venerdì 23 maggio 2014

Non defiliamoci

Potete smettere di leggere già alla fine di questa frase...uscite e andate a votare! Alzate la testa dal monitor e gettate alle ortiche il mouse. Sono solo strumenti, sono solo eccipienti per i principi attivi che ciascuno può mettere in moto, e che stanno nascosti appena dietro ogni nostra alzata di spalle. Uscite, e andate a votare! Fatelo per chiarezza, per rispetto verso voi stessi e per chi in ogni androne delle nostre città ha bisogno di risposte chiare. Non è mai semplice capire dove sta il bene, ce lo insegna la storia. Il dubbio non si scioglie con l'apatia, ma con la ricerca, che inizia sempre con un punto di domanda. Questo: ?

giovedì 1 maggio 2014

Piccole scatole emozionali n.15

La televisione trasmette dalle quattordici un programma in diretta da Piazza San Giovanni a Roma. La musica "giovine" riempie la stanza in questa giornata festiva, che ci trova tutti in casa. S. sta seduto sbracato sulla poltrona, con le gambe che penzolano dal bracciolo di quella. Il suo corpo fa una curva innaturale, accompagnato da jeans, maglietta e camicia aperta sopra. I capelli lunghi sono stretti da un elastico rosa. Tiene una bottiglia di Dreher in mano e se la sorseggia con calma. Sullo schermo passano uno dietro l'altro cantanti e gruppi musicali conosciuti, perché visti suonare nelle piazze di qualche festival "giovine". Uno dietro l'altro, sì, stanno lavorando, loro, in questo giorno di festa. Io e S. ne commentiamo a volte positivamente e a volte con ironia le performance musicali, litigando dei nostri pareri, condizionati da convinzioni troppo personali per essere condivise. R. apre un libro di Storia dell'Architettura sul tavolo concavo verso il centro, sul quale è impossibile mangiare un piatto di minestra senza rovesciarne una parte sulla tovaglia. Gira alcune pagine, portando le mani alle orecchie nel tentativo di escludere i nostri pensieri a voce alta, ma gli restano nella testa più quelli di ogni ordine tuscanico o corinzio. Ci insulta un pò, ma è solo un modo per intromettersi nel discorso a due voci. Io e S. ridiamo di lui, assaporando del tutto la luce che entra dalle finestre, che portano tra le quattro mura quel sole pallido che si regala giù nelle strade asfaltate, desolate e in quel momento vuote. F. sfoglia una rivista a fumetti, raccontandoci qualsiasi situazione volgare trovi tra quelle pagine. La sua voce recitante ti calamita dietro ad essa quasi fosse un pifferaio magico e noi i topi. Si perde il senso della musica e si parla di fumetti, di birre e della possibilità di uscire, andare a trovare degli amici nelle case vicine. Quando io e S. decidiamo infine di uscire, R. tira un sospiro di sollievo, intravvedendo la possibilità di studiare quelle pagine fitte di disegni e parole. F. decide di andarsene in doccia. Dopo alcune ore il ritorno a casa è un inevitabile déjà vu, con R. ancora al tavolo e ancora distratto dalla voce di F., che dai fumetti è ora passato a Herry Miller. Anche noi riprendiamo i nostri posti. S. riaccende la televisione, e la musica "giovine" ci reinveste noiosamente, fino a sera, alla cena, tra le parole, le risate, l'apatia.

Mi spiace un pò dirlo, ma questo è il 1° Maggio che ricordo di più, e la seccatura sta nel fatto che fuori, e dentro "casa", di uguale è rimasta soltanto la musica "giovine". Forse ormai "vecchia" anch'essa.

venerdì 25 aprile 2014

Parlo, quindi sono!

Un periodo di assenza da queste pagine mi porta ora ad avere molti argomenti di discussione da approfondire. Ho affrontato tra febbraio e aprile una lunga esperienza di confronto e incontro con i bambini e i ragazzi di alcune classi della scuola primaria e secondaria inferiore (elementari e medie, in parole povere). E' stata questa molto utile per mettere a punto alcune convinzioni, che hanno trovato riscontro anche nel confronto con gli adulti, durante le iniziative promosse negli ultimi mesi grazie all'Associazione culturale ETRA di Monfalcone (www.culturaeticaetra.com). Parto dal consigliare un testo, pubblicato da poco in Italia da Bollati Boringhieri, L'istinto di narrare di Jonathan Gottshall. E' il suo un ragionamento approfondito sul significato che la narrazione ha per l'uomo, sia adulto che bambino. Per l'adulto è una 'buona pratica', che permette di garantire a ciascuno un equilibrio nel presente: attraverso la finzione si esorcizza la realtà. Per i bambini è uno studio sul reale attraverso il filtro della costruzione immaginata. Le esperienze vissute nelle scuole confermano questi punti di vista e confermano l'assoluto bisogno dei ragazzi (indipendentemente dalla loro età) di ricevere occasioni per raccontare un loro punto di vista. Questo è il punto di partenza della mia riflessione: il bisogno dell'affermare la propria presenza, fisica, creativa, verbale. Non è solo l'evoluzione dei 15 minuti di celebrità alla Andy Warhol, ma anche un'esigenza di protagonismo attivo in ogni situazione, anche quella educativa. Confermo in tal senso l'assoluta ragionevolezza di Michel Serres, quando nel suo libriccino Non è un mondo per vecchi. Perchè i ragazzi rivoluzionano il sapere,  pubblicato anch'esso da Bollati Boringhieri nel 2013, affronta il tema del perché i ragazzi a scuola non riescano più a stare in silenzio. Dice Serres, parlando dell'odierno: "L'intelligenza inventiva si misura rispetto alla distanza dal sapere (...) la nuova autonomia dell'intelletto, a cui corrispondono movimenti corporei senza vincoli e un brusio di voci". E in effetti, ve lo assicuro per esperienza diretta, non passa un secondo in un'aula senza che qualcuno alzi la voce, scambi gesti, pacche sulle spalle, risolini, oppure alzi la mano, per chiedere qualcosa o per avanzare l'esigenza di uscire al bagno o a bere. Serres evidenzia come un ragazzo con un PC davanti e un mouse alla portata di mano, oppure mentre digita sulla tastiera del proprio cellulare o sul video dello smartphone, continui ad esercitare un ruolo attivo, di presenza sulla scena, di guida delle proprie scelte o anche solo delle proprie superflue esigenze. Quando il professore o il maestro si pone in cattedra, ecco quindi che nessuno è più in grado di accettare l'atteggiamento passivo che si richiede allo studente. Passivo fisicamente, e non intellettualmente, ovvio, ma tanto basta perchè quella barriera del silenzio, della partecipazione inattiva venga infranta continuamente. E gli universitari, gli utenti adulti in genere? Uguale. Tu sei lì che parli a loro, sei lì che affronti delle questioni ex cathedra (o al tavolo da lavoro), e loro aspettano di già il momento buono per prendere la parola, l'occasione per un dibattito, oppure aprono lo smartphone o il tablet e digitano qua e là, ascoltando tra le righe. Ascoltare e basta...non basta più! E' uno degli aspetti più interessanti allorché ci si domanda come gli strumenti digitali, telefonici, televisivi abbiamo inciso sulla nostra educazione e sulla nostra società. La televisione ci chiede di essere protagonisti, assumendo ad ideologia il pensiero anni Ottanta di Warhol. E' il lato più subdolo della società dell'apparire. Internet ci propone storie continue, vicende narrative che vanno sovrapponendosi senza sedimentare mai. E, come suggerisce anche Gottshall, infine sono le narrazioni altre (non quelle proprie) a prendere il controllo totale della nostra vicenda umana. La ricerca si trasforma in pettegolezzo, e l'esperienza vissuta in visibilità indiretta. Ecco, ad esempio, il dominio dei selfie, del "me", prima che del "noi". Non narcisismo, ma attivismo impotente. Sono queste considerazioni utili sufficienti a spiegare perché abbia voglia di parlarne quest'oggi? In questa giornata si rammentano i sacrifici di molti per garantire la libertà dai fascismi, anche a beneficio di coloro che forse, anche a ragione, non la desideravano per come poi è avvenuta, oppure, in alcuni casi estremi, non la percepivano come importante per convinzione o tornaconto. La libertà come diritto, che per alcuni si è trasformata in una libertà "problematica". Infatti non mancano mai a contorno di questa giornata, il 25 aprile, i punti di vista che portano a recriminazioni molteplici, specie in questa mia terra, la Venezia Giulia, che ha vissuto vicende storiche difficili da razionalizzare, che hanno condotto ad un secondo dopoguerra infinito, che prosegue ancora oggi.
L'ideologia e l'affronto (parzialmente vissuto) non faticano a trovare posto, purtroppo, dietro ogni affermazione di un diritto, e un uomo con un fucile in mano resta pur sempre uno sbaglio, indipendentemente da come lo si voglia guardare. Ma ogni vicenda va storicizzata, non riletta solo alla luce delle consapevolezze dell'oggi, e vissuta quindi con giusta distanza. Nessuno, credo, possa negare il ruolo che per questa nazione ha avuto in un determinato momento storico l'impegno partigiano, e non dovrebbe essere più un problema cantare Bella Ciao, anche per coloro che da quella vicenda storica sanno cogliere oggi solo alcune recriminazioni. Sarebbe forse un bene, per noi Giuliani tutti, ammettere che, nonostante relegati qui, nell'estremo est italiano, la nostra Storia è una storia italiana. Ma, detto questo, è il tema a trovare spunto nella giornata e non viceversa. E il ragionamento si chiude in brevità, con una affermazione banale e che i più giudicheranno forse scema, ma che come tale mi appartiene comunque: non sia la scatola televisiva e nemmeno quella informatica (computer, smartphone) un'occasione di disimpegno del cervello a favore dell'impegno delle mani. Così che il fucile resti nell'armadio e il pensiero continui a garantire il diritto.
  
(sopra, un banco nelle aule dell'Università IUAV di Venezia; in centro, un volantino del Fronte POPORARE del 1949, visto alla mostra Lelioswing a Trieste, dedicata a Lelio Luttazzi)

domenica 16 marzo 2014

Piano Piano, pezzo per pezzo


Le passioni impongono prese di posizione violente, anche se sanno aspettare il loro momento per alzare la mano e chiedere un posto in prima fila nel tuo cervello. E' un cambio d'abito, anche se i colori non sono sempre graduati; non è l'arancio che segue il rosso, bensì il blu che fa a pugni con il giallo. Eravamo gorni fa a Bologna per rinvigorire la nostra memoria fumettistica con gli amici di ARTeFUMETTO e ieri ci siamo ritrovati a Padova, tutto il nucleo fondatore dell'Associazione ETRA, per ascoltare la lectio magistralis di Renzo Piano ed assistere all'inaugurazione della sua mostra, a Palazzo della Ragione, dal titolo Renzo Piano Building Workshop. Pezzo per Pezzo. Piano ha lasciato spazio a tutto il suo pensiero di architetto costruttore. Ha detto, durante la lectio, cose importanti, anticipando, come una guida sul proprio lavoro, quello che poi si sarebbe ritrovato in mostra. In brevità alcuni passaggi centrali del suo discorso, riassunti e parafrasati per come mi è possibile ora ricordarli: "Ho passato tutta la vita a tornare a casa", "Nessuno di noi (lui e i suoi collaboratori) ha mai fatto la contabilità di chi aveva le idee", "Non so se ha senso mostrare l'architettura in mostra, ma ha senso far vedere il travaglio, la fatica, e i pentimenti, che sono poi le cose non finite o ancora da concludersi", "Nell'esposizione a Palazzo della Ragione la mostra si confronta con un museo di scienze naturali, testimoniato dai dipinti alle pareti, dai materiali; l'abbiamo pensato (l'allestimento) come una sala di lettura, con trentadue tavoli per altrettanti progetti, ciascuno con otto sedie attorno, per sottolineare la coralità del lavoro; una sala di lettura di una biblioteca dell'architettura; dove tutto è mobile, per non disturbare, anche i tavoli sulle ruote", "Sono figlio di un costruttore, che per la teoria evolutiva doveva essere costruttore; invece chiesi di essere architetto, figura che contiene il costruttore, ma anche il militante, con la sua ansia per il bello e con la sua ansia per il sociale", "Estetica ed etica è un tutt'uno: è la fermezza del proprio pensiero a consentirne la compenetrazione", "L'idea ha coerenza, ma non stile; lo stile è una gabbia dorata, che apre solo all'accademia", "Essere architetti è sconfinare nell'avventura del costruire; sconfini invece nell'accademia se ti consumi nella ricerca della sola espressione e nella ricerca del linguaggio", "Smettiamola di fare parcheggi, ci resteranno più soldi da investire nel trasporto pubblico", "Il Mediterraneo è il mio local. Esso ha senso se lo vivi con la volontà di scoperta, con il desiderio della partenza. Questo local, se vissuto intensamente, diventa un super-local, che ti garantisce un carattere, una originalità. Io lo ho scoperto a sessant'anni, perchè essere troppo local da giovani è un limite, e solo a quest'età capisci come ti abbia accompagnato per tutta la vita". Ecco, questa la lezione di Piano. Il Renzo Piano che ti aspetti. Lo abbiamo visto più tardi camminare, nella sala di Palazzo della Ragione, accompagnato da uno stuolo di ammiratori, come un santo, come una star cinematografica. Molti hanno detto, "ma non è mica una star!", ma lo dicevano senza pensare alla passione che muove la gente.
Alcune sue collaboratrici hanno chiesto di passare tra la folla, dicendo "sono una collaboratrice del senatore!", non dell'architetto, del senatore; e infatti l'area attorno a Piazza delle Erbe era piena di agenti in divisa a presidiare la sicurezza del posto. Sono riuscito ad avvicinare Piano e gli ho chiesto un autografo (quel tracciato da elettrogramma che non esplicita il nome, ma una attenzione alle cose ancora da farsi, al poco tempo a disposizione). Ho scambiato due chiacchiere (due) con Piano, che è stato contento gli chiedessi l'autografo sotto quello di Richard Rogers, anch'egli presente in mostra, e che noi di ETRA avevamo incontrato poco prima per uno scambio sull'architettura italiana (alla richiesta di che cosa pensasse dell'architettura italiana, Rogers si è trincerato dietro un laconico "meno male che c'è Piano!").
Finito l'incontro mi sono dedicato alla mostra, bellissima, dove tutto vola, appeso nella sala, e dove tutto ritorna; è lì che capisci molto del Piano-pensiero: che forse quel suo non-stile è la coerenza di cui parlava durante la lectio; che dietro quei rapidi schizzi in pennarello verde che definiscono un andamento, una forma in embrione, vi è ogni volta la sfida di trovare una soluzione; l'avventura è tutta lì, nel trovare nella soluzione tecnologica una risposta ad un pensiero sfuggevole, che poi si fa volontà, e infine consapevolezza. E tutto avviene così, un segno dopo l'altro, piano piano e pezzo dopo pezzo.

domenica 2 marzo 2014

Valvoline Motorcomics. autocelebrazione di una centralità

Quando Igor Tuveri, in arte Igort,  fondò ad inizio anni 2000 la sua Coconino Press, pubblicando da prima il volume Sinatra nella Collana Maschera Nera, in attesa di portare a compimento l'altra sua opera 5 il numero perfetto, si ebbe la sensazione che qualcosa stava infine mutando. Ancora Bologna, sempre Bologna, al centro del fumetto ideato e immaginato. Ma Igort si trasferisce a Parigi, immaginando per Coconino una specie di redazione doppia. Igort sapeva che il fumetto era là che andava valutato, nel bacino residenzial-fumettistico per eccellenza, quello della metropoli multiculturale francese. Nasce il rilancio italiano del concetto di letteratura disegnata promosso da Hugo Pratt fin dagli anni Sessanta; si ridiscute ancora una volta l'annoso falso dilemma dell'opportunità di una scelta tra fumetto popolare e d'autore. Si sposta il fumetto dall'edicola alla libreria specializzata, all'inizio, e poi di genere, cercando e trovando nuovi mercati. Si cade, nell'annoso errore di sentirsi inferiori culturalmente e di dover inseguire qualcosa o qualcuno: l'ultimo capitolo è la necessità di pubblicizzare un volume come Unastoria di GIPI come meritevole in quanto trasportabile nei criteri di valutazione della giuria del premio letterario Strega. E per molti si determina una cesura non sanabile paragonabile a quella tra letteratura per l'infanzia e letteratura: appare dal profondo delle coscienze il termine di graphic-novel. Dalle strategie degli anni Ottanta, un nuovo marchio mediatico per comunicare un prodotto.
Ma tutto questo  trova il suo inizio proprio negli anni Ottanta, con la nascita di due collettivi: uno più inconsapevole e al contempo sociologicamente collocato nel suo tempo, quello di Cannibale (1977) e Frigidaire (1980), e l'altro, molto consapevole e raccoglitore di nuove definizioni sociologiche, del Pinguino (1980) e quindi di Valvoline Motorcomics (1983), evolutosi poi nella Dolce vita (1987). Sul suo sito online Coconino Press si presenta proprio richiamando l'esperienza Valvoline: "Il programma, assecondato dal nume tutelare Oreste Del Buono che pubblicò i lavori di questi artisti (n.d.a. Igort, Jori, Carpinteri, Mattotti, Brolli, Kramsky, ma anche Burns, Mattioli e Baldazzini) sulle riviste Linus e Alter, era produrre un fumetto d'avanguardia e d'autore, capace di raccontare storie adulte e innovativo nella grafica, lontano dalla serialità e dai cliché della produzione di comics per ragazzi, capace di dialogare con altri linguaggi espressivi come arte, cinema, musica". Fu in effetti così, perchè il programma fumettistico si fece contaminare dalla società, dalle mode, e viceversa le contaminò, partendo dalle genialità di Stefano Tamburini e di Andrea Pazienza, superandone in parte la visione prevalentemente realistica (nel senso della volontà di essere specchio della realtà: la politica, la droga), per declinare la propria ricerca sull'approccio intimista/poetico delle storie e sulla centralità emozionale del disegno. Nel 1984, su Valvoline - Alter Alter, esce Fuochi di Lorenzo Mattotti e il fumetto italiano non fu più lo stesso.
Ieri, 01 marzo 2014, alla Fondazione del Monte, di via delle Donzelle, 2 a Bologna si inaugura la mostra Valvoline Story. Brolli, Burns, Carpinteri, Igort, Jori, Kramsky, Mattioli, Mattotti. I primi trent'anni dell'avanguardia a fumetti. Il titolo è di quelli che fa incazzare, perchè definisce una centralità avanguardistica nel senso sopra enunciato, che nessuno può mettere in discussione, ma che esclude mondi variegati e plurimi di persone che hanno portato il fumetto al 1980, prima che qualcuno ne raccogliesse le redini e favorisse un ulteriore scarto in avanti, ma all'interno di un processo che era "fantastico" già prima, specie se valutato a livello internazionale. Ok, "basta fiction, ora si racconta la vita", però.... Alle 17.30 circa di sabato 01 marzo, mentre a Bologna, lungo via dell'Indipendenza, scorre un corteo di manifestanti incazzati, che blocca il traffico di mezza città e che pretende giustamente un' Europa senza confini, e mentre a Palazzo Fava, a pochi metri da via delle Donzelle, una fila interminabile aspetta di vedere "dal vivo" la madonna pagana di Vermeer (La ragazza con l'orecchino di perla, dipinto inarrivabile ora al centro di una campagna mediatica senza fine), una componente organizzata di ARTeFUMETTO (R., F. e A.) aspetta di entrare all'inaugurazione della mostra Valvoline Story. E' un evento fumettistico, Igort l'ha voluta per celebrare il proprio ruolo all'interno di una cultura e quando alle 18.00 infine si entra, le persone presenti sono un numero tale da dargli ragione. Dentro, dopo una mezz'ora, puoi incontrare tutti coloro che un appassionato dell'arte sequenziale (giusto per mettere lì quel termine che Will Eisner ci regalò e che offre oggi giusto merito al fumetto in genere) avrebbe voluto. Ad un banco disegnano insieme (da sinistra a destra nella foto del nostro inviato) Carpinteri, Igort, Mattotti, Jori, Brolli e Burns.
Nelle sale puoi incontrare e chiacchierare con Massimo Mattioli e Massimo Giacon (nella foto), Vittorio Giardino, Giuseppe Palumbo, Vanna Vinci, Francesca Ghermandi, Marco Nizzoli e vai, vai, vai... E' Bologna, una delle capitali del fumetto, dove è nata metà dela cultura che mi appartiene, nel suo bene e nel suo male. Massimo Mattioli, al quale ARTeFUMETTO si inchina, mi dice che non erano loro (i cannibali) ad essere eccezionali, ma erano quegli anni (il famigerato 1977) ad avere una spinta in più, era la realtà dei luoghi e del tempi.
Lo saluto Mattioli e valuto i suoi settanta anni e passa dietro delle movenze da punk. Capisco che siamo di nuovo ad una svolta, che come succede sempre nei cicli e controcicli della Storia siamo (di nuovo) alla fase di stanca, che richiede (di nuovo) un forte e immenso spunto underground, per ricominciare tutto, per salire ancora e quindi inevitabilmente scendere.

domenica 16 febbraio 2014

Piccole scatole emozionali (extra)

Scusate! Non ho niente da dire. Ma sapere che stamani Alessandro Baricco ha rifiutato la proposta di Matteo Renzi per l'incarico di Ministro alla Cultura mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo tale che ho dovuto subito scriverne. Ora sono molto più rilassato e sereno. Non penso che avrei potuto farcela! E non vi dico lo stato d'animo di quando circolava la voce che sempre Baricco potesse diventare Ministro all'Istruzione! Comunque vada ora sarà un successo.

domenica 2 febbraio 2014

Dilemmi di quotidiana mediaticità

Il continuo richiamo al termine "democrazia" (in pericolo, violata ecc.), a cui i parlamentari italiani ci stanno abituando quotidianamente, non mi lascia tranquillo. La cosa più sconvolgente è che il Parlamento che dovrebbe ergersi a tutela della "democrazia" trovi proprio dentro di sè le condizioni per doverla richiamare di continuo a gran voce. Questo dato di fatto, riportato dalle cronache giornalistiche, non riesce però a turbarmi veramente, e questo è ciò che maggiormente mi spaventa. Mi guardo allo specchio e mi chiedo cosa dovrebbe quindi farmi paura, se scopro che le figure che ho eletto a tutela dei miei diritti sono coloro che ad ogni intervista (e, certo, con i loro tweet, come vuole la moda!) mi inducono a pensare che vi siano dei pericoli, che domani potrei alzarmi e non trovare il mondo per quello che politicamente conosco. L'essere da cittadino italiano anche un soggetto politico inizia a mettermi a disagio. Da cittadino sono in ogni momento messo nella tentazione di sottopormi a qualche seduta psichiatrica, per scoprire, attraverso regressioni inattese sino all'infanzia o analisi della mia situazione familiare passata e presente, il mio ruolo rispetto i disagi personali verso l'odierno. Ma mi scopro, alla fine di ogni evoluzione mentale, a ritrovare ancora una certa leggerezza d'animo, la stessa che consente una lettura più matura delle situazioni vissute e subite. Mi scopro così a non provare infine disagio nell'affermare che non sembra esserci, in Italia, un problema reale di "democrazia", bensì di "demografia". Di demografia parlamentare, direi, essendo probabilmente il Parlamento saturo, inadatto a contenere i flussi immigratori e migratori, la dinamica delle nascite e dei fatti luttuosi, i flussi umani in genere, che una società coerente e adeguata alle istanze che noi cittadini chiediamo, dovrebbe e potrebbe attendersi. Che sia un problema di "troppo pieno"? Che serva anche al Parlamento e alla Politica in genere un radicale programma di tagli trasversali e lineari, pari a quelli richiamati dagli amministratori delegati delle nostre attività produttive in crisi, per ricomporre  le questioni e ridefinire un modo sostenibile ai cittadini per ripensare il nostro povero Paese? Che si debba indire delle procedure di mobilità straordinarie?
Per una strana associazione di idee, mi sovviene che in questi giorni ho acquistato il nuovo numero della rivista bimestrale, specializzata in architettura, AREA, edita dal Gruppo Sole 24 Ore, e dedicata in questa occasione in forma monografica agli architetti Doriana e Massimiliano Fuksas. Ho scorso quella carrellata di immagini che la rivista contiene, cercando di capire perché le architetture dello studio romano non mi siano mai piaciute (mi esprimo con semplicità, nei termini di bello e brutto, interessante e non, anche se dovrei usare altre terminologie più raffinate). Ho capito infine il motivo della mia ormai pluriennale perplessità: quelle architetture non pensano alla centralità dell'uomo, ma alla centralità di se stesse nella cultura umana. E, per me questo è un errore enorme. In sintesi, anche il nostro sistema politico non pensa quasi mai all'uomo, ma alla propria centralità nella cultura politica del paese. Nell'architettura, come nella politica, tale processo è alla lunga distanza fallimentare.