sabato 14 luglio 2018

Contenitori

Di certo la virtù principale degli italiani (specie quelli che di mestiere fanno i politici...che è poi qualcosa di diverso dal dire che sono politici di mestiere) non sembra essere sicuramente la riservatezza. Ho memoria di anni addietro con persone, soprattutto politici di mestiere o uomini di cultura, che facevano della discrezione un'arma importante del proprio percorso. Tutto questo sembra essersi perduto. Hai qualcosa che ti passa per la testa? Diciamo una strategia politica oppure un'idea importante o anche solo un'idea...bene, prima cosa la si dice a tutto il mondo, poi si ragiona su come "metterla in bella" e quindi portarla (forse) a sostanza. I mezzi aiutano, questi mezzi qui, su cui state leggendo, intendo. E poi i social, ci mancherebbe. Oggi ogni riserbo è sciolto, oggi si comunica. Si comunica chi si è e cosa si fa. Sempre e comunque. Infatti, pare ci si sia resi conto, anche e soprattutto in quel mondo lì, quello della politica intendo, che se fai anche la cosa più straordinaria del mondo, producendo risultati enormi e dall'impatto enorme, ma ti dimentichi di comunicarlo adeguatamente, ogni minuto del santo giorno che ti si pone davanti, il risultato è che poi la gente con il cavolo che ti vota! Al che si pone la questione se poi uno (il politico intendo) faccia le cose per senso civico, per dovere istituzionale o solo per essere votato, ma questo pare già essere un discorso che si colloca su una scala di pensiero più alta. Oggi il percorso è diritto: esisto, comunico che esisto, costruisco le condizioni perchè il fatto che io esista diventi fattore del quale tutti gli altri (i fruitori finali) sentano il bisogno di saperne di più, vengo votato (oppure il mio libro viene comprato, se vogliamo stare nel settore culturale ad esempio). Niente di nuovo, certo, saranno 40 anni che le cose funzionano così (se me lo chiedessero a freddo, quando rifletto su questa cosa penso a Malcolm Mclaren e Vivienne Westwood e al fenomeno punk), ma mi pare che oggi questa cosa si sia portata ad un livello più alto. Si è passato dal ruolo delle televisioni (tra la fine della Prima e l'inizio della cosiddetta Seconda Repubblica e poi a venire) al ruolo di Internet, però lo scalino ulteriore sembra stare non tanto nella gestione del consenso, ma nella gestione della percezione. Vi è una differenza? Secondo me sì e sta principalmente nel rapporto tra contenitore e contenuto. Un rapporto sempre meno diretto, più "evasivo", nel senso che spesso tra contenitore e contenuto non vi è mai una corrispondenza perfetta, perlomeno nel momento in cui la relazione si dovrebbe porre. Per farmi capire è come mettere un libro molto utile e di grande spessore letterario, alto soli 20 cm, in una libreria con lo scaffale alto 50 cm. E' uno spreco, certo, però il libro sembra starci molto comodo e alla fine questa comodità permette anche di sostituirlo quel libro, di trasformarlo in una dispensa più gonfia o più alta, che poi magari può anche avere contenuti più dozzinali o di scarso rilievo, però, insomma ci sta, e alla fine la libreria sembra anche meglio utilizzata. Sembra. Ecco, insomma, la comunicazione permette ciò, permette di passare un pò di polvere sulle cose e farcele sempre vedere in tremila posizioni diverse, tanto che alla fine non so bene nemmeno cosa mi venga mostrato. Però la parte importante del discorso non è tanto quella in cui qualcuno, consapevolmente, opera in questo modo e con questi fini, ma il fatto che alla fine il risultato c'è, ovvero, riprendendo il discorso iniziale, il voto arriva. E allora, c'è da chiedersi, anzi mi chiedo: ma non sarà mica colpa di noi "fruitori" (elettori) se questo meccanismo può esistere e alimentarsi a dismisura? O meglio: non saremo mica noi utenti finali, cioè cittadini votanti, a essere in "errore" (mi scuso, mi esce così, il termine "errore", perché non ne trovo un altro, vorrei dire "colpa", ma la vita è già così complessa che essere vittime più o meno inconsapevoli di una strategia non mi riesce di chiamarla "colpa")? Si badi bene non è comunque un errore di valutazione, nel senso che ciascuno può votare chi crede e promuovere il percorso che crede (benché etico, direi, e comunque nel rispetto dei diritti civili altrui, aggiungerei), ma una mancanza di impegno, di volontà a formare una propria opinione consapevole, di non definirsi soddisfatti del pensiero di chi ci affianca, anche quando è nostro amico o familiare. Insomma, di voler mettersi in gioco sempre, il che appare già, anche solo a scriverlo, una gran fatica, ma resta un viatico inevitabile se volessimo essere certi, sicuri, che il contenitore risulti realmente adeguato al contenuto (e viceversa), ovvero che l'aria che ci circonda non sia semplicemente "aria fritta". E quindi, direte? E quindi sono cavoli di tutti, ma già a prendere coscienza che non è semplice (e di certo non è semplicistico, da risolvere con una chiacchiera da bar, cioè) a me pare un risultato utile.
(foto: particolare da un fumetto di Jordi Bernet, copyright degli aventi diritto)

domenica 3 giugno 2018

Inciampando sulle radici

Se passassimo il nostro tempo a riflettere su quanto gli altri vogliono proporci come importante, finiremmo per perdere la capacità di ragionare sul fuori e sul dentro noi. Andrebbe persa quella capacità di meditazione sul sè, che mi pare invece possa servire ad affrontare con dignità la mediocrità dell'offerta del contesto. Non è una presa di consapevolezza in assenza di modestia, ma un bisogno di porre una distanza con le dinamiche ripetitive che la "questione socio-politica" attuale ci propone. Nei giorni in cui la suddetta questione andava prendendo una piega definitiva, tra richiami contrastanti di difesa e di interpretazione della Costituzione italiana, con salite sugli scudi e attacchi incerti all'operato del Presidente della Repubblica e infine con la nascita di un nuovo governo (tutto da verificare a posteriori nel suo operato e dal cui giudizio è opportuno sottrarsi, benché certe affermazioni, certi comportamenti mediatici mi lascino perplesso, in materia di diritti civili più che nelle scelte programmatiche, direi), io ho fatto un piccolo percorso di ricerca delle mie radici, più per confermarle che per scoprirne di nuove.
Così il 25 maggio ero a Ravenna, con Alessia e Gioia, a sondare la base culturale che ha portato alla costituzione dell'Associazione culturale ETRA, che tra qualche giorno inaugurerà il settimo anno di attività. In questo caso le radici da sodare erano in realtà ancora più profonde, perchè richiamavano proprio alla mia formazione di architetto-conservatore, grazie agli insegnamenti di Nullo (e in forma mediata alla collaborazione con Adriano), nonché al percorso professionale ormai pluriventennale. 
A Ravenna ho incontrato il pensiero e il lavoro di José Ignacio Linazasoro, che con le sue parole ha in realtà confermato una mia attitudine al ripensamento della materia della Storia: quella dell'architettura e quella fisica. Liliana Grassi, Sverre Fehn, Leon Battista Alberti e ovviamente altri. Il non metodo, la cultura della storia, l'intimo intreccio con i materiali della fabbrica quale superamento di una risposta esclusivamente tecnica. Niente di nuovo nel pensiero di Linazasoro, niente di originale, ma una riflessione spesso citazionista di confronto continuo tra cultura umanista e dato fisico.

Il 26 maggio ero a Bologna di passaggio e quindi poi a Roma (sembra un viatico scritto). Le radici qui stanno nelle rovine e nelle fabbriche antiche. Il dato materiale e compositivo del Teatro di Marcello, il suo essere "rovina", nel senso di qualcosa di non finito, continuato e da continuare nella contemporaneità delle epoche successive (castello fortificato, poi palazzo). Il travertino del Teatro di Marcello riutilizzato nella costruzione di Palazzo Venezia (edificio civile, residenza papale, sede istituzionale mussoliniana, oggi polo museale), dove alla sedimentazione dei materiali si sostituisce quella funzionale, evocativa di esperienze e lasciti. La luce che invade la volta del Pantheon, che ispirò inevitabilmente anche il vestibolo a lacunari di Palazzo Venezia (uno dei primi esempi di utilizzo del calcestruzzo seppure all'antica). All'Accademia Nazionale di San Luca (coincidenza quasi disturbante) incontro una piccola mostra dedicata all'esperienza triestina del Centro Arte Viva. La mostra, intitolata al lavoro di Gigetta Tamaro, raccoglie anche opere di Luciano Semerani, Enzo Cogno, Carlo de Incontrera, Aldo Rossi, Guido Cannella. E naturalmente di Miela Reina. Qui la radice si fa più forte, specialmente quando tra le opere incontro un suo quadro del 1968, "Prefigurazione di un avvenimento", che ho avuto per qualche settimana in casa, quando, con gli amici di ARTeFUMETTO, facemmo nel 2004 a Monfalcone una mostra collettiva, dedicata indirettamente anche a Miela. Le radici di un'esperienza. 
Accademia San Luca Roma 2018
Galleria d'Arte Contemporanea Monfalcone 2004
Poi girando per Roma, in via del Gesù, alla CArt Gallery, riscopro il lavoro di Will Eisner. Le sue tavole di Spirit sono appese alle pareti, assieme ad alcune opere inedite, favolose. Lo stimolo è forte e mi fa capire che non potrò in questo viaggio dimenticare di omaggiare il fumetto.
Il 27 maggio ero a Testaccio, all'ex Mattatoio. Qui si svolgeva una manifestazione importante sul fumetto, la quarta edizione di "ARF!". Molti autori, molte amicizie fatte durante il corso degli anni e qui ritrovate per un abbraccio o un saluto. Ritrovo Gipi (a Monfalcone nel 2003 e nel 2007 per ARTeFUMETTO, qui impegnato a liberarsi dell'onnipresente Bruno Luverà, pieno di libri e disegni omaggio offerti dagli editori, per "favorire" un passaggio su "Billy", la rubrica domenicale su RAI1), Barbucci (comprai a fine anni '90 una delle prime copie in edizione non ancora definitiva di Sky Doll, poi fu il diluvio, ma ci riconosciamo ancora), Zerocalcare (e gli amici di BAO Publishing) ,Zezelj (da Moreno, a Topolò, in molte occasioni con le sue performance). Incontro Bernet (finalmente un incontro sereno, senza collezionisti, senza code o simili, ma solo chiacchiere e qualche sketch omaggio), Valerio Schiti (disegnatore marvelliano lanciatissimo, che regala ad Ale un magnifico Rocket Raccoon). 
Durante un incontro, in diretta streaming (l'età non è stata molto buona con lui) Vincenzo Mollica racconta la sua esperienza in RAI: "Mi sono battuto tutta la vita per far assumere una dignità a questo medium, quello della letteratura disegnata...". E infatti è così, Vincenzo ha sicuramente aperto una strada, peraltro ancora tutta da ampliare, ma senza di lui ci sarebbe stato il nulla. Nel sentire la sua voce mi rendo conto che è ora di affrontare il vero motivo per cui sono passato ad ARF!. Volevo ancora una volta perdermi nei segni di Paz. Da qualche giorno si è inaugurata la mostra "Andrea Pazienza. Trent'anni senza". Andrea muore il 16 giugno 1988. Il suo lavoro dopo trent'anni fa ancora impressione. In mostra ci sono soprattutto tavole di fumetto, non le locandine o i quadri giovanili o altro, ma proprio i fumetti. Capisci tutto il suo lavoro guardando quelle tavole. Le sue riflessioni prima del segno, il ritocco. Col cavolo che buttava le cose lì di getto e basta! Sono lavori intramontabili. 
La voce di Mollica nel video che accompagna l'allestimento (garbato), racconta un percorso umano interessante, aneddoti conosciuti, ma anche aspetti utili per capire. Scelgo di scattare qualche foto, di non comprare nessun gadget, poster, volume o altro. Scelgo di ripensare a quanto questo lavoro faccia parte delle mie radici, per averlo approfondito tra il 2003 e il 2005 nell'occasione della mostra allestita a Monfalcone per ARTeFUMETTO, per riconoscere un percorso umano generazionale, che tra le righe è anche il mio.
Il 27 maggio, come detto, ero a Roma e scopro che è l'ultimo giorno per visitare la mostra "The Pink Floyd Exhibition. Their mortal remains". Evento epocale per chi ama la musica e non visitarlo sembrava un vero delitto. La mostra valeva realmente la pena per farsi un'idea su di un percorso umano e generazionale (dopo gli Ottanta e i Settanta di Pazienza, ecco i Sessanta: come frequentare all'incontrario tutta un'esistenza), oltre che musicale. Lettere, locandine, strumenti, allestimenti dai concerti (i maiali e le pecore gonfiabili, le invenzioni di The Wall), e naturalmente la musica, le parole, e i progetti. 
Ebbene sì, la mostra è soprattutto l'omaggio ad un pensiero prefigurativo, ad una visione progettuale (Roger Waters e Nick Mason iniziano studiando architettura), condotta con razionalità e capacità organizzativa. Ogni schizzo per i palchi, per le scene, per le copertine dei dischi, sviluppati con i progettisti loro collaboratori (architetti, ingegneri, designer) parlano il linguaggio della consapevolezza. Lo stesso MACRO di Roma, che ospita l'allestimento è un tempio dell'architettura contemporanea, progettato da Odile Deq. E' la sua un'architettura dell'effimero, della forma e delle geometrie, dove materia e funzione sembrano andare per binari diversi (non sai mai dove vai e perché ci vai). Non è la "bellezza utile" che Malacarne aveva ricordato parlando di Linazasoro solo due giorni prima. Vedere il MACRO dopo aver visitato il lavoro di Linazasoro ti permette di capire la differenza.
Il viaggio finiva qui, dopo la mostra dei Pink Floyd, e le radici sembravano raccordarsi. Tornando a casa, stanchissimo, rileggendo l'opuscoletto della mostra in ricordo di Gigetta Tamaro, scopro un piccolo scritto/memoria di Aldo Rossi del 1980, dove l'architetto ricordava la sua frequentazione di Arte Viva a Trieste: "Tutto questo è durato poco tempo ed è finito prima che si compisse; come la giovinezza anche se i veri giovani, come Miela (e Paz, potrei aggiungere), hanno la singolare virtù di morire prima. Non so cosa significhi prima; forse solo prima di essere stanchi". Le radici a volte rompono un pò le scatole.

martedì 1 maggio 2018

E non c'è niente da ridere

Ancora un Primo Maggio! Con un tempo incerto e un sole che fa fatica ad uscire e poi non esce proprio. Una breve passeggiata e alcuni commenti alle notizie di un quotidiano che parla di elezioni vinte e perse, infine un pranzo veloce. Ancora il Primo Maggio, il concerto televisivo romano, sindacale, ormai parte della tradizione italiana quanto il festival sanremese. I rapper nostrani, il lavoro, la percezione che i soldi manchino davvero, la sicurezza sul lavoro. E poi la retorica delle parole pronunciate, quelle dei cantanti e quelle dei presentatori, mentre un muratore (vero) improvvisato sta demolendo, alla faccia della sicurezza e delle parole, le ceramiche del bagno di un vicino di casa. Le parole dominano la scena di questo pomeriggio dal meteo incerto, che riflette il destino incerto del futuro di molti. Le parole vincono sui pensieri e sono più comode da affrontare. La gente canta, anche quando sul palco si ricordano gli Skiantos (...largo all'avanguardia, siete un pubblico di m....., applaudite per inerzia...), e riprende con i telefonini ogni emozione e le archivia nella propria memoria digitale, anche se non pare si vada fissando in quella il senso profondo delle parole percepite. E così, sicurezza, razzismo, dignità, occupazione, garanzie divengono cornici prive di tela, con il bianco del muro dietro. Così pare. Come pare che, alla fine, nella testa di ciascuno dei presenti si vada definendo lo sconcerto e il dramma principale, su cui tutti, credo stiano realmente riflettendo: "No! Mi si sta scaricando il telefono!" Mi pare opportuno dedicare una piccola lirica estemporanea, non ragionata, che possa proporre un punto di vista strabico su questi tempi ricchi di contenuti perlopiù ideali e simbolici, mascherati di parole. Eccola. "Tra le mille istanze che dal cuore traspaiono/ di certo ve ne è una che/ determina situazioni di affanno vero/ per l'impossibile correlazione equa,/ di livellazione verso il basso dei bisogni/ assoluti di chiunque attenda/ una connessione certa di qualcuno o qualcosa che cerca/ senza il bisogno di saperlo/ o il desiderio di rincorrerlo./ In te crediamo, prima di qualunque uno o cosa,/ e per fortuna esisti, data/ ...o presa (elettrica)!" Sul palco Canova canta: "...Io non voglio che tu fumi l'erba, perché l'erba ti fa ridere,... non c'è niente da ridere..." Appunto! SIGH! 

mercoledì 25 aprile 2018

Autobiografia

Alcune settimane fa un insegnante mi ha detto che non sapeva se l'attività culturale extrascolastica che gli stavo proponendo per essere sottoposta alla sua classe poteva andare bene o, meglio, andare cioè a buon fine. Perché, ha sottolineato, secondo lui io ero un idealista, mentre lui era una persona concreta, che mirava al risultato. Mi è parso di dovergli chiedere scusa, in quell'occasione, poiché non era mia intenzione instaurare un rapporto di collaborazione senza un obiettivo condiviso di praticità, che nel caso specifico doveva essere trasmettere qualcosa di formativo ai ragazzi. Dopo quel primo momento di smarrimento, in cui un insegnante di latino e greco, nella scuola contemporanea, indicava in me, un architetto che costruisce da oltre vent'anni le case, un idealista, mi sono chiesto (l'autocritica fa sempre bene) se non avesse ragione. Ho quindi pensato ai significati etimologici del termine "idèa", a quel loro rimandare al senso del "vedere" e quindi del "sapere" e del "conoscere", a l'essere un'idea in fondo l'immagine che nella mente di ciascuno ha un oggetto esteriore. Attorno a questa immagine primitiva si instaura un confronto tra altre immagini possibili, si costruiscono dei giudizi. In effetti se essere idealista può significare risultare portatore di un'idea, mi sono detto, forse lo sono realmente. Ho sempre costruito immagini nella mia mente del mondo esterno. A volte credo di averle ripulite anche un pò. Sfogliando poi il dizionario online della Treccani alla voce "idealista" ho trovato questo: idealista s. m. e f. e agg. [der. di ideale] (pl. m. -i). – 1. In filosofia, chi afferma, sostiene o segue le concezioni proprie dell’idealismo, nelle sue varie forme e manifestazioni: gli i. del sec. 19°; gli i. d’oltralpe; filosofo idealista. 2. a. Chi si propone un ideale e cerca di realizzarlo in pratica. b. Chi si attiene più a un modello ideale che alla realtà di fatto (opposto di realista o materialista), o ha comunque fede nella forza delle idee e nel valore dei principî ideali: in politica è un i.; uno scrittore idealista. c. Con senso limitativo, chi aspira a vaghe e astratte idealità senza appiglio con la realtà effettuale, e, per estens., persona che manca di senso pratico: tu sei sempre stato un i.; è troppo i. per poter fare carriera! 
Ho capito meglio che il docente, nel rivolgermi la sua "critica" voleva richiamare di certo la soluzione al punto "2.c.". Io, mentre lui parlava, avevo invece in mente inizialmente il punto "2.a" e quindi in forma definitiva la seconda parte del punto "2.b", ovvero "...ha comunque fede nella forza delle idee e nel valore dei principî ideali". Ebbene sì, santo cielo, aveva visto giusto, l'insegnante, sono un idealista! E non lo sapevo, fino ad oggi! Ho convissuto per decenni con me stesso senza sapere di avere fede nella forza delle idee e nel valore dei principi ideali! Con quest'"ombra" sul mio curriculum personale, per anni, ho costruito percorsi culturali, progettato edifici e luoghi, espresso pareri. Posso, quindi, guardarmi infine indietro e valutare a posteriori quanto prodotto; comprendere se la traduzione in pratica delle immagini che avevo prodotto di continuo nella mia mente degli oggetti esteriori risulti "priva di appiglio con la realtà effettuale", se, alla fine, "sono sempre stato troppo idealista per poter fare carriera!". Ebbene sì, temo sia così, sono probabilmente troppo idealista per poter fare carriera! Alla fine, preso coscienza di ciò, mi chiedo: "E quindi? Potrei rinunciare alle immagini, anche se strambe che la mia mente produce degli oggetti esterni? Potrei soprattutto rinunciare alla mia fede nella forza delle idee e nel valore dei principi ideali, soprattutto dei principi valoriali? Potrei farmi violenza per non percorrere un percorso etico nel solo obiettivo di fare carriera?". Chi mi conosce veramente ha già la sua risposta. Gli altri non mi conoscono veramente. Resta da capire cosa abbia determinato questo mio atteggiamento in parte, come abbiamo visto, stigmatizzato da molti, forse dai più. Se volessi mettere dei caposaldi alla mia formazione idealista, penserei ai miei nonni, alle loro narrazioni, alla loro storia personale. Loro non hanno mai fatto fatica ad enunciare con determinazione l'importanza evocativa di un giorno come questo in cui scrivo. Loro non hanno mai avuto nemmeno il bisogno di enunciarlo questo giorno, perché in fondo possiamo chiacchierare e chiacchierare, prenderci in giro, porre dei distinguo, ma siamo quello che siamo perché un tempo è successo quello che è successo. E oggi, ad esempio, ricordando tutto questo, me ne sto a casa dal lavoro con consapevolezza, per ridare forza a quei principi che fanno di me un idealista, che producono nella mia mente una sequenza chiara e continua di immagini degli oggetti che stanno là fuori e che mi permette di dare giudizi certi, di non confondere le narrazioni. E questa chiarezza mi permette in ogni momento di tradurre queste immagini in atti concreti, che poi qualcuno può leggere come tali o meno, ma lo sono senza ombra di dubbio alcuno.

lunedì 5 marzo 2018

A posteriori...




Non mi hanno sorpreso!

venerdì 2 marzo 2018

Una riflessione, con dedica

Appartieni ad un'epoca fino a quando decidi che non ti rappresenta più! E' questo il pensiero che mi sovviene adesso, nel venire a conoscenza della morte, oggi, di Gillo Dorfles. Non mi piace il termine "scomparsa", non rende merito ad un uomo che ha sempre desiderato esserci (non apparire, esserci). "Morte" è dunque un termine più appropriato. Di Dorfles mi è sempre interessata la sua curiosità, assoluta, sedimentata su una non convenzionalità disarmante. A volte è sufficiente un autografo rilasciato per comprendere il percorso di una persona. Quello che lui mi aveva concesso anni fa diceva molto di un linguaggio contestuale di cultura "alta" e "bassa", di interessi non esclusivi, di "fatti", ma anche di "fattoidi", per dirla alla sua maniera degli anni che furono. Il suo pensiero di critico, la sua reticenza verso il livellamento di gusti e costumi restano comunque un esempio. Mi piace pensare, mentre scrivo, che, non abbia voluto conoscere la conclusione della messinscena politica che si dipana in queste settimane su giornali e teleschermi. Forse ha voluto lasciarci un momento prima. Ancora una volta mi torna in testa Andrea Pazienza, quando con Marcello d'Angelo disegnava e scriveva: "Osservando la sua foto sulla tomba, mi chiesi se il cuore fosse davvero un muscolo involontario e se quella morte non fosse il segno di una resa invincibile (1983)". Chissà se a Dorfles questa considerazione sarebbe piaciuta. Nell'impossibilità della risposta ripenso ad un percorso culturale interrotto, poi, riguardo al nostro oggi e confidando in un rinnovato gesto non convenzionale, dico: "Coraggio italiani, nell'andare a votare, sorprendetemi!"

domenica 28 gennaio 2018

Politically correct...

Una delle cause delle nostre paure contemporanee è probabilmente di natura linguistica. Mi riferisco a quello che si può o non si può dire. Non vuole questo essere un invito a chiunque a liberarsi dei freni linguistici e dire quello che gli/le passa per la testa, ma il desiderio di vedere affrontati dei temi senza il timore di essere costantemente richiamati all'ordine. Per questo motivo leggo, oggi, con piacere che è uscito finalmente in Italia il volume di Jonathan Friedman, antropologo di grande interesse per la sua ricerca di lunga data, Politicamente corretto. il conformismo morale come regime (merito dell'editore Meltemi di Sesto San Giovanni averlo fatto uscire da noi, indipendentemente dalle non poche vicissitudini che il volume si porta dietro). Ne parla sul numero 322 de la Lettura, Elisabetta Rosaspina, pubblicando un'intervista all'autore. Lo riprendo qui perché il tema del "politicamente corretto" mi pare oggi essere al centro di un confronto critico rispetto il mondo (complesso) che abbiamo dinanzi e soprattutto rispetto lo strumento della rete internet con la quale tutti (in forme diverse, per fortuna) siamo abituati ad esprimerci. Non vorrei disquisire troppo sulla cosa, specialmente perchè finirei per essere completamente stracapito (è ormai un classco da queste parti, proprio a fronte del tema di questo post), ma non mi astengo da riportare un estratto dall'intervista a Friedman, all'interno della quale cita correttamente il Geoges Orwell di Politics and the English Language, sulla questione dell'uso del linguaggio "come strumento per esprimere un pensiero e non per nasconderlo", evidenziando la problematicità della cancellazione delle parole. La moralizzazione del linguaggio diventa strumento di limitazione all'etica stessa della ricerca (nel caso di Friedman antropologica o sociologica). Dice Friedman: "Non puoi fare ricerca se vuoi essere politicamente corretto, perché finisci per importi dei limiti nelle domande". Credo sia così, perchè nascondere le istanze per paura di esprimersi, o meglio per paura di essere giudicati rispetto le istanze poste quando queste necessitano di un linguaggio anche non "politicamente corretto", è condizionante e frustrante (per il ricercatore, per il pensatore, ma anche per l'uomo nel suo stare al mondo quotidiano). Il problema odierno è forse il contesto: il marasma della rete e in senso lato del mondo giornalistico. Infatti l'"istanza" va posta nella sua forma finale, a fronte cioè del percorso critico e dialettico che porta alla sua stesura conclusiva, e non gettata lì, senza adeguate fondamenta. Oggi, questo vale più che mai, perché la società vive uno status dominato da perlomeno tre fattori dominanti: l'incertezza (sono incerto perchè mi dicono che siamo tutti incerti), le aspettative spesso superiori alle possibilità (che generano insoddisfazioni, non accettazione, necessità di apparire quello che non si è), e, come sovrapposizione delle due precedenti, l'ipocrisia verso se stessi (mi racconto da solo un sacco di frottole). Non riesco ad indagare il peso reale di questi fattori, ma ne comprendo la portata. Nascondersi dietro la moralizzazione del linguaggio e quindi dietro un conformismo "fai da te-fai da tutti", non produce un percorso etico, ma amplifica soltanto il disagio di molti. Non diamo, come ricordava Orwell nel suo testo, parvenza di solidità al vento, perché "...un uomo può cominciare a bere perché si sente un fallito e così fallire sempre di più per il fatto che beve..." E non è tempo per nuove ubriacature collettive, a cui purtroppo ci stiamo sempre più abituando.