mercoledì 4 settembre 2013

Scarlett Johansson

Capita, come sempre in questo periodo dell'anno, che, più o meno casualmente, mi ritrovi al Lido di Venezia per la Mostra Internazionale del Cinema. In questo caso la casualità è stata maggiore, ma va detto che a posteriori avrei rimpianto non fosse andata così. Per ben due volte mi sono trovano a meno di un metro da Scarlett Johansson, a Venezia per presentare il film Under The Skin di Jonathan Glazer. L'attrice americana è realmente una diva (la foto qui sopra scattata sul red carpet ne rende la fotogenia e la totale estraneità terrena nell'attimo stesso in cui si sente protagonista). Una star vera, perfettamente aderente a quell'"entità extracorporea, che partecipa allo stesso tempo dell'umano e del divino, verso cui sprigioniamo quasi un culto pagano" di cui parlava il filosofo e sociologo francese Edgar Morin negli anni '90, nel suo testo Le star
Il suo film veneziano è stato fischiato dalla critica e Scarlett non è certo nuova a produzioni mainstream di scarso rilievo cinematografico. Spesso è stata probabilmente malconsigliata, altre volte è stata lei a intestardirsi su progetti inopportuni. Forse non è nemmeno una grande attrice, anche se non ancora trentenne ha alle spalle una filmografia estesa con almeno quattro o cinque titoli di valore. Ma permettemi di dire che, così a pochi centimetri, appena accenna quel suo sorriso perfetto, non ne resta per nessuno/a. Ho visto ieri sfilare molte donne bellissime, splendidamente truccate e acconciate, ma Scarlett sembra appartenere ad un altro piano di analisi. Possiede una sensualità intrinseca e un carisma che percepisci a pelle. Ho visto molti ragazzi e adulti con la bocca aperta, ieri, ma anche sentito molte coetanee dell'attrice commentare incredule. Ieri sera le ho scattato alcune foto ravvicinate (quelle che allego, tranne la prima, non sono state ingrandite o scattate con zoom, quindi parlo a ragione), mentre mi concedeva un autografo (con la mano sinistra).
Ho notato tutte le sue imperfezioni, che sono ciascuna parte integrante della sua bellezza; sembra anzi che la sua bellezza nasca proprio da quelle. La sua forza è lì, nell'averle sapute valorizzare. Scarlett ha voluto essere attrice dall'età di dieci anni circa; oggi è diva che si comporta da diva. So solo inchinarmi al suo passaggio. Assieme a Scarlett sul red carpet è passato anche Kim Ki-duck, regista immenso. L'ho chiamato io  mescolato tra il pubblico assiepato a tarda sera lungo le transenne, un pubblico un pò timido nei suoi confronti, a fronte di quel suo sembrare nei gesti e negli abiti completamente fuori posto, e lui non ha esitato ad abbandonare i fotografi e venire da me per autografarmi il programma della mostra.
Che dire. Ero al Lido per caso, portato dagli eventi della giornata, e ora trattengo sensazioni notevoli, ottimi ricordi, modi per non pensare a tutti quei "pesi" che incombono appena dietro i titoli di ogni notiziario radiotelevisivo. A proposito: è ridicolo ed assurdo, e al contempo perfettamente italiano, che una Mostra Internazionale del Cinema come quella di Venezia, che riceve contributi pubblici (abbastanza), che impegna forze dell'ordine pubbliche (moltissime), che presenta film prodotti dalla RAI, riceva un trattamento pari a quello che stiamo riscontrando sulle reti televisive e sui canali informativi in genere. Non possiamo recriminare sulle occasioni perse e richiamarci alla cultura ad ogni occasione ci venga data, e poi continuare a sottostimare potenzialità e risorse innegabili che questo Paese ha già. La cultura, anche quella cinematografica, è un bene economico, la cultura fa soldi e questo paese potrebbe vivere solo di essa (a caduta, settore economico dopo settore) se solo qualcuno volesse farlo realmente. Concludo con un classico di queste "gite" cinematografiche settembrine: e dopo la star, il regista impegnato, le riflessioni più o meno amare, resta sempre la luce impagabile della laguna veneziana (P.S. anche se questa volta, il sorriso di Scarlett se la gioca parecchio anche con quella... a voi la scelta!)
     (N.B. per le foto copyright R. Franco - saranno segnalate e valutate a norma di legge eventuali inosservanze)

domenica 25 agosto 2013

Woll'l stop the rain?

Credo che si possa affermare con certezza che la "crisi" sia, oggi, 25 agosto 2013, in maniera ineluttabile, finita. Ecco, si è detto, la crisi è finita. E' meglio e più sano accettare che sia così. Forse non c'è mai stata. E' stato tutto un generare paure, per garantire a noi cittadini nuove forme di condivisione sociale. Nasce tale convinzione anche dallo stimolo della lettura di alcune conferenze di Bertrand Russel, raccolte nel testo del 1949, Autorità e diritto (nel 1950 Russel riceverà il Premio Nobel per la letteratura, per i suoi ideali umanitari e per il suo sostegno alla libertà di pensiero). Io ho letto quel testo nell'edizione di Longanesi del 1970, anno della morte di Russel. Ho trovato quel libretto sul tavolo di un robivecchi e l'ho pagato 50 centesimi. Vale molto di più per la chiarezza della scrittura e per gli spunti delle idee che esprime. Russel, filosofo, e logico, è anche pensatore apparentemente stravagante, e il suo linguaggio è godibilissimo a sviscerare tematiche che molti intellettuali avrebbero rese noiosissime e "respingenti" (i grandi, tutti i grandi, sanno fare così, non hanno bisogno di terminologie specifiche; bastano a quelli le parole quotidiane per trasmettere un concetto). Nell'affrontare il tema della coesione sociale in relazione alla natura dell'uomo, il filosofo evidenzia il passaggio nella società primitiva da individuo, a gruppo, a famiglia e quindi a tribù; quindi analizza l'esistenza di un istinto primitivo e naturale, poi egoistico e quindi distruttivo, che nasce dal confronto con altre tribù, con altri territori che ad un certo punto si intenderà controllare. Perché la coesione sociale interna al gruppo cresce e diventa forte dinanzi alle aspettative comuni, alla fedeltà al gruppo. Ecco che il conflitto, la guerra. assume ruolo ulteriore di coesione, definendo annessioni, e quindi  formazioni di gruppi originari e di sudditi controllati attraverso la paura. La coesione attraverso il terrore (Sparta era esempio evidente di questo approccio sociale). Nell'evoluzione sociale sarà la razza e quindi la fede religiosa a determinare nuove forme di fedeltà. L'America di Lincoln suggerisce Russel non ha unità biologica, ma è "dedicata ad un proponimento"; l'unità nazionale quale fedeltà moderna. La fedeltà sociale interna al gruppo (alla nazione) si alimenta di forza coesiva grazie all'individuazione di un nemico esterno. Russel argutamente dice: "In tempi sicuri, possiamo permetterci di odiare il nostro vicino, ma in tempi di pericolo dobbiamo amarlo. Quasi mai la gente ama le persone che si trova sedute accanto in un autobus, ma le ha amate quando era sotto la diretta minaccia delle offese aeree tedesche." La guerra è dunque sempre stata la forma di coesione sociale per eccellenza. Insomma l'unità mondiale appare impossibile, perchè l'assenza di un pericolo esterno determinerebbe una disgregazione per carenza di forza coesiva. Inoltre la vita tranquilla è anche vita noiosa, poiché è nella natura primitiva umana il lato distruttivo, anarchico in senso puro. Dice Russel: ."...per il riformatore sociale, il problema non è "soltanto" quello di cercare dei mezzi di sicurezza, poiché se questi mezzi, quando siano trovati, non procureranno una soddisfazione profonda, la sicurezza verrà gettata via, in cambio della gloria dell'avventura. Il problema, piuttosto, è di combinare quel grado di sicurezza che è essenziale alla specie con forme di avventura, di pericolo e di conflitto che siano compatibili col modo civile del vivere". Direzionare l'avventura, quindi, suggerisce Russel, per garantire una stabilità sociale. Interessante, no? Credo che la crisi che si è andati vivendo dal 2008 sia stata anche crisi gestita. Credo che sia stata forma di autoconservazione della coesione sociale. Si è vissuti sino al 2007, accendendo per decenni aspettative superiori allo stato delle cose, e finché è stato possibile si è garantito che questo durasse. Ad un certo punto "l'avventura" era necessaria, lo sfogo all'istinto autodistruttivo si è posto come imprescindibile. Tutti hanno pagato, perlopiù si sono definiti molti "sudditi" in questa reale e mediatica procedura di annessione. Nuovi capitali, nuove procedure, nuovi stati mentali, nuovi temini da introdurre nel linguaggio, e nuove strategie commerciali. E si è amato un pò di più il vicino d'autobus, perchè lo si è sentito partecipe, perché anch'egli ci è apparso come vinto. Crisi. Ora basta crisi! E' finito il momento della strategia semplice, quella emotiva. Ora si deve temere che "l'avventura" possa salire nella scala di pericolosità. Che la crisi diventi guerra. Guardiamoci attorno, leggiamo i giornali: Siria, Egitto, Corea del Nord, precarie relazioni internazionali USA-Russia, allarmi terroristici. Stiamo attenti, prego. Da queste parti (la Venezia Giulia), come in Francia ad esempio, si apriranno nel 2014 le commemorazioni per i cento anni dall'inizio del primo conflitto mondiale del Novecento. Cerchiamo di fare in modo che il bisogno di "avventura" resti nei limiti del sopportabile, e che non si vada a ricordare quegli episodi di cento anni fa con un nuovo, ampio conflitto, invece che con una semplice mostra o conferenza.

domenica 4 agosto 2013

La forza di una condanna

Tempi di condanne, tempi di forzature. La condanna a cui mi riferisco potrebbe essere quella giunta in questi giorni a Silvio Berlusconi, che vado a nominare in queste pagine per la prima volta, e me ne meraviglio. La forza potrebbe essere quella, mediatica, di Silvio Berlusconi (seconda volta). Potrei sottolineare che mi colpisce che il capo carismatico della destra italiana chieda, da condannato, la riforma della giustizia, concordando pienamente con la richiesta del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che, nel pretendere rispetto per la magistratura, comunque la auspica (è nei comunicati ufficiali). Mi potrei chiedere quanti cittadini italiani si siano sentiti in questi ultimi decenni vittime di errori giudiziari; quante volte innumerevoli persone abbiano auspicato un adeguamento dei metodi (modi e tempi) della Giustizia in Italia. Potrei sottolineare, quindi, come solo ora che il suddetto Silvio Berlusconi (terza volta) ne è rimasto ipoteticamente vittima emerga  scontata una rapida riforma della giustizia in Italia. Risulta tale spirito alquanto elusivo della cosidetta "Legge uguale per tutti". Mio nonno diceva: "Uguale per tutti sul muro, ma non in pignatta!", nella pentola, cioè. E interessante sarebbe sottolineare pure quel videomessaggio dove il suddetto, a condanna espressa, sottolineava come fosse maturo il tempo di mettere insieme di nuovo (pescando tra gli imprenditori, i giovani, ecc.) i migliori, nell'auspicio di rifondare nuovamente Forza Italia. Sarebbe qui utile comprendere il significato di "migliori", che sembra richiamare ai potenti della Grecia antica, poiché ci aiuterebbe a definire anche i "peggiori", differenziando così in maniera scientifica tra cittadini, a dispetto della presunta uguaglianza che una democrazia dovrebbe garantire. Ecco potrei parlare di ciò, ma qui la condanna non è quella di cui sopra, e la forza nemmeno. Mi interessava invece la forza con cui è stato idealmente condannato da molti uomini di sinistra il pensiero del cantautore Francesco De Gregori per la sua intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo e pubblicata sul Corriere della Sera del 31 luglio 2013. Io credo che due passaggi vadano riportati, poiché potrebbero risultare utili per un'analisi generale. Nell'intervista il cantautore, uomo storico della sinistra italiana, ma credo anche uomo libero nel pensiero, risponde alla domanda "Ma secondo lei cos’è oggi la sinistra italiana?":
«È un arco cangiante che va dall’idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del “politicamente corretto”, una moda americana di trent’anni fa, e della “Costituzione più bella del mondo”. Che si commuove per lo slow food e poi magari, “en passant”, strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini. Tutto questo non è facile da capire, almeno per me».
E poi.
"...Ma viene il momento in cui la realtà cambia le cose, bisogna distaccarsi da alcune vecchie certezze, lasciare la ciambella di salvataggio ed essere liberi di nuotare, non abbandonando per questo la tua terra d’origine. Non ce la faccio più a sentir recitare la solita solfa “Dì qualcosa di sinistra”. Era la bellissima battuta di un vecchio film, non può diventare l’unica bandiera delle anime belle di oggi. Proviamo piuttosto a dire qualcosa di sensato, di importante, di nuovo. Magari scopriremo che è anche di sinistra". Sono frasi aspramente criticate, perchè provenienti da una figura amica.
Credo siano queste analisi importanti, da valutare con stima e non indicare, a prescindere, con ipotesi di colpevolezza. La "crisi" è separazione, magari temporanea, anche dalle proprie convinzioni. Il pensiero critico però aiuta.
Mi sovviene anche un altra questione, qui a margine, che forse apparirà poco pertinente, ma non lo è affatto, secondo me: la Democrazia che ci siamo dati e scelti in questo paese è del tipo rappresentativo. Non ancora quindi del tipo esclusivamente diretto. Quindi mi aspetto, dai "migliori", decisioni prese con responsabilità a fronte della rappresentanza concessa. Non si guardi sempre a destra e sinistra o diritti, ma si scelga con fermezza e convinzione, permettendo a noi cittadini una pace interiore data dalla consapevolezza di aver scelto con giudizio.

domenica 28 luglio 2013

Nostalghia al potere!

Nel gennaio 2012 assieme a Walter Chendi ho pubblicato un volume dal titolo SessantaQauranta. Chi legge queste pagine lo sa forse già. Conteneva dei racconti, miei e di Walter, alternati o disposti a piccoli gruppi; numericamente maggiori i suoi, un pò più voluminosi i miei (non sempre). Ho riletto i miei in questi giorni, non so bene perché. Forse perché ho cominciato a scriverne degli altri e non pensavo che l'avrei più fatto; forse perché temevo di poter ripetere alcuni spunti e quindi avevo l'esigenza di ricordare meglio le cose. Guarda caso, non mi sono dispiaciuti. E' cosa strana, poiché sono sempre insoddisfatto di queste cose mie sedimentatesi in giro e poi perse di vista. Ho potuto, a posteriori e con la "giusta distanza, fare alcune riflessioni di condivisione. Sono racconti iniziati e svolti alla partenza di una crisi economica importante e inevitabilmente nel loro svolgimento e nei contenuti risentono di quel clima. Ma appare ancora più evidente oggi, piuttosto che allora, la mia consapevolezza nel voler scrivere di quanto quella crisi risultasse di matrice culturale, prima ancora che esclusivamente economica. Crisi etica, crisi di idee e di contenuti. Sono stati infatti anni di ristampe letterarie, di recuperi, di sguardi all'indietro; di un nostalgico senso di perdita e quindi di una esasperata esigenza di calarsi nel dolce dondolio (la dolce ambrosia) che sa regalarci a volte il passato. E' un vuoto che crea ulteriori carenze e certamente mi appare oggi questa la causa principe di una ripartenza auspicata, ma difficile da determinare. L'attesa può risultare quindi infinita; l'attesa porta a demandare e rimandare, giorno dopo giorno. Dicevo dei racconti. Mi è capitato di recente tra le mani un libro solo sfogliato finora, Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice. Ho letto altre cose di quell'autore, ma chissà perché, pur avendolo in casa, quel libro non l'avevo mai frequentato veramente. Quel libro oggi mi ha entusiasmato per la sua intensa brevità. Nel rileggere i miei racconti credo che avessi in mente di poter scrivere un libro così, mezzo saggio, mezzo narrazione, mezza rilettura biografica di un proprio percorso intellettuale. Si badi bene, e che sia chiaro, non sto facendo paragoni; Daniele del Giudice è un autore così immenso che ogni paragone letterario delle mie cose con le sue risulterebbe non solo inadeguato, ma oserei dire meritevole del pubblico ludibrio. Non alludo infatti a questo; volevo solo sottolineare uno spirito che ha mosso la scrittura, il senso della ricerca su cui si fonda. Parallelamente è uscito quest'anno, alcuni mesi fa, per Einaudi un testo di Mario Vargas Llosa (Nobel per la letteratura 2010), dal titolo La civiltà dello spettacolo. L'autore, qui nella veste di saggista, si interroga sulla contemporaneità, e pone alla fine una utile domanda sul nuovo significato assunto dalla parola cultura, a fronte di come questo termine sia andato banalizzandosi, sino a divenire pallida imitazione di ciò che i nostri genitori e nonni intendevano con quella parola. Scrive Francesco Magris in un bell'articolo su questo volume: "Vargas Llosa parla (...) della cultura, di come essa negli ultimi anni abbia cambiato radicalmente natura nello spazio vitale della società contemporanea. Da vettore di esperienze intellettuali che richiedono l'attivazione del dialogo fecondo fra autore e fruitore, essa si è tramutata in una pura forma di intrattenimento: chi ne fa uso cerca solo il piacere tanto immediato quanto effimero che lo conduca alla distrazione da un mondo in cui la complessità è fonte di paura e incertezza; non si tratta di una cultura nel senso di straniamento (...) ma di una forma di droga somministrata a dosi massicce e regolari per ammansuire ogni forma di dissenso". Magris centra in pieno il senso della crisi culturale a cui prima intendevo riferirmi. Anche la parola "droga", qui usata, mi sembra opportuna. Nel mio racconto L'inutile banalità, il personaggio principale, Guido, viveva uno stato di impotenza dinanzi alla contemporaneità, alla cultura per come viene ancora oggi intesa. Nel racconto scrissi: "Guido credeva nella cultura come strumento di crescita etica: mai aveva confuso la cultura con l'intrattenimento. Il suo lavoro sintetizzava un pensiero, una visione del mondo e dello stare al mondo che richiedeva convinzione e che pretendeva attenzione. Era un atto critico, politico, partecipativo." Guido nel racconto era un attore e scrittore per il teatro: "Era un mestiere che non doveva cedere alla mercificazione, assecondando i venditori del vuoto, i comunicatori, coloro che pretendono di trasformare ogni contenitore in contenuto, indipendentemente. Sia ben chiaro, ribadiva spesso Guido, non vi è nulla di male in ciò, ma la cosa va dichiarata. Basta essere chiari, essere onesti: una politica culturale non va mai confusa con una politica del tempo libero. Guido diceva, immedesimandosi nello spettatore che avrebbe voluto avere: -Non posso accettare di pagare un biglietto solo perché qualcuno mi faccia dimenticare per alcune ore che dovrò morire!-". In quei racconti, inoltre, la droga appariva spesso tra le righe, la droga vera (l'eroina), di cui alcuni dei personaggi erano assidui falsi-pentiti fruitori. In quei racconti si richiamavano gli anni Ottanta e ad alcune vicende cresciute con essi. Ma la droga era anche una buona rappresentazione dell'oblio culturale a cui con facilità accettiamo anche oggi di prostrarci (di false egemonie culturali e vere strategie commerciali già scrissi in queste pagine nei mesi scorsi). Mi scuso per aver richiamato qui alcune delle mie cose scritte, per averle accostate (si badi non paragonate) ai maestri qui citati, ma mi andava di farlo ed è venuto così senza pretestuosità. Da queste riflessioni, da questi recuperi, dalla voglia di scrivere forse ancora delle cose, mi è sorta l'opportunità di porre qui in elenco alcune citazioni. Spunti, declinazioni per nuovi percorsi, fili ancora non tesi per possibili ricerche. Ve le propongo, perché si possa fare riflessioni nuove intorno alle future ricerche che sarebbe utile avanzare. Non amo il citazionismo, ma prima del collante vengono i frammenti. Quindi. Banksy in una sua opera non murale: "In the future everyone will be anonymous for 15 minutes"; Diane Vreeland, dalla rubrica We dont'you su Harper's Bazaar (dei tempi che furono): "Perché non dipingete le pareti della camera di vostro figlio con delle mappe del mondo, così da evitare che diventi un provinciale?"; ancora Diane Vreeland: "Morirò giovane! A 80-90 anni, ma sarò giovane!"; Paolo Sorrentino ne La grande bellezza (mi pare suonasse così): "Non trascuriamo la nostalgia; è un modo per superare la diffidenza verso il futuro!"; Theodor Adorno: "Le utopie si realizzano sempre, ma diventano banalità"; Sabrina Ferilli (un messaggio su twitter ripreso poi da qualche parte): "Io parto da un presupposto limpido. Chi è a posto con se stesso, non teme un cazzo!". Un bambino al suo papà, in un bar: "Facciamo Rock'n Roll!" Non vi pare un mondo fantastico, fatto di nostalgia al potere, malinconia soffocante ed esasperante imitazione del già visto. Per crescere, senza rinunciare a restare nani.

sabato 29 giugno 2013

Instant-report n.1

La trasposizione a fumetti del romanzo Il richiamo di Alma dell'autore triestino Stelio Mattioni (scomparso nel 1997) è in questi giorni ospitata dalla pagina culturale de il Piccolo di Trieste. Vanna Vinci, che si è cimentata nell'impegno, è indubbiamente una grande autrice; e ciò è dato dalla sua attenzione pluridecennale per il linguaggio dell'arte sequenziale, che pratica con successo dagli anni '90, ma ancora di più dalle sue frequentazioni appassionate di quanto prodotto dal mondo letterario, artistico e culturale in genere. Vanna, come dicevo, è una grande autrice, specialmente perché ha conoscenze e motivazioni adatte per farlo; e ciò è un insegnamento per chiunque intenda avvicinarsi professionalmente al fumetto. Il lavoro di Vanna è oggi la dimostrazione della centralità che un fumetto può assumere quale strumento di apertura verso un panorama culturale amplissimo e di portata internazionale. La sua opera, dalla recente biografia sulla marchesa Casati (edita da Rizzoli Lizard) e quindi a ritroso sino alla sua prima esperienza con le ambientazioni triestine, Aida al confine del 2002 (edizioni Kappa), risulta esempio di una ricerca che va oltre il dato documentaristico, per arrivare alla piena coabitazione tra storia, memoria, racconto, condizione e partecipazione emotiva. A Vanna i "fantasmi" sono sempre piaciuti, forse per quel tramite tra "ieri" ed "oggi" che essi vanno simboleggiando; per il loro saper porsi quali guide, non tradite dalla contemporaneità, per l'odierno. Era inevitabile che il personaggio di Alma di Mattioni andasse a solleticare l'interesse dell'autrice, visto che quel personaggio si pone come "fantasma" per eccellenza nel saper tradurre lo spirito non straniante, ma al contempo impalpabile della città di Trieste.
Mentre la storia di Alma e del suo "attonito" scopritore e aspirante si va dipanando tra le pagine del quotidiano (due uscite settimanali dal 29 giugno e sino a settembre), proprio in questi giorni Stelio Mattioni, nome spesso dimenticato e comunque non solito nell'essere riproposto con notorietà nella voce dei più, è riapparso ancora sulle pagine de il Piccolo di Trieste (involontaria pubblicità all'iniziativa editoriale che coinvolge un suo libro, ma splendida occasione di discussione attorno al ruolo dell'eredità culturale degli autori scomparsi) per l'attenzione posta dal bibliofilo ed editore Simone Volpato sul fondo dello scrittore, oggi in lascito alla figlia Chiara e alla moglie Maria. Il Volpato ha proposto nei giorni scorsi al comune di Trieste di farsi carico (culturale) del fondo stesso, individuando una sua collocazione pubblica che possa garantire allo stesso visibilità per i più (libri, manoscritti, carte, scambi epistolari con Levi e Montale tra gli altri, da mettere a disposizione di cittadini e studiosi). L'assessorato alla Cultura triestina ha risposto, sempre attraverso le pagine del quotidiano, nei termini di una impossibilità economica e strutturale per l'esposizione del materiale, e di come le aspettative dei privati nei confronti dell'attenzione delle istituzioni per la valorizzazione di specifici lasciti risultino perlopiù eccessive e conseguentemente dispersive negli obiettivi; da qui la disponibilità, invece, all'acquisizione per la sola catalogazione e conservazione. Insomma, grazie, e quel che poi sarà sarà! E' stata impagabile la risposta alle istituzioni, ancora sulle pagine del quotidiano, di Chiara Mattioni, nel sottolineare che una localizzazione (una sezione), anche dimessa, nella Biblioteca pubblica che peraltro porta il nome dell'autore triestino, potrebbe risultare forse già un economico punto di partenza nella collaborazione con l'ente pubblico. Ha scritto l'erede (cfr. il Piccolo del 28 giugno c.a.): "Ma se molti eredi di illustri concittadini hanno scelto per i lasciti la via dell'esilio, un motivo ci deve essere. Forse perché meglio dispersi e sperabilmente vivi che tutti insieme in una Spoon River in cui il tempo, inesorabilmente, cancella persino i nomi dalle lapidi". E' così! E' proprio così! Sono parole appropriate. Il "pubblico" sa essere rapido divoratore di memorie; difficilmente ha i mezzi e la volontà per la valorizzazione del bene pubblico, figuriamoci quello privato. Il "pubblico" sa creare depositi su depositi, cimiteri preziosi che la patina dorata di memoria ruskiniana potrebbe rapidamente impreziosire, e che invece vengono annullati nell'oblio del tempo. La storia dei lasciti è una escalation rapida e inesorabile, e così riassumibile: donazione, lodi, peso insopportabile, manutenzione vantata e negata, archiviazione, sparizione (mentale e a volte fisica), poi forse la riscoperta quale nuovo miracolo. E' l'Italia che nega se stessa, che sbaglia il rigore calcistico dopo i tempi supplementari (e che si gongola per il bel gioco, per la tecnica dimostrata, rinunciando ad accettare la sconfitta che comunque c'è; Italia-Spagna di questi giorni in Brasile ne è un esempio, non nuovo purtroppo). Un paese immeritevole verso i propri lasciti e che aspetta alcuni fantasmi da incaricare quali nuove guide nel tentativo sempre rinnovato di ritrovarsi. Ma i fantasmi stanno nei romanzi, nei fumetti, mentre la realtà si impolvera e svanisce, e non lo fa per disgregazione, come sarebbe forse più naturale succedesse, ma per sublimazione, che è metodo impalpabile e molto meno compromettente.

Mentre scrivo scopro che Margherita Hack è morta. Se ne va un'"anomalia", struggente nella sua tenera e grezza materialità. Astrofisica e lascito essa stessa del proprio ricordo e dei suoi innumerevoli libri (ventimila e più andati al Comune di Trieste, mi pare di aver sentito). Durante un'intervista la sentii ricordare che la morte non le procurava paure, poiché quando si è vivi la morte non c'è, mentre quando la morte arriva non si è più presenti. Era un falso problema insomma, un problema di tempistiche e di presenze. Non vi potevano essere cadute sulla strada della laicità che la scienza impone. Buon riposo tra le stelle.

giovedì 6 giugno 2013

L'odierno

Oggi. Le città sono organismi svuotati dai loro organi vitali e abbandonate alle masse muscolari delle loro architetture imperfette. Le architetture sono scatole protette da pelli importanti, e vuote dentro. Arredate da un mobilio dall'apparenza significante, ma privo di un proprio carattere. Usato da persone atteggiatesi per ruoli di spessore, che nascondono poi inconsistenze esasperanti. Persone animate da pensieri stravaganti o nobili, che nascondono inconsapevolezze sia sociali, che individuali. Oggi, a guardare bene, il peso del nulla appare eccessivo!
(foto: omaggio a Banksy)

domenica 2 giugno 2013

Festa e...basta! Springsteen forever!

Nulla da segnalare..... nulla da segnalare....... nulla da segnalare. A parte un concerto di Bruce Springsteen a Padova, venerdì 31 maggio, allo Stadio Euganeo. Nulla da segnalare... a parte che Springsteen se ne è uscito in acustico con la sola chitarra e armonica e ha aperto il concerto con The Gost of the Tom Joad, provocandomi dei brividi incontrollati addosso che non provavo da tempo, mentre al mio fianco una springsteeniana ravennate, con me al concerto, aveva anche una lacrima sulla guancia e non si capacitava del perché. Nulla da segnalare... a parte che poi, con Boom Boom di John Lee Hooker, Springsteen ha fatto saltare la scaletta del concerto e portato una non springsteeniana monfalconese, con me al concerto, a saltare scatenata tra la folla. N.d.s.... A parte che poi Springsteen fa quello per cui sei forse andato lì, ad un altro suo concerto ancora, con il freddo e la prevedibile pioggia che poi quasi non cade, e sceglie di suonare tutto Born to Run, l'intero LP, da Thunder Road fino a Jungleland, che alla fine nemmeno ci credi. N.d.s.... Festa e basta, per il miglior concerto di Springsteen a cui abbia potuto partecipare, per il migliore che forse mi sarà dato di ricordare.
(nell'istant-loop del video, una fan portata sul palco suona la chitarra del Boss assieme a lui, mentre 40.000 altri fans cantano e saltano con lei)