lunedì 13 giugno 2011

Quorum!

Olè, il pranzo è servito.
Lo so, sarà infantile...ma sono contento!
(la foto è di Keiko Ichiguchi, e questa scelta non è casuale. Ciao Keiko!)

mercoledì 8 giugno 2011

Restiamo sul "pezzo"

Ho letto da qualche parte (e non riesco veramente a ricordare dove, lo giuro!, forse era un graffito) una frase, che diceva: "Sono già contro la prossima guerra". E' questo grido preventivo, a sembrarmi oggi l'arma migliore. Non mi pare il caso di affrontare sempre le cose quando ormai l'onda ci sommerge e noi stiamo annaspando a fatica. Per questo andrò a votare e voterò Sì, Sì, Sì a questo referendum, sui tre quesiti inerenti il nucleare e l'acqua, sperando che il quorum venga raggiunto. Per il quarto quesito, sul legittimo impedimento, voterò comunque, ma senza dirvi come, poiché ognuno è corretto possa rimettersi al proprio sentire culturale e politico.

Il discorso sul nucleare non è una questione prettamente italiana: in un'Europa senza confini, non possiamo limitarci al votare per dire no alle centrali in Italia. Non possiamo fare una riflessione limitata al "quartiere". Il nostro rifiuto al nucleare in Italia è un atto che deve valere indirettamente a tutela di tutti i paesi europei (e non solo), anche di quei paesi dove magari, al momento dell'adozione di una politica nucleare, un'opportunità referendaria forse non era stata concessa. Inoltre, se oggi a due passi da noi, in Slovenia, ci troviamo una centrale nucleare di vecchia generazione, senza che qualcuno si sia preoccupato di valutarne le conseguenze anche per Trieste, anche per Venezia, ecc., a me non sembra che questo costituisca una scusa per ricambiare il fardello. Nel sentirci fortunati per questa nostra democrazia, che a volte traballa, nel sentirci però anche europei e vicini al nostro prossimo d'oltreconfine (indipendentemente dal confine), vi prego andiamo a votare: siamo già contro la prossima guerra!

Sull'acqua: non so se sia meglio un gestore pubblico o uno privato. Di certo la legge di riferimento è lacunosa e poco chiara (quindi una riflessione comunque lo merita), e so per certo che già un ragionamento economico (di profitto specialmente) attorno a questo bene insostituibile, mi crea un disagio profondo.

domenica 5 giugno 2011

...l'arte s'è desta?

Che Vittorio Sgarbi sia un provocatore di mestiere penso sia chiaro a tutti. Se però riuscisse a dimenticarsene e facesse solo il critico d'arte, io credo potrebbe dare molti contributi al mondo dell'arte contemporanea. Il suo lavoro curatoriale per il Padiglione Italia ("L'arte non è cosa nostra") all'interno della 54. Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia (la Biennale) è uno di questi contributi importanti. Non perché abbia centrato appieno il proprio lavoro, ma perché ha creato un dibattito attorno ad esso: e il confronto dissonante è di certo matrice di crescita. Sgarbi ha proposto un "magazzino d'arte" fatto di opere affiancate e sovrapposte (un "caos" l'ha chiamato Gillo Dorfles, pur apprezzandone l'idea di fondo), mettendo fianco a fianco un numero impensabile di artisti rispetto le scelte curatoriali tipiche per una Biennale. Ha preferito far venire meno il pensiero forte, l'indirizzo diremo, a favore dell'oggetto, che in questo caso è davvero molteplice. Ha chiesto a molti, da lui considerati intellettuali, italiani di proporre un'artista e poi grazie all'allestimento di Benedetta Tagliabue li ha "mostrati". Insomma non ha scelto, non ha fatto il critico. Io diffido di questa "non scelta" e condivido quando Robert Storr dichiara di preferire "la riaffermazione della centralità della critica" (lui, d'altra parte, era direttore alla Biennale nel 2007 e non può oggi che affermare la bontà delle sue scelte di allora). Inoltre è ancora Dorfles a suggerire (cito queste note dall'articolo apparso sul Corriere della Sera a nome di Vincenzo Trione il giorno 04 giugno): "Mi sembra interessante l'idea di proporre un numero tanto elevato di voci: a Venezia non era mai accaduto. Eppure, non si è riusciti a rappresentare un clima. Non si sono suggerite tendenze, stili". In effetti, credo anch'io che questo sia il rischio, quello di non consegnare niente a chi guarda, al pubblico cioé. Non scegliere è in fondo non consegnare nulla alla tutela futura, non mettere sul piedistallo. Non affrontare il problema del ruolo della storia. Oggi, se guardiamo con interesse qualcosa che proviene dal passato, ovvero se diamo un "valore storico" a qualcosa, è perché qualcuno (la critica artistica ad esempio) ha saputo individuarvi un merito all'epoca e quindi successivamente, ovvero quando si è quindi scelto di proteggere quel qualcosa, oppure di "museizzarlo". Come Dorfles, anch'io resto perplesso. Poi Sgarbi non può tralasciare di essere Sgarbi, il provocatore, e quindi alla presentazione ufficiale del Padiglione ha sparato a zero sulle Soprintendenze che hanno concesso alcuni spazi (ad esempio la Basilica palladiana di San Giorgio ad Anish Kapoor, con il tramite del mecenate di turno, ovvero "Vogue Italia" e la sua direttrice Franca Sozzani; o una nicchia del Sansovino a Julian Schnabel al Correr) e soprattutto sul mondo della Moda: "La moda parla di maestri, ma se non hanno una K o una H nel nome, meglio se in fondo, non li espongono nemmeno". Sgarbi ce l'ha con questo mecenatismo fatto di interessi, fatto di profitti, così poco vicino alla cultura e forse più legato al "glamour" pubblicitario che ne consegue. Francesco Bonami spara a zero contro Sgarbi (sono due mondi della critica, i loro, che si muovono paralleli e che non si toccano, alla pari di quelli di Philippe Daverio e dello stesso Bonami, ecc.; ognuno di loro ha un orgoglio ferito e una lingua "ferente" e posizioni da curare, rapporti da sostenere). Lo fa anche Beatrice Trussardi, una delle "mecenati" chiamate in causa, che sottolinea come le fondazioni private siano riuscite a Milano, laddove le istituzioni pubbliche hanno fallito per decenni. E infatti i soldi corrono a Milano attorno al solito glamour, al raffinato che si sposa con il stucchevole, al "vuoto" che sostituisce "i pieni" del passato, dei padri della cultura artistica italiana: "Milano da bere", un tempo, "Milano da allestire", oggi. Attenzione, tutto questo va detto nella consapevolezza che senza i soldi non si fa nulla e i soldi pubblici, che magari ci sono, per la cultura sono sempre un pò più nascosti. Non spaventa il parere di Sgarbi sul ruolo invadente delle Fondazioni, nè il ruolo delle Fondazioni in sè: spiace che si possa e debba fare giusta dietrologia a fronte dei profitti e dei ritorni economici messi in campo, e soprattutto che questi non siano ritorni che avvantaggiano realmente l'ente pubblico, la collettività diremo, sancendo invece un'egemonia del denaro sulle scelte artistiche, svuotando spesso tali scelte di contenuti a favore della forma. Dispiace che l'ente pubblico sia costretto ad affidarsi obbligatoriamente al privato e non possa, per carenza di capacità, volontà o possibilità contrattuale, svolgere indirizzi autonomi. Spiace poi che il privato scelga e ribadisca il ruolo di ulteriori privati, i vari curatori o direttori, che specie in un mondo autoreferenziale qual'è quello dell'arte, approffittano del potere indiretto che hanno per incrementare il proprio orgoglio e la propria ambizione, che è spesso paritetica ad una pochezza etica proprio verso la "cosa pubblica". Si crea una specie di matrioska, tante scatole vuote che proteggono forme vuote, sino a ridursi nel nucleo all'oggetto di per se stesso, trascurando il fine vero, che è la crescita di un popolo, della sua consapevolezza. E così: Sgarbi accusa, Bonami accusa, Trussardi accusa e noi paghiamo. E non solo in termini monetari, bensì formativi.

(nella foto un'opera d'arte concettuale firmata dai miei muratori, idraulici ed elettricisti, dal titolo: Angolo cottura)

venerdì 3 giugno 2011

Cose che non mi piacciono

1° cosa: Venezia, 31 maggio 2011. A Punta della Dogana, nel museo d'arte contemporanea, gli studenti dello IUAV possono incontrare l'architetto giapponese Tadao Ando, uno dei maestri contemporanei, che proprio gli spazi della Dogana ha restaurato alcuni anni orsono. Partecipo a questo incontro, nella speranza che vi sia uno scambio di comunicazioni tra il professionista Ando e gli studenti, che di esperienze formative oggi più che mai hanno bisogno. L'incontro si tradurrà nella semplice dedica da parte dell'architetto giapponese delle monografie pubblicate in Italia sulla sua opera. Nessuno degli studenti (parecchi in realtà) accenna nemmeno l'interesse a fare delle domande all'autore, assiepandosi invece alla cassa per acquistare volumi costosissimi da farsi autografare (che poi io alla loro età tutti sti denari che ora gli studenti tranquillamente ostentano mica li avevo). Anch'io infine compro un volumetto da 10,00 euro e mi faccio fare lo schizzo autografo. Ando è sempre stato un architetto che ho stimato molto, un vero punto di riferimento. Ho sempre adorato la spiritualità che traspare dietro quei suoi muri in cemento lisciato, dietro l'uso della luce naturale che penetra negli spazi e li definisce. Ho sempre adorato quest'uso del muro costruito come atto di separazione netta tra edificato e paesaggio e al contempo come elemento di unione per il rimando del tutto mentale a ciò che nasconde e con il quale cerca un'ideale continuità. Ando fa architettura vera e lo fa con strumenti fisici possenti, ma completamente depotenziati nella loro collocazione nel paesaggio. Mentre alcune ragazze lo fotografano come fosse un cosplayer, dicendo "che carino!!!", l'autore sviluppa le sue dediche quasi fossero il frutto di una catena di montaggio, consegnando a ciascuno abbia dinanzi un volume accompagnandolo con un sonoro "HI!". Molto scenografico, molto samurai, molto teatrale. Provo a rompere il ghiaccio e a dare un senso all'incontro. Chiedo al suo assistente e traduttore (austero, quanto simpatico) se posso fare una domanda al "maestro". Mi risponde in inglese con un secco: "Non penso proprio!". Mi arrendo e mi metto nelle retrovie del gruppo dei fans. Guardo Tadao Ando, che chiede all'assistente del bookshop di scartare tutti i volumi a disposizione nel punto vendita, perché vuole dedicarli tutti, indipendentemente se qualcuno li compri o meno. Penso al ritorno commerciale di quell'operazione, a come autografare quei volumi significhi renderne impossibile la resa al distributore, portare all'esaurimento una tiratura. Ando è lì con la sua spiritualità e la sua cultura a fare il venditore porta a porta. Nel guardarlo ancora, un attimo prima di uscire dalla sala e abbandonare il museo, penso che non voglio diventare così. Non sono un grande progettista e nemmeno sarò mai un'archistar, ma ho rispetto per il significato di una professione. Sento infine una ragazza dire: "Che figo! Fare soldi solo per fare degli scarabocchi!". Ecco, appunto!
2° cosa: Aprono nel centro cittadino della mia città, in pieno centro storico una sala da gioco (slot machine e simili), un piccolo casinò, come viene presentato. Per pubblicizzarne l'inaugurazione, i titolari mandano in strada una quindicina di ragazze in divisa blu attillata, minigonna e calze a rete; tutte ragazze slovene, giovanissime, che solo in parte conoscono l'italiano, che si muovono in gruppo, si fanno apostrofare dai passanti, ridono beate dell'atteggiamento dei ragazzi più giovani e dei vecchi bavosi (ma travestiti da signori borghesi, cordiali, che si danno nell'occasione al baciamano o alla battuta sopraffina). Se volete chiamarmi moralista, bene lo accetto, ma a me che queste ragazze godano di questa loro situazione e che ciò costituisca pure un motivo di lavoro, a pubblicizzare poi quello che niente è se non una pericolosa mania (il gioco), a me, da buon moralista non va giù. E che la gente ne provi consapevole entusiasmo, mi fa terrore.
3° cosa: Al TG1 di oggi (03 giugno) delle 13.30, una giornalista (donna), ha commentato, durante un servizio la possibile fuoriuscita dalla direzione de l'Unità di Concita de Gregorio, conseguentemente a dei presunti cali di vendita che il servizio sottolinea, richiamando anche alcune fonti. Nel farlo ha sottolineato che probabilmente saranno alcuni colleghi (uomini) a succederle, interrogandosi quindi: "Chi si accollerà ora l'onere di rimettere i pantaloni al l'Unità?". Ecco, le "quote rosa" appunto!
4° cosa: Non mi piace che tutte le parole, oggi, appaiano come parole al vento!

P.S. La foto di Ando me l'ha mandata uno studente, si chiama Antonio e, pur non conoscendolo per nulla, lo ringrazio. Inoltre. Oggi non avrei voluto parlare di tutto questo, ma ieri (2 giugno) era anche il trentesimo anniversario dalla morte in un incidente stradale di Rino Gaetano. Mi ricordo la tristezza immensa che provai da ragazzo, nel sentire la notizia, mentre in auto con i miei, tornando da Ravenna, ascoltavamo l'autoradio, all'altezza del ponte lagunare di Chioggia. Adoravo Rino Gaetano e lo ascolto ancora di continuo. Le sue sembravano parole al vento, surreali, inutili, e invece non lo erano per nulla.

martedì 24 maggio 2011

Bob Dylan

Il 24 maggio 1941 nasceva a Duluth, Minnesota, Robert Allen Zimmerman, per tutti semplicemente Bob Dylan. Oggi Dylan compie 70 anni e io, che ho imparato ad apprezzarlo negli anni, sino a divenirne un fan, mentre anche i miei di anni, assieme ai suoi, incrementavano prima a 20, poi a 30, e quindi a 40, volevo oggi ricordarlo in queste pagine con una strofa di quella sua canzone che adoro, Ballad Of A Thin Man, scritta nel 1965 e ispirata non si sa bene a chi. Molti hanno individuato tra quelle righe un giornalista e quindi uso strumentalmente questi versi per ricordare, in questi giorni mediaticamente assurdi, alcuni dei giornalisti di oggi, dell'inutilità di quelli, allorché sono asserviti al potere, allorché si beano del parlare di cose in cui spesso non credono, senza uno spessore critico vero, senza alcun valore etico.

Because something is happening here
But you don’t know what it is
Do you, Mister Jones?

lunedì 23 maggio 2011

Dario Fo

Domenica 22 maggio ho avuto la fortuna di assistere all'incontro teatrale (non troverei termine migliore) che Dario Fo ha tenuto a Gorizia a chiusura del programma di e'Storia (Festival Internazionale della Storia). E' stato un incontro magnifico, per la grandezza dell'attore e dell'uomo. L'uomo Fo ha trasmesso, a fronte di posizioni che inevitabilmente possono apparire come estremiste ad alcuni, ma che tradotte nel linguaggio dell'allegoria del quotidiano riescono a farsi accettare con benevolenza, un messaggio etico e di speranza, che mi ha veramente commosso. Mi ha colpito come ha parlato dei giovani, del loro compito, della loro esigenza di comunicare, di trovare forme di espressione. Massimo Cirri, noto conduttore radiofonico, ha perso di fronte a Fo il suo ruolo di moderatore. Fo ha fatto tutto da solo: dopo un intervento bellissimo sul significato di "pace" espresso da Chiara Frugoni, ha rappresentato due sue messinscene, la prima sulla predominanza dell'uomo di cultura rispetto quella dell'eroe, raffrontando Atene e Sparta, l'una restata nella memoria della storia per il suo lascito artistico, l'altra persa nell'oblio del tempo nella sua costante ricerca dello scontro; la seconda nel racconto de "Il tumulto di Bologna" (dal "Fabulazzo osceno"). Poi ha chiamato i giovani sul palco e ha portato la sua riflessione che vi dicevo; infine ha chiesto a tutti di riflettere su quanto era stato sino a quell'istante espresso e quindi terminare lì. Quella conclusione, così poco scontata, così inadatta al momento, mi è sembrato un lascito da portar caro, che ha testimoniato la levatura di un premio Nobel. Nè gli organizzatori, nè Cirri hanno voluto proferire parola ulteriore. Il pubblico è esploso in una vera ovazione. Prima dell'inizio dell'incontro, Dario Fo, nell'aspettare che un altro ospite del festival completasse il proprio spazio, gironzola, con le sue gambe ormai fatte deboli dall'età (85 anni) nel giardino che ospita la rassegna goriziana. Seguito da lontano dalla gente che lo aspetta e lo riconosce, avvicinato da alcuni, si siede infine su di una panchina. E' su quella panchina che riesco a scambiare alcune battute con l'attore, sulle elezioni di questi giorni a Milano, a chiedergli un autografo. Lui è gentile a voler concedersi per una foto comune. Non avevo ancora assitito in quel momento all'incontro che seguirà, l'attore non mi aveva ancora divertito e l'uomo non mi aveva ancora fatto pensare. Nel rivedere a posteriori la foto che mi ritrae con lui, comprendo che resterà, a fronte di quanto ho visto e ascoltato, un ricordo importante. Mi sembra di capire meglio quella frase di Jorge Luis Borges quando nel riconoscere all'"individuo" una priorità tra le cose tangibili e intelleggibili, ricorda: "Sì, un individuo è più o meno reale, benché tutto questo sia ancora da verificare, ma in ogni caso è più reale delle generazioni, più reale delle nazioni, più reale di tutti gli "ismi"". E' per me questa una lezione etica superiore, con la quale filtrare il presente, le sue intolleranze e le sue idiosincrasie.

domenica 15 maggio 2011

Carte di identità

Giornata elettorale. Credo di voler votare e voterò per colui/colei a cui non ho sentito o non sentirò pronunciare nei propri "annunci" elettorali la parola "identità". Il "mantra" a cui sono stato costretto (e temo che lo sarò ancora per un pò, considerati i possibili ballottaggi) dice, più o meno: "Bisogna ritrovare l'identità perduta", oppure "Il cittadino è consapevole di aver perduto la propria identità". Non trovo molti documenti di identità sparsi nelle strade delle città che vado visitando o frequentando abitualmente. Riscontro situazioni edificanti, altre difficili da interpretare (diciamo ancora una volta "complesse", non nel senso di "problematiche", ma di sedimentate, ricche di giustapposizioni o sovrapposizioni), ma casi espliciti di carenza di identità, no! Anzi, al contrario, direi. Riscontro degli eccessi di radicamento, invece.

Ho sentito dire a qualcuno che l'affiancamento ad un marciapiede di una pista ciclabile può determinare una perdita di identità urbana; la perdita di una riconoscibilità morfologica della città e quindi di un conseguente senso di appartenenza. Mi sono chiesto, nel sentire ciò, immediatamente l'età dell'oratore. Supponiamo che l'identità di un candidato sindaco medio possa andare dai 30 ai 70 anni. Consideriamo poi che un'identità perduta implichi che la stessa ci sia un tempo stata e che un soggetto pensante l'abbia quindi verificata e riconosciuta; riflettiamo, infine, sul fatto che una persona possa maturare una propria coscienza civile (non un'educazione aprioristica, intendo, ma una presa di coscienza) e conseguentemente anche un senso di identità attorno ai 10-15 anni (sono approssimativamente ottimista) e che quindi esso sia andato sedimentandosi tra il 1955 e il 1995. Ovvio, che un sindaco che oggi ha 30 anni faccia riferimento ad una cultura civile e ad una riconoscibilità urbana diversa rispetto a chi ne ha 70. Ci si chiede, quindi: Quali sono i fattori che determinano l'identità in senso oggettivo? Quale identità è andata perduta? Ne esiste una migliore all'altra? Bho! E poi è possibile definire tutto ciò in maniera analitica? Bho!

Io credo che ciascun candidato abbia il dovere di esprimere una propria visione della città, di creare egli per primo degli indirizzi di processualità urbana ("sviluppo" è una parola che mi sta stretta, esattamente come "progresso") e quindi "civile", "sociale". Io credo che ognuno, desiderandolo, possa radicare dei sentimenti in un luogo, determinando un'identità nuova, o accrescendo il senso di una identità già presente dentro di sé, o dentro una collettività che potrebbe quindi ben rappresentare. E poi ci sono i valori, soggettivi, oggettivi, in cui ognuno crede o che insegnare o alimentare è necessariamente un dovere. Sono i valori etici, culturali, ecc.. E' un'identità nuova in cui un ragazzo potrebbe, crescendo, riconoscersi e che finirà per fare forse propria. La terrà come un dono, voltandosi un giorno, da adulto, e dicendo: "Dov'è andata?" E allora, forse, con maggiore consapevolezza di quanta ne abbiamo noi, dirà tra sé, alzando le spalle: "Bhé, avanti il prossimo! Sul marciapiede c'è ancora posto!" Potrebbe essere una strada meno animata da individualismi (anche quando nuove false "crociate" saranno annunciate in nome della collettività) e più propensa alla tolleranza.

E' una visione ottimistica, lo so, che alcuni non si sentiranno forse di condividere. E' però la solita storia del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Un signore, all'università, mi ha suggerito: Diffida della storia del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno! In natura il bicchiere esiste sempre e soltanto vuoto: quando ci vedi dentro qualcosa, allora vuol dire che è, oggettivamente, mezzo pieno!

Buon voto a tutti.