martedì 12 luglio 2011

Piccole scatole emozionali n.8




Il rumore atmosferico del vento che scuote le foglie dei lecci nei boschi dell'Eremo delle Carceri sul Monte Subasio ad Assisi. Qui Francesco d'Assisi si ritirava con i suoi compagni, in contemplazione e solitudine a pregare Dio. Qui si trova l'albero dove si dice il futuro santo fosse solito benedire gli uccelli.
E' un'esperienza emotivamente possente. Si crea un transfer involontario tra storia e religione, tra vicenda umana, leggenda o fatto cristiano (a seconda di come ognuno la viva). E' nel ricordo del momento che mi torna in testa un pensiero di Michela Murgia, giovane scrittrice sarda, che, nel settembre 2010, alcuni giorni prima di vincere il premio Campiello con il suo bellissimo Accabadora (edito da Einaudi), invitata da una rivista (di cui mi sfugge il nome) a dare dei consigli ad un bambino non ancora nato, scriveva: "Impara a ridere di quello che fa inginocchiare gli altri. Che siano troni, fedi, portafogli o perfezioni, in ogni superlativo c'è un baratro."

domenica 3 luglio 2011

Ragazze

La casa parigina di Rue de Beautreillis, nel Marais, ha ospitato, quarant'anni fa, il 3 luglio 1971, per l'ultima volta Jim Douglas Morrison. La sua vita, si dice, sia finita in una vasca da bagno. Lo scoprì, ormai morto, si dice, la sua compagna Pamela Courson, che morirà tre anni dopo il 25 aprile 1974. La storia del cantante di The Doors è rappresentata dalla sua musica (ormai eterna) e in questo breve fatto di cronaca, che ne ha definito il mito. Solo la morte in giovane età e il mistero che l'avvolge è in grado di qualificare un mito; perché l'uomo ha bisogno di un confronto continuo con il mistero della morte per dispiegare la propria mente e i propri sentimenti. Se verifichiamo questi misteri, la maggior parte della volte, essi trovano una loro equivoca risposta nell'assunzione letale di droga. Ma ciò rende troppo debole e umano il mito e una morte banale non permette di riconoscersi nelle vicende retoriche. Ho visitato la prima volta il cimitero del Père Lachaise all'inizio degli anni '90, creo nel 1992, in agosto. Ero con un amico e abbiamo in quell'occasione giocato alla ricerca del mito. Jim Morrison, è sepolto lì. La sua tomba non è semplice da trovare, almeno in quell'epoca era poco segnalata, ma non sufficientemente da impedire, allora, un pellegrinaggio continuo. Io porto il ricordo di una ragazza dai capelli rosso-arancio, completamente vestita di nero con una specie di sottoveste a ricoprire i vestiti, nonostante il caldo afoso d'estate. Accendeva dei ceri e guarniva con piccoli fiori e con fare attento la tomba del cantante (una cordonata di pietra, cava al centro dove era piantato un piccolo arbusto, limitata su di un lato da un parallelepipedo di pietra con ancorata la targa commemorativa in bronzo). Guardai a lungo quella ragazza, che infine si voltò per permettermi di notare le lacrime che rovinavano un trucco pesante. Gli scattai una foto con una macchinetta a pellicola usa e getta. E' una foto che amo molto, che ripenso ogni volta sento qualcuno prendersi gioco dell'affetto di un fan per il proprio cantante preferito, per un proprio "mito", qualunque esso sia. Nel 2005, durante l'allestimento di una nostra mostra dedicata ad Andrea Pazienza a Monfalcone, in una sala veniva proiettato in continuo un filmato con le immagini del disegnatore, che parlava o raccontava il suo rapporto con il mondo di allora. Mi ricordo che mentre facevo da custode alla mostra, una ragazza si era seduta, da sola, dinanzi al video; lo guardò per un bel pezzo, poi la sentii singhiozzare, con il rumore amplificato dalle stanze in quel momento vuote e risonanti, e la sentii rivolgersi al Paz, che stava parlando dal video delle sue storie di droga, con un sentito e ripetuto: "Stupido! Stupido!". La cosa mi toccò molto. Avevo conosciuto alcuni anni priva della mia visita parigina un'altra ragazza, giocando con lei e altri amici a pallavolo in spiaggia a Monfalcone. Una sera, seduti al bar lei mi aveva confessato di non riuscire a dormire dei sonni tranquilli. Faceva dei sogni ripetuti e in particolare sognava Jim Morrison ancora vivo: che il suo spirito vagante (non uno spettro, badate, ma la sua immagine reale trasportata nell'etere!!) gli svelava ogni tanto, di notte, delle vicende raccapriccianti, che la ragazza non voleva raccontare nei particolari, per non spaventarmi, diceva. Una volta, nel parlarne, mi capitò di vederla piangere e ne fui alquanto impressionato. Aveva un'amica che, in quel finale degli anni '80, si incideva le braccia con una lametta, a prodursi dei tatuaggi primordiali. Interessanti quegli anni. Sono tornato ancora al Père Lachaise anni dopo nel 2004, per visitare altre tombe, perché gli interessi cambiano; ho scattato ancora qualche foto a quella di Jim Morrison (più disadorna, più abbandonata e meno frequentata di come la ricordavo) e non vi nascondo che mi piacerebbe visitarla ora, nella data del quarantennale della sua morte, per comprendere come cambino i sentimenti della gente, come si modifichino i loro atteggiamenti verso le cose che ci circondano. Della visita del 2004 ricordo in particolare, oltre alla tomba di Oscar Wilde, quella di un'altra ragazza, le cui vicende mi hanno da sempre molto colpito. Ripenso ora come fosse anche lei vittima di un amore e dei tempi, e noto dei parallelismi con la storia di Morrison e la sua Pamela. La tomba era quella di Jeanne Hébuterne, compagna di Amedeo Modigliani. Modigliani muore il 24 gennaio 1920. Jeanne, incinta, si suicida, lanciandosi dalla finestra di un appartamento al quinto piano, morendo sul colpo. Mi piacque molto allora quell'epitaffio, scritto sulla sua tomba (le sue spoglie furono trasferite lì, accanto al suo compagno di sempre, solo nel 1930, poiché la sua famiglia prima di allora non lo aveva concesso):"Di Amedeo Modigliani compagna devota fino all'estremo sacrificio". Le passioni umane scrivono quotidianamente nuove storie.

domenica 26 giugno 2011

Piccole scatole emozionali n.7

I riflessi del sole pomeridiano d'estate sul mare increspato dal vento, nel molo tra l'Acquario e la Stazione Marittima di Trieste. Un cono gelato stracciatella e nocciola seduto su una bitta, mentre altre persone stanno aspettando e invece tu vuoi prenderti dieci minuti per te e decidi che in fondo poi queste altre persone possono anche aspettare e forse volerti bene lo stesso. Anzi. E poi scoprire che è proprio così.

lunedì 20 giugno 2011

Addii mentali

La storia della E-Street band finisce in questi giorni con la morte di Clarence Clemons, avvenuta il giorno 18 giugno (la stampa ne riporta notizia oggi). Sul sito ufficiale di Bruce Springsteen il cantautore americano fa scrivere queste sue parole:"Clarence lived a wonderful life. He carried within him a love of people that made them love him. He created a wondrous and extended family. He loved the saxophone, loved our fans and gave everything he had every night he stepped on stage. His loss is immeasurable and we are honored and thankful to have known him and had the opportunity to stand beside him for nearly forty years. He was my great friend, my partner, and with Clarence at my side, my band and I were able to tell a story far deeper than those simply contained in our music. His life, his memory, and his love will live on in that story and in our band." Come sempre, quando muore un nostro piccolo o grande idolo (e noi umani, per sopravvivenza credo, siamo bravissimi a crearne di continuo), ci sembra la cosa porti con sè un vuoto profondo. Ma a noi, estimatori distanti, mancherà solo la superficie, mentre per qualcun'altro si tratterà di una prova ben più greve. Springsteen canterà ancora e dai solchi dei suoi dischi Clemons suonerà per sempre, ma nella vita del cantautore qualcosa non sarà veramente più uguale a se stessa. Rispetto questo dolore che sporca appena, di un languore nostalgico, il ricordo della mia giovinezza e dei giorni quando anch'io urlavo: "But till then tramps like us baby we were born to run..."!

lunedì 13 giugno 2011

Quorum!

Olè, il pranzo è servito.
Lo so, sarà infantile...ma sono contento!
(la foto è di Keiko Ichiguchi, e questa scelta non è casuale. Ciao Keiko!)

mercoledì 8 giugno 2011

Restiamo sul "pezzo"

Ho letto da qualche parte (e non riesco veramente a ricordare dove, lo giuro!, forse era un graffito) una frase, che diceva: "Sono già contro la prossima guerra". E' questo grido preventivo, a sembrarmi oggi l'arma migliore. Non mi pare il caso di affrontare sempre le cose quando ormai l'onda ci sommerge e noi stiamo annaspando a fatica. Per questo andrò a votare e voterò Sì, Sì, Sì a questo referendum, sui tre quesiti inerenti il nucleare e l'acqua, sperando che il quorum venga raggiunto. Per il quarto quesito, sul legittimo impedimento, voterò comunque, ma senza dirvi come, poiché ognuno è corretto possa rimettersi al proprio sentire culturale e politico.

Il discorso sul nucleare non è una questione prettamente italiana: in un'Europa senza confini, non possiamo limitarci al votare per dire no alle centrali in Italia. Non possiamo fare una riflessione limitata al "quartiere". Il nostro rifiuto al nucleare in Italia è un atto che deve valere indirettamente a tutela di tutti i paesi europei (e non solo), anche di quei paesi dove magari, al momento dell'adozione di una politica nucleare, un'opportunità referendaria forse non era stata concessa. Inoltre, se oggi a due passi da noi, in Slovenia, ci troviamo una centrale nucleare di vecchia generazione, senza che qualcuno si sia preoccupato di valutarne le conseguenze anche per Trieste, anche per Venezia, ecc., a me non sembra che questo costituisca una scusa per ricambiare il fardello. Nel sentirci fortunati per questa nostra democrazia, che a volte traballa, nel sentirci però anche europei e vicini al nostro prossimo d'oltreconfine (indipendentemente dal confine), vi prego andiamo a votare: siamo già contro la prossima guerra!

Sull'acqua: non so se sia meglio un gestore pubblico o uno privato. Di certo la legge di riferimento è lacunosa e poco chiara (quindi una riflessione comunque lo merita), e so per certo che già un ragionamento economico (di profitto specialmente) attorno a questo bene insostituibile, mi crea un disagio profondo.

domenica 5 giugno 2011

...l'arte s'è desta?

Che Vittorio Sgarbi sia un provocatore di mestiere penso sia chiaro a tutti. Se però riuscisse a dimenticarsene e facesse solo il critico d'arte, io credo potrebbe dare molti contributi al mondo dell'arte contemporanea. Il suo lavoro curatoriale per il Padiglione Italia ("L'arte non è cosa nostra") all'interno della 54. Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia (la Biennale) è uno di questi contributi importanti. Non perché abbia centrato appieno il proprio lavoro, ma perché ha creato un dibattito attorno ad esso: e il confronto dissonante è di certo matrice di crescita. Sgarbi ha proposto un "magazzino d'arte" fatto di opere affiancate e sovrapposte (un "caos" l'ha chiamato Gillo Dorfles, pur apprezzandone l'idea di fondo), mettendo fianco a fianco un numero impensabile di artisti rispetto le scelte curatoriali tipiche per una Biennale. Ha preferito far venire meno il pensiero forte, l'indirizzo diremo, a favore dell'oggetto, che in questo caso è davvero molteplice. Ha chiesto a molti, da lui considerati intellettuali, italiani di proporre un'artista e poi grazie all'allestimento di Benedetta Tagliabue li ha "mostrati". Insomma non ha scelto, non ha fatto il critico. Io diffido di questa "non scelta" e condivido quando Robert Storr dichiara di preferire "la riaffermazione della centralità della critica" (lui, d'altra parte, era direttore alla Biennale nel 2007 e non può oggi che affermare la bontà delle sue scelte di allora). Inoltre è ancora Dorfles a suggerire (cito queste note dall'articolo apparso sul Corriere della Sera a nome di Vincenzo Trione il giorno 04 giugno): "Mi sembra interessante l'idea di proporre un numero tanto elevato di voci: a Venezia non era mai accaduto. Eppure, non si è riusciti a rappresentare un clima. Non si sono suggerite tendenze, stili". In effetti, credo anch'io che questo sia il rischio, quello di non consegnare niente a chi guarda, al pubblico cioé. Non scegliere è in fondo non consegnare nulla alla tutela futura, non mettere sul piedistallo. Non affrontare il problema del ruolo della storia. Oggi, se guardiamo con interesse qualcosa che proviene dal passato, ovvero se diamo un "valore storico" a qualcosa, è perché qualcuno (la critica artistica ad esempio) ha saputo individuarvi un merito all'epoca e quindi successivamente, ovvero quando si è quindi scelto di proteggere quel qualcosa, oppure di "museizzarlo". Come Dorfles, anch'io resto perplesso. Poi Sgarbi non può tralasciare di essere Sgarbi, il provocatore, e quindi alla presentazione ufficiale del Padiglione ha sparato a zero sulle Soprintendenze che hanno concesso alcuni spazi (ad esempio la Basilica palladiana di San Giorgio ad Anish Kapoor, con il tramite del mecenate di turno, ovvero "Vogue Italia" e la sua direttrice Franca Sozzani; o una nicchia del Sansovino a Julian Schnabel al Correr) e soprattutto sul mondo della Moda: "La moda parla di maestri, ma se non hanno una K o una H nel nome, meglio se in fondo, non li espongono nemmeno". Sgarbi ce l'ha con questo mecenatismo fatto di interessi, fatto di profitti, così poco vicino alla cultura e forse più legato al "glamour" pubblicitario che ne consegue. Francesco Bonami spara a zero contro Sgarbi (sono due mondi della critica, i loro, che si muovono paralleli e che non si toccano, alla pari di quelli di Philippe Daverio e dello stesso Bonami, ecc.; ognuno di loro ha un orgoglio ferito e una lingua "ferente" e posizioni da curare, rapporti da sostenere). Lo fa anche Beatrice Trussardi, una delle "mecenati" chiamate in causa, che sottolinea come le fondazioni private siano riuscite a Milano, laddove le istituzioni pubbliche hanno fallito per decenni. E infatti i soldi corrono a Milano attorno al solito glamour, al raffinato che si sposa con il stucchevole, al "vuoto" che sostituisce "i pieni" del passato, dei padri della cultura artistica italiana: "Milano da bere", un tempo, "Milano da allestire", oggi. Attenzione, tutto questo va detto nella consapevolezza che senza i soldi non si fa nulla e i soldi pubblici, che magari ci sono, per la cultura sono sempre un pò più nascosti. Non spaventa il parere di Sgarbi sul ruolo invadente delle Fondazioni, nè il ruolo delle Fondazioni in sè: spiace che si possa e debba fare giusta dietrologia a fronte dei profitti e dei ritorni economici messi in campo, e soprattutto che questi non siano ritorni che avvantaggiano realmente l'ente pubblico, la collettività diremo, sancendo invece un'egemonia del denaro sulle scelte artistiche, svuotando spesso tali scelte di contenuti a favore della forma. Dispiace che l'ente pubblico sia costretto ad affidarsi obbligatoriamente al privato e non possa, per carenza di capacità, volontà o possibilità contrattuale, svolgere indirizzi autonomi. Spiace poi che il privato scelga e ribadisca il ruolo di ulteriori privati, i vari curatori o direttori, che specie in un mondo autoreferenziale qual'è quello dell'arte, approffittano del potere indiretto che hanno per incrementare il proprio orgoglio e la propria ambizione, che è spesso paritetica ad una pochezza etica proprio verso la "cosa pubblica". Si crea una specie di matrioska, tante scatole vuote che proteggono forme vuote, sino a ridursi nel nucleo all'oggetto di per se stesso, trascurando il fine vero, che è la crescita di un popolo, della sua consapevolezza. E così: Sgarbi accusa, Bonami accusa, Trussardi accusa e noi paghiamo. E non solo in termini monetari, bensì formativi.

(nella foto un'opera d'arte concettuale firmata dai miei muratori, idraulici ed elettricisti, dal titolo: Angolo cottura)