2° cosa: Aprono nel centro cittadino della mia città, in pieno centro storico una sala da gioco (slot machine e simili), un piccolo casinò, come viene presentato. Per pubblicizzarne l'inaugurazione, i titolari mandano in strada una quindicina di ragazze in divisa blu attillata, minigonna e calze a rete; tutte ragazze slovene, giovanissime, che solo in parte conoscono l'italiano, che si muovono in gruppo, si fanno apostrofare dai passanti, ridono beate dell'atteggiamento dei ragazzi più giovani e dei vecchi bavosi (ma travestiti da signori borghesi, cordiali, che si danno nell'occasione al baciamano o alla battuta sopraffina). Se volete chiamarmi moralista, bene lo accetto, ma a me che queste ragazze godano di questa loro situazione e che ciò costituisca pure un motivo di lavoro, a pubblicizzare poi quello che niente è se non una pericolosa mania (il gioco), a me, da buon moralista non va giù. E che la gente ne provi consapevole entusiasmo, mi fa terrore.
3° cosa: Al TG1 di oggi (03 giugno) delle 13.30, una giornalista (donna), ha commentato, durante un servizio la possibile fuoriuscita dalla direzione de l'Unità di Concita de Gregorio, conseguentemente a dei presunti cali di vendita che il servizio sottolinea, richiamando anche alcune fonti. Nel farlo ha sottolineato che probabilmente saranno alcuni colleghi (uomini) a succederle, interrogandosi quindi: "Chi si accollerà ora l'onere di rimettere i pantaloni al l'Unità?". Ecco, le "quote rosa" appunto!
4° cosa: Non mi piace che tutte le parole, oggi, appaiano come parole al vento!
P.S. La foto di Ando me l'ha mandata uno studente, si chiama Antonio e, pur non conoscendolo per nulla, lo ringrazio. Inoltre. Oggi non avrei voluto parlare di tutto questo, ma ieri (2 giugno) era anche il trentesimo anniversario dalla morte in un incidente stradale di Rino Gaetano. Mi ricordo la tristezza immensa che provai da ragazzo, nel sentire la notizia, mentre in auto con i miei, tornando da Ravenna, ascoltavamo l'autoradio, all'altezza del ponte lagunare di Chioggia. Adoravo Rino Gaetano e lo ascolto ancora di continuo. Le sue sembravano parole al vento, surreali, inutili, e invece non lo erano per nulla.
Devo dire, prima di scrivere il resto, che io sono un grande appassionato del cinema di Moretti. Conosco bene la sua filmografia, ho rivisto molte volte il suo lavoro. Anche la persona Moretti mi incuriosisce. In alcuni crea un senso di disagio e distanza, ma a me incuriosisce. E' una di quelle serate del tour di presentazione a cui ormai anche i registi più noti si devono sottoporre per garantire che i loro film restino in programmazione un pò più del solito (ovvero, nel caso di film italiani, salvo poche eccezioni di cassetta, più di un fine settimana). Moretti incontra il pubblico prima della proiezione, una manciata di minuti, ma sufficiente a garantire il pienone in sala. Mentre la fila finisce di entrare (e la fila è lunga e ci si mette un bel pò a smaltirla) senti dalla sala il fragoroso applauso che fa capire come l'incontro sia ormai al termine. Alcuni sono ancora sulle scale, mentre Moretti sta probabilmente rispondendo a qualche veloce domanda finale. Noi ci mettiamo comodamente seduti sul muretto che sta appena fuori dell'ingresso al cinema. Con noi ci sono due o tre gruppetti di persone. Saremo restati una decina di persone in tutto. Tra queste alcuni critici o pseudo-intellettuali che stanno discutendo sul taglio registico del film, sul significato di alcune battute. E' il mondo morettiano che parla di se stesso. Passano cinque minuti (sono le 21 e 20) e Moretti esce allegro e trionfante dall'ingresso principale. Lo trovo un pò ingrassato, un pò invecchiato: lo siamo anche noi. Si muove, riempiendo l'aria con parole e gesti, è un grande narcisista e si aspetta che qualcosa continui a succedere anche lì all'uscita. Lo accontento; è stato uno dei miei miti giovanili e quindi qualcosa gli devo. "Ciao Nanni! Ottimo film!"; "Grazie." Ci oltrepassa come fosse atteso da qualche altra parte. Poi si accorge che, oltrepassati noi, non ci sta pressoché nessuno. Gli corro in aiuto. "Posso farti una domanda?" Lui guarda altrove come se avesse delle cose da fare, poi si appende al mio amo, semivoltandosi. "Come?"; "Posso farti una domanda?"; "Eh, sì però...!" Si avvicina e io faccio lo stesso. Avevamo parlato poco prima tra di noi di questa lunga parte del film dove i cardinali in attesa del Papa, scomparso nella sua fuga di libertà e riflessione dal Vaticano, accettano di partecipare ad un torneo di pallavolo intercontinentale nel chiostro del Vaticano. Ognuno gioca come può. I campi sono preparati con maestria, ordinati come piccoli giardini all'italiana di stampo rinascimentale. I più scarsi nel gioco sono la componente dell'Oceania, la cui rappresentanza è di soli tre cardinali. Faranno un punto solo, suscitando una grande sorpresa e ovazione generale. Noi ci chiedevamo il significato di quella parte, se vi fosse un'allusione a qualcosa. Chiedo: "Senti Nanni, ma questa lunga scena delle partite a pallavolo, come si colloca nel contesto del film? Ha un significato "altro"?". Risponde più o meno (ne riprendo il senso): "Il film, non è un cruciverba! Sono scene che danno dimensione alle altre, senza un senso nascosto. Sono un respiro per il film.". Lo incalzo: "E quell'unico punto degli "Oceanici"? Nicchia con quel suo solito sorriso di chi sa la risposta: "Esiste una scena tagliata, dove uno dice (si riferisce alla povertà di mezzi della squadra dell'Oceania, e quindi alla sorpresa di quella segnatura), "..è la prova dell'esistenza di Dio!". Lo ringrazio, gli stringo la mano che intanto aveva tolto una penna dalla tasca, mentre il dito faceva schioccare nervosamente "l'aperto-chiuso" della stessa. Io però non gli chiederò l'autografo, come lui si aspetta. Lui si volta allora come per darsi alla folla restante, che consiste nell'occasione di tre signore sulla cinquantina, attempate nel fisico alquanto prosperoso, ma finto-giovani nell'abbigliamento. Una ha questi capelli colorati di rosso. E' quella che appella Moretti dicendogli "bravo di qui", bravo di là". Poi lancia una frase che ci stende tutti: "Sei stato il leitmotiv della nostra vita!". Moretti, che le ha già abbandonate con lo sguardo (ha questi occhi con queste pupille quasi scavate, profondissime, quasi da cieco, strane), fissa ora, con una smorfia riflessiva, lo spazio interplanetario e vuoto che sta tra noi e il gruppo delle fans-matrone. Cogli che dentro di sè sta ripensando a queste parole, che le sta immagazzinando per quello che sono, che lo spaventano, che significano tanto e forse anche troppo. Cogli una voragine in quell'istante.