita, al tempo della prima lettura (alla fine degli anni Novanta), due frasi: "Bisogna tenere i libri distinti dai dolori."; "Ho pensato a come quel capitano (il capitano di lungo corso di Bazlen, probabilmente!) faceva ordine nella sua cabina, buttando fuori gli oggetti. Ho pensato: 'Non è facile con gli oggetti, la loro presenza è indelebile. Però è facile disfarsene, sono terribili e indifesi'." Ancora gli oggetti. Era strana questa coincidenza. Ma lo sarebbe diventata ulteriormente allorché tra le pagine del volume comprato al mercatino, scopro un ritaglio di giornale, ormai ingiallito, tagliato e piegato per poter sparire nella sagoma del libro. L'articolo ricorda uno speciale televisivo della rubrica "Tuttilibri", in onda sulla "RETE 1", dal titolo "Bobi Bazlen", con interventi di Stelio Mattioni, Luciano Foà, Giorgio Zampa, Italo Calvino, Lucia Drudi Demby, Elena Croce, Natalia Ginzburg, Massimo Cacciari, Roberto Calasso, molti dei quali correlabili alla casa editrice Adelphi, essendo Bazlen cofondatore della stessa. Vorrei far notare il carnet degli invitati alla discussione, che aiuta a riflettere su alcune distanze culturali tra il fare televisione ieri e oggi, ma preferisco lasciare perdere. Interessante è invece sottolineare come nell'articolo venisse riportato un aneddoto su Bazlen raccontato da Natalia Ginzburg: "(Bazlen) la criticò, passeggiando a Roma sul Lungotevere, per l'impermeabile vecchiotto che indossava, invitandola a disfarsene. 'Guarda come faccio io' - disse Bazlen. E gettò la propria giacca nel Tevere. 'Io l'ho vista galleggiare via quella giacca - dice la Ginzburg - lui era là... in maniche di camicia'." Ancora un'occasione di riflessione sul possesso, sugli oggetti. Che sintesi trarre da tutto ciò. Forse nessuna. Oppure lasciare spazio ad una presa di consapevolezza più matura del ruolo delle cose nella nostra vita, presenze "indelebili", indipendentemente dal loro possesso, "terribili e indifese". Basta un gesto per privarsene, come può essere mettere dei libri, affettivamente cari, in uno scatolone e gettarli nella spazzatura, come una giacca nel Tevere, oppure portarli da un mercante dell'usato e perdere quindi il controllo sul loro percorso futuro. Ma la certezza è di come la nostra volontà, più o meno propensa al feticismo o al collezionismo, non potrà mai controllare l'intero ciclo di vita di quegli oggetti (dei nostri oggetti). Ad un certo punto le "cose" si staccano da noi, e non è un distacco sempre gradito, sottendendo con questo che la loro vita risulta molto spesso più lunga della nostra, e che tutto quello che per noi ha importanza per i più non conta nulla, trovando così spazio nei contenitori delle vendite ad un euro degli "antiquari" delle nostre città. La domanda finale che pongo è quindi questa: Che società è quella che ha deciso consciamente di dedicarsi alle "cose"? Che dimensione storica potrà mai avere? La risposta trova in parte luogo nei difficili anni che stiamo vivendo, per il resto potrà esprimersi soltanto attraverso le nostre intelligenze.
venerdì 23 maggio 2014
Non defiliamoci
Potete smettere di leggere già alla fine di questa frase...uscite e andate a votare! Alzate la testa dal monitor e gettate alle ortiche il mouse. Sono solo strumenti, sono solo eccipienti per i principi attivi che ciascuno può mettere in moto, e che stanno nascosti appena dietro ogni nostra alzata di spalle. Uscite, e andate a votare! Fatelo per chiarezza, per rispetto verso voi stessi e per chi in ogni androne delle nostre città ha bisogno di risposte chiare. Non è mai semplice capire dove sta il bene, ce lo insegna la storia. Il dubbio non si scioglie con l'apatia, ma con la ricerca, che inizia sempre con un punto di domanda. Questo: ?
giovedì 1 maggio 2014
Piccole scatole emozionali n.15
La televisione trasmette dalle quattordici un programma in diretta da Piazza San Giovanni a Roma. La musica "giovine" riempie la stanza in questa giornata festiva, che ci trova tutti in casa. S. sta seduto sbracato sulla poltrona, con le gambe che penzolano dal bracciolo di quella. Il suo corpo fa una curva innaturale, accompagnato da jeans, maglietta e camicia aperta sopra. I capelli lunghi sono stretti da un elastico rosa. Tiene una bottiglia di Dreher in mano e se la sorseggia con calma. Sullo schermo passano uno dietro l'altro cantanti e gruppi musicali conosciuti, perché visti suonare nelle piazze di qualche festival "giovine". Uno dietro l'altro, sì, stanno lavorando, loro, in questo giorno di festa. Io e S. ne commentiamo a volte positivamente e a volte con ironia le performance musicali, litigando dei nostri pareri, condizionati da convinzioni troppo personali per essere condivise. R. apre un libro di Storia dell'Architettura sul tavolo concavo verso il centro, sul quale è impossibile mangiare un piatto di minestra senza rovesciarne una parte sulla tovaglia. Gira alcune pagine, portando le mani alle orecchie nel tentativo di escludere i nostri pensieri a voce alta, ma gli restano nella testa più quelli di ogni ordine tuscanico o corinzio. Ci insulta un pò, ma è solo un modo per intromettersi nel discorso a due voci. Io e S. ridiamo di lui, assaporando del tutto la luce che entra dalle finestre, che portano tra le quattro mura quel sole pallido che si regala giù nelle strade asfaltate, desolate e in quel momento vuote. F. sfoglia una rivista a fumetti, raccontandoci qualsiasi situazione volgare trovi tra quelle pagine. La sua voce recitante ti calamita dietro ad essa quasi fosse un pifferaio magico e noi i topi. Si perde il senso della musica e si parla di fumetti, di birre e della possibilità di uscire, andare a trovare degli amici nelle case vicine. Quando io e S. decidiamo infine di uscire, R. tira un sospiro di sollievo, intravvedendo la possibilità di studiare quelle pagine fitte di disegni e parole. F. decide di andarsene in doccia. Dopo alcune ore il ritorno a casa è un inevitabile déjà vu, con R. ancora al tavolo e ancora distratto dalla voce di F., che dai fumetti è ora passato a Herry Miller. Anche noi riprendiamo i nostri posti. S. riaccende la televisione, e la musica "giovine" ci reinveste noiosamente, fino a sera, alla cena, tra le parole, le risate, l'apatia.
Mi spiace un pò dirlo, ma questo è il 1° Maggio che ricordo di più, e la seccatura sta nel fatto che fuori, e dentro "casa", di uguale è rimasta soltanto la musica "giovine". Forse ormai "vecchia" anch'essa.
venerdì 25 aprile 2014
Parlo, quindi sono!
Un periodo di assenza da queste pagine mi porta ora ad avere molti argomenti di discussione da approfondire. Ho
affrontato tra febbraio e aprile una lunga esperienza di confronto e
incontro con i bambini e i ragazzi di alcune classi della scuola
primaria e secondaria inferiore (elementari e medie, in parole povere).
E' stata questa molto utile per mettere a punto alcune
convinzioni, che hanno trovato riscontro anche nel confronto con gli
adulti, durante le iniziative promosse negli ultimi mesi grazie
all'Associazione culturale ETRA di Monfalcone (www.culturaeticaetra.com). Parto dal consigliare un testo, pubblicato da poco in
Italia da Bollati Boringhieri, L'istinto di narrare di Jonathan Gottshall. E' il suo un ragionamento approfondito sul significato che la narrazione ha per l'uomo, sia adulto che bambino. Per l'adulto è una 'buona pratica', che permette di garantire a ciascuno un equilibrio nel presente: attraverso la finzione si esorcizza la realtà. Per i bambini è uno studio sul reale attraverso il filtro della costruzione immaginata. Le esperienze vissute nelle scuole confermano questi punti di vista e confermano l'assoluto bisogno dei ragazzi (indipendentemente dalla loro età) di ricevere occasioni per raccontare un loro punto di vista. Questo è il punto di partenza della mia riflessione: il bisogno dell'affermare la propria presenza, fisica, creativa, verbale. Non è solo l'evoluzione dei 15 minuti di celebrità alla Andy Warhol, ma anche un'esigenza di protagonismo attivo in ogni situazione, anche quella educativa. Confermo in tal senso l'assoluta ragionevolezza di Michel Serres, quando nel suo libriccino Non è un mondo per vecchi. Perchè i ragazzi rivoluzionano il sapere, pubblicato anch'esso da Bollati Boringhieri nel 2013, affronta il tema del perché i ragazzi a scuola non riescano più a stare in silenzio. Dice Serres, parlando dell'odierno: "L'intelligenza inventiva si misura rispetto alla distanza dal sapere (...) la nuova autonomia dell'intelletto, a cui corrispondono movimenti corporei senza vincoli e un brusio di voci". E in effetti, ve lo assicuro per esperienza diretta, non passa un secondo in un'aula senza che qualcuno alzi la voce, scambi gesti, pacche sulle spalle, risolini, oppure alzi la mano, per chiedere qualcosa o per avanzare l'esigenza di uscire al bagno o a bere. Serres evidenzia come un ragazzo con un PC davanti e un mouse alla portata di mano, oppure mentre digita sulla tastiera del proprio cellulare o sul video dello smartphone, continui ad esercitare un ruolo attivo, di presenza sulla scena, di guida delle proprie scelte o anche solo delle proprie superflue esigenze. Quando il professore o il maestro si pone in cattedra, ecco quindi che nessuno è più in grado di accettare l'atteggiamento passivo che si richiede allo studente. Passivo fisicamente, e non intellettualmente, ovvio, ma tanto basta perchè quella barriera del silenzio, della partecipazione inattiva venga infranta continuamente. E gli universitari, gli utenti adulti in genere? Uguale. Tu sei lì che parli a loro, sei lì che affronti delle questioni ex cathedra (o al tavolo da lavoro), e loro aspettano di già il momento buono per prendere la parola, l'occasione per un dibattito, oppure aprono lo smartphone o il tablet e digitano qua e là, ascoltando tra le righe. Ascoltare e basta...non basta più! E' uno degli aspetti più interessanti allorché ci si domanda come gli strumenti digitali, telefonici, televisivi abbiamo inciso sulla nostra educazione e sulla nostra società. La televisione ci chiede di essere protagonisti, assumendo ad ideologia il pensiero anni Ottanta di Warhol. E' il lato più subdolo della società dell'apparire. Internet ci propone storie continue, vicende narrative che vanno sovrapponendosi senza sedimentare mai. E, come suggerisce anche Gottshall, infine sono le narrazioni altre (non quelle proprie) a prendere il controllo totale della nostra vicenda umana. La ricerca si trasforma in pettegolezzo, e l'esperienza vissuta in visibilità indiretta. Ecco, ad esempio, il dominio dei selfie, del "me", prima che del "noi". Non narcisismo, ma attivismo impotente. Sono queste considerazioni utili sufficienti a spiegare perché abbia voglia di parlarne quest'oggi? In questa giornata si rammentano i sacrifici di molti per garantire la libertà dai fascismi, anche a beneficio di coloro che forse, anche a ragione, non la desideravano per come poi è avvenuta, oppure, in alcuni casi estremi, non la percepivano come importante per convinzione o tornaconto. La libertà come diritto, che per alcuni si è trasformata in una libertà "problematica". Infatti non mancano mai a contorno di questa giornata, il 25 aprile, i punti di vista che portano a recriminazioni molteplici, specie in questa mia terra, la Venezia Giulia, che ha vissuto vicende storiche difficili da razionalizzare, che hanno condotto ad un secondo dopoguerra infinito, che prosegue ancora oggi.
L'ideologia e l'affronto (parzialmente vissuto) non faticano a trovare posto, purtroppo, dietro ogni affermazione di un diritto, e un uomo con un fucile in mano resta pur sempre uno sbaglio, indipendentemente da come lo si voglia guardare. Ma ogni vicenda va storicizzata, non riletta solo alla luce delle consapevolezze dell'oggi, e vissuta quindi con giusta distanza. Nessuno, credo, possa negare il ruolo che per questa nazione ha avuto in un determinato momento storico l'impegno partigiano, e non dovrebbe essere più un problema cantare Bella Ciao, anche per coloro che da quella vicenda storica sanno cogliere oggi solo alcune recriminazioni. Sarebbe forse un bene, per noi Giuliani tutti, ammettere che, nonostante relegati qui, nell'estremo est italiano, la nostra Storia è una storia italiana. Ma, detto questo, è il tema a trovare spunto nella giornata e non viceversa. E il ragionamento si chiude in brevità, con una affermazione banale e che i più giudicheranno forse scema, ma che come tale mi appartiene comunque: non sia la scatola televisiva e nemmeno quella informatica (computer, smartphone) un'occasione di disimpegno del cervello a favore dell'impegno delle mani. Così che il fucile resti nell'armadio e il pensiero continui a garantire il diritto.
L'ideologia e l'affronto (parzialmente vissuto) non faticano a trovare posto, purtroppo, dietro ogni affermazione di un diritto, e un uomo con un fucile in mano resta pur sempre uno sbaglio, indipendentemente da come lo si voglia guardare. Ma ogni vicenda va storicizzata, non riletta solo alla luce delle consapevolezze dell'oggi, e vissuta quindi con giusta distanza. Nessuno, credo, possa negare il ruolo che per questa nazione ha avuto in un determinato momento storico l'impegno partigiano, e non dovrebbe essere più un problema cantare Bella Ciao, anche per coloro che da quella vicenda storica sanno cogliere oggi solo alcune recriminazioni. Sarebbe forse un bene, per noi Giuliani tutti, ammettere che, nonostante relegati qui, nell'estremo est italiano, la nostra Storia è una storia italiana. Ma, detto questo, è il tema a trovare spunto nella giornata e non viceversa. E il ragionamento si chiude in brevità, con una affermazione banale e che i più giudicheranno forse scema, ma che come tale mi appartiene comunque: non sia la scatola televisiva e nemmeno quella informatica (computer, smartphone) un'occasione di disimpegno del cervello a favore dell'impegno delle mani. Così che il fucile resti nell'armadio e il pensiero continui a garantire il diritto.
(sopra, un banco nelle aule dell'Università IUAV di Venezia; in centro, un volantino del Fronte POPORARE del 1949, visto alla mostra Lelioswing a Trieste, dedicata a Lelio Luttazzi)
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