martedì 14 settembre 2010

Corsi e rincorse

Oggi questo blog compie il suo primo compleanno.
La cosa più allarmante sta nel fatto che è già passato un anno.

Sono contento di non aver lasciato queste pagine a se stesse. Spero che qualcuno leggendomi si sia interessato, non a me (sarebbe un scarso risultato), ma agli argomenti che mi hanno stimolato apparendomi importanti, tanto da volerne (doverne) parlare.

A chi mi ha letto, grazie. A chi non mi ha letto, grazie.

Per festeggiare riporto una frase che ho scovato in didascalia ad una foto di Henri Cartier Bresson, in mostra a Palazzo Morpurgo a Udine in questi giorni.
Il commento è di Alain Jouffroy: "...non si fotografano che fantasmi. La Storia è un incubo da cui bisogna risvegliarsi, per inventarne un altro."

venerdì 10 settembre 2010

Umanesimo

Ho visitato a Trieste una piccola mostra di pittura (alla Sala Comunale d'Arte di piazza dell'Unità d'Italia). Il pittore è una persona che conosco, per essermi confrontato con lui durante il mio lavoro come architetto. Il pittore è un architetto. Si chiama Ruggero de Calò, nato a Trieste, classe 1954. La mostra è molto interessante. E' sicuramente una delle più significative esposizioni di lavori pittorici, nati da un architetto contemporaneo, mi sia capitato di vedere. Sono i suoi dei paesaggi. Nelle didascalie alle opere l'autore unisce spesso la nota Architectural a quella di Landscape. Architectural 2 landscape e Architectural-Iceberg (se non ricordo male) sono le due opere che mi hanno colpito maggiormente. Quando vedi degli architetti dipingere, l'"oggetto" viene sempre definito tramite rimandi diretti alla rappresentazione o alla composizione: la realtà urbana o l'immaginato progettuale (surrealista a volte, come per Massimo Scolari o Cantafora, lo stesso Aldo Rossi) vengono sempre ricondotti ad un piano descrittivo. Nei quadri di de Calò esiste una libertà completa nella rappresentazione del contesto paesaggistico, dove l'"architettura" diviene solo richiamo, per appartenere contemporaneamente al mondo dell'esistenza e della creazione: è una rappresentazione emotiva che coglie il momento della fusione delle cose, dove l'architettura non è ancora tale; sussiste come nota in un paesaggio, che però al contempo è già violato. E' una scelta pittorica resa all'interno di una cultura dell'informale e a volte espressionista, che dimostra di aver digerito parte della ricerca di un altro triestino, quel Nino Perizi scomparso nel 1994, la cui opera pittorica è sparsa negli edifici pubblici e privati di Trieste.
De Calò ha lavorato molto come architetto sul paesaggio e su restauro architettonico e urbano e la fusione a cui mi riferivo rende bene questa sua ricerca a far sì che il costruito, la sua fisicità, possa integrarsi, coesistendo, in perfetta simbiosi evolutiva con il contesto, spesso naturale.
Ciò che mi premeva qui sottolineare è però una nota contenuta nella presentazione della mostra che Marianna Accerboni regala all'autore nel volantino di comunicazione dell'esposizione. Dice: "...incarna (l'architetto-pittore) le qualità dell'architetto umanista, la cui professione contribuisce ad ampliare i suoi interessi verso molteplici aspetti creativi e culturali."
E' questa la condizione di architetto che apprezzo, a cui aspiro: la condizione di persona coinvolta e non estranea, viva e fremente e non frenata. Impegnata perché affascinata e di conseguenza capace di vedere e descrivere.
Credo che questi tempi abbiano bisogno di "umanesimo", naturalmente oltre ad una non ipocrita "umanità".

sabato 4 settembre 2010

Giochi e salvagenti

Il 1 settembre sono a Venezia perché ho un appuntamento in Università. Devo seguire una tesi di laurea, parlare con delle persone. E' una giornata strana dove sin dal mattino mi scontro con piccoli contrattempi, ritardi, ecc.. Mi rilasso solo quando sono in aula. Lascio però l'Università presto, già verso le tre di pomeriggio, perché in serata ho un appuntamento di lavoro. Sono in prossimità del ponte di Calatrava a Piazzale Roma, e quindi alla stazione per riprendere il treno, quando dallo studio mi chiamano per dirmi che l'appuntamento è saltato. Mi incazzo un pò per le corse che ho dovuto fare, per non essermi potuto godere meglio la giornata universitaria. Poi mi spunta in testa un'idea, che in realtà credo fosse una remota speranza, considerato la prontezza con cui ho aderito alla possibilità soppravvenuta. Collego rapidamente: 1 settembre - Venezia - Lido - inaugurazione mostra del cinema -vado! La macchina fotografica è sempre con me! Sono già in Piazzale Roma, monto sul traghetto e verso le 16.30 sono già al Lido in prossimità dell'area del Festival. Non sono molto organizzato visto l'improvvisata, non so che film vedere, che cosa fare. E' la prima giornata e i biglietti per i film principali sono praticamente esauriti e cari. Decido per il cazzeggio, per godermi l'atmosfera: giro tra gli stand, vado fino all'Hotel Excelsior, faccio un giretto per il lungomare, mangio qualcosa, mi informo con qualche giornalista e fotografo su chi ci sarà in passerella, compro di conseguenza alcune foto, alcune riproduzioni di locandine cinematografiche. Poi verso le 18.00 mi sistemo tra una piccola folla di fotografi e giapponesi urlanti, essendo ormai prossima la passerella principale. Arriva di tutto sul gran tappeto rosso: i vip. Sembrano dei mostri in realtà. I tacchi esagerati, i vestiti bellissimi e improbabili. Certe donne sembrano delle fate, altre delle streghe. La gente urla. Io mi sposto un pò, mi metto dietro un vecchietto. E' alto la metà di me, e mi assicurerà ottima visione della passerella per tutta la serata: ogni tanto porta alla bocca una caramella, suda tantissimo; temo gli venga un infarto da un momento all'altro. Non dirà una parola per tutto il tempo: sereno spettatore. Mi sistemo lì, facendo quindi amicizia con due operatori di Fashion TV, mi pare di aver capito. La confusione è parecchia. Gli operatori, uno con la cinepresa su treppiede e una con il gelato/microfono in mano, vogliono intervistare direttamente i "divi" durante la passerella: sono curioso.
Passa il mondo trash della TV, passa il mondo trash della bell'Italia nobile e politica. Fashion TV in parte funziona, non ci avrei mai scommesso; ogni tanto qualcuno si ferma e scambia alcune parole: passa Manuela Arcuri, quel mostro inguardabile di stucco e boriosità di Gabriel Garko, passa Lino Banfi (un comico vero, come si rivela, con quel giusto cocktail di estro e malinconia), passa Carlo Verdone (un impiegato delle poste, praticamente). Poi Carla Fracci (una mummia in carne e soprattutto ossa); Isabella Ragonese è straordinaria, fa la falsa vamp, atteggiandosi con humor davanti ai fotografi, ha il miglior sorriso che mi sia capitato di vedere in una persona. Passa Violante Placido: sembra una Madonna di Filippo Lippi, tanto è languida e solare al tempo stesso. Poi Margareth Madè, molto bella vista da vicino. Passa e si ferma quella balena di Simona Ventura, troppo rifatta in volto per ogni commento. Poi improvviso parte un coro da stadio: "Quentin! Quentin! Quentin!...". Sta passando Quentin Tarantino e la gente lo adora, non solo i ragazzi. Il regista è sorpreso dall'acclamazione e si getta a pesce verso gli spettatori, cioè noi. Fashion TV funziona. Tarantino si ferma, scambia alcune frasi con loro e con me, che non capisco niente di americano, (con tutti insomma, tranne che con il silente vecchietto): fa il gigione, l'estroso. Mi faccio autografare una foto della locandina di Pulp Fiction (poco prima ci avevo visto giusto comprandola!). Poi succede il casino: arrivano Natalie Portman e Vincent Cassel. La gente esplode. Io a quel punto mi ero dato una missione da compiere: far autografare una locandina di Ocean Twelve con l'immagine di Vincent Cassel. So che Alessia adora l'attore francese e quindi ci provo. Fashion TV non funziona. In compenso stavolta mi appoggio al vecchio, gli infilo un gomito in bocca (lui non dice nulla, sembra capire), mi estendo come un atleta di salto in alto, stile Fosbury, arrivando sino alla mano dell'attore, che prende la foto, la firma e me la restituisce. Incredibile ce l'avevo fatta! Scopro che mi sto divertento molto, con una buona dose di consapevole masochismo e di autoironia.
La passerella sta scemando e riesco a guardarmi intorno meglio. Vedo le ragazzine, per le quali gli autografi sono una conquista della quale a loro importa in realtà molto poco, un gioco insomma. Vedo alcune persone che con ironia scherzano su quella situazione naif che è la caccia all'autografo; vedo anche delle persone sofferte e sofferenti, che si disperano veramente per non essere riusciti ad averlo quel sgorbietto sulla carta. Vedo persone che vivono la cosa veramente male. Vedo la gente nella sua diversità: la gente che si diverte con distacco, quella che per un attimo ha la sensazione di aver condiviso una parte della celebrità, della fama, del successo di coloro che gli sono passati davanti. Provo una certa malinconia nel pensare a come questo protagonismo sia innato in noi, come sia un modo privato per vivere le difficoltà di tutti i giorni, per trovare da esso una parziale via di fuga dal quotidiano. Riconsidero la cosa e capisco le ragioni di ognuno. Sono contento di essere lì con tutti loro, di condividere quella festa, quella messa sociale, quel palliativo per i giorni anche tristi che spesso ci si presentano: quel ricordo che sarà poi un piccolo raggio di sole nella memoria a fronte di momenti anche bui. Vi racconterò un'altra volta, forse, della passerella degli attori giapponesi, del putiferio dei loro fan. Vi basti sapere che poi ho preso il battello, quando ormai faceva buio. Mi sono messo a poppa, all'aperto e mi sono goduto il mare scuro e l'aria fresca della laguna di notte.

sabato 28 agosto 2010

Confronti e autoscatti

Se c'è una persona che ha saputo con il suo disegno aprirmi la strada a quella che ancora oggi è una delle mie più grandi passioni, è certamente Giorgio Cavazzano.
Ebbi riscontro da un giornaletto trovato in soffitta che la prima lettura che feci delle sue storie sul settimanale Topolino risale al 1972. Lo testimonia un giornaletto dedicatomi in copertina a biro da mio nonno: è un ricordo nel ricordo, che tengo tra le cose più care. Per uno di quei strani casi della vita vi era all'interno la prima pubblicazione della storia di Rodolfo Cimino e Giorgio Cavazzano, Paperino e l'avventura sottomarina, con l'apparizione nel mondo Disney di Reginella. Probabilmente era destino che il fumetto e in particolare quell'autore si vincolassero a me, temo, per sempre.
Ho seguito con continuità, da allora, prima inconsciamente e poi consciamente l'attività dell'autore veneziano. Nel 1995 ho avuto l'occasione di conoscerlo per la prima volta: mi parve allora di vedere la Madonna! Nello stesso giorno conobbi Magnus e Moebius e fu quella forse la giornata più importante, fumettisticamente parlando, della mia vita. Nel 2003 a Giorgio dedicai con ARTeFUMETTO anche una mostra, a Monfalcone. Ho sempre collezionato e frequentato i suoi fumetti e le sue mostre.

Ieri, 27 agosto, si inaugurava, Tutto Cavazzano, una mostra che Mirano, la sua città di adozione, gli dedica fino al 19 ottobre. Organizzata dal comune e curata tra gli altri anche dal figlio di Giorgio è sicuramente uno delle pù importanti mostre regalate all'arte dell'autore. Essa è allestita nel parco di Mirano, negli edifici di villa Giustinian Morosini, della Barchessa e del Castelletto. Sono 420 pezzi in mostra, con molte curiosità, anche per me che ho molto frequentato negli anni l'arte di Cavazzano. Non potevo mancare alla cosa; andare da Giorgio è rendere omaggio alla sua arte, ma anche alla mia infanzia e alle mie passioni. E' per me una scoperta continua nel flusso dei ricordi. Quando rivedo Giorgio, in queste occasioni, lo ritrovo inevitabilmente invecchiato e rivedo all'istante gli anni che passano anche per me. E' diventato il suo lavoro quasi uno specchio della mia crescita da bambino ad adulto e, quindi, se entrambi avremo fortuna, a vecchio.
A presentare la serata era venuto, per l'occasione direttamente da Roma, anche Vincenzo Mollica, il giornalista che ha il merito di aver sostenuto da quasi tren'anni a questa parte l'arte del fumetto in Italia, dandogli anche una possibilità mediatica, attraverso le pubblicazioni e la televisione. Mollica l'avevo conosciuto già a Roma nel 2005. E' stato allora uno sfiorarsi in occasione di una mostra dedicata ad Andrea Pazienza. Con il beneficio dell'essere uno sconosciuto ho scambiato ieri con lui alcune chiacchiere. Nel parlargli così da vicino mi è passato un piccolo brivido lungo la schiena. Lo so è una cosa stupida, ma in quel frangente non riuscivo a dimenticare tutte le persone con il quale il giornalista aveva avuto modo di intrattenersi e di confrontarsi nella sua carriera. Mi sono reso conto, in quel momento, della sua, forse inconsapevole, responsabilità di chi si porta dietro un bagaglio testimoniale immenso, che difficilmente potrà, anche se ne troverà il tempo, riversare a terzi e che quindi sarà inevitabilmente in parte perduto. Per lunghi periodi Mollica ha frequentato e viaggiato con Federico Fellini, Hugo Pratt, Fabrizio De Andrè, Andrea Pazienza, Alda Merini: e credo possa bastare. Non per avergli garantito di diventare anche solo un decimo di quanto essi furono, ma, come dissi, per la memoria di quelli che si porta dietro. Queste cose ho avuto modo di dirle brevemente a Mollica. Poi mi è venuta la voglia di avere una foto con lui, quasi mi aspettassi apparissero nella foto anche le auree mitiche di quanti lui ha conosciuto. Un ragazzo mi ha chiesto se desideravo ci scattasse la foto. Gli ho risposto che preferivo farmi un autoscatto, per la sua genuinità, perchè mi pareva rendesse la cosa più personale. Mollica mi ha confidato: "Anch'io faccio sempre così!" Si è creato un attimo di simpatia tra di noi e un bel ricordo.
Poco dopo anche Giorgio mi ha riconosciuto; mi ha regalato una carezza vedendomi lì, venuto da lontano. Mi ha reso contento. Ci siamo fatti un autoscatto mentre si rideva delle cazzate che la gente e noi stessi si diceva in quel momento.
Ho conosciuto più tardi anche Alessandro Zemolin, l'inchiostratore storico di Cavazzano e suo vero alter-ego. Ho scambiato con lui alcune considerazioni. Si è parlato di come il segno di Giorgio risultasse sempre più lineare, più pulito nel tempo, alla ricerca di una sintesi sempre più evidente. Zemolin mi ha risposto una cosa strana, che non era riferita a Giorgio, ma più generica e interessante. Più o meno: "E' un mondo che va verso la sparizione!" Mi ha portato a riflettere.
Durante la presentazione della mostra Cavazzano era molto emozionato, la voce anche un pò rotta quando ha ringraziato e presentato il figlio. Mollica ha ricordato come avendogli Cavazzano regalato un alter-ego nel mondo Disney, Vincenzo Paperica, abbia lasciato detto di volere sulla propria lapide non una foto, ma quella di Paperica, con sotto scritto: "A Vincenzo Paperica, che tra gli umani fu Mollica".
Bene. Bella serata. Venata da alcuni momenti, come vi sarete resi conto, di nostalgia. Rivedo ora gli autoscatti fatti. Mi rivedo da fuori, in questi momenti di malinconica serenità. Mi serviranno, allorchè ne seguissero altri che forse potrebbero esserlo meno.

giovedì 26 agosto 2010

Piccole scatole emozionali n.5

L'appartamento della Grotta nel giardino di Palazzo Te di Giulio Romano a Mantova (1530): un esempio di decorazione parietale dell'intonaco. La grandezza artistica nella visione costruttiva dei nostri avi.

mercoledì 18 agosto 2010

Distrazioni ingiustificate

Quanto Cossiga si legge e si ascolta da queste parti, quanto passato; mentre basta girarsi appena e si scorgono otto milioni di pakistani in pericolo di morte.
Ma il giardino del vicino è sempre un pò più verde soltanto quando è verde, mentre in tale caso ha il colore marrone dell'acqua alluvionale.
Come sempre stiamo ad una finestra che diventa giorno dopo giorno sempre più esile.

sabato 14 agosto 2010

Le vacanze

Vi ho lasciato il giorno 3 agosto mentre facevo le valigie e mi ritrovo qui oggi a disfarle. Sono passati 11 giorni e mi pare al contempo uno spazio brevissimo e lunghissimo. Quest'anno sono stato in Svizzera, il cantone francese, Ginevra, il Vaud e poi fino a Basilea. Credo di aver accumulato una quantità di stimoli da poter occupare parecchi dei prossimi post. Vedremo se sarà così. Per ora voglio farvi una piccola sintesi del mio viaggio, come fosse una premessa per capire quanto scriverò prossimamente.
La sera del 3 agosto, valigie completate, decido di andare a sentire Patti Smith che canta a Grado. Già il fatto che il concerto sia qui a pochi chilometri da casa mi pare un buon motivo. Lo sarebbe anche solo per dare coraggio "economico" a chi organizza queste cose in queste terre sempre un pò ai margini delle cose. Il concerto comincia alle nove, c'è un temporale in arrivo e circa mezz'ora prima, mentre ascolto da lontano suonare un cantautore tarvisiano che ha il compito di aprire la serata, sto appollaiato sul muretto della diga, parlacchiando con Alessia del diluvio universale che credo sarebbe scoppiato fra poco. Vedo passarmi accanto Lenny Kay, il chitarrista storico di Patti Smith: lo riconosco dai cappelli lunghi e bianchi. Al suo fianco, con una maglietta con disegnato un teschio, la solita giacca lunga e abbondante e i soliti stivali, se ne sta Patti. Ci passa accanto, a circa due metri, si ferma a contemplare la spiaggia e il mare, a guardare il temporale che arriva. Si toglie gli stivali e anche Kay lo fa, poi scendono lungo l'arenile, camminano nell'acqua, si scattano delle foto tra loro.
Nessuno li riconosce e io e Alessia li guardiamo e decidiamo di continuare a fare gli spettatori e di non rovinare quel momento privato per chiedere una foto o un autografo come in realtà avrei la tentazione assoluta di fare. Scatto qualche foto al volo e mi piacciono così, per come sono venute, imperfette, sgranate, perché rendono bene la tenerezza di quel momento di due vecchi adulti bambini che giocano con amicizia tra loro (qui una foto in allegato).
Poi il concerto, imperfetto, con la pioggia che è lì per venire giù, ma non viene; con gli strumenti che non vanno e lei vecchia e scatenata e trascurata come sempre saluta e si sgola: un mito per me.

Poi il giorno dopo si parte, presto. Si visita il castello di Fenis, poi si raggiunge Aosta. Si visita un pò il centro che non avevo mai visto. Il giorno dopo, prima di partire vado al chiostro della Collegiata dei Santi Pietro e Orso. Qui convinco un architetto della Soprintendenza della regione Valle d'Aosta a farmi visitare gli affreschi ottoniani dell'anno 1000 d.c., nascosti nel sottotetto della navata della chiesa. Poi il traforo del Monte Bianco, Courmayer e poi Ginevra. Si dorme a Gex, in Francia. Il giorno dopo siamo a Losanna: il centro, la mostra di Zep, il disegnatore di Titeuf (un pò di fumetto ci vuole sempre), Ouchy, il lago, il museo olimpico. Poi in macchina fino a Chexbres, lungo i vigneti del Lavaux. Quindi Vevey dove è sepolto Chaplin e dove non trovo la Villa de Lac di Le Courbusier. Poi di ritorno ci si ferma a Nyon e quindi di nuovo Gex. Il giorno dopo è per Ginevra: il centro, la cattedrale, il palazzo dell'ONU, lo shopping. La sera, alle dieci, c'è la festa agostana di Ginevra, ci sono i fuochi d'artificio, bellissimi e lunghissimi sul lago, tra una folla immensa. Il giorno seguente siamo in viaggio, facciamo un casino per vedere la tomba di Audrey Hepburn a Tolochenaz. La troviamo per miracolo, grazie ad un ragazzo di Brescia. E' un luogo misero e al contempo bellissimo per l'umiltà che ne traspare (qui l'esterno del cimitero).

A mezzogiorno siamo a Yverdon-les-Bains visitiamo l'area che nel 2002 fu dell'Expo. Poi raggiungiamo l'area dei menhir: quasi una piccola Stonehenge. Poi ancora in viaggio fino a Neuchàtel, quindi fino a Basilea. Quando arrivo, parcheggio e attraverso, per raggiungere a piedi l'albergo, un piccolo parco vicino l'Università. E' domenica, sento un tango suonare e vedo quindi della gente imparare a ballare sotto un portico, così, in maniera privata, poetica. E' una scena di una pace assoluta. Penso, in quel momento, che passerò tutte le ore che dedicheremo a Basilea in quel parco, invece poi non ci tornerò più. La sera giriamo il centro con un silenzio irreale: è bellissimo.
Il giorno dopo sconfiniamo in Germania, visitiamo il Vitra, con il museo di Frank Gehry, il padiglioncino di Tadao Ando e lo shop della Vitra di Herzog & de Meuron. Poi si va alla Fondation Beyeler, progettata da Renzo Piano, che ospita tra l'altro una mostra incredibile di Basquiat: qui vedo l'uomo che cammina di Giacometti e ne resto incantato. Poi si gira in centro con le viette, i negozietti, la bellissima cattedrale. La sera mangiamo in Francia, in una brasserie, costa molto meno ed è a cinque chilometri soltanto dall'albergo.
Il giorno dopo visito il Kunstmuseum con l'impressionante carrellata di opere antiche e moderne: resto affascinato da un quadro di Lucas Cranach del 1500 e dall'Isola dei morti di Arnold Bòcklin. Poi vado al museo Tinguely di Mario Botta e mi lascio impressionare dalle fantasie robotiche dell'artista svizzero. Il pomeriggio vado alla Shaulager, di Herzog & de Meuron dove c'è la personale di Mattew Barney: gli spazi sono impressionanti, il minimalismo si sposa ad un gusto per la materia e per il particolare che mi entusiasma. Poi si torna in centro, prima vado a Sant Alban e quindi mi metto a disegnare in un giardino davanti al Reno: della gente si lancia nelle acque con delle boe gonfiabili, sono dei pazzi, ma sono molti.
La mattina riprendiamo l'autostrada verso Berna. Visitiamo il Centro Paul Klee di Renzo Piano. Qui c'è una mostra sull'evoluzione artistica di Picasso e Klee messe a confronto. Vedo quadri mai visti prima, specie di Klee e ne capisco solo in questa occasione la totale e assoluta grandezza. Scendiamo a Berna: il centro storico è splendido, saliamo sino al Kunstmuseum, che ospita anche il museo Albert Einstein. Scendiamo verso l'Italia, dormiamo in montagna a Panex, vicino a Villars, nella dependance di due vecchi sessantottini svizzero-italo-francesi, spannati come pochi. Si sta bene, è alta montagna, l'aria è freschissima: la sera alcuni cerbiatti ci tagliano la strada.
La mattina dopo andiamo a visitare il castello di Chillon e riviviamo un pò il mito romantico di Byron: è una visita lunghissima, ma molto didattica. Poi andiamo a mangiare a Montreux, visitiamo gli shop con le tracce passate di uno dei luoghi dedicati al jazz più famosi al mondo. E' strano, ma sul lungo lago capeggia solo la statua di Freddy Mercury dei Queen. Potrei comprare un cappellino autografato dal cantante per soli 1250 franchi svizzeri!! Le ore successive sono dedicate alla fine di un viaggio, al relax sul lago Lemano: Alessia legge un libro di Simenon e io disegno i passanti di fronte ad un the caldo. Poi verso pomeriggio tardo ci rimettiamo in auto e attraverso il traforo del Gran San Bernardo torniamo ad Aosta. E' sera tardi e decidiamo di dormire qui.
Il giorno successivo ci rimettiamo in auto con calma fino a Monfalcone, ci fermiamo qua e là, ce la prendiamo comoda. La sera siamo a casa e si decide di andare a Trieste a vedere il concerto dei Morcheeba in Piazza Unità. Il concerto, dedicato perlopiù all'ultimo lavoro Blood Like Limonade, è travolgente. Skye è bellissima con un vestito che non capisci se venuto fuori da un atelier italiano o da un mercato africano: molto optical-art direi. Dopo il concerto scambiamo alcune parole con Ross Godfrey, il chitarrista, più interessato a trovare da fumare che alla gente con cui parla.
Basta, finisce qui, passate le ferie, come dicevo brevissime. Meno male, altrimenti sarei morto!!