domenica 5 agosto 2018

Non necessariamente coerenti...grazie!

In questi mesi, forse come mai prima d'ora, vi è la sensazione di dover porre alla base di ogni riflessione una condizione di appartenenza, sia essa nazionale, identitaria o culturale in genere. Anche generazionale, direi. Ogni discorso ha sempre una premessa non detta (o non scritta), bensì sottesa, che parte da un tacito accordo di condizione tra ascoltatore (lettore) e argomentatore. Ciò non è un bene. Ogni affermazione o pensiero appaiono come svalutati nella loro proposta di ricerca, a favore di un esame di contesto. Tra i contesti possibili: l'appartenenza politica (gli ideali o l'ideologia), la geografia (da dove vengo) e naturalmente la narrazione storica proposta. Oggi è realmente tutto fondato su un confronto (scontro) tra narrazioni molteplici, perlopiù strumentali e funzionali a dei sottopensieri forti. Nell'epoca delle potenzialità infinite di espressione "democratica" (internet) vi è la sensazione di un condizionamento espressivo senza pari; e l'aspetto più inquietante è che esso appare soltanto in minima parte imposto, perlopiù autodeterminato invece, indossato cioè volontariamente a seguito di una sensazione di disagio nel non senrtirsi pienamente accettati culturalmente o adeguati ad una narrazione piuttosto che ad un'altra. Il desiderio più forte (un'esigenza, ormai), quindi, è di incoerenza al contesto e di libertà dal "se stessi", approfittando delle occasioni di sovrapposizione e apertura che ci vengono a volte proposte. Mescolare l'alto con il basso (a ripensarci per me è stato forse sempre così), il chiaro con lo scuro, le passioni di ieri con quelle di oggi, il leggero con il grave (scorgendo il grave dentro il leggero e viceversa) In questa prassi aiuta saper vivere le cose per quello che sono, senza cercare di giustificare ogni scelta o ogni pensiero. Questo lungo preambolo è anch'esso una giustificazione, probabilmente doverosa per far capire a chi legge le motivazioni che mi spingono a parlare di ciò che segue, ma al tempo stesso dimostrazione in solido di quanto vado stigmatizzando. Il messaggio insomma è: godiamoci l'entusiasmo per come arriva, mandando a quel paese la narrazione globale che lo sostiene. Se sapessi affrontare un pensiero verso le cose del mondo con tale "libertà", forse potrei anche superare il pregiudizio con cui guardo ad ogni cosa non mi appartenga: forse potrei anche capirne di più o meglio. Ecco perché nelle mie ricerche personali colgo il meglio, il meglio per me, non in assoluto, e non mi preoccupo di determinare ogni scelta con una razionalità di percorso (non è individualismo, ma rispetto e fiducia del percorso stesso che mi ha portato sin qui). Così non mi meraviglio se la notte del 27 luglio mi trovo a guardare con interesse e fotografare l'eclissi di luna (la più lunga del secolo, pensa un pò!), ma nel scorgerla, mi scopro a pensare solo all'immagine della luna disegnata da Naoki Urosawa in conclusione al suo manga capolavoro Billy Bat (20 volumi pubblicati in Italia dal 2011 ad oggi). 
la luna di Urosawa
Un fumetto per prendere coscienza di come anche i messaggi più retorici trovano un senso dinanzi alle tristi vicende del quotidiano e della Storia. Alla fine il messaggio di Urosawa (e del coproduttore della storia disegnata, Takashi Nagasaki) sembra essere quello della capacità di un "semplice" fumetto stampato (che sia su supporto cartaceo in questo caso non è fattore indifferente) di divenire strumento d'unione tra culture diverse, allorché veicolo di passioni condivise. Senza spoiler sotanziali, tra le tante cose di cui i volumi parlano, un soldato del 2063 perde ogni ragione di esistenza nella brutalità della distruzione totale che la guerra impone, ma trova conforto in quell'unica foto stampata su carta che conserva con cura; "anche se si memorizzano le foto (le mille e mille foto) in un hard disk", staccata la corrente non le puoi più vedere. Nel 2012 con Walter Chendi (autore anch'egli di fumetti) pubblicammo un volume di racconti (SessantaQuaranta, edito da ARTeFUMETTO) con delle premesse simili, e oggi pare che quanto scritto in quel contesto abbia ancora più senso. In sostanza si scriveva: un'immagine scelta criticamente, fissata su carta (la vecchia foto), sa rendere d'istante un piccolo mondo personale che le centinaia di foto digitali archiviate e mai più guardate non riescono a tradurre. La sovrapposizione delle cose (di immagini e di notizie) ci portano a distogliere il pensiero dall'obiettivo primario: non rinunciare mai alla propria umanità. E' questa in fondo anche la storia de "La valigia" di Sergej Dovlatov, che, per essere riempita dei ricordi di una vita, appare sempre troppo grande (anche se all'inizio non lo sapevamo), poiché sono realmente pochi gli oggetti che ci rappresentano e non sappiamo lasciarci indietro. E così, mentre finisco a malincuore Billy Bat, grazie a Dovlatov, ripenso al volume finale della trilogia di Jonas Fink di Vittorio Giardino. L'autore è stato nostro ospite nei mesi scorsi a Ronchi dei Legionari e a Trieste. Nel suo lungo romanzo a fumetti ci ha condotto tra le pieghe della storia contemporanea (la Cecoslovacchia prima e dopo la Primavera di Praga). 
Vittorio Giardino a Ronchi dei Legionari
La storia narrata alla fine parla semplicemente di un uomo, che prima di diventare adulto è stato bambino e quindi ragazzo. Un uomo però posto dinanzi a scelte difficili, quale, ad esempio, pensare alla propria libertà e sopravvivenza oppure combattere per degli ideali. Il mondo del fumetto non è ovviamente la realtà, ma a volte la narrazione è più vera della realtà stessa o perlomeno è più illuminante. Così alla fine la storia di Jonas sembra divenire un'occasione di riflessione su tutte le scuse che un uomo può costruirsi per garantirsi delle fughe dalla realtà. "Uno che scappa", Jonas Fink, ma non ho trovato molti personaggi così umanamente delineati nel fumetto di oggi, tanto che il fumetto di Giardino diventa quasi un saggio per un esame di autocoscienza. E la domanda è: cosa avrei fatto io al suo posto? Quante contraddizioni mi trovo continuamente ad affrontare? Quali sono infine sopportabili? Nel pormi la questione il pensiero va a Giovanni Lindo Ferretti, ex CCCP, ex CSI, ex PGR, oggi "allevatore di cavalli" e cantautore a tratti. Una figura controversa la sua e naturalmente scomoda, perché, come dice lui, "pronta a ragionare con la testa propria". Il tema della coerenza sembra porsi come centrale nel ricordare le sue prese di posizione che ai più sono sembrate contradditorie, specie quando il suo avvicinamento al cattolicesimo ha aperto a gesti e riflessioni discussi ed estremi. "Sempre fedeli alla linea, perché la linea non c'è", ricordiamo. La coerenza nell'incoerenza. La ricerca del prodotto nel continuo rifiuto del prodotto (è stato questo il percorso dei CCCP in fondo). Le sue molte affermazioni recenti: "Mi colpiscono quelli che mettono i cari all'ospizio per dedicarsi al Terzo Mondo".  Ferretti era ad Azzano Decimo (PN), sul palco della Festa della Musica, il 29 luglio. Abbiamo cantato e ballato molto, riascoltando canzoni bellissime, che solo con la sua voce recitante sembrano assumere senso. Da "Morire" ad "Emilia Paranoica", ma anche "Madre" (che dice molto di come l'uomo Ferretti avesse già manifestato artisticamente più volte, in tempi lontani, alcune delle "provocazioni" che saranno poi sottolineate da molti), sino al "salto" collettivo su "Spara Jurij". I CSI (Zamboni, e compagni) sono in tour in Italia con la loro musica splendida, ma senza Ferretti la vicenda CCCP e CSI non esiste, se non nella forma. Manca quella sostanza che l'incoerenza artistica dell'assente solo sa dare. Ho voluto scattare delle foto inquadrando il volto e gli occhi di Ferretti, per rileggere quel "logo" che siglava la copertina di Ko de Mondo, disco pubblicato nel 1994.
Giovanni Lindo Ferretti ad Azzano Decimo
Francesca Michielin a Lignano
E sono nati più o meno in quegli anni, mentre i CSI scrivevano la propria Storia e una parte della Storia della musica italiana, molti degli spettatori, tra i più anziani, presenti tra il pubblico del concerto di Francesca Michielin a Lignano Sabbiadoro (3 agosto). Ho chiesto ad alcuni di coloro che erano ad ascoltare con me Ferretti ad Azzano Decimo di accompagnarmi a Lignano. I loro sguardi imbarazzati (e soprattutto quel loro affermare una distanza "ideologica" da quel mondo musicale che proponevo) hanno alimentato il discorso fatto sin qui sulla coerenza e sulle giustificazioni al proprio pensiero (...la linea non c'è...). Considero Francesca Michielin (nata nel 1995, a proposito), una delle cantanti e autrici più interessanti della scena musicale italiana attuale (chi l'ascolta con attenzione coglie un linguaggio che è inevitabilmente proprio del suo tempo e una apertura musicale molto vasta). Dalle canzoni degli inizi scritte per lei da Elisa Toffoli, sino alla maturazione di una capacità propria, che si traduce durante il concerto in un atteggiamento sul palco di grande consapevolezza e talento (le immagini da me riprese a Lignano colgono sempre una concentrazione e una "distanza" di grande interesse fotografico). Quando il concerto finisce, una parte del pubblico (molti giovanissimi, ovviamente) si avvicina al palco. Lei esce con chitarra e tamburello e regala alcuni pezzi in versione acustica, cantati tra la gente. E' di certo complesso rinunciare alle retoriche con cui affrontiamo strade per noi sicure, rimestando all'infinito parole e linguaggi consueti. Provare a ruotare il foglio che abbiamo dinanzi, guardare la faccia che sta dietro, è un impegno sovrumano oltre che un gesto semplice. In un contesto di narrazioni facili, fatte di "bianco o nero" (alla lettera, direi), ripensare a se stessi dentro una molteplicità di percorsi possibili aiuta a darsi strumenti per affrontare senza pre-giudizi l'attualità. E' un atteggiamento formativo, tutto fatto di esperienze e quindi difficile (o impossibile) da insegnare o restituire a terzi, ma è pur sempre un dovere sociale non più rimandabile.

sabato 14 luglio 2018

Contenitori

Di certo la virtù principale degli italiani (specie quelli che di mestiere fanno i politici...che è poi qualcosa di diverso dal dire che sono politici di mestiere) non sembra essere sicuramente la riservatezza. Ho memoria di anni addietro con persone, soprattutto politici di mestiere o uomini di cultura, che facevano della discrezione un'arma importante del proprio percorso. Tutto questo sembra essersi perduto. Hai qualcosa che ti passa per la testa? Diciamo una strategia politica oppure un'idea importante o anche solo un'idea...bene, prima cosa la si dice a tutto il mondo, poi si ragiona su come "metterla in bella" e quindi portarla (forse) a sostanza. I mezzi aiutano, questi mezzi qui, su cui state leggendo, intendo. E poi i social, ci mancherebbe. Oggi ogni riserbo è sciolto, oggi si comunica. Si comunica chi si è e cosa si fa. Sempre e comunque. Infatti, pare ci si sia resi conto, anche e soprattutto in quel mondo lì, quello della politica intendo, che se fai anche la cosa più straordinaria del mondo, producendo risultati enormi e dall'impatto enorme, ma ti dimentichi di comunicarlo adeguatamente, ogni minuto del santo giorno che ti si pone davanti, il risultato è che poi la gente con il cavolo che ti vota! Al che si pone la questione se poi uno (il politico intendo) faccia le cose per senso civico, per dovere istituzionale o solo per essere votato, ma questo pare già essere un discorso che si colloca su una scala di pensiero più alta. Oggi il percorso è diritto: esisto, comunico che esisto, costruisco le condizioni perchè il fatto che io esista diventi fattore del quale tutti gli altri (i fruitori finali) sentano il bisogno di saperne di più, vengo votato (oppure il mio libro viene comprato, se vogliamo stare nel settore culturale ad esempio). Niente di nuovo, certo, saranno 40 anni che le cose funzionano così (se me lo chiedessero a freddo, quando rifletto su questa cosa penso a Malcolm Mclaren e Vivienne Westwood e al fenomeno punk), ma mi pare che oggi questa cosa si sia portata ad un livello più alto. Si è passato dal ruolo delle televisioni (tra la fine della Prima e l'inizio della cosiddetta Seconda Repubblica e poi a venire) al ruolo di Internet, però lo scalino ulteriore sembra stare non tanto nella gestione del consenso, ma nella gestione della percezione. Vi è una differenza? Secondo me sì e sta principalmente nel rapporto tra contenitore e contenuto. Un rapporto sempre meno diretto, più "evasivo", nel senso che spesso tra contenitore e contenuto non vi è mai una corrispondenza perfetta, perlomeno nel momento in cui la relazione si dovrebbe porre. Per farmi capire è come mettere un libro molto utile e di grande spessore letterario, alto soli 20 cm, in una libreria con lo scaffale alto 50 cm. E' uno spreco, certo, però il libro sembra starci molto comodo e alla fine questa comodità permette anche di sostituirlo quel libro, di trasformarlo in una dispensa più gonfia o più alta, che poi magari può anche avere contenuti più dozzinali o di scarso rilievo, però, insomma ci sta, e alla fine la libreria sembra anche meglio utilizzata. Sembra. Ecco, insomma, la comunicazione permette ciò, permette di passare un pò di polvere sulle cose e farcele sempre vedere in tremila posizioni diverse, tanto che alla fine non so bene nemmeno cosa mi venga mostrato. Però la parte importante del discorso non è tanto quella in cui qualcuno, consapevolmente, opera in questo modo e con questi fini, ma il fatto che alla fine il risultato c'è, ovvero, riprendendo il discorso iniziale, il voto arriva. E allora, c'è da chiedersi, anzi mi chiedo: ma non sarà mica colpa di noi "fruitori" (elettori) se questo meccanismo può esistere e alimentarsi a dismisura? O meglio: non saremo mica noi utenti finali, cioè cittadini votanti, a essere in "errore" (mi scuso, mi esce così, il termine "errore", perché non ne trovo un altro, vorrei dire "colpa", ma la vita è già così complessa che essere vittime più o meno inconsapevoli di una strategia non mi riesce di chiamarla "colpa")? Si badi bene non è comunque un errore di valutazione, nel senso che ciascuno può votare chi crede e promuovere il percorso che crede (benché etico, direi, e comunque nel rispetto dei diritti civili altrui, aggiungerei), ma una mancanza di impegno, di volontà a formare una propria opinione consapevole, di non definirsi soddisfatti del pensiero di chi ci affianca, anche quando è nostro amico o familiare. Insomma, di voler mettersi in gioco sempre, il che appare già, anche solo a scriverlo, una gran fatica, ma resta un viatico inevitabile se volessimo essere certi, sicuri, che il contenitore risulti realmente adeguato al contenuto (e viceversa), ovvero che l'aria che ci circonda non sia semplicemente "aria fritta". E quindi, direte? E quindi sono cavoli di tutti, ma già a prendere coscienza che non è semplice (e di certo non è semplicistico, da risolvere con una chiacchiera da bar, cioè) a me pare un risultato utile.
(foto: particolare da un fumetto di Jordi Bernet, copyright degli aventi diritto)

domenica 3 giugno 2018

Inciampando sulle radici

Se passassimo il nostro tempo a riflettere su quanto gli altri vogliono proporci come importante, finiremmo per perdere la capacità di ragionare sul fuori e sul dentro noi. Andrebbe persa quella capacità di meditazione sul sè, che mi pare invece possa servire ad affrontare con dignità la mediocrità dell'offerta del contesto. Non è una presa di consapevolezza in assenza di modestia, ma un bisogno di porre una distanza con le dinamiche ripetitive che la "questione socio-politica" attuale ci propone. Nei giorni in cui la suddetta questione andava prendendo una piega definitiva, tra richiami contrastanti di difesa e di interpretazione della Costituzione italiana, con salite sugli scudi e attacchi incerti all'operato del Presidente della Repubblica e infine con la nascita di un nuovo governo (tutto da verificare a posteriori nel suo operato e dal cui giudizio è opportuno sottrarsi, benché certe affermazioni, certi comportamenti mediatici mi lascino perplesso, in materia di diritti civili più che nelle scelte programmatiche, direi), io ho fatto un piccolo percorso di ricerca delle mie radici, più per confermarle che per scoprirne di nuove.
Così il 25 maggio ero a Ravenna, con Alessia e Gioia, a sondare la base culturale che ha portato alla costituzione dell'Associazione culturale ETRA, che tra qualche giorno inaugurerà il settimo anno di attività. In questo caso le radici da sodare erano in realtà ancora più profonde, perchè richiamavano proprio alla mia formazione di architetto-conservatore, grazie agli insegnamenti di Nullo (e in forma mediata alla collaborazione con Adriano), nonché al percorso professionale ormai pluriventennale. 
A Ravenna ho incontrato il pensiero e il lavoro di José Ignacio Linazasoro, che con le sue parole ha in realtà confermato una mia attitudine al ripensamento della materia della Storia: quella dell'architettura e quella fisica. Liliana Grassi, Sverre Fehn, Leon Battista Alberti e ovviamente altri. Il non metodo, la cultura della storia, l'intimo intreccio con i materiali della fabbrica quale superamento di una risposta esclusivamente tecnica. Niente di nuovo nel pensiero di Linazasoro, niente di originale, ma una riflessione spesso citazionista di confronto continuo tra cultura umanista e dato fisico.

Il 26 maggio ero a Bologna di passaggio e quindi poi a Roma (sembra un viatico scritto). Le radici qui stanno nelle rovine e nelle fabbriche antiche. Il dato materiale e compositivo del Teatro di Marcello, il suo essere "rovina", nel senso di qualcosa di non finito, continuato e da continuare nella contemporaneità delle epoche successive (castello fortificato, poi palazzo). Il travertino del Teatro di Marcello riutilizzato nella costruzione di Palazzo Venezia (edificio civile, residenza papale, sede istituzionale mussoliniana, oggi polo museale), dove alla sedimentazione dei materiali si sostituisce quella funzionale, evocativa di esperienze e lasciti. La luce che invade la volta del Pantheon, che ispirò inevitabilmente anche il vestibolo a lacunari di Palazzo Venezia (uno dei primi esempi di utilizzo del calcestruzzo seppure all'antica). All'Accademia Nazionale di San Luca (coincidenza quasi disturbante) incontro una piccola mostra dedicata all'esperienza triestina del Centro Arte Viva. La mostra, intitolata al lavoro di Gigetta Tamaro, raccoglie anche opere di Luciano Semerani, Enzo Cogno, Carlo de Incontrera, Aldo Rossi, Guido Cannella. E naturalmente di Miela Reina. Qui la radice si fa più forte, specialmente quando tra le opere incontro un suo quadro del 1968, "Prefigurazione di un avvenimento", che ho avuto per qualche settimana in casa, quando, con gli amici di ARTeFUMETTO, facemmo nel 2004 a Monfalcone una mostra collettiva, dedicata indirettamente anche a Miela. Le radici di un'esperienza. 
Accademia San Luca Roma 2018
Galleria d'Arte Contemporanea Monfalcone 2004
Poi girando per Roma, in via del Gesù, alla CArt Gallery, riscopro il lavoro di Will Eisner. Le sue tavole di Spirit sono appese alle pareti, assieme ad alcune opere inedite, favolose. Lo stimolo è forte e mi fa capire che non potrò in questo viaggio dimenticare di omaggiare il fumetto.
Il 27 maggio ero a Testaccio, all'ex Mattatoio. Qui si svolgeva una manifestazione importante sul fumetto, la quarta edizione di "ARF!". Molti autori, molte amicizie fatte durante il corso degli anni e qui ritrovate per un abbraccio o un saluto. Ritrovo Gipi (a Monfalcone nel 2003 e nel 2007 per ARTeFUMETTO, qui impegnato a liberarsi dell'onnipresente Bruno Luverà, pieno di libri e disegni omaggio offerti dagli editori, per "favorire" un passaggio su "Billy", la rubrica domenicale su RAI1), Barbucci (comprai a fine anni '90 una delle prime copie in edizione non ancora definitiva di Sky Doll, poi fu il diluvio, ma ci riconosciamo ancora), Zerocalcare (e gli amici di BAO Publishing) ,Zezelj (da Moreno, a Topolò, in molte occasioni con le sue performance). Incontro Bernet (finalmente un incontro sereno, senza collezionisti, senza code o simili, ma solo chiacchiere e qualche sketch omaggio), Valerio Schiti (disegnatore marvelliano lanciatissimo, che regala ad Ale un magnifico Rocket Raccoon). 
Durante un incontro, in diretta streaming (l'età non è stata molto buona con lui) Vincenzo Mollica racconta la sua esperienza in RAI: "Mi sono battuto tutta la vita per far assumere una dignità a questo medium, quello della letteratura disegnata...". E infatti è così, Vincenzo ha sicuramente aperto una strada, peraltro ancora tutta da ampliare, ma senza di lui ci sarebbe stato il nulla. Nel sentire la sua voce mi rendo conto che è ora di affrontare il vero motivo per cui sono passato ad ARF!. Volevo ancora una volta perdermi nei segni di Paz. Da qualche giorno si è inaugurata la mostra "Andrea Pazienza. Trent'anni senza". Andrea muore il 16 giugno 1988. Il suo lavoro dopo trent'anni fa ancora impressione. In mostra ci sono soprattutto tavole di fumetto, non le locandine o i quadri giovanili o altro, ma proprio i fumetti. Capisci tutto il suo lavoro guardando quelle tavole. Le sue riflessioni prima del segno, il ritocco. Col cavolo che buttava le cose lì di getto e basta! Sono lavori intramontabili. 
La voce di Mollica nel video che accompagna l'allestimento (garbato), racconta un percorso umano interessante, aneddoti conosciuti, ma anche aspetti utili per capire. Scelgo di scattare qualche foto, di non comprare nessun gadget, poster, volume o altro. Scelgo di ripensare a quanto questo lavoro faccia parte delle mie radici, per averlo approfondito tra il 2003 e il 2005 nell'occasione della mostra allestita a Monfalcone per ARTeFUMETTO, per riconoscere un percorso umano generazionale, che tra le righe è anche il mio.
Il 27 maggio, come detto, ero a Roma e scopro che è l'ultimo giorno per visitare la mostra "The Pink Floyd Exhibition. Their mortal remains". Evento epocale per chi ama la musica e non visitarlo sembrava un vero delitto. La mostra valeva realmente la pena per farsi un'idea su di un percorso umano e generazionale (dopo gli Ottanta e i Settanta di Pazienza, ecco i Sessanta: come frequentare all'incontrario tutta un'esistenza), oltre che musicale. Lettere, locandine, strumenti, allestimenti dai concerti (i maiali e le pecore gonfiabili, le invenzioni di The Wall), e naturalmente la musica, le parole, e i progetti. 
Ebbene sì, la mostra è soprattutto l'omaggio ad un pensiero prefigurativo, ad una visione progettuale (Roger Waters e Nick Mason iniziano studiando architettura), condotta con razionalità e capacità organizzativa. Ogni schizzo per i palchi, per le scene, per le copertine dei dischi, sviluppati con i progettisti loro collaboratori (architetti, ingegneri, designer) parlano il linguaggio della consapevolezza. Lo stesso MACRO di Roma, che ospita l'allestimento è un tempio dell'architettura contemporanea, progettato da Odile Deq. E' la sua un'architettura dell'effimero, della forma e delle geometrie, dove materia e funzione sembrano andare per binari diversi (non sai mai dove vai e perché ci vai). Non è la "bellezza utile" che Malacarne aveva ricordato parlando di Linazasoro solo due giorni prima. Vedere il MACRO dopo aver visitato il lavoro di Linazasoro ti permette di capire la differenza.
Il viaggio finiva qui, dopo la mostra dei Pink Floyd, e le radici sembravano raccordarsi. Tornando a casa, stanchissimo, rileggendo l'opuscoletto della mostra in ricordo di Gigetta Tamaro, scopro un piccolo scritto/memoria di Aldo Rossi del 1980, dove l'architetto ricordava la sua frequentazione di Arte Viva a Trieste: "Tutto questo è durato poco tempo ed è finito prima che si compisse; come la giovinezza anche se i veri giovani, come Miela (e Paz, potrei aggiungere), hanno la singolare virtù di morire prima. Non so cosa significhi prima; forse solo prima di essere stanchi". Le radici a volte rompono un pò le scatole.

martedì 1 maggio 2018

E non c'è niente da ridere

Ancora un Primo Maggio! Con un tempo incerto e un sole che fa fatica ad uscire e poi non esce proprio. Una breve passeggiata e alcuni commenti alle notizie di un quotidiano che parla di elezioni vinte e perse, infine un pranzo veloce. Ancora il Primo Maggio, il concerto televisivo romano, sindacale, ormai parte della tradizione italiana quanto il festival sanremese. I rapper nostrani, il lavoro, la percezione che i soldi manchino davvero, la sicurezza sul lavoro. E poi la retorica delle parole pronunciate, quelle dei cantanti e quelle dei presentatori, mentre un muratore (vero) improvvisato sta demolendo, alla faccia della sicurezza e delle parole, le ceramiche del bagno di un vicino di casa. Le parole dominano la scena di questo pomeriggio dal meteo incerto, che riflette il destino incerto del futuro di molti. Le parole vincono sui pensieri e sono più comode da affrontare. La gente canta, anche quando sul palco si ricordano gli Skiantos (...largo all'avanguardia, siete un pubblico di m....., applaudite per inerzia...), e riprende con i telefonini ogni emozione e le archivia nella propria memoria digitale, anche se non pare si vada fissando in quella il senso profondo delle parole percepite. E così, sicurezza, razzismo, dignità, occupazione, garanzie divengono cornici prive di tela, con il bianco del muro dietro. Così pare. Come pare che, alla fine, nella testa di ciascuno dei presenti si vada definendo lo sconcerto e il dramma principale, su cui tutti, credo stiano realmente riflettendo: "No! Mi si sta scaricando il telefono!" Mi pare opportuno dedicare una piccola lirica estemporanea, non ragionata, che possa proporre un punto di vista strabico su questi tempi ricchi di contenuti perlopiù ideali e simbolici, mascherati di parole. Eccola. "Tra le mille istanze che dal cuore traspaiono/ di certo ve ne è una che/ determina situazioni di affanno vero/ per l'impossibile correlazione equa,/ di livellazione verso il basso dei bisogni/ assoluti di chiunque attenda/ una connessione certa di qualcuno o qualcosa che cerca/ senza il bisogno di saperlo/ o il desiderio di rincorrerlo./ In te crediamo, prima di qualunque uno o cosa,/ e per fortuna esisti, data/ ...o presa (elettrica)!" Sul palco Canova canta: "...Io non voglio che tu fumi l'erba, perché l'erba ti fa ridere,... non c'è niente da ridere..." Appunto! SIGH! 

mercoledì 25 aprile 2018

Autobiografia

Alcune settimane fa un insegnante mi ha detto che non sapeva se l'attività culturale extrascolastica che gli stavo proponendo per essere sottoposta alla sua classe poteva andare bene o, meglio, andare cioè a buon fine. Perché, ha sottolineato, secondo lui io ero un idealista, mentre lui era una persona concreta, che mirava al risultato. Mi è parso di dovergli chiedere scusa, in quell'occasione, poiché non era mia intenzione instaurare un rapporto di collaborazione senza un obiettivo condiviso di praticità, che nel caso specifico doveva essere trasmettere qualcosa di formativo ai ragazzi. Dopo quel primo momento di smarrimento, in cui un insegnante di latino e greco, nella scuola contemporanea, indicava in me, un architetto che costruisce da oltre vent'anni le case, un idealista, mi sono chiesto (l'autocritica fa sempre bene) se non avesse ragione. Ho quindi pensato ai significati etimologici del termine "idèa", a quel loro rimandare al senso del "vedere" e quindi del "sapere" e del "conoscere", a l'essere un'idea in fondo l'immagine che nella mente di ciascuno ha un oggetto esteriore. Attorno a questa immagine primitiva si instaura un confronto tra altre immagini possibili, si costruiscono dei giudizi. In effetti se essere idealista può significare risultare portatore di un'idea, mi sono detto, forse lo sono realmente. Ho sempre costruito immagini nella mia mente del mondo esterno. A volte credo di averle ripulite anche un pò. Sfogliando poi il dizionario online della Treccani alla voce "idealista" ho trovato questo: idealista s. m. e f. e agg. [der. di ideale] (pl. m. -i). – 1. In filosofia, chi afferma, sostiene o segue le concezioni proprie dell’idealismo, nelle sue varie forme e manifestazioni: gli i. del sec. 19°; gli i. d’oltralpe; filosofo idealista. 2. a. Chi si propone un ideale e cerca di realizzarlo in pratica. b. Chi si attiene più a un modello ideale che alla realtà di fatto (opposto di realista o materialista), o ha comunque fede nella forza delle idee e nel valore dei principî ideali: in politica è un i.; uno scrittore idealista. c. Con senso limitativo, chi aspira a vaghe e astratte idealità senza appiglio con la realtà effettuale, e, per estens., persona che manca di senso pratico: tu sei sempre stato un i.; è troppo i. per poter fare carriera! 
Ho capito meglio che il docente, nel rivolgermi la sua "critica" voleva richiamare di certo la soluzione al punto "2.c.". Io, mentre lui parlava, avevo invece in mente inizialmente il punto "2.a" e quindi in forma definitiva la seconda parte del punto "2.b", ovvero "...ha comunque fede nella forza delle idee e nel valore dei principî ideali". Ebbene sì, santo cielo, aveva visto giusto, l'insegnante, sono un idealista! E non lo sapevo, fino ad oggi! Ho convissuto per decenni con me stesso senza sapere di avere fede nella forza delle idee e nel valore dei principi ideali! Con quest'"ombra" sul mio curriculum personale, per anni, ho costruito percorsi culturali, progettato edifici e luoghi, espresso pareri. Posso, quindi, guardarmi infine indietro e valutare a posteriori quanto prodotto; comprendere se la traduzione in pratica delle immagini che avevo prodotto di continuo nella mia mente degli oggetti esteriori risulti "priva di appiglio con la realtà effettuale", se, alla fine, "sono sempre stato troppo idealista per poter fare carriera!". Ebbene sì, temo sia così, sono probabilmente troppo idealista per poter fare carriera! Alla fine, preso coscienza di ciò, mi chiedo: "E quindi? Potrei rinunciare alle immagini, anche se strambe che la mia mente produce degli oggetti esterni? Potrei soprattutto rinunciare alla mia fede nella forza delle idee e nel valore dei principi ideali, soprattutto dei principi valoriali? Potrei farmi violenza per non percorrere un percorso etico nel solo obiettivo di fare carriera?". Chi mi conosce veramente ha già la sua risposta. Gli altri non mi conoscono veramente. Resta da capire cosa abbia determinato questo mio atteggiamento in parte, come abbiamo visto, stigmatizzato da molti, forse dai più. Se volessi mettere dei caposaldi alla mia formazione idealista, penserei ai miei nonni, alle loro narrazioni, alla loro storia personale. Loro non hanno mai fatto fatica ad enunciare con determinazione l'importanza evocativa di un giorno come questo in cui scrivo. Loro non hanno mai avuto nemmeno il bisogno di enunciarlo questo giorno, perché in fondo possiamo chiacchierare e chiacchierare, prenderci in giro, porre dei distinguo, ma siamo quello che siamo perché un tempo è successo quello che è successo. E oggi, ad esempio, ricordando tutto questo, me ne sto a casa dal lavoro con consapevolezza, per ridare forza a quei principi che fanno di me un idealista, che producono nella mia mente una sequenza chiara e continua di immagini degli oggetti che stanno là fuori e che mi permette di dare giudizi certi, di non confondere le narrazioni. E questa chiarezza mi permette in ogni momento di tradurre queste immagini in atti concreti, che poi qualcuno può leggere come tali o meno, ma lo sono senza ombra di dubbio alcuno.

lunedì 5 marzo 2018

A posteriori...




Non mi hanno sorpreso!

venerdì 2 marzo 2018

Una riflessione, con dedica

Appartieni ad un'epoca fino a quando decidi che non ti rappresenta più! E' questo il pensiero che mi sovviene adesso, nel venire a conoscenza della morte, oggi, di Gillo Dorfles. Non mi piace il termine "scomparsa", non rende merito ad un uomo che ha sempre desiderato esserci (non apparire, esserci). "Morte" è dunque un termine più appropriato. Di Dorfles mi è sempre interessata la sua curiosità, assoluta, sedimentata su una non convenzionalità disarmante. A volte è sufficiente un autografo rilasciato per comprendere il percorso di una persona. Quello che lui mi aveva concesso anni fa diceva molto di un linguaggio contestuale di cultura "alta" e "bassa", di interessi non esclusivi, di "fatti", ma anche di "fattoidi", per dirla alla sua maniera degli anni che furono. Il suo pensiero di critico, la sua reticenza verso il livellamento di gusti e costumi restano comunque un esempio. Mi piace pensare, mentre scrivo, che, non abbia voluto conoscere la conclusione della messinscena politica che si dipana in queste settimane su giornali e teleschermi. Forse ha voluto lasciarci un momento prima. Ancora una volta mi torna in testa Andrea Pazienza, quando con Marcello d'Angelo disegnava e scriveva: "Osservando la sua foto sulla tomba, mi chiesi se il cuore fosse davvero un muscolo involontario e se quella morte non fosse il segno di una resa invincibile (1983)". Chissà se a Dorfles questa considerazione sarebbe piaciuta. Nell'impossibilità della risposta ripenso ad un percorso culturale interrotto, poi, riguardo al nostro oggi e confidando in un rinnovato gesto non convenzionale, dico: "Coraggio italiani, nell'andare a votare, sorprendetemi!"