giovedì 6 giugno 2013

L'odierno

Oggi. Le città sono organismi svuotati dai loro organi vitali e abbandonate alle masse muscolari delle loro architetture imperfette. Le architetture sono scatole protette da pelli importanti, e vuote dentro. Arredate da un mobilio dall'apparenza significante, ma privo di un proprio carattere. Usato da persone atteggiatesi per ruoli di spessore, che nascondono poi inconsistenze esasperanti. Persone animate da pensieri stravaganti o nobili, che nascondono inconsapevolezze sia sociali, che individuali. Oggi, a guardare bene, il peso del nulla appare eccessivo!
(foto: omaggio a Banksy)

domenica 2 giugno 2013

Festa e...basta! Springsteen forever!

Nulla da segnalare..... nulla da segnalare....... nulla da segnalare. A parte un concerto di Bruce Springsteen a Padova, venerdì 31 maggio, allo Stadio Euganeo. Nulla da segnalare... a parte che Springsteen se ne è uscito in acustico con la sola chitarra e armonica e ha aperto il concerto con The Gost of the Tom Joad, provocandomi dei brividi incontrollati addosso che non provavo da tempo, mentre al mio fianco una springsteeniana ravennate, con me al concerto, aveva anche una lacrima sulla guancia e non si capacitava del perché. Nulla da segnalare... a parte che poi, con Boom Boom di John Lee Hooker, Springsteen ha fatto saltare la scaletta del concerto e portato una non springsteeniana monfalconese, con me al concerto, a saltare scatenata tra la folla. N.d.s.... A parte che poi Springsteen fa quello per cui sei forse andato lì, ad un altro suo concerto ancora, con il freddo e la prevedibile pioggia che poi quasi non cade, e sceglie di suonare tutto Born to Run, l'intero LP, da Thunder Road fino a Jungleland, che alla fine nemmeno ci credi. N.d.s.... Festa e basta, per il miglior concerto di Springsteen a cui abbia potuto partecipare, per il migliore che forse mi sarà dato di ricordare.
(nell'istant-loop del video, una fan portata sul palco suona la chitarra del Boss assieme a lui, mentre 40.000 altri fans cantano e saltano con lei)

sabato 25 maggio 2013

Mi cadono sempre un pò le braccia

E' interessante perdersi tra le pagine dei quotidiani. Io lo faccio per consuetudine, soprattutto tra i fogli de il Piccolo di Trieste-Gorizia, per curiosità campanilistica e per attenzione alle vicende locali. Mi capita così spesso nella pagina della "cultura e spettacoli" di seguire gli scritti di Federica Manzon, testi in forma di articolo-saggio-racconto, nella piena tradizione letteraria del tempo che fu (cosa naturale e buona quindi). Conosco poco dell'autrice, se non per quello che scrive. So che è di Pordenone, che collabora a Pordenonelegge, che è stata nella selezione per il Premio Campiello del 2011. La leggo, anche se il suo scrivere non mi appaga o entusiasma; d'altronde Premio Campiello, così come Premio Strega, non è sinonimo per forza di eccellenza, e di certo bisogna diffidare di premi letterari che pretendono di indicare al pubblico ogni anno una nuova Ginzburg, un nuovo Pavese o Parise (e sarà poi stato mica un capolavoro La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano?). Leggo (e subisco) così questi suoi testi vigorosi di retorica (calati a volte nella cultura locale), suadenti di frasi compiaciute. Mi sono anche chiesto perchè lei (oltre alla ovvia nota localistica e alla correlazione strategica con Pordenonelegge). Sarà forse la più veloce e puntuale? Sarà forse "culturalmente" collocata? Bho! Chi se ne importa!. Comunque Federica Manzon sa scrivere, ha proprietà lessicali e inventiva, anche se al contempo i suoi scritti appaiono acqua di superficie, che dilava ma non si stagna nelle menti e negli animi. Il giorno 21 maggio, in concomitanza con la 26° edizione del Salone del Libro di Torino, nella pagina della cultura de il Piccolo, è apparso così, a fronte di questa consuetudine già detta, un suo scritto, incentrato sul rapporto tra tipologia editoriale, contenuti letterari e il luogo dove ciascuno predilige fruire della lettura. Tutto il testo scorre su ovvietà del tipo: "I diari di John Cheever li leggo sull'autobus...", "...rigorosamente tascabili, i libri da treno,...","...nei lunghi spostamenti sono favoriti i romanzi di genere...che catturano con una trama più avvincente delle conversazioni dei vicini...", "...Il lettore da poltrona..., affronterà quasi di sicuro un saggio...", "...Il lettore da divano lo conosciamo bene: disordinato e entusiasta...", ecc., ecc.. Il testo divaga sino alla frase finale: "E poi per favore, in bagno, solo fumetti.". Qui mi è partita una risata santa! Per la felicità della dimostrazione che la soggettività espressa nell'analisi della pochezza dell'autrice, aveva fondamenta oggettive. La Manzon finisce con ironia e con autoreferenzialità; colpevole di superficialità e incolpevole per la colpevolezza di coloro che l'hanno pubblicata. Ebbene sì, sono attivo in una associazione locale (ARTeFUMETTO) che si occupa di promuovere la cultura del fumetto, sono un compiaciuto lettore di fumetti (molto attivo quindi al bagno), ma non mi si voglia ergere in questo caso a paladino dell'arte sequenziale in quanto tale (cosa di cui mi frega molto poco)! Di certo però ho sufficiente cultura (poca, ma sufficiente) per saper dimostrare rispetto per chi anche al bagno, mentre espelle, sa riconoscere il ruolo e la cultura degli autori italiani e internazionali del fumetto, per la storia di questi ultimi, fatta di sacrifici e di solitudine, di passione e spesso anche di delusioni. Un mondo che è difficile commentare con il tiro di uno sciacquone. Di cultura alta e bassa ne ho già scritto abbastanza, anche in queste pagine, e di autrici e autori rampanti e pressapochisti ne leggerò ancora; ma fatico sempre a non meravigliarmi che più di cento anni di storia editoriale internazionale (della letteratura disegnata, come la definiva Hugo Pratt, intendo) non abbia liberato i più della convinzione che fumetto vada in rima con infantile. E' questione di storie personali, direi, e di inconsapevole ignoranza.

lunedì 20 maggio 2013

Del poco che resta

Le cose a cui riesco sempre a ripensare con piacere, qualunque sia la stagione, il momento della giornata o il mio umore, cominciano a diventare con il passare degli anni sempre meno. Selezione critica, direi. Una di queste è la raccolta di racconti di Jerome David Salinger Nine stories (Nove racconti, nell'attuale edizione Einaudi, con traduzione di Carlo Fruttero), che proprio nel maggio del 1953, cioè sessant'anni fa, trovava la propria completezza editoriale (i primi racconti di questo testo risalgono al 1948). Tra quei racconti uno in particolare mi ha preso il cuore, Per Esmé: con amore e squallore. In quello vi è una frase sottolineata al tempo della mia prima lettura, che la ragazzina finto-adulta del racconto recita "...Annuì e dissi che probabilmente suo padre considerava il problema dall'alto, mentre io lo consideravo dal basso...", frase che così non dice niente di per sè, eppure mi si è conficcata nella testa già allora e non mi abbandona ancora adesso. Salinger, questo Bartezzaghi dei tempi che furono, con questi racconti semplici da decifrare come un quadro simbolista. Tutto sospeso, tutto che parte improvvisamente e si chiude senza dirti un ciao liberatorio. Salinger che scrive di cose che preferisci non capire a fondo, nella paura che il fondo sia un pò troppo distante per poi saper tornare indietro. E infatti nella sua sparizione pre morte, che lo portò da vivo a liberarsi del mondo, Salinger seppe porre tra se stesso e i media un abisso di chilometri e risultare "significativo" ancor oggi, per merito e non per presenza. Un koan zen fa da citazione d'apertura ai Nove racconti, esso dice: "A battere le mani, sappiamo il suono delle due mani insieme. Ma qual'è il suono di una sola mano?". Ecco, appunto!

mercoledì 1 maggio 2013

Gli occhiali appannati dalla polvere...

Dopo le vicende pre e post elettorali nazionali (per la Presidenza della Repubblica) e regionali (per la Presidenza della Regione), ci serviva un bel 25 aprile. Ma in Italia quel senso di liberazione che significa questa festa nazionale si è disperso nella deriva commerciale di ogni cosa. Un giorno, ormai qualsiasi, con i suoi centri commerciali aperti, dove spesso trovi scritto nei manifesti pubblicitari agli ingressi "festa della libertà" e non "della liberazione". Ok, anche la libertà ci piace, ma è diverso, cavolo se è diverso, anche perchè la seconda è una conquista, la prima è tutta da conquistare: e noi non siamo di certo della stessa stoffa dei nostri nonni! Nell'impossibilità di una festa adeguata, me ne sono andato a Lubiana, dove il 25 aprile non è un giorno festivo, dove avrei forse potuto superare la sensazione di stare a festeggiare invano. La città era strapiena di gente e di italiani di confine, recatisi in Slovenia nella speranza di visitare i negozi aperti del centro. Insomma non vi è pace, per chi desideri provare un sentimento convinto: la contemporaneità ha vinto. E oggi è già il 1°Maggio. Me ne resto a casa, anche se invece me potrei andare in ufficio, dove avrei molte cose da finire o iniziare.  Festeggio, così, festeggio, con sullo sfondo, nell'aria, queste voci sindacali che appaiono turbate e sbiadite di fronte alle situazioni del periodo. Me ne sto seduto sul divano con una coca e mi vedo in TV (la benedetta/maledetta TV!) una parte del concerto del 1°Maggio. Di solito nel pomeriggio sul palco di Piazza San Giovanni passano e suonano i gruppi nuovi, quelli che ti vien voglia di sentire per sapere cosa passa di diverso nel panorama musicale italiano, dove andremo a parare insomma. La curiosità nel campo musicale mi è propria e infatti... ecco Enzo Avitabile, gli Africa Unite, i Motel Connection (con alcuni Subsonica). Ecco, appunto, il nuovo. Ho una specie di déjà-vu, mi rivedo studente, nel 1991-1992, a Venezia, anzi a Mestre con gli altri dell'appartamento di allora ad ascoltare alla TV il concerto del 1° Maggio, e con gli stessi gruppi (e infatti suoneranno più tardi Zampaglione, Elio e le Storie Tese, Daniele Silvestri ecc.). In Italia il telecomando è sufficiente per cambiare oltre che canale anche decennio e generazione; tutto (ogni situazione) massimizza la permanenza, anche se a guardare bene la linea del tempo non prosegue retta, ma pende sempre verso il basso: nelle aspettative e nella qualità dei contenuti. A pensarci bene mi sento, qui seduto sul mio divano a fare un cavolo e guardare 'sti giovani-vecchi, come quei due vecchietti del Muppet Show di un volta, Statler e Waldorf, critici e brontoloni alla FINE dello spettacolo. Adesso, mentre scrivo, passa un gruppo che canta "...sei tutto il porno di cui ho bisogno...", non li conosco, non sono male, ma insomma, i Managment del Dolore Post-Operatorio, molto CCCP con meno audacia, direi, "...siamo così piccoli che quando cadiamo non ci sente nessuno...", ok le cose vanno avanti, ma insomma: poi la regia li  taglia a metà canzone, e poi il meteo prende il sopravvento. Ecco, sto qui a parlare del tempo cronologico e la televisione mi aiuta subito a non pensare (è bravissima in questo!), a riflettere sul tempo atmosferico, a farmi i c...i miei, invece di quelli della società. Poi la pubblicità.

domenica 21 aprile 2013

Performance al Teatro Italia

E' vero. Le vicende del mondo reale determinano stati di fibrillazione, che portano al desiderio continuo di comunicare la propria frustrazione di spettatori passivi. La rete diventa, quindi, un grande psicanalista, soltanto che invece che comodamente sdraiati sul lettino ci si trova sempre chinati su di una tastiera. Le vicende politiche di questi giorni hanno scatenato la rete, perchèéla frustrazione è stata in questa occasione veramente grande. Mi riferisco all'elezione del nuovo Presidente della Repubblica, ed ho voluto parlarne a vicenda conclusa, ma prima di poter assistere a quanto seguirà nei prossimi giorni. Insomma, nonostante tutto il Presidente della Repubblica si è infine individuato. Che sia stata una vittoria o una sconfitta l'aver voluto/dovuto eleggere di nuovo Giogio Napolitano, comunista migliorista della prima ora e ora grande saggio nel far ordine tra le mancanze dei partiti e del Parlamento, è tutto da comprendere e analizzare. Restano alcuni dati di fatto. Giorgio Napolitano è un uomo adeguato e stimato, ma un uomo di 87 anni, con un desiderio acceso di pensionamento, da lui stesso dichiarato ("ripensare a me come Presidente è quantomeno ridicolo", asseriva non più di un mese fa). E' stato messo all'angolo dai partiti a causa del suo senso dello Stato. Il fatto che questo "buon ripiego" sia stato consumato dinanzi a tutti e nella consapevolezza mediatica (e non solo dei politologi o degli storici) trasforma questo gesto di impotenza dei partiti in gesto assoluto di resa dinanzi alla complessità delle vicende attuali. E ciò impone una prima considerazione: la strada per una repubblica presidenziale "di fatto" è aperta. Napolitano ha chiarito le condizioni sine qua non e detterà, come ha ribadito nel suo discorso post elezione, termini (nel senso di situazioni) e termini (nel senso di tempi) del suo lavoro. Un presidente "padre", che prende per le orecchie i figli maldestri e li rimette in riga, e un presidente a tempo. E' un dato storico, è un dato che potrebbe aprire la strada anche in Italia all'elezione diretta del Presidente. Ma la necessità di un presidente forte, e il fatto che egli abbia 87 anni, pone una seconda questione: politico non è un aggettivo sostantivato, bensì un mestiere. Non si diventa politici per caso: ci vogliono le scuole e Napolitano viene da studi ferrei, appartenenti a discipline proprie di altri tempi. E' quindi un monito per tutti quanto è successo: la competenza non è solo una condizione aggiunta, ma centro stesso della questione. Non basta avere idee, non basta avere carisma. Nel momento stesso in cui in Parlamento si sono viste agitare le mani e batterle, in segno di vittoria e stima, si è compreso che è stata posta una pietra tombale su trent'anni di politica in Italia (dall'inizio degli anni'80 in poi). Parole sagge sono state dette da Napolitano ieri, e parole apprezzabili sono state dette da Stefano Rodotà nel dimostrare contrarietà a "nuove marce su Roma" nella serata dell'elezione del primo (invocando correttamente la legalità costituzionale). E questo pone una ulteriore questione: a quale democrazia pensiamo per questo paese? La rete, con la sua forza mediatica e la sua instabilità (fibrillazione-frustrazione, appunto) è uno strumento di democrazia diretta: ma è questo un paese adeguato ad una democrazia diretta, con i suoi entusiasmi, con la facilità con cui sappiamo alzare le mani al cielo e poi nasconderle? Non credo sia un caso che i costituzionalisti ci abbiano indirizzati verso una democrazia rappresentativa, offrendoci quegli strumenti di corrispondenza tra Parlamento e cittadini che sono le elezioni, i partiti, il referendum come caso principe. Di certo questo sistema ha dimostrato per cause dirette e indirette varie falle: dirette perchè i cittadini si dimenticano di voler esercitare il diritto di voto, andandosene a spasso o standosene a casa e celandosi dietro il paravento del non-voto di protesta, quando dovrebbero invece, scheda alla mano, farsi sentire, e forte; indirette, perchè i partiti si dimostrano sempre più inadeguati. E questa inadeguatezza presuppone il punto uno, già descritto, ovvero la mancanza di competenza specifica, aggiungendovi l'orgoglio personale e infine la non completa libertà di pensiero. Inoltre il sistema rappresentativo italiano, minato da queste limitazioni dirette e indirette, ci ha purtroppo portato a sentirci spesso sudditi impotenti a casa nostra, e l'indecente condizione in cui versa la "cosa pubblica" (intendo soprattutto le città, i beni culturali, la società civile, e non solo l'economia, che è peraltro spesso risultato diretto delle prime tre cose) ne è stato lampante esempio. Ora, mentre Napolitano, uscito dall'impotenza del semestre bianco e nuovamente forte di uno strumento di persuasione non banale, qual'è la possibilità dello scioglimento delle camere (tutti a casa piace poco a tutti!), potrà anche incidere realmente sulla cosa Italia (se lo vorrà), qui in Regione Friuli Venezia Giulia siamo in attesa in questi giorni di conoscere gli interlocutori della corrispondenza rappresentativa (si vota oggi e domani); a fronte di ciò, credo sia opportuno liberarci per un attimo dell'impotenza che la televisione e la rete determinano e, indipendentemente dalle idee, andare a votare, sfruttando questo strumento antico per sentirci tutti meno "connessi", ma di certo più incisivi.
(nella foto un'opera di Simone Miani per l'allestimento del PALAZZO conTEMPORANEO all'ex UPIM di Udine dal 12 aprile al 12 maggio 2013)

domenica 7 aprile 2013

Il fumetto è morto! I colpevoli sono a piede libero

Se poi si volesse per un attimo abbandonare una certa integrità speculativa e lasciarsi portare dalle chiacchiere fini a se stesse, potremmo anche dedicare nuovamente tra queste pagine alcune note al mondo del fumetto. Limitiamoci al fumetto, ovvero quello di casa nostra., che poi ad allargare lo sguardo si sta poco. Cosa resta al giorno d'oggi del fumetto come possibilità linguistica autonomamente intesa, oltre le sterili discusisioni editoriali e soprattutto di mercato? Alcuni amici che stimo mi hanno ribadito che il fumetto, specie in Italia, è ormai morto. Io credo che se così fosse avremmo tutti perso un parente caro e importante per le nostre esistenze appassionate. Viene inoltre da ribadire: ma proprio oggi che pareva invece che anche i più scettici si stessero dedicando favorevolmente a questo medium così profondamente radicato nella cultura dei pochi? Di certo però un certo ammorbante odore funereo si leva nell'aria allorchè si frequentano le librerie specializzate, le edicole e le fiere di settore. I più invocano la crisi delle vendite (la parola crisi è un qualcosa che aiuta sempre a nascondere l'elefante dietro il dito) e del mercato globale. Nessuno che volesse semplicemente ammettere che si sta raschiando da alcuni anni il fondo al barile delle idee, e che l'attenzione che il fumetto sta vivendo da parte dei media e da parte di persone (critici, giornalisti, intellettuali) che sino ad alcuni anni fa storcevano il naso dinanzi alle storie disegnate non è che la trasposizione su di un altro "mondo" di un'aridità creativa che ha ormai raggiunto l'universo dell'arte globale. Non credo sia finita, ma non vi è di che stare sereni. Chi frequenta il fumetto con passione lo fa ormai per fattori indipendenti dalla qualità intrinseca del mezzo linguistico, indipendenti dal mezzo stesso. Possiamo elencare alcuni di questi fattori. Abitudine: chi ha sempre letto fumetti, e ha sviluppato un'affinità con quel linguaggio, cerca sempre nuove strade per evitare di ammettere che "la fine è nota". Nostalgia: chi ha idealizzato nel linguaggio fumetto l'apice espressivo, confondendo "lo stare bene" con "a quel tempo stavo bene". Tradizione: si confonde la cultura con la tradizione e quindi la cultura del fumetto con la frequentazione di situazioni imposte e controllate da un genius loci (rapporti di amicizia, frequentazioni abituali di persone e luoghi, es. la fumetteria, la fiera del fumetto, ecc.). Commercio: fumetto fa rima con progetto, ovvero la prefigurazione di un tornaconto riconducibile a quel mondo. Deresponsabilizzazione: è un mondo più semplice di quello esterno, con regole definite, il mondo esterno è invece complesso (implica la sicurezza nel fatto che lo status delle cose corra su binari privi di scambi e che le oscillazioni del fuori non incidano con il nostro progetto di vita). Bene: io credo che tutti, e dico tutti, cadano oggi all'interno di queste categorie. E il fatto triste è che la maggior parte di coloro che evitano di volerlo ammettere mentano in realtà perlopiù a se stessi. Il dato di fatto invece è che la crisi esiste ed è una crisi qualitativa. I fumetti che passano nelle librerie specializzate sono fatti spesso da figure inesperte, nate nel contesto delle scuole del fumetto nostrane e internazionali (che devono motivare di continuo il proprio ruolo) e mandate allo sbaraglio, o meglio a fare bottega direttamente nelle librerie, invece che nello studio di qualche maestro. Questi stessi autori, a meno di eccellenze sovranaturali, appesantiscono un mercato già pesantissimo, e di conseguenza fanno del male a tutti; e la colpa è degli editori, che comprendono che in un mercato con un calo di vendite esagerato e drogato dal fattore comunicazione mediatica, solo la novità continua paga (poco, ma paga), e dei librai che accettano acriticamente qualsiasi cosa pur di fare utili risicatissimi, se non coprire le  sole spese. Ecco perchè oggi piacciono molto gli zombie: non siamo in fondo stati scaraventati davvero in quel mondo lì? Ed ecco perchè, oggi, benchè mi stia sforzando, non mi venga in mente qualcosa di letto negli ultimi tre mesi che mi abbia veramente colpito; no, qui non si tratta sempre di giocare alla complilation (i migliori dieci, e ci metto dentro sempre qualcosa per arrivare alla decina), ma di cercare di individuare di nuovo ciò che vale veramente la pena. E non basta neppure scavare negli archivi ristampati per farsi belli della propria memoria o della condivisione cieca con un qualsivoglia editore; nè tanto meno basta avanzare una qualche partigianità verso autori conosciuti personalmente o verso una propria autoreferenzialità intellettualistica. E così, mi guardo attorno e vedo che si stampa male, si stampa al limite dell'accettabile, oppure si stampa al di sopra dell'accettabile (vedi cose stra-cartonate e costosissime). Oppure vedo che si stampa quell'autore o quell'altro a seconda di giochi di scuderia editoriale (che brutto termine parlando di autori, che poi sono persone). Approfondiamo i temi: autobiografie, biografie, ristampe, zombie, violenze gratuite, vampiri, storie tratte dalla Storia contemporanea, dal fattuccio all'idoletto, storie dalla Storia alta, dal fatto noto a quello stranoto e niente più, ma condito in salsa testo e balloons, topolini e paperini sempre più disincantati, eroi popolari tutti di un pezzo per il sogno infinito, beforequalcosachegiàc'era, malvel che non capisci che cavolo si voglia dire almeno che non sia supereroe pure tu. Approfondiamo gli autori: giovani e intellettuali, giovani e vernacolari, giovani che accettano di farsi chiamare maestri, oppure che si definiscono tali da soli, giovani e punto, giovani che si ispirano ai vecchi e li fanno male o bene, ma comunque non creano nulla, vecchi santi e non arresisi, vecchi persi e purtroppo non arresisi. Approfondimento finale: e qualcuno bravo davvero resta a fare la muffa in casa o all'estero. Ecco qui, ed è stato come immaginavo parlacchiare del niente.