Ieri 10 aprile 2015 è uscito in edicola il 50° volume della collana Mondadori dedicata a Ken Parker, personaggio illustre del fumetto italiano, di cui per vent'anni non si è avuto una seria traccia inedita. Ieri sera ho cenato e, forse come molti appassionati, ho letto d'un fiato l'episodio che conclude la serie. Avrei decine di cose da scrivere, da commentare, perlopiù contraddittorie, ma non voglio qui rovinare l'occasione di lettura a nessuno, anticipando trame e conclusioni. Anzi vorrei proprio non parlarne mai più. Invece vorrei evidenziare a fine lettura quanto segue, in maniera che risulti forte e chiaro, un sentimento che è anche una pietra tombale, direi: Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo mi stanno profondamente sulle scatole. So long!
sabato 11 aprile 2015
martedì 10 marzo 2015
Ritratto di un luogo
Ho avuto modo di trascorrere alcune ore con degli amici che non frequentavo da tempo, anche loro originari della città di Monfalcone. Sono da alcuni anni residenti in altre città italiane, sufficientemente lontane dalla Venezia Giulia da rendere speciale ogni occasione utile al vedersi. Nei racconti che si scambiano quando è da un pò che non ci si incontra e tra le facezie che si dice, perlopiù impreziosite dai ricordi (ricordare deve il suo significato dal latino re-cordàre, ovvero riportare nel cuore), ci possono stare anche dei momenti di riflessione. E' nato così per caso questo ritratto della mia/nostra città, che mi pare di poter condividere perché derivato da una somma di sentimenti per quello che è oggi (senza giudizi, solo per analisi), dalle memorie e dalle sensazioni del momento. Ecco qui.
"Questa città è luogo di condivisione di distanze. Ogni confronto è sede di puntualizzazioni, sul chi, da dove e per chi. Ciascuno è qui impegnato nella sua personale affermazione di un'isola mobile, che le correnti del pensiero spingono o trascinano a saldarsi in arcipelaghi. Tra ogni nucleo terroso scorrono canali sui quali non è mai semplice collocare dei ponti stabili. E' un insieme in movimento, nella ricerca continua di un equilibrio perdipiù insperato, poiché la fatica non si affranca, ripresentandosi così sempre diversa allo sforzo."
E' un ritratto privato e del tutto psicologico di un luogo, condiviso nella consapevolezza dell'oggi e riscontrato nella memoria di ieri.
(nell'immagine un disegno di Andrea Pazienza per Zut o per Tango, credo del 1986)
domenica 15 febbraio 2015
Con la fine dietro l'angolo
Mi sono sempre chiesto quale occasione porti uno a sentirsi improvvisamente vecchio (diciamo, inspessorito dentro a sufficienza da provare una certa stanchezza, ecco! Forse un pò inadatto a causa della piega presa dall'odierno). Poco fa, verso le 20.10, mi fermo con il telecomando su RAI 3, dove Fabio Fazio sta già impersonando la parte di quello che ha già vinto la partita, e presenta gli Afterhours. E Manuel Agnelli entra in studio cantanto "a cappella" prima di far partire le solite intellettualità musicali della sua band. E poco dopo Fazio gongola nell'essersi impossessato di anche quel pò di non ancora omologato che fino a ieri girava per l'Italia, senza ancora esserne condizionato dal pozzo senza fondo che è la sua trasmissione. E dieci minuti dopo si siede e fa entrare l'ospite successivo, che è Zerocalcare. Lo intervista, ovviamente divorandone la spontaneità, e infine comprandolo, invitandolo a tornare di sabato per parlare di Kobane, dopo l'uscita del suo reportage disegnato su Internazionale. Nel giro di un quarto d'ora, anni di ricerca personale, musicale e anche fumettistica, piallati dal tritatutto della retorica televisiva. Tutto frullato nel nome del soldo. E così, improvvisamente, mi sono sentito vecchio!
(Vorrei farvi notare che giorni fa ho visto in libreria un volume autobiografico di Jane Fonda con sulla copertina la fascietta risvoltata che diceva "ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa"...volevo piangere, ma c'era gente in giro...che non avrebbe di certo capito!)
domenica 8 febbraio 2015
Del fuori e del dentro
In questi giorni trovo degli spazi tra gli impegni del lavoro per permettermi di rilassare la mente, che invece come sempre lasciata libera si infiamma.
Si accende nel seguire le vicende intenazionali. Ho il desiderio di parlare di come stia vivendo con una certa apprensione questo infiammarsi dello scontro militare all'interno dell'Europa e quindi nel Medio Oriente, senza dimenticare l'Africa. Si muore in Ucraina e quindi a nord della Siria e poi in chissà quanti altri luoghi del mondo. L'azione diplomatica sembra sempre di più una proposta di "guerra fredda", mentre trovo disarmanti le parole di Francois Hollande che non rinuncia a pronunciare il termine "guerra" o di Angela Merkel, allorché parla di "escalation incontrollabile" dopo gli incontri con Putin. Ancora più sconcertanti le parole del comandante supremo della Nato, Breedlove, che, nonostante le stesse rassicurazioni non interventiste USA in Ucraina, avanza non senza ambiguità la possibilità di un intervento militare in Europa. E poi vi è la Giordania che ha tradotto nel sangue e nella ritorsione l'uccisione/esecuzione del pilota Muad Kasasbeh. Uno stato militarmente preparato, strumentalizzato dalla politica internazionale per porre argine al posto di questa agli ingiustificabili atti dell'Is. La strada è quella dell'annientamento, della barbarie che giustifica la barbarie. La strada è in salita, ma nasconde una discesa pericolosa. Il fuori è allarmante.
A teatro ho potuto riascoltare il 06 febbraio la splendida voce di Cristian Donà, ancora impegnata con il suo tour elettrico/acustico, dopo l'uscita nel 2014 del magnifico album Così vicini. Cristina mi ha abituato alla qualità e sembra che questa sia la sua strada, avendo scelto di ripubblicare dopo anni per una casa indipendente, la veneta Quibaselunga. Vi invito ad ascoltare almeno in rete il pezzo Il senso delle cose (http://www.cristinadona.it/video/)
per capire come lei sia forse l'unica vera cantautrice di caratura
internazionale in Italia. A Monfalcone ha presentato con Isabella Ragonese (non nascondo anche per quest'ultima molte simpatie artistiche) il reading Italian numbers con letture da Stefano Massini e Paolo Cognetti. E' la donna al centro della loro narrazione, svolta tra musica e parole contrapposte, la condizione femminile, la violenza fisca, a volte subita, che si vorrebbe poter dimenticare e che a volte non viene denunciata; la violenza psicologica (nel lavoro ad esempio), che spesso è promossa dalla società intera, non scevra di retaggi di un passato mai dimenticato da molti forse più per tornaconto sociale che per reale educazione personale. E' questo rappresentato a Monfalcone uno spettacolo non completo, che si percepisce come disunito tra le parti, fatto di sipari in sequenza, che la musica della Donà sorregge di continuo, premiata dal pubblico con applausi sinceri. Alla fine però qualcosa sa innescare e ci fa riconsiderare il nostro dentro, per permettere di leggerci meglio, per capire fino a quanto siamo diversi da coloro che spesso indichiamo come l'altro da noi. E ci specchiamo nelle cose e capiamo dove siamo, perchè sta nella comprensione dei limiti personali l'attendibilità di una proposta di pace, questa volta intima, ma interessando le relazioni umane al tempo stesso strutturale. Il dentro è spesso allarmante.
Appare in conclusione come il dentro non sia slegato dal fuori e come la piccola barbarie quotidiana sappia sempre sorreggere quella universale umana. E' un discorso "edilizio" infine. Le fondamenta sono sempre la cosa più importante.
(foto Eat Death, di Bruce Nauman, 1972)
martedì 27 gennaio 2015
Per Vincenzo Mollica
Vorrei oggi rendervi partecipi di questi pubblici auguri di buon compleanno a Vicenzo Mollica. Con il suo mestiere di giornalista RAI ha di certo impreziosito il nostro percorso umano con le proprie passioni, che coincidono per buona parte anche con le mie. Di Mollica mi piace il suo essere stato un tramite per molti di coloro che a memoria citiamo spesso come i maggiori rappresentanti della cultura degli ultimi cinquant'anni. Una storia la sua che parte negli anni '80, i "favolosi" anni '80, ma che portavano ancora tra le pieghe del tempo la forza culturale di un gruppo di geni impegnati nelle discipline artistiche più varie, e che hanno spesso intrecciato le proprie strade con il nostro: Fellini, Pratt, Pazienza, Mastroianni, Manara ecc., ecc.. Quei fautori di ricordi vissuti che un giorno Mollica mi disse non sarebbero mai usciti dalla stanza del privato, con un tacito impegno intimo a conservarli come propri. Un impegno il suo che mi parve allora come oggi voler e saper mantenere, lasciando i propri divertisment televisivi in pasto alla gente, e trattenendo la somma più preziosa delle esperienze fuggite nelle tasche di quel giacchino multitasche che di continuo ama indossare.
Questa sua etica mi affascina, e per quella ho qui voglia di omaggiarlo (lui abile sostenitore delle arti tutte senza bisogno di alcuna qualifica di "maggiore" o "minore") nel raggiungimento del suo 62° anno di età. Un saluto.
domenica 25 gennaio 2015
Speculazione
E' passata la sbornia mediatica dopo i fatti di Parigi. La gente ha smesso di vestire magliette griffate Je suis Charlie. E i gornali hanno rideterminato le proprie tirature rispetto i canoni pre-stragisti. I lettori hanno dimenticato di nuovo i martiri disegnatori, senza ammettere che stavano parlando di fumettisti. Molti hanno un piccolo libretto dalla copertina nera nello scaffale della libreria del proprio soggiorno, stampato da un colosso editoriale recuperando vignette a destra e sinistra nei social quotidiani. Tutto è ritornato com'era nell'orda barbarica dell'invasore comunicativo. E' stata raggiunta infine la giusta distanza per dire delle cose. La libertà di espressione piace, gode dei favori della critica, riceverà il premio Nobel per la pace! Io la sto esercitando in questo istante per dire che a me è dispiaciuto per le persone morte e per le loro famiglie, che infine risultano povera gente disperata e incredula dinanzi alla scomparsa, ma sinceramente di Charlie Hebdo me ne importava poco prima e così adesso. E' un gornale fatto di persone impegnate in un mestiere, consapevolmente, responsabilizzandosi per le proprie scelte. Sono scomparsi degli operai travolti da un carico e dei minatori in miniera e facevano il proprio lavoro e mi è spiaciuto allorché l'ho saputo, nello stesso identico modo. Peccato questi non avessero una folla di colleghi minatori capaci di disegnare per i quotidiani internazionali. Spiace che l'opinione pubblica resti sempre così alla mercé di tutto. Vorrei veramente capire quanti hanno provato un'emozione vera per quanto è successo, anche tra i parigini, diversa da quella che da sempre chiamiamo "paura per se stessi". Paura giustificata poiché là fuori in questo momento è un vero disastro di gente che si ammazza: per degli ideali, per delle ideologie, per dei fanatismi, per delle economie, per dei diritti, per delle questioni giuste, per delle questioni futili, ecc. ecc... ma si ammazzano! Una guerra infinita e immensa, grande un'intero giro della sfera terrestre, che degnamente celebra i cent'anni di quell'altra di un secolo fa, la prima mondiale. Se tracciassimo una mappa dell'odierno, resteremmo a terra con la faccia disperata tra le mani. Eppure bisogna proseguire, contribuendo ognuno con il proprio lavoro affinché questa umana avventura possa proseguire: chi disegnando, chi spalando la terra nei campi, chi progettando case. E questo sarà un fare etico e consapevole, senza dubbio degno per celebrare il presente, senza desideri comunicativi, senza bla e bla e bla, cinguettii, socialità network e salite sugli scudi. Chi vorrà speculare su quanto è successo (nel senso di speculazione filosofica intendo, ma vale anche nell'altro significato,,, anzi forse vale di più) potrà continuare a farlo, mentre la ruota gira e l'indifferenza riprende piede, attendendo nuove occasioni di sentimento collettivo, che purtroppo senza dubbio ci saranno.
(foto: Angelo Morbelli, Il Natale dei rimasti, 1903, particolare)
mercoledì 7 gennaio 2015
Please
Che cos'è un uomo, se la paura lo affligge? Che cosa resta di una società se la retorica ideologica la sovrasta? E' oggi il momento di porgere subito e reciprocamente l'altra guancia, per superare l'idea sottile che si stia vivendo una nuova guerra, e che si possa dunque agire di conseguenza. Paris, sont dans mes penseés!
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