Se poi si volesse per un attimo abbandonare una certa integrità speculativa e lasciarsi portare dalle chiacchiere fini a se stesse, potremmo anche dedicare nuovamente tra queste pagine alcune note al mondo del fumetto. Limitiamoci al fumetto, ovvero quello di casa nostra., che poi ad allargare lo sguardo si sta poco. Cosa resta al giorno d'oggi del fumetto come possibilità linguistica autonomamente intesa, oltre le sterili discusisioni editoriali e soprattutto di mercato? Alcuni amici che stimo mi hanno ribadito che il fumetto, specie in Italia, è ormai morto. Io credo che se così fosse avremmo tutti perso un parente caro e importante per le nostre esistenze appassionate. Viene inoltre da ribadire: ma proprio oggi che pareva invece che anche i più scettici si stessero dedicando favorevolmente a questo medium così profondamente radicato nella cultura dei pochi? Di certo però un certo ammorbante odore funereo si leva nell'aria allorchè si frequentano le librerie specializzate, le edicole e le fiere di settore. I più invocano la crisi delle vendite (la parola crisi è un qualcosa che aiuta sempre a nascondere l'elefante dietro il dito) e del mercato globale. Nessuno che volesse semplicemente ammettere che si sta raschiando da alcuni anni il fondo al barile delle idee, e che l'attenzione che il fumetto sta vivendo da parte dei media e da parte di persone (critici, giornalisti, intellettuali) che sino ad alcuni anni fa storcevano il naso dinanzi alle storie disegnate non è che la trasposizione su di un altro "mondo" di un'aridità creativa che ha ormai raggiunto l'universo dell'arte globale. Non credo sia finita, ma non vi è di che stare sereni. Chi frequenta il fumetto con passione lo fa ormai per fattori indipendenti dalla qualità intrinseca del mezzo linguistico, indipendenti dal mezzo stesso. Possiamo elencare alcuni di questi fattori. Abitudine: chi ha sempre letto fumetti, e ha sviluppato un'affinità con quel linguaggio, cerca sempre nuove strade per evitare di ammettere che "la fine è nota". Nostalgia: chi ha idealizzato nel linguaggio fumetto l'apice espressivo, confondendo "lo stare bene" con "a quel tempo stavo bene". Tradizione: si confonde la cultura con la tradizione e quindi la cultura del fumetto con la frequentazione di situazioni imposte e controllate da un genius loci (rapporti di amicizia, frequentazioni abituali di persone e luoghi, es. la fumetteria, la fiera del fumetto, ecc.). Commercio: fumetto fa rima con progetto, ovvero la prefigurazione di un tornaconto riconducibile a quel mondo. Deresponsabilizzazione: è un mondo più semplice di quello esterno, con regole definite, il mondo esterno è invece complesso (implica la sicurezza nel fatto che lo status delle cose corra su binari privi di scambi e che le oscillazioni del fuori non incidano con il nostro progetto di vita). Bene: io credo che tutti, e dico tutti, cadano oggi all'interno di queste categorie. E il fatto triste è che la maggior parte di coloro che evitano di volerlo ammettere mentano in realtà perlopiù a se stessi. Il dato di fatto invece è che la crisi esiste ed è una crisi qualitativa. I fumetti che passano nelle librerie specializzate sono fatti spesso da figure inesperte, nate nel contesto delle scuole del fumetto nostrane e internazionali (che devono motivare di continuo il proprio ruolo) e mandate allo sbaraglio, o meglio a fare bottega direttamente nelle librerie, invece che nello studio di qualche maestro. Questi stessi autori, a meno di eccellenze sovranaturali, appesantiscono un mercato già pesantissimo, e di conseguenza fanno del male a tutti; e la colpa è degli editori, che comprendono che in un mercato con un calo di vendite esagerato e drogato dal fattore comunicazione mediatica, solo la novità continua paga (poco, ma paga), e dei librai che accettano acriticamente qualsiasi cosa pur di fare utili risicatissimi, se non coprire le sole spese. Ecco perchè oggi piacciono molto gli zombie: non siamo in fondo stati scaraventati davvero in quel mondo lì? Ed ecco perchè, oggi, benchè mi stia sforzando, non mi venga in mente qualcosa di letto negli ultimi tre mesi che mi abbia veramente colpito; no, qui non si tratta sempre di giocare alla complilation (i migliori dieci, e ci metto dentro sempre qualcosa per arrivare alla decina), ma di cercare di individuare di nuovo ciò che vale veramente la pena. E non basta neppure scavare negli archivi ristampati per farsi belli della propria memoria o della condivisione cieca con un qualsivoglia editore; nè tanto meno basta avanzare una qualche partigianità verso autori conosciuti personalmente o verso una propria autoreferenzialità intellettualistica. E così, mi guardo attorno e vedo che si stampa male, si stampa al limite dell'accettabile, oppure si stampa al di sopra dell'accettabile (vedi cose stra-cartonate e costosissime). Oppure vedo che si stampa quell'autore o quell'altro a seconda di giochi di scuderia editoriale (che brutto termine parlando di autori, che poi sono persone). Approfondiamo i temi: autobiografie, biografie, ristampe, zombie, violenze gratuite, vampiri, storie tratte dalla Storia contemporanea, dal fattuccio all'idoletto, storie dalla Storia alta, dal fatto noto a quello stranoto e niente più, ma condito in salsa testo e balloons, topolini e paperini sempre più disincantati, eroi popolari tutti di un pezzo per il sogno infinito, beforequalcosachegiàc'era, malvel che non capisci che cavolo si voglia dire almeno che non sia supereroe pure tu. Approfondiamo gli autori: giovani e intellettuali, giovani e vernacolari, giovani che accettano di farsi chiamare maestri, oppure che si definiscono tali da soli, giovani e punto, giovani che si ispirano ai vecchi e li fanno male o bene, ma comunque non creano nulla, vecchi santi e non arresisi, vecchi persi e purtroppo non arresisi. Approfondimento finale: e qualcuno bravo davvero resta a fare la muffa in casa o all'estero. Ecco qui, ed è stato come immaginavo parlacchiare del niente.
domenica 7 aprile 2013
mercoledì 27 marzo 2013
Parole non chiacchiere!
C'è stato un tempo in cui tutti desideravano parlare di politica. A volte desideravano anche "farla", la politica. Erano anni di ideologie e anche di idee, in alcuni casi portate all'estremo in contesti difficili da comprendere già allora. Anche il termine "parlare" appariva allora ai più con un significato diverso rispetto quello che oggi siamo abituati ad usare. "Parlare" non è "chiacchierare". Viviamo un mondo fluido (non liquido, lasciamo in pace Bauman, che altrimenti ne approfitta subito per alimentare il chiacchiericcio), in evoluzione. Tale è il livello del dinamismo, che ciascuno, anche i più preparati, faticano a seguire coscientemente le trasformazioni in atto. Non è nemmeno più un problema di omologazione postmoderna (ancora Bauman), bensì di tentare di elevarsi dal fluido, per respirare, direi. Questo impone continui scostamenti dal pensiero che ciascuno definisce su di sè, e produce continuo disorienatamento nella ricerca di un proprio ruolo e spazio, sociale o anche solo fisico. Le persone vivono oggi condizioni di crisi, ma per l'incapacità, del tutto comprensibile e umana, di sostenere il peso dell'oggi. Lo sfogo, che ci permette di sostenere la difficoltà specifica, si risolve non nella semplice alzata di spalle che i fatti perlopiù meriterebbero, ma in un atteggiamento voyeuristico, risolto nella chiacchiera. La chiacchiera non ha peso, si dissolve come l'acqua che filtra tra le mani. Ecco perchè oggi nessuno desidera "parlare" di politica, imporrebbe infatti concentrazione infinita. E il dinamismo delle cose è tale, che gli stessi politici faticano a ricondurre la chiacchiera alle parole. Infine risultiamo tutti vittime dei media, che ci offrono argomenti continui, disimpegni continui alla possibilità di raggiungere il centro dei singoli problemi. Non è la nostra una società del disimpegno, ma dell'annullamento nell'impegno, a seguire attoniti l'evoluzione dell'effimero. Ecco, quindi, che l'esperienza più proficua per coniugare disillusione e autoconvincimento di poter possedere un ruolo significante nel proprio tempo, è dato dalla critica. Cosa fa la "critica"? Bhe, critica!! Il critico è etimologicamente (dal greco) colui che "è esperto nel giudicare", ma anche colui che separa (sceglie appunto), che mette in crisi. Ma in un flusso in continuo divenire, come potrebbe maturare un'esperienza critica? Come potrebbe evolvere una consapevolezza? Ecco che anche il critico si adegua, si plasma all'oggetto del suo interesse. Il risultato è la totale assenza di metodo; la completa perdita di un ruolo. Oggi critico è chiunque; perchè la critica, perlopiù, come ricordava in un suo aforisma Oscar Wilde, "tanto nella sua più alta, che nella sua più bassa espressione, non è che una forma di autobiografia". Insomma, ciò che ci resta è parlarci addosso. Alzare una voce, per sentirsi bene, per avvolgersi in una calda coperta di Linus (la filosofia di Schulz!). Vi era un tempo in cui tutti desideravano parlare di politica. Oggi un pò tutti vorrebbero farla, per ragioni spesso economiche, ma non riuscendoci, allora preferiscono parlare d'altro: d'arte (e Picasso di qui, e Cattelan di là...), di fumetti (e il graphic novel di su e di giù), di musica (questa canzone ricorda quella di quell'altro e questa quest'altra ancora), di libri (il nuovo Calvino! il nuovo Borges!... ma per piacere!). Diceva Elvis Costello in una sua intervista (l'ho letto come citazione all'interno di un libro su Bruce Sprinsteen di non ricordo neppure chi) che "scrivere di musica è come suonare di architettura". Parole sante! E infine il chiacchiericcio aumenta e nessuno più "fa". Tutti parlano (scrivono), e nessuno fa! Tra i suoi significati il termine "fare" ha anche quello di "adattarsi". Fare potrebbe essere quindi anche utile, in questi tempi di crisi conclamata! Sarebbe bello che il mondo online, specialmente, questo mare magnum delle chiacchiere, a cui ora sto contribuendo, dimostrando di essere parte lesa di questi nostri tempi fluidi, potesse essere anche un mondo del fare. Oh certo, molti eccepiranno che online si muovono mondi, opinioni, si producono denari, si definiscono contatti e relazioni, ma spero che qualcuno possa andare oltre le proprie convinzioni, e provi a comprendere comunque quanto intenda dire.
domenica 17 marzo 2013
Del troppo che resta...
"Certe volte ho paura sai, di non cambiare più..." lo scriveva Luca Carboni in una sua canzone di ormai troppi anni fa. L'album era Persone silenziose. E' questa anche la mia paura principale oggi. Non la paura di non cambiare in quanto umano esposto alla naturale e personale evoluzione/involuzione psicologica determinata dalla crescita, ma la paura che ciò che quotidianamente si definisce nel mondo esterno non possa più avere una seconda possibilità di riflessione sulle scelte fatte e da fare. La velocità e il dinamismo con cui la Storia si definisce, un minuto dopo l'altro, mi atterrisce alquanto. La Storia non riflette su se stessa, non si crea o determina criticamente. Le cose succedono, anche quanto potrebbero succedere meglio o con maggiore qualità. Si crea così non un nucleo indistinto di accadimenti, infine solo una raccolta di nozioni scarsamente approfondite; si crea un'enciclopedia, di quelle grandi e inutili che arredano i soggiorni o gli studi delle nostre case (delle nostre case di un tempo, più che di oggi). Non è un caso che oggi sia internet il luogo privilegiato della cultura di massa. Niente assomiglia di più della rete ad una enciclopedia; e non è un caso che wikipedia rappresenti la scatola dei desideri per ogni nostra fame di conoscenza. E' quello un mondo ampio, che perlopiù ci potrebbe anche bastare; è un universo autoreferenziale che esprime ogni cosa assecondando l'aspirazione alla non-fatica. Basta un clic! Un doppio clic! Strumenti perfetti per un processo di decadenza nella sinusoidale non linearità della crescita temporale della Storia umana. Mi ha fatto sorridere venire a sapere oggi che il titolo della 55° Mostra Internazionale d'Arte alla Biennale di Venezia in apertura nel giugno a venire sarà Il Palazzo Enciclopedico, dal sogno utopistico di Marino Auriti, targato 1955 (i curatori d'arte sono geniali nella conoscenza di sogni e utopie, enciclopedici appunto) di una torre di 700 metri di altezza dove racchiudere tutto lo scibile umano (se Auriti fosse nato più tardi, avrebbe di certo auspicato qualche metro in più!). Perfetta la scelta del curatore Massimiliano Gioni (39 anni, e già bendisposto alle enciclopedie), perfetta per cogliere il nostro tempo, dove ogni cosa si accavalla, si giustappone, senza regole e prevalenze: quale miglior occasione per la critica per evitare per l'ennesima volta un'assunzione di responsabilità! Quale migliore occasione per poter giustificare ogni scelta con l'intenzionalità della "non scelta". Tutto va bene, tutto funziona, tutto può essere spiegato, basta non spiegare! E' l'apatia del nostro tempo, è l'enciclopedia del soggiorno: ogni anno ti arriva un nuovo volume, lo metti in fondo agli altri e ti senti un uomo adeguato ai tempi. E' però una fortuna, oggi, che la Storia abbia scelto di far funzionare così le cose: non ci sono così problemi a far star dentro quanto ci circonda. Le parole con la "S", "S" come "Stupidità"; oppure i temini con la "I", "I" come "Indolenza"; e anche quelli con la "C", "C" come "Cavoli propri", quelli che ognuno di noi si fa in barba all'interesse comune. Tutto torna, insomma, linguaggi perfetti, personaggi pubblici perfetti, mostre perfette, senso di responsabilità perfetto, e il tutto raccolto nel brodo enciclopedico perfetto in cui puoi nuotare "a stile libero", oppure "a dorso", o "a rana", senza paura alcuna, tanto è vischioso (leggi, corruttibile o corrotto) e impalpabile (leggi, privo di spessore) il tutto.
giovedì 28 febbraio 2013
Piccole scatole emozionali n. 13
Una lavagna scritta con il gesso. Quel gesso che quando lo tieni in mano ti sporca e ti rende le dita fastidiose. La fatica per compilare una lavagna. Le braccia che ti fanno male dopo un pò che ci stai scrivendo. La consapevolezza che i tuoi pensieri trascritti durano solo un istante, poi basta uno straccio a cancellarli. E, più in fondo, il ricordo di te in piedi con venti persone dietro le spalle che ti guardano mentre tu cerchi di ricordare la formula per completare una funzione matematica; e ti rendi conto che no, proprio non la ricordi, e allora ti viene il dubbio che forse il liceo scientifico non sia proprio il posto migliore dove stare se quella funzione proprio non ti sovviene; allora guardi a destra e vedi la porta, poi guardi a sinistra e vedi un adulto che ti guarda e non pare imbarazzato, ma anzi un pò di sadismo il suo sorriso lo eplicita. Così, poni il gesso sul davanzalino in legno che sta alla base del "mare nero" e alzi le mani, arrendendoti. Una goccia di sudore bagna appena la tua fronte ampia, poi cade. Tra il distacco della goccia e il suo spalmarsi a terra un tratto di vita lungo trent'anni.
venerdì 22 febbraio 2013
Canzoni stonate
Se scrivo su questo blog la parola "elezioni", aumento l'attenzione di chi mi legge? E' più utile esprimere un pensiero, anche se strampalato, oppure tenerselo dentro e trasformarlo in dubbio? Di questi giorni pre-elettorali non ci resterà a breve nulla in mente, perché le certezze dei più valgono molto meno dei dubbi dei pochi; inoltre la comunicazione tutto amplifica e tutto distrugge, nel breve tempo in cui i fatti accadono e si dimenticano. Ciò che è chiaro è che tra pochi giorni ancora una parte della storia italiana ci passerà vicino, assimilandosi al passato già scritto. Ancora una volta comprenderemo di aver aggiunto solo un foglio di testo nel libro sempre incompleto della Storia. La parola che più ho sentito in questi giorni svilenti è "lavoro". La Costituzione Italiana recita all'art.1, tra i Principi fondamentali: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". Nei discorsi della gente ritorna spesso il detto: "Il lavoro nobilità l'uomo". A margine: "manca il lavoro". Io credo che in queste ore pre-elettorali preferirei sentirmi dire: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro bene e adeguatamente remunerato"; e in calce: "Il lavoro pagato in maniera adeguata, nobilità l'uomo, e lo rende sereno". Infine: "il lavoro non manca, mentre mancano invece i soldi per far sì che il lavoro garantisca all'uomo una vita degna e onesta". E' incredibile come sia vasto il paniere delle parole a nostra disposizione e come basti una virgola mal posta per stravolgere il senso delle cose e trasformare una speranza in uno scioglilingua. Ed è incredibile quanta gente brava a scombinare le virgole ci sia in giro.
sabato 16 febbraio 2013
I comunicatori e me
Avete mai notato come tradurre un concetto, un semplice pensiero, in un testo produca un allontanamento involontario rispetto il centro stesso del suo senso. E' come se nel passaggio dal cervello alla mano vi fossero migliaia di filtri che distorcono il nucleo portante di una riflessione, sino ad arrivare al punto che nel rileggere la parola/frase/pagina appena scritta si ha la sensazione di averne perso la paternità. Non resta allora che guardare questa creatura da lontano, con distanza ed un certo smarrimento. E' solo dei comunicatori l'"arte" di saper superare questo ostacolo invisibile; quelli sanno tradurre a parole dette e scritte, con precisione, il centro del proprio pensiero. Sono i comunicatori "bestie" realmente rare, che inevitabilmente finiscono per essere onnipresenti ovunque e ricercati. Negli ultimi tempi mi è capitato di leggere varie cose di Maurizio Ferraris, da quelle divulgative che pubblica in allegato ai quotidiani, a quelle più prettamente personali e scientifiche, sino a suoi pensieri raccolti da altri durante conferenze o lezioni pubbliche. Un gran bel leggere, anche se le mancanze personali (mie intendo) inciampano a volte nell'ostacolo di un termine, che genera il dubbio a fronte di rimandi che imporrebbero ben altre attenzioni al pensiero filosofico contemporaneo in particolare. Così prendi uno di questi libriccini curati da Ferraris per il quotidiano la Repubblica e, nel riassunto del riassunto qui contenuto, trovi riflessioni molto interessanti, peraltro difficilmente raggiungibili se dovessi, da mero curioso, aspettare di avvicinarmi a tutti i testi e gli autori là citati. Così ho trovato molto interessante rileggere alcune cose dell'Hegel dell'Estetica, allorché scrive "non abbiamo più alcuna necessità di dare espressione a un contenuto nella forma dell'arte". Ecco, suggerisce Ferraris che l'opera d'arte perde la sua funzione di veicolo privilegiato per esprimere contenuti. Non è più l'arte a definire i nostri punti di vista sul mondo e anche su noi stessi. E Ferraris riprende Arthur C. Danto (quello de La trasfigurazione del banale, con la consapevolezza che basta un uomo che la consideri tale, perchè l'opera d'arte sia tale), allorché dice che "l'importanza storica dell'arte sta ormai solo nel fatto di rendere possibile e importante la filosofia dell'arte". Ancora da Hegel (da La fine dell'arte): l'arte "definitivamente vaporizzata in una nuvola di pensiero su se stessa". Insomma l'arte che non precede il pensiero, ma lo subisce: non prefigura, ma figura e basta: l'arte che non corre, ma si gode il divano. E poi, ancora dalle parole di Danto e di Ferraris, la fantastica comprensione dell'essere il museo cornice per l'opera d'arte e infine anch'esso centro dell'attrativa estetica al pari dell'opera; il museo che diventa per l'opera ciò che la chiesa è per la reliquia: da una parte ceri, santini, le tele o gli affreschi, le sculture, gli odori, dall'altra gli shop, con l'oggettistica reliquiale (matite, gomme, portachiavi marchiati) e le copie seriali figlie dell'"epoca della riproducibilità tecnica" di Walter Benjamin.
Cambio di scena, incontro lo scrittore (premio Bancarella 2009) e sceneggiatore televisivo, nonché criminologo, Donato Carrisi a Pordenone, dopo un incontro/comizio tenuto davanti un mucchio di studenti, da prima solo contenti per aver saltato l'ora di lezione e desiderosi di andarsene per i fatti propri al più presto, mentre più tardi saranno completamente assorti e incantati dalle parole del nostro; nel mezzo lui, che inizia dicendo che avrebbe finito quella comunicazione facendoci tutti cantare, e continua poi buttando sul piatto un suo presunto fatto personale (storie di uomini e donne) che avrebbe trovato conclusione solo parimenti all'incontro. Insomma, tre minuti tre di parole e una platea in mano. A Carrisi mi viene da dirgli nell'incontrarlo a margine che è un bravo comunicatore. Lui mi stringe la mano e ringrazia. Mi viene anche da aggiungere: "Non so, in realtà, se sia un complimento!" Mi ristringe la mano più forte e mi ringrazia di nuovo, ma per salutarmi. Per me Carrisi è un grande. Non so se sapete cosa significa tenere seduti duecento studenti in preda agli ormoni (lo facemmo una volta io e Giuseppe Palumbo, durante un incontro a Majano, e mi sembrò, allora, un miracolo), parlando di fatti di cronaca criminale, di storie, di tutto. Per me Ferraris è anche un grande, ha fatto il punto, in un libretto di neanche cento pagine dal titolo Arte. Perchè certe cose sono opere d'arte?, su temi che mi avrebbero costretto a riprendere letture importanti, difficili, che avrei poi dovuto correlare, con riflessioni critiche alte di cui forse sarei stato capace, ma forse anche no. Insomma eccomi qui, smontato nel pensiero di un testo e nel ricordo di un incontro; che hanno frustrato ampiamente le mie velleità e i miei entusiasmi nel fare ricerca in maniera autonoma, lasciandomi a bocca aperta, così come gli uccellini appena nati nel nido, a farmi imboccare passivamente e ingrassare. Odio la televisione per questo. Mi turba il web per questo. Perché entrambi non mi stimolano, ma mi permettono di tenere la bocca aperta e lasciare che le cose ci cadano dentro. E non sai se ciò che cade sia utile o "insidioso"; e non sai se la fatica che facevi da studente per scavare nei libri le cose e trascriverle, rimettendoci nel fisico per lo sforzo fatto, avessero a posteriori realmente un sapore amaro, invogliandoti a sputare. A volte il dolce inganna.
giovedì 24 gennaio 2013
La vita è troppo contemporanea
Interessante scoprire che molti abbiano letto il post precedente come un'affermazione di intenti e non abbiano colto (almeno in alcuni passaggi) una voluta ironia di fondo. Che sia l'abitudine a sentire cose campate in aria? Partendo da quelle note di fine anno si arriva a scriverne ora qualcun'altra per approfondire alcuni degli spunti evidenziati.
Partiamo da qui. Sapete che i cittadini degli Stati Uniti possono proporre delle petizioni sul sito della Casa Bianca e farle votare (leggi raccolta consensi) da altri cittadini? Tra queste interessante è la "petizione all'amministrazione Obama per garantire risorse e finanziamenti per l'inizio della costruzione della Morte Nera entro il 2016". Sì, la Morte Nera, quella di Star Wars di George Lucas! Le motivazioni della petizione sono (tradottemi da Alessia al volo): "Concentrando le risorse per la difesa in una piattaforma spaziale e in un sistema di armi come la Morte Nera, il governo può stimolare la creazione di posti di lavoro nei campi della costruzione, dell'ingegneria, dell'esplorazione spaziale e altri, e rafforzare la nostra difesa nazionale". Sono oltre 35.000 i firmatari della petizione a partire da primo, tale John D. di Longmont (Colorado). Ora in Italia a fronte di una petizione del genere il governo ci avrebbe mandati a quel paese, e infatti è successo per petizioni ben più importanti e concrete, oppure saremmo finiti su qualche settimanale, tipo L'Espresso o Panorama, nella pagina delle "curiosità"; invece sempre da sito ufficiale della Casa Bianca, la risposta è arrivata a fronte del numero importante di firmatari, da Paul Shawcross, capo della sezione Scienza e Spazio all'Ufficio di Management e Budget della Casa Bianca. Le risposte sono state tre, geniali: 1) La costruzione della Morte Nera è stata stimata più di 850 milioni di miliardi di dollari. Stiamo lavorando per ridurre il deficit, non per espanderlo; 2) L'amministrazione Obama non sostiene pianeti che esplodono; 3) Perché dovremmo spendere una quantità infinita di dollari dei contribuenti per una Morte Nera con il difetto fondamentale che potrebbe essere fatta esplodere da una navicella spaziale guidata da un solo uomo?.
Ora, queste risposte, sarcastiche, certo, nascondono però alcune verità: la stima del costo è stata fatta da un gruppo di studenti del Collage of Business and Economics della Lehigh University; qui gli studenti, come in altri contesti similari di studio americani, sono chiamati ad affrontare verifiche di stima, di fattibilità economica e di ricerca scientifica, anche su realtà assolutamente fantasiose, stimolando la ricerca e l'abitudine a svolgere considerazioni pratiche. Questa ricerca, apparentemente campata in aria, produce consapevolezze tecniche. produce indirettamente "innovazione" e "crescita". Vi invito ad andare nelle nostre rinomate università e verificare il livello della ricerca; a verificare la qualità della spesa nella ricerca. Vi invito poi a confrontarvi con il livello medio culturale tecnico-scientifico e umanistico degli studenti universitari italiani e poi, ma qui si cade nel banale, del ruolo che questi assumono nella società culturale e produttiva. Per capire ciò, basta entrare in alcune delle aziende italiane, quelle che magari producono anche per l'esportazione all'estero, che ne so, quelle a contratti prevalentemente metalmeccanico o chimico, che anche producono componenti di livello medio o medio/alto, e contare sulle dita, di una sola mano, il numero di laureati assunti. Bene, come possono queste realtà imprenditoriali, oggi in crisi di liquidità ecc., affrontare la sfida della crescita e soprattutto la sfida proposta dai politici per garantire la crescita per il tramite dell'"innovazione"? Come pensano di farlo? Affrontando l'"innovazione" con la sola esperienza operaia del tempo che fu, con format di archiviazione, di elaborazione e promozione che appartengono al mondo di "ieri"; con strategie manageriali del "taglia e incolla"? E' un problema che parte dall'istruzione, dalla scuola e dall'università, per il garantismo a cui è costretta la prima e per la finta cultura tecnica a cui si è destinata la seconda. Per l'assenza di cultura che accompagna la maggioranza del mondo imprenditoriale; non cultura scolastica, ma cultura intellettuale. Ma non è poi in fondo proprio questa cultura intellettuale, "umanistica" che l'università vuole indebolire e dimenticare? Provate a leggere i piani di studio delle facoltà italiane per informarvi su ciò. E' un circolo chiuso, dove tutto è lasciato alla chiacchiera da bar, al commento sulla partita di calcio, al ricordo della bistecca mangiata la sera prima e naturalmente bagnata della "cultura" del vino.
Un personaggio del libro "Cosmopolis" di Don Delillo (uscito in Italia nel 2003 per Einaudi e dal quale è stato poi tratto anche un film, non eccezionale, da David Cronerberg nel 2012), dice tra le righe una frase importante: "La vita è troppo contemporanea". Sì, è così, la vita vive troppo nell'oggi per affrontare con dovuta distanza, le questioni del presente. La vita rincorre, è la storia a trarre le conclusioni. Così è forse inutile sperare di affrontare nell'oggi la complessità contemporanea. Ci basti vivere, lasciandoci nelle mani dell'improvvisazione di chi ci confonde con presunte certezze.
P.S. Sapete quanti sono gli architetti negli Stati Uniti (cinquata stati e un distretto federale)? Sono 50.000. Sapete quanti architetti ci sono in Italia? Sono 150.000. Senza contare poi i geometri. Quindi: perchè oggi si fatica a lavorare in Italia?
Iscriviti a:
Post (Atom)



