lunedì 29 dicembre 2014

Chroniques italiennes

Con un ponte mentale tra il titolo di una raccolta di racconti di Stendhal, pubblicata postuma alla metà dell'Ottocento (Chroniques italiennes, 1855), e le vicende (vicissitudini?) quotidiane della nostra nazione, mi pare opportuno continuare il racconto di sintesi del 2014 con una raccolta postuma di "passioni" alimentate dalla frequentazione assidua delle forme linguistiche e artistiche più varie. Cosa resta di tali esperienze alla fine dell'anno in chiusura? In realtà molte sedimentazioni, che mi pare di poter riassumere per come segue. Devo ammettere che l'esperienza fatta assieme al gruppo di ETRA mi ha coinvolto molto (www.culturaeticaetra.com) e forse mai come quest'anno ha facilitato l'incontro con persone, ricercatori e professionisti che si occupano di architettura e urbaistica. Tra le persone che mi hanno maggior influenzato con il loro entusiasmo e uno sguardo non ortodosso sul mestiere oggi più oltraggiato del mondo (l'architetto), devo qui citare alcuni dei membri del collettivo AcceSOS, in particolare l'arch. Matteo Fioravanti; poi l'arch. Benno Albrecht, che sta portando avanti una ricerca del tutto personale a Venezia, all'interno del Dipartimento IUAV di Culture del Progetto. Lo stesso Albrecht è anche il curatore di quella che giudico l'allestimento più interessante visto quest'anno, ovvero Africa. Big Change | Big Chance, vista alla Triennale di Milano in questa chiusura d'anno. La mostra ha saputo lanciare sguardi plurimi su di un continente che sarà di certo nel prossimo futuro sede privilegiata di riflessioni importanti all'interno della cultura dello sviluppo urbanistico sostenibile. Un'occasione di riflessione architettonica e urbanistica di gran lunga più interessante delle banalità espresse da Fundamentals di Rem Koolhaas a Venezia per la 14a Mostra Internazionale di Architettura alla Biennale di Venezia e soprattutto dalla pochezza (e l'anacronismo) della riflessione sugli innesti promossa per il Padiglione Italia da Cino Zucchi. Devo qui inoltre ricordare un professionista scomparso nel settembre di quest'anno che, con il suo pensiero laico, mi ha indirettamente insegnato molto, Bernardo Secchi, uomo di cultura letteraria estrema e di assoluta dedizione alla ricerca. Vorrei parlarne ancora in un'altra occasione. La mia preferenza in campo artistico va invece per l'ottima mostra milanese al Museo del Novecento Yves Klein - Lucio Fontana. Milano Parigi - 1957-1962, con un allestimento integrato nel percorso espositivo del museo, che ha consentito di gettare uno sguardo in avanti, partendo (in questo caso sì) dalle fondamenta di alcune delle riflessioni culturali forse più importanti del secolo scorso. Altra ricerca e altro campo di interesse è stata la pittura di fine Ottocento e inizio Novecento, stimolata da una mostra a Palazzo Roverella di Rovigo, L'ossessione nordica, curata da Giandomenico Romanelli. Simbolismo, naturalismo, pittura intimista con i quadri di Boecklin, Carl Larsson, Anders Zorn: la figura umana a confronto con la natura e le profondità della propria mente. E' invece americano il film (uscito già all'inizio del 2014) che mi ha maggiormente entusiasmato e che trovo perfetto per raccontare questi nostri tempi, dominati dalla spregiudicatezza economica. Il regista è Martin Scorsese e il film The Wolf of Wall Street con protagonista Leonardo di Caprio. A fare il paio con questo il capolavoro assoluto di Miyazaki Si alza il vento, già ricordato nei post precedenti. Gli ascolti musicali di quest'anno mi hanno riavvicinato con certe sonorità molto amate da ragazzo. Tre titoli mi sono restati addosso: Trixie Withley, Fourth Corner; Sharon Van Etten, Are We There; Sun Kil Moon, Benji. Chi segue la musica folk-rock americana sa che non ho scoperto niente di nuovo. E per peggiorare il senso di déjà-vu, Neil Young a tutto volume. La cosa si amplifica al momento della lettura letteraria. E' stato Delitto e catigo, romanzo-mondo di Dostoevskij a darmi il maggior numero di emozioni. A conferma che rileggere è a volte meglio che leggere e basta. Altro libro molto utile è quello dedicato a Salinger, di David Shields e Shane Salerno. Infine i fumetti. Qui voglio andare oltre le ristampe che abbondano nelle librerie e nelle edicole. Rileggere Ken Parker è stato utile, anche per comprendere meglio i limiti della serie, nell'enfasi ideologica spesso espressa dai suoi autori, o nella convinzione eccessiva attribuita da questi ai propri mezzi. Parimenti appare, dalla riproposta Cosmo, dagli allegati alla Gazzetta dello Sport, dalle edizioni Mondadori e dalle riedizioni in fumetteria, che la BD franco-belga colta nel suo insieme fa il paio con la pubblicazione da edicola e da libreria della Sergio Bonelli Editore. Esprimono due culture diverse nel fare fumetto, ma rappresentano una realtà del tutto editoriale, dove la "massa" del prodotto costituisce spesso il limite primario alla qualità. Non esiste divergenza tra fumetto d'autore e fumetto popolare, non è mai esistita. Il buon fumetto sta nella scrittura curata, nel buon disegno, nella cura editoriale; e nell'esame della quantità del pubblicato (oggi più che mai evidente) le occasioni per godere del medium alle sue massime potenzialità sono realmente poche. Vorrei quindi evidenziare la qualità di una serie su tutte, The Walking Dead di Robert Kirkman e Charlie Adlard, fumetto ben scritto e ben disegnato, intrigante pur nella ripetizione del plot iniziale. Di certo non proprio una scoperta. Nel campo delle storie conclusive segnalerei invece due fumetti su tutto, E la chiamano estate di Jillian e Mariko Tamaki (BAO) e soprattutto il bellissimo Poco raccomandabile di Cloé Cruchaudet (Coconino Press/Fandango). Due scoperte all'interno di culture e segni fumettistici molto definiti e già sondati nel recente passato. Ecco qui la mia sintesi 2014. Si riparte ora, per un nuovo anno, alla ricerca infinita di un'emozione culturale.
P.S. La foto viene dal blog di Manuele Fior, che ringrazio, e mi pareva adatta a rappresentare la direzione presa dalla nostra cultura: due piedi nel futuro e la testa nel passato

giovedì 25 dicembre 2014

Autocritique

Parlare di un anno che sta finendo è pur sempre annunciare una svolta. Si getta il calendario, così come si gira un foglio appena scritto della propria esistenza, in un libro che sappiamo difficilmente avrà (ad avere molta fortuna) oltre le cento facciate. Scrivere a fine anno è scrivere in forma autobiografica. Come proponeva Edgar Morin, intitolando così un testo del 1959 che parlava delle sue esperienze di vita, in forma di Autocritique. Insomma, ci si racconta e ci si mette in gioco. Ho cominciato presto, a Natale, mentre sento che nella stanza accanto si sta preparando una tavola da onorare. Ci sarebbe molto da dire, e non so se, cominciando ora, riuscirei a completare la cosa per il Capodanno. Per contraddizione vorrei essere sintetico. I termini (le parole) che maggiormente mi hanno impressionato durante il 2014 per il loro uso, ma soprattutto per il loro abuso, sono state: "povertà" e "scontro". Alla televisione una ragazza rispondeva nei giorni scorsi che "povero" è solo colui che non ha un posto dove stare, un riparo sulla testa, e qualcosa di cui nutrirsi. Condivido questa lettura, gli altri vivono solo dei problemi. "Andremo allo scontro" è una proposta di vita che mi spaventa, poiché è improduttiva. Mi meraviglio che stia perlopiù nel linguaggio di chi ha delle responsabilità specifiche. La maggior confusione linguistica che mi pare di avere percepito quest'anno è nell'uso improprio della parola "comunità" al posto di" società", e viceversa. Se la differenza non è chiara, non può esserci nè tutela, nè programmazione. La parola più abusata di tutte: "Etica". Rispetto quali parametri? La seconda (ma l'ho già evidenziato nei post precedenti) "Bellezza". Rispetto quale valore artistico? Ne potrà mai esistere uno assoluto? Il tormentone (e siamo solo al 2014!): "Grande Guerra". E' un fatto interiore o esteriore? Può essere "rappresentato"? O meglio sarebbe viverlo intimamente, per una crescita personale e di conseguenza realmente collettiva. Il problema più grande? https://www.youtube.com/watch?v=zLhvfBRXC_4 (invito alla visione). Una sintesi finale? La distanza dello status intellettuale dal lavoro dei nostri padri.
Sta in questo scarto ciò che chiamiamo "crisi", non di certo in un problema di "domanda", di riduzione/contrazione della spesa. Per che cosa poi che non si abbia già! Mi pare che, nell'iniziare questa disamina di autocritique di fine anno, possano risultare queste riflessioni coerenti con lo "spirito del Natale". Auguri!

lunedì 8 dicembre 2014

Le cose che mi passano per la mente

Di certo l'atto più estremo a cui si sottopone l'essere umano è la scrittura. La mente raccoglie in ogni istante centinaia di pensieri e li elabora contemporaneamente, li sovrappone, li mescola. Chi scrive opera una selezione limitante che estrapola una delle migliaia di queste elaborazioni, e le pone sulla pagina. Lo strumento digitale (la scrittura digitalizzata) è per molti la forma più repentina per gestire tale passaggio. Per me è la scrittura manuale (penna su carta). Ogni scelta pone il problema di ciò che è andato perduto a causa della stessa. Ogni parola scritta è quindi al tempo stesso una piccola vittoria ed una enorme sconfitta. Il filtro che ci permette di selezionare ciascuna parola scritta, o detta, è ciò che chiamerei cultura personale o, generalizzando, "cultura". Mai parola fu più abusata di questa, e probabilmente ciascuno nell'utilizzarla si colloca ben lontano dal nucleo sostanziale del significato di quel termine. Cultura, dal participio futuro del verbo latino còlere, quindi coltivare, ma anche avere cura, e infine per ragioni stanziali abitare; al participo passato coltus, che rimanda anche all'onorare, al culto. L'etimologia spiega come sia più importante il percorso che l'atto in sé. Se non vi è la cura, la "coltivazione" e l'"abitazione" prolungata, vi è solo superficialità. Nei giorni scrorsi Renzo Piano, quale senatore dinanzi al capo dello stato, precisava (il testo è quello raccolto da la Repubblica) di non essersi mai sentito, nemmeno da giovane, un semplice architetto (vorrei evidenziarvi, come già l'uso del termine "semplice" la dice lunga su come lo stesso si collochi rispetto i colleghi, quando in realtà nell'essere architetto, specie oggi, vi assicuro che di semplice vi è realmente poco), ma un costruttore di luoghi di cultura, un amante della bellezza. La cultura, continuava Piano, la frequentazione della bellezza (ecco qui il senso dell'"abitare a lungo"), il sapere, ci rendono persone speciali. Qualsiasi lavoro si faccia nella vita, ricordava Piano, ciò che renderà unici sarà la dimensione culturale del singolo. Oggi sono tutti ad evocare la "bellezza", dopo Sorrentino e il suo Oscar hollywoodiano in Italia si mangia pane e bellezza. Ma, come sapete bene, senza procurarsi il pane (purché non si vada a rubarlo) non si mangia. La bellezza va conquistata e non solo evocata. In Italia sembra sempre che la bellezza vada frequentata, ma il costruirla (per restare in tema architettonico) spetta a terzi. Cultura dicevamo. Recuperando alcune riflessioni del 2012 di Massimo Angelini per la rivista online Montesquieu.it dell'Università di Bologna, a cui devo anche gli spunti per la mia sintesi etimologica, dalla "cultura si passa al culto", se cogliamo il senso del tempo, e il "culto preannuncia la cultura", se predilegiamo il fine. E' quindi sempre una situazione di tempo o di finalità. E' ciò che permette alle passioni di prefigurare la cultura. La passione permette la frequentazione e quindi l'abitazione prolungata. Sono le passioni che ci spingono ad approfondire e quindi a spostarci da casa, ad esempio, e raggiungere un teatro, la sala cinematografica, una galleria espositiva, una fiera di settore. Ecco che giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro, direi, stancandosi e spendendo, si matura dentro di sé un ambiente utile ad ospitare con consapevolezza il raccolto. Raccolto che viene onorato e curato. Cosa succede invece oggi? La passione viene sostituita dalla mediazione, nel senso della comunicazione mediata. La frequentazione è indotta dalla comunicazione. Ciascuno si sposta rispetto costruzioni mediatiche che definiscono e stabiliscono il culto. Le scelte sono fatte da terzi. A ciascuno basta raggiungere l'oggetto proposto e quindi "coglierlo". Ma da ciò non nasce la cultura, manca la frequentazione e la ricerca pesonale determinata dalla passione. L'evento non è mai di per se stesso un luogo abitato, ma solo un tramite per qualcosa che potrebbe nascere in futuro. Come si diceva è una questione di tempo e di finalità personale. Ecco qua, tutto questo discorso per chiarire che non basta andare all'inaugurazione di una mostra e neanche recarsi alla prima del Teatro alla Scala di Milano per il Fidelio per "abitare" qualcosa. Che spesso una programmazione culturale vale di più di uno, dieci, cento eventi; e spesso programmazione culturale fa rima con uso di poche risorse. Di chi è la colpa? Della comunicazione si diceva, prima di tutto, delle necessità politiche che stanno dietro ogni progetto culturale, dovendosi garantire riscontri immediati, quindi momentanei, quindi scarasamente o poco sentitamente "frequentati", quindi in fondo inutili. La sovrapposizione che tende ormai all'uso indifferenziato dei termini "cultura" e "intrattenimento" è alla base di ogni fallimento culturale. La bellezza resta là fuori, visitata appunto, ma mai abitata realmente. Tutto questo mi è sovvenuto con chiarezza dopo la presentazione del nuovo volume di Loriano Macchaivelli e di Francesco Guccini, La pioggia fa sul serio, Strade blu, Mondadori, durante il festival CormonsLibri alla Sala Italia, domenica 07 dicembre. I due appaiono verso le 19.00, in una sala gremita di gente, molta della quale presente per assistere anche all'incontro precedente con Dino Zoff e Bruno Pizzul. Tantissime persone presenti per Guccini. Tra mille frivolezze dette, tra le difficoltà di stare dentro una sala al limite della sicurezza, tra il desiderio di ciascun amministratore o rappresentante istituzionale territoriale presente di marcare la propria presenza, facendo a parole propria una manifestazione riuscita, l'incontro è apparso alla fine per quello che temevo potesse diventare: una occasione persa per crescere. Eccoci quindi tutti insieme, presenti ad una recita mascherata, ciasuno con il suo ruolo, ad abbracciare miti che furono, a cercare risposte già date anni orsono, a frequentare la nostalgia, a ridurre, come sempre più spesso accade, la cultura in un culto del materiale e dell'effimero. Non mi faccio mancare nulla, avvicino anch'io gli autori, assumo la laica eucarestia dell'autografo. Francesco Guccini è la maschera della noia, invecchiato, gobbo su se stesso, infastidito dalla fila lunghissima dei fan e dalle foto che i più gli chiedono di scattare assieme. Vorrei scattarmela anch'io una foto con Francesco, ma quando è il mio turno gli chiedo: Ma ne hai voglia? Lui risponde con un secco, no! Gli rispondo che allora la foto non la faccio, e lui scoppia in una sonora risata, rompendo il momento di fastidio che stava provando. Mi offre la mano, che stringo, e nel ricordo dell'uomo quello vale più di una foto. Non è stata cultura, quindi, ma solo passione fine a se stessa.
P.S. Per la cronaca, la miglior battuta della serata la fa Guccini: "Non ho la patente, non ho il telefonino... tra poco entrerò tra le specie protette dal WWF!". Bontà sua! 

venerdì 14 novembre 2014

Sintesi

Mi accorgo, mentre inizio a scrivere questo post, che quello precedente era il n.200. Volevo così scrivere delle cose e invece ora mi sembra di volerne raccontare delle altre, proprio partendo da questa piccola consapevolezza numerica. Duecento post sono un libro. Mi sorprende quanta energia sia stata spesa nel gestire questi testi, e quanta sia stata forse dispersa o avrebbe potuto favorire altre situazioni. Ancora una volta mi auto-alimento nella riflessione della sovrapposizione tra vita reale e vita raccontata, e tra "vita" e spazio virtuale. Qui, tra queste pagine, siamo in realtà molto più "piccoli" di quanto ciascuno creda. Siamo in fondo delle realtà puntiformi nel grande mare della connettività. Il nostro pensiero, qui, conta molto meno di quanto vogliamo convincerci possa fare, spendendoci così nel tentativo di raggiungere un pubblico, in realtà mai così disattento come in questa sede. Nella realtà "vera" ti muovi, trasformi energia in azioni, che a volte restano, sottolineano, trasformano; qui il cerchio sembra chiudersi su se stesso, poiché le parole si alleggeriscono, perdono di peso, sono a volte degli specchi. La scelta iniziale di non aprire questo blog ai commenti esterni voleva rappresentare proprio il mettere alla prova il ruolo di questo spazio come luogo "possibile" di relazione. Siete stati pochissimi a scrivermi sulla mail messavi a disposizione per cercare tale confronto. Il "commento" è realmente lo strumento dell'usa e getta, dell'autoalimentazione. Anche una email inizialmente pensavo lo fosse, invece si è rivelato per tutti comunque uno strumento complesso da affrontare, bruciato dalla rapida evoluzione del pensiero veloce, spesso poco riflettuto, spesso buttato lì per contrarietà o per chiacchiera al bar. Ecco, questo luogo virtuale accetta ancora la regola del bar, del pensiero da bar, della parola frivola, che rinuncia al linguaggio, all'etimologia, alla semantica, alla sintattica, per limitarsi al suono, all'affermazione cercata dell'"ecco, ci sono" a tutti i costi. "Continuavo a guardare fuori" impone una auto-regolamentazione, ovvero che quanto si va scrivendo risulti perlomeno "digerito", acquisito,  messo alle spalle della scrittura. Appartenga ad un ieri, se non temporale, perlomeno psicologico. "Continuavo a guardare fuori" è un passato mentale, più che reale. Ho rinunciato spesso a commentare l'attualità, rileggendola il più delle volte sulla scorta di un bagaglio se non culturale (magari!), di certo speculativo. Ho usato spesso i miei cari fumetti come maschera, al pari delle mie esperienze più naif, quali quelle rivolte al ricordo nostalgico o all'incontro con le "star", ricordando l'accezione che ne faceva Edgar Morin. Ne è infine risultato un viaggio, che è stato per me un percorso epistemiologico, nel senso di ricerca della conoscenza quale esperienza scientifica. E' stato in fondo sempre un tentativo di sondare un metodo, definire una chiave di comprensione dell'odierno. Oggi, periodo storico in cui appare ineluttabile che sia la storia a risultare il luogo di approfondimento umanistico preferenziale, dovendosi ricercare delle risposte ad una quotidianità debole proprio attraverso la forza sostanziale della lettura storica, mi sembra un dovere affrontare il presente. "Continuavo" è un lascito del passato che si approfondisce nell'odierno, è un flusso e non una serie di occasioni che lavorano a scompartimenti separati. Non ho ancora voglia, quindi, di abbandonare queste pagine, pur nella consapevolezza della loro inutile specularità. Scrivo per chi? Scrivo per me? Forse. Ma perché non potrebbe essere così!   

mercoledì 5 novembre 2014

Lucca 2014: star e wars!

Archiviata Lucca Comics & Games 2014, appare impossibile non farne un resoconto. E' stata una grande annata specialmente perché il tempo meteorologico è stato splendido e ha concesso di godersi, per una volta, a pieno la città. Perché la vera forza della manifestazione è la città, bellissima, con tutti i suoi angoli continuamente da scoprire e che anno dopo ano riescono sempre più a coinvolgerti con la loro atmosfera senza tempo. Tra i ricordi di quest'anno stanno quindi i "prati" fuori dai bastioni, le murature degli edifici ricche di sedimentazioni, dove gli archi rimangono come vestigia di aperture antiche, lasciando il posto ad altri fori, che sono poi passaggi temporali verso gli interni delle case che vorresti inutilmente scoprire. E poi i giardini segreti, le terrazze, la circumnavigazione infinita sopra le mura alberate... i colori dell'autunno.
Insomma ciò che più resta al visitatore è questo. Che merito ha la manifestazione nella scoperta di tutto ciò? Quest'anno enorme, poiché avere dislocato gli eventi sempre di più anche nelle aree meno conosciute ha permesso di scoprire nuovi scorci, nuovi spazi pubblici e privati. Chi ha saputo vedere tutto ciò non ha potuto che esultare. Poi ci sono i Comics, e di certo anche i Games, i Cosplayer, la Japan Town, il Family Palace. Ogni sito è stata una scoperta. I games per degli incontri interessanti sui giochi di ruolo; i ragazzi e gli adulti mascherati, perché sono ormai il vero simbolo della manifestazione con il loro entusiasmo infinito, e anche, perché no, con il loro edonismo ingigantito dal sentirsi parte di una moltitudine tutta racchiusa nel calderone Lucca.
L'area giapponese dove un allestimento completamento inserito nello spazio pubblico ha permesso di godersi la complessità della portata del fenomeno e scoprire nuove situazioni promozionali, come il caffè servito "alla giapponese". Il settore Junior che, oltre ad una mostra incredibile sui LEGO e una mostra di illustrazioni molto bella sul tema della rivoluzione, ha permesso di confrontarsi direttamente con Guido Scarabottolo e l'assoluta grandezza della sua arte. Infine i Comics. Ci sono stati ospiti degni di nota, e citerei su tutti, ovviamente, Robert Crumb, poi Brian K.Vaughan, Fiona Staples e Masakazu Katsura. Non è stato facile il confronto con il primo e l'ultimo di questo gruppo di autori. Crumb assieme a Gilbert Shelton erano gli ospiti annunciati da mesi a Lucca dai tipi di ComiconEdizioni; e infatti gli organizzatori del Napoli Comicon hanno portato Crumb e Shelton a Poggibonsi il 28 ottobre in collaborazione con l'Accademia del fumetto di Siena  e Fenice Contemporanea, occsione in cui i due maestri dell'undergroud americano hanno parlato, autografato i volumi ecc.. Invece a Lucca no! Almeno Crumb, ovvero l'ospite principale del festival! Misteri degli interessi economici!
Shelton allo stand con tanto di bicchiere di birra in mano (vedi foto) ad autografare mentre tutti speravano in Crumb, mentre il buon Robert se ne stava chissà dove a fare cene di gala e firme per i soliti noti, oppure si concedeva alla solita stampa e infine si offriva, scortatissimo, come un santo, al pubblico durante una imbarazzante conferenza pubblica sabato 01 novembre. Lasciando da parte le polemiche, anche perché o uno si adegua oppure se ne sta a casa, la conferenza imbarazzante lo è stato davvero, non tanto per gli autori (Shelton è un automa, ma Crumb è eccezionale), ma per gli intervistatori, poco precisi e preparati e soprattutto completamente nel pallone dinanzi ai due. Ma Crumb, dicevo, è un mito vero, e dopo aver capito di trovarsi in una ex chiesa (l'auditorium di San Romano è una bellissima chiesa sconsacrata a navata unica), ha cominciato a benedire laicamente il pubblico, ridacchiando tra una battuta e l'altra, facendosi serio in altre occasioni, mentre la sua inseparabile moglie gli suggeriva dal pubblico alcuni nomi dimenticati, alcune risposte, oppure gli lanciava battute che lui riprendeva e rilanciava.
Ho visto tutto questo dalla prima fila, assieme a cinque appassionati dell'arte di Crumb che mi hanno fatto sprofondare per la loro cultura in materia. Credo valga la pena riportarvi alcuni passaggi delle cose dette da Crumb durante l'incontro, perché sono uno spaccato di storia del fumetto e della cultura in generale. Alla domanda sul come fosse nato l'underground, Crumb risponde: "Tutto è cominciato grazie all'LSD! Tu portavi ai giornali hippie qualsiasi cosa, di qualsiasi valore, e loro la stampavano. Era eccitante vedere i fumetti stampati. Gli hippie erano lupi travestiti da pecore, che pensavano di fare soldi con i fumetti psichedelici. L'underground è finito nelle mani di gente incompetente! Stampatori incompetenti! Ma loro dicevano: 'I soldi te li sei presi, no!' Io non immaginavo che uno stampatore coscienzioso fumasse così tanta marijuana!". Interrogato sull'influenza di Harvey Kurtzman, Crumb racconta: "Tragica figura quella di Kurtzman, finito schiacciato dall'impero di Playboy. Provo un odio vicerale per Hugh Hefner. Ma Kurtzman aveva bisogno di denaro. Era il mio eroe e vedere quello che Hefner fece di lui, mi fece pensare: ' Io non finirò mai così!'. Hefner era un editore, fumettista incapace e frustrato che approvava e correggeva i disegni splendidi di Harvey. Voleva far parte del processo creativo di Harvey. Kurtzman un giorno mi disse: 'Guarda cosa fa quest'uomo ai miei disegni!', e si mise a piangere". Crumb dice di prediligere gli albi a fumetti alle strisce, ad esempio i fumetti di Carl Barks, perchè se nelle strisce il disegno era ok, il testo non era molto curato o utile. Spiegelman ha lavorato alacremente per far uscire il fumetto dall'anonimato e rivalutarlo come arte. "Oggi esistono un sacco di fumetti pretenziosi, li leggo e dico 'Che cavolo vuol dire!'". La moglie di Crumb interviene ribattendogli: "Non lamentarti! Facciamo un sacco di soldi con la tua roba!" E Crumb risponde: "I borghesi sono stati molto buoni con me!". "La musica me la sono tenuta come hobby. L'unica cosa che pagava di meno del fumetto era la musica, specie se suonavi strumenti quali il banjo, ecc.. Suonavamo seduti e non come le rockstar atteggiandoci o saltando qua e là. La gente annoiata ci chiedeva: 'Perché state seduti?' Abbiamo svuotato intere platee così!". "La cosa che mi affascinava più di tutto era me stesso. Ecco perché sono diventato il mio personaggio principale. Con la collaborazione di mia moglie!". "Oggi chi vende libri non vuole stampare e vendere formati desueti. Ma sono restrizioni a cui il fumetto è sempre stato legato. Sono le regole della stampa. Adesso vogliono mettere le tavole fumettate nelle scatole elettroniche. io non ho però ancora trovato nessuno che abbia reso efficace questo sistema e quel formato! Ma forse succederà, dico solo che oggi ancora non c'è! Come per tutte le tecnologie c'è sempre un'età dell'oro. Per il fumetto era il periodo delle tavole colorate alla Winsor McCay". Crumb un genio vero! Sono onorato di averlo potuto ascoltare dal vero! Lucca quest'anno è valsa solo per questo!
Altro scortatissimo è stato Masakazu Katsura, con incontri prenotati, dediche ad estrazione e bodyguard giapponesi a fargli da contorno. I fans hanno più volte voluto esprimergli gratitudine per la scrittura di Video Girl Ai, che ha segnato un' epoca con la sua uscita nel 1993 in Italia, aprendo di fatto l'attenzione del pubblico femminile alla lettura del manga. La cosa più interessante Katsura l'ha regalata disegnando una splendida Ai, poi sottolineando il suo totale disinteresse per la lettura dei manga e che la sua scelta di diventare mangaka è stata del tutto legata al fatto che ciò gli garantiva un buon introito economico.
Persona simpatica Katsura, estremamente intelligente, gran conoscitore del come vendersi al proprio pubblico. Mi ricorda un po' GIPI in salsa orientale.
Altro momento topico del festival è stato l'incontro Comics Talk, gestito da Matteo Stefanelli dove allo stesso tavolo si sono seduti ancora Katsura, quindi Brian K.Vaughan, Rutu Modan, Brian Lee O'Malley e Cameron Stewart. E' stata una buona occasione di confronto tra le varie scuole del fumetto internazionale, con gli autori disponibili a raccontarsi, a divertirsi assieme al pubblico. Anch'egli scoprendosi in una ex chiesa, Vaughan si lascia sfuggire: 'Il fumetto è la mia religione!' Alla domanda di cosa scateni la creatività, Vaughan risponde che qualsiasi cosa gli faccia paura diventa il soggetto di cui prova il desiderio di scrivere. i fumetti aggiunge sono una sorta di psicoterapia". Rutu Modan risponde così alla stessa domanda: "Origliare i discorsi degli altri!". Katsura inece amplia l'argomento: "La Hollywood degli anni Ottanta, una conversazione tra amici, qualsiasi cosa, ma dipende dalla voglia che uno ha di realizzare una storia. Se uno si demoralizza durante il processo creativo la creatività stessa si disperde".
Eccovi una carrellata fotografica degli autori che più ho apprezzato in questa edizione: Fiona Staples (che allo showcase del 02 novembre ricorda una frase suggerita dalla moglie a Brian Vaughan, ovvero: 'Non ti preoccupare di quello che gli altri pensano di te. Gli altri non pensano mai a te!").
Mike Deodato Jr, che con Giuseppe Palumbo e Boichi ha partecipato ad un simpatico incontro il 31 ottobre (dal pubblico qualcuno chiede che cosa faccia a loro paura, e benchè incuriositi della domanda i tre rispondono. Palumbo suggerisce la perdita di un affetto, e quindi la morte, Deodato, il resoconto della carta di credito della moglie a fine mese, Boichi, la pigrizia che lo potrebbe cogliere prima del lavoro: tre culture diverse, tre punti di vista del mondo restituiti in una volta sola, ovvero le radici familiari e secolari profonde di ogni europeo, la visione capitalistica insita nella cultura americana e infine  la dignità e l'autocontrollo propri della cultura orientale).
E ancora: Cloè Cruchaudet, Léonie Bischoff, Brian Lee o'Malley.
David Petersen con la sua assistente, Rutu Modan (qui ricordata con un suo disegno), Cameron Stewart (di una bravura e simpatia incredibili). 
A parte ci sono i "fenomeni", quelli che vendono quintali di volumi in tempi di crisi. SIO visto alla Shockdom, allo Studio Evil e da Panini, inseguito da schiere di giovanissimi compratori, Mirka Andolfo con il suo Sacro Profano e naturalmente Zerocalcare. Qualunque sia l'ora del giorno li trovi piegati sui volumi da autografare, assaliti dai fans e da un successo complesso da spiegare a parole senza ricorrere a profonde analisi di stampo sociale e di certo anche generazionale.
Mi resta un dubbio, considerata, appunto, la "crisi": ma dove trova 'sta gente i soldi per comprare tutti 'sti fumetti, specie i giovanissimi. Io da parte mia mi sono fermato a sette volumi e mi pareva di aver già esercitato a sufficienza la pratica del salasso monetario. Misteri!
A me non resta che il cielo da guardare, prima di lasciare Lucca. Per fortuna in buona compagnia!
 

lunedì 20 ottobre 2014

Sulla strada...

Conclusa l'esperienza OsservAZIONI (potete trovare un resoconto al sito www.culturaeticaetra.com/l'atto di vedere), mi è restato impigliato tra le dita e tra i neuroni il desiderio di affrontare ancora, dopo tanti anni, nuovamente il linguaggio della fotografia in prima persona. Ho ritrovato nel mio cassetto la vecchia Nikon F301 analogica, desueta e tristemente abbandonata a se stessa. Eppure tra l'età dei quindici e i venticinque anni è stata una compagna assidua delle mie esperienze. Pensare oggi di gestire nuovamente rullini, acidi e camere oscure, mi spaventa un pò, per la difficoltà di rimettere tutto in moto e per la consapevolezza della comodità dello strumento digitale. Ma l'esperienza di OsservAZIONI ha rimesso tutto in circolo e mi ha anche chiarito, tra le righe, che cosa mi piacerebbe ora affrontare con un obiettivo. Se i laboratori sviluppati con i ragazzi delle scuole avevano come tema la città, oggi mi pare che quest'ultima vada avvicinata attraverso un aspetto che della città è l'essenza vera: i suoi abitanti e in ultimo esame l'umanità sottesa. Poiché le cose accadono tutte concatenandosi, quasi mosse da mani esterne guidate dai nostri più profondi e misteriosi ragionamenti, scorrendo le pagine online del quotidiano la Repubblica, ho letto una nota che ribadiva una mia convinzione profonda, ovvero che i social network sono il nemico primario della socialità. Online veniva presentato il lavoro di un fotografo che seguo da qualche tempo su internet, attraverso il suo blog. Babycakes Romero è fotografo di strada, come si definisce, e tiene nel suo sito un blog di scatti quotidiani dedicati alla sua città, Londra. la Repubblica riprende oggi  un suo lavoro fotografico postato già nel gennaio 2014 (mi pare una perfetta scelta di tempo per il maggior quotidiano nazionale; ma cosa volete erano tutti impegnati in questi giorni a dire banalità e ad incensarsi al festival La Repubblica delle idee a Palermo da non riuscire più a togliersi la veste del già visto e del già detto, della retorica e del pettegolezzo, ormai indossata in realtà da molti anni come divisa), dal titolo Death of conversation. Il tema è quello della difficoltà di ciascuno nel resistere a chinare il capo sul proprio smartphone, rinunciando ad ogni dialogo se non condotto attraverso il filtro di quell'oggetto. Andate a vedere quel lavoro direttamente alla fonte http://babycakesromero.com/blog/ alla data del 23 gennaio.  Ma il blog di Romero è interessante per tutto il suo lavoro in strada. Le foto del progetto MYLDN series sono uno spaccato della Londra più vera attraverso le sue anomalie, umane, urbane, materiche. Perché me ne ero interessato ormai alcuni mesi fa? Perché vi ho letto l'insegnamento e l'ispirazione di quella che resta per me una maestra della fotografia sociale-urbana, ovvero Diane Arbus (nella foto). Diane, nata nel 1923 e scomparsa ancora govane nel 1971 fu la prima fotografa americana ad essere esposta alla Biennale di Venezia (nel 1972), ma soprattutto direzionò in vita tutta la sua ricerca nella rappresentazione dell'umanità "al limite", scoprendola per la sua componente surreale e positivamente infantile. Credo che nel riprendere una fotocamera in mano, oggi, vorrei sapermi avvicinare al lavoro di Romero e della Arbus. Vorrei sondare le difficoltà, le potenzialità della società contemporanea e perchè no della mia e altre città, leggendola attraverso lo specchio rivelatore delle persone che abitano le sue strade. E' un possibile tema di narrazione urbana, che spero possa trovare spazio nei nuovi laboratori che programmerò a breve con l'Associazione ETRA di Monfalcone. E' un percorso ambizioso che nasconde dentro di sé molte cadute, perchè la città e l'uomo nascondono sempre profondità enormi.

domenica 14 settembre 2014

Hayao Miyazaki, mon dieu!

Tra qualche anno, se avrò la fortuna e avrò la pazienza, la forza e lo stimolo per aggiornare ancora questo spazio virtuale, raccoglierò probabilmente le mie parole sull'ultimo film di Hayao Miyazaki (da ieri nelle sale italiane per pochi giorni) tra le righe di un post forse collocato nella cartella "Piccole scatole emozionali". Maledetto Miyazaki! Si alza il vento, questo il titolo italiano del film, che riprende un verso di Paul Valéry e che anticipa la chiusura della sua lirica Cimitero marino: "Le vent se lève...Il faut tempter de vivre!". Il cimitero marino di Valéry si trova a Sète, nella Linguadoca francese. Ci sono salito, a piedi, sul colle che lo ospita, nel primo pomeriggio d'agosto di alcuni anni fa. Non lontano vi è un piccolo museo con varie opere autografe di Valéry stesso. Una visita fatta in solitudine, che mi emozionò molto. La frase del poeta apre idealmente il film del regista giapponese e lo accompagna per tutto il suo svolgimento, non come citazione, ma come contenuto significante. Miyazaki ha introdotto in questo suo ultimo film (ultimo in senso assoluto) tutto se stesso, facendone un'opera inarrivabile e che lo colloca infine, a diritto, tra i maggiori registi di sempre, come Fellini, come Truffaut, come Altman, e Chaplin e Antonioni. In sala a vedere il film molte nonne che accompagnavano i loro nipoti o famiglie con figli. Bambini ammutoliti, che non hanno compreso fino in fondo il valore del film, assolutamente inadatto a loro non tanto per i temi quanto per la complessità culturale che sa trattenere. Molte nonne provate invece alla fine del film dall'impatto emotivo che questo trasmette. Tra le immagini che scorrono sullo schermo una riflessione magistrale sul senso del progetto, sul ruolo del progettista, sulla dignità umana quale valore (poche volte così pienamente espressa); sulla presa di coscienza del significato della vita, della sua pienezza, comunque sia. Maledetto Miyazaki, con questo suo film calato nella Storia e che parla alla nostra storia privata, quella di ciascuno; un film a cui in futuro non saprò non ripensare; e che mi martellerà positivamente dentro, specialmente quando ne avrò forse maggiormente bisogno di ora.
Infine, ricollegandomi al mio post precedente, mi accorgo ora come sia il film, sia la poesia di Valéry, possano essere letti in chiave di un superamento dell'"osservazione/speculazione" a favore dell'"azione/vita", dando forza immateriale al progetto che mi sta in queste settimane assorbendo.
 
(vi lascio questa foto del regista con l'autografo che mi fece nel 2005, accompagnato da un inchino. Il mio fu allora e oggi più ampio del suo)