domenica 28 luglio 2013

Nostalghia al potere!

Nel gennaio 2012 assieme a Walter Chendi ho pubblicato un volume dal titolo SessantaQauranta. Chi legge queste pagine lo sa forse già. Conteneva dei racconti, miei e di Walter, alternati o disposti a piccoli gruppi; numericamente maggiori i suoi, un pò più voluminosi i miei (non sempre). Ho riletto i miei in questi giorni, non so bene perché. Forse perché ho cominciato a scriverne degli altri e non pensavo che l'avrei più fatto; forse perché temevo di poter ripetere alcuni spunti e quindi avevo l'esigenza di ricordare meglio le cose. Guarda caso, non mi sono dispiaciuti. E' cosa strana, poiché sono sempre insoddisfatto di queste cose mie sedimentatesi in giro e poi perse di vista. Ho potuto, a posteriori e con la "giusta distanza, fare alcune riflessioni di condivisione. Sono racconti iniziati e svolti alla partenza di una crisi economica importante e inevitabilmente nel loro svolgimento e nei contenuti risentono di quel clima. Ma appare ancora più evidente oggi, piuttosto che allora, la mia consapevolezza nel voler scrivere di quanto quella crisi risultasse di matrice culturale, prima ancora che esclusivamente economica. Crisi etica, crisi di idee e di contenuti. Sono stati infatti anni di ristampe letterarie, di recuperi, di sguardi all'indietro; di un nostalgico senso di perdita e quindi di una esasperata esigenza di calarsi nel dolce dondolio (la dolce ambrosia) che sa regalarci a volte il passato. E' un vuoto che crea ulteriori carenze e certamente mi appare oggi questa la causa principe di una ripartenza auspicata, ma difficile da determinare. L'attesa può risultare quindi infinita; l'attesa porta a demandare e rimandare, giorno dopo giorno. Dicevo dei racconti. Mi è capitato di recente tra le mani un libro solo sfogliato finora, Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice. Ho letto altre cose di quell'autore, ma chissà perché, pur avendolo in casa, quel libro non l'avevo mai frequentato veramente. Quel libro oggi mi ha entusiasmato per la sua intensa brevità. Nel rileggere i miei racconti credo che avessi in mente di poter scrivere un libro così, mezzo saggio, mezzo narrazione, mezza rilettura biografica di un proprio percorso intellettuale. Si badi bene, e che sia chiaro, non sto facendo paragoni; Daniele del Giudice è un autore così immenso che ogni paragone letterario delle mie cose con le sue risulterebbe non solo inadeguato, ma oserei dire meritevole del pubblico ludibrio. Non alludo infatti a questo; volevo solo sottolineare uno spirito che ha mosso la scrittura, il senso della ricerca su cui si fonda. Parallelamente è uscito quest'anno, alcuni mesi fa, per Einaudi un testo di Mario Vargas Llosa (Nobel per la letteratura 2010), dal titolo La civiltà dello spettacolo. L'autore, qui nella veste di saggista, si interroga sulla contemporaneità, e pone alla fine una utile domanda sul nuovo significato assunto dalla parola cultura, a fronte di come questo termine sia andato banalizzandosi, sino a divenire pallida imitazione di ciò che i nostri genitori e nonni intendevano con quella parola. Scrive Francesco Magris in un bell'articolo su questo volume: "Vargas Llosa parla (...) della cultura, di come essa negli ultimi anni abbia cambiato radicalmente natura nello spazio vitale della società contemporanea. Da vettore di esperienze intellettuali che richiedono l'attivazione del dialogo fecondo fra autore e fruitore, essa si è tramutata in una pura forma di intrattenimento: chi ne fa uso cerca solo il piacere tanto immediato quanto effimero che lo conduca alla distrazione da un mondo in cui la complessità è fonte di paura e incertezza; non si tratta di una cultura nel senso di straniamento (...) ma di una forma di droga somministrata a dosi massicce e regolari per ammansuire ogni forma di dissenso". Magris centra in pieno il senso della crisi culturale a cui prima intendevo riferirmi. Anche la parola "droga", qui usata, mi sembra opportuna. Nel mio racconto L'inutile banalità, il personaggio principale, Guido, viveva uno stato di impotenza dinanzi alla contemporaneità, alla cultura per come viene ancora oggi intesa. Nel racconto scrissi: "Guido credeva nella cultura come strumento di crescita etica: mai aveva confuso la cultura con l'intrattenimento. Il suo lavoro sintetizzava un pensiero, una visione del mondo e dello stare al mondo che richiedeva convinzione e che pretendeva attenzione. Era un atto critico, politico, partecipativo." Guido nel racconto era un attore e scrittore per il teatro: "Era un mestiere che non doveva cedere alla mercificazione, assecondando i venditori del vuoto, i comunicatori, coloro che pretendono di trasformare ogni contenitore in contenuto, indipendentemente. Sia ben chiaro, ribadiva spesso Guido, non vi è nulla di male in ciò, ma la cosa va dichiarata. Basta essere chiari, essere onesti: una politica culturale non va mai confusa con una politica del tempo libero. Guido diceva, immedesimandosi nello spettatore che avrebbe voluto avere: -Non posso accettare di pagare un biglietto solo perché qualcuno mi faccia dimenticare per alcune ore che dovrò morire!-". In quei racconti, inoltre, la droga appariva spesso tra le righe, la droga vera (l'eroina), di cui alcuni dei personaggi erano assidui falsi-pentiti fruitori. In quei racconti si richiamavano gli anni Ottanta e ad alcune vicende cresciute con essi. Ma la droga era anche una buona rappresentazione dell'oblio culturale a cui con facilità accettiamo anche oggi di prostrarci (di false egemonie culturali e vere strategie commerciali già scrissi in queste pagine nei mesi scorsi). Mi scuso per aver richiamato qui alcune delle mie cose scritte, per averle accostate (si badi non paragonate) ai maestri qui citati, ma mi andava di farlo ed è venuto così senza pretestuosità. Da queste riflessioni, da questi recuperi, dalla voglia di scrivere forse ancora delle cose, mi è sorta l'opportunità di porre qui in elenco alcune citazioni. Spunti, declinazioni per nuovi percorsi, fili ancora non tesi per possibili ricerche. Ve le propongo, perché si possa fare riflessioni nuove intorno alle future ricerche che sarebbe utile avanzare. Non amo il citazionismo, ma prima del collante vengono i frammenti. Quindi. Banksy in una sua opera non murale: "In the future everyone will be anonymous for 15 minutes"; Diane Vreeland, dalla rubrica We dont'you su Harper's Bazaar (dei tempi che furono): "Perché non dipingete le pareti della camera di vostro figlio con delle mappe del mondo, così da evitare che diventi un provinciale?"; ancora Diane Vreeland: "Morirò giovane! A 80-90 anni, ma sarò giovane!"; Paolo Sorrentino ne La grande bellezza (mi pare suonasse così): "Non trascuriamo la nostalgia; è un modo per superare la diffidenza verso il futuro!"; Theodor Adorno: "Le utopie si realizzano sempre, ma diventano banalità"; Sabrina Ferilli (un messaggio su twitter ripreso poi da qualche parte): "Io parto da un presupposto limpido. Chi è a posto con se stesso, non teme un cazzo!". Un bambino al suo papà, in un bar: "Facciamo Rock'n Roll!" Non vi pare un mondo fantastico, fatto di nostalgia al potere, malinconia soffocante ed esasperante imitazione del già visto. Per crescere, senza rinunciare a restare nani.

sabato 29 giugno 2013

Instant-report n.1

La trasposizione a fumetti del romanzo Il richiamo di Alma dell'autore triestino Stelio Mattioni (scomparso nel 1997) è in questi giorni ospitata dalla pagina culturale de il Piccolo di Trieste. Vanna Vinci, che si è cimentata nell'impegno, è indubbiamente una grande autrice; e ciò è dato dalla sua attenzione pluridecennale per il linguaggio dell'arte sequenziale, che pratica con successo dagli anni '90, ma ancora di più dalle sue frequentazioni appassionate di quanto prodotto dal mondo letterario, artistico e culturale in genere. Vanna, come dicevo, è una grande autrice, specialmente perché ha conoscenze e motivazioni adatte per farlo; e ciò è un insegnamento per chiunque intenda avvicinarsi professionalmente al fumetto. Il lavoro di Vanna è oggi la dimostrazione della centralità che un fumetto può assumere quale strumento di apertura verso un panorama culturale amplissimo e di portata internazionale. La sua opera, dalla recente biografia sulla marchesa Casati (edita da Rizzoli Lizard) e quindi a ritroso sino alla sua prima esperienza con le ambientazioni triestine, Aida al confine del 2002 (edizioni Kappa), risulta esempio di una ricerca che va oltre il dato documentaristico, per arrivare alla piena coabitazione tra storia, memoria, racconto, condizione e partecipazione emotiva. A Vanna i "fantasmi" sono sempre piaciuti, forse per quel tramite tra "ieri" ed "oggi" che essi vanno simboleggiando; per il loro saper porsi quali guide, non tradite dalla contemporaneità, per l'odierno. Era inevitabile che il personaggio di Alma di Mattioni andasse a solleticare l'interesse dell'autrice, visto che quel personaggio si pone come "fantasma" per eccellenza nel saper tradurre lo spirito non straniante, ma al contempo impalpabile della città di Trieste.
Mentre la storia di Alma e del suo "attonito" scopritore e aspirante si va dipanando tra le pagine del quotidiano (due uscite settimanali dal 29 giugno e sino a settembre), proprio in questi giorni Stelio Mattioni, nome spesso dimenticato e comunque non solito nell'essere riproposto con notorietà nella voce dei più, è riapparso ancora sulle pagine de il Piccolo di Trieste (involontaria pubblicità all'iniziativa editoriale che coinvolge un suo libro, ma splendida occasione di discussione attorno al ruolo dell'eredità culturale degli autori scomparsi) per l'attenzione posta dal bibliofilo ed editore Simone Volpato sul fondo dello scrittore, oggi in lascito alla figlia Chiara e alla moglie Maria. Il Volpato ha proposto nei giorni scorsi al comune di Trieste di farsi carico (culturale) del fondo stesso, individuando una sua collocazione pubblica che possa garantire allo stesso visibilità per i più (libri, manoscritti, carte, scambi epistolari con Levi e Montale tra gli altri, da mettere a disposizione di cittadini e studiosi). L'assessorato alla Cultura triestina ha risposto, sempre attraverso le pagine del quotidiano, nei termini di una impossibilità economica e strutturale per l'esposizione del materiale, e di come le aspettative dei privati nei confronti dell'attenzione delle istituzioni per la valorizzazione di specifici lasciti risultino perlopiù eccessive e conseguentemente dispersive negli obiettivi; da qui la disponibilità, invece, all'acquisizione per la sola catalogazione e conservazione. Insomma, grazie, e quel che poi sarà sarà! E' stata impagabile la risposta alle istituzioni, ancora sulle pagine del quotidiano, di Chiara Mattioni, nel sottolineare che una localizzazione (una sezione), anche dimessa, nella Biblioteca pubblica che peraltro porta il nome dell'autore triestino, potrebbe risultare forse già un economico punto di partenza nella collaborazione con l'ente pubblico. Ha scritto l'erede (cfr. il Piccolo del 28 giugno c.a.): "Ma se molti eredi di illustri concittadini hanno scelto per i lasciti la via dell'esilio, un motivo ci deve essere. Forse perché meglio dispersi e sperabilmente vivi che tutti insieme in una Spoon River in cui il tempo, inesorabilmente, cancella persino i nomi dalle lapidi". E' così! E' proprio così! Sono parole appropriate. Il "pubblico" sa essere rapido divoratore di memorie; difficilmente ha i mezzi e la volontà per la valorizzazione del bene pubblico, figuriamoci quello privato. Il "pubblico" sa creare depositi su depositi, cimiteri preziosi che la patina dorata di memoria ruskiniana potrebbe rapidamente impreziosire, e che invece vengono annullati nell'oblio del tempo. La storia dei lasciti è una escalation rapida e inesorabile, e così riassumibile: donazione, lodi, peso insopportabile, manutenzione vantata e negata, archiviazione, sparizione (mentale e a volte fisica), poi forse la riscoperta quale nuovo miracolo. E' l'Italia che nega se stessa, che sbaglia il rigore calcistico dopo i tempi supplementari (e che si gongola per il bel gioco, per la tecnica dimostrata, rinunciando ad accettare la sconfitta che comunque c'è; Italia-Spagna di questi giorni in Brasile ne è un esempio, non nuovo purtroppo). Un paese immeritevole verso i propri lasciti e che aspetta alcuni fantasmi da incaricare quali nuove guide nel tentativo sempre rinnovato di ritrovarsi. Ma i fantasmi stanno nei romanzi, nei fumetti, mentre la realtà si impolvera e svanisce, e non lo fa per disgregazione, come sarebbe forse più naturale succedesse, ma per sublimazione, che è metodo impalpabile e molto meno compromettente.

Mentre scrivo scopro che Margherita Hack è morta. Se ne va un'"anomalia", struggente nella sua tenera e grezza materialità. Astrofisica e lascito essa stessa del proprio ricordo e dei suoi innumerevoli libri (ventimila e più andati al Comune di Trieste, mi pare di aver sentito). Durante un'intervista la sentii ricordare che la morte non le procurava paure, poiché quando si è vivi la morte non c'è, mentre quando la morte arriva non si è più presenti. Era un falso problema insomma, un problema di tempistiche e di presenze. Non vi potevano essere cadute sulla strada della laicità che la scienza impone. Buon riposo tra le stelle.

giovedì 6 giugno 2013

L'odierno

Oggi. Le città sono organismi svuotati dai loro organi vitali e abbandonate alle masse muscolari delle loro architetture imperfette. Le architetture sono scatole protette da pelli importanti, e vuote dentro. Arredate da un mobilio dall'apparenza significante, ma privo di un proprio carattere. Usato da persone atteggiatesi per ruoli di spessore, che nascondono poi inconsistenze esasperanti. Persone animate da pensieri stravaganti o nobili, che nascondono inconsapevolezze sia sociali, che individuali. Oggi, a guardare bene, il peso del nulla appare eccessivo!
(foto: omaggio a Banksy)

domenica 2 giugno 2013

Festa e...basta! Springsteen forever!

Nulla da segnalare..... nulla da segnalare....... nulla da segnalare. A parte un concerto di Bruce Springsteen a Padova, venerdì 31 maggio, allo Stadio Euganeo. Nulla da segnalare... a parte che Springsteen se ne è uscito in acustico con la sola chitarra e armonica e ha aperto il concerto con The Gost of the Tom Joad, provocandomi dei brividi incontrollati addosso che non provavo da tempo, mentre al mio fianco una springsteeniana ravennate, con me al concerto, aveva anche una lacrima sulla guancia e non si capacitava del perché. Nulla da segnalare... a parte che poi, con Boom Boom di John Lee Hooker, Springsteen ha fatto saltare la scaletta del concerto e portato una non springsteeniana monfalconese, con me al concerto, a saltare scatenata tra la folla. N.d.s.... A parte che poi Springsteen fa quello per cui sei forse andato lì, ad un altro suo concerto ancora, con il freddo e la prevedibile pioggia che poi quasi non cade, e sceglie di suonare tutto Born to Run, l'intero LP, da Thunder Road fino a Jungleland, che alla fine nemmeno ci credi. N.d.s.... Festa e basta, per il miglior concerto di Springsteen a cui abbia potuto partecipare, per il migliore che forse mi sarà dato di ricordare.
(nell'istant-loop del video, una fan portata sul palco suona la chitarra del Boss assieme a lui, mentre 40.000 altri fans cantano e saltano con lei)

sabato 25 maggio 2013

Mi cadono sempre un pò le braccia

E' interessante perdersi tra le pagine dei quotidiani. Io lo faccio per consuetudine, soprattutto tra i fogli de il Piccolo di Trieste-Gorizia, per curiosità campanilistica e per attenzione alle vicende locali. Mi capita così spesso nella pagina della "cultura e spettacoli" di seguire gli scritti di Federica Manzon, testi in forma di articolo-saggio-racconto, nella piena tradizione letteraria del tempo che fu (cosa naturale e buona quindi). Conosco poco dell'autrice, se non per quello che scrive. So che è di Pordenone, che collabora a Pordenonelegge, che è stata nella selezione per il Premio Campiello del 2011. La leggo, anche se il suo scrivere non mi appaga o entusiasma; d'altronde Premio Campiello, così come Premio Strega, non è sinonimo per forza di eccellenza, e di certo bisogna diffidare di premi letterari che pretendono di indicare al pubblico ogni anno una nuova Ginzburg, un nuovo Pavese o Parise (e sarà poi stato mica un capolavoro La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano?). Leggo (e subisco) così questi suoi testi vigorosi di retorica (calati a volte nella cultura locale), suadenti di frasi compiaciute. Mi sono anche chiesto perchè lei (oltre alla ovvia nota localistica e alla correlazione strategica con Pordenonelegge). Sarà forse la più veloce e puntuale? Sarà forse "culturalmente" collocata? Bho! Chi se ne importa!. Comunque Federica Manzon sa scrivere, ha proprietà lessicali e inventiva, anche se al contempo i suoi scritti appaiono acqua di superficie, che dilava ma non si stagna nelle menti e negli animi. Il giorno 21 maggio, in concomitanza con la 26° edizione del Salone del Libro di Torino, nella pagina della cultura de il Piccolo, è apparso così, a fronte di questa consuetudine già detta, un suo scritto, incentrato sul rapporto tra tipologia editoriale, contenuti letterari e il luogo dove ciascuno predilige fruire della lettura. Tutto il testo scorre su ovvietà del tipo: "I diari di John Cheever li leggo sull'autobus...", "...rigorosamente tascabili, i libri da treno,...","...nei lunghi spostamenti sono favoriti i romanzi di genere...che catturano con una trama più avvincente delle conversazioni dei vicini...", "...Il lettore da poltrona..., affronterà quasi di sicuro un saggio...", "...Il lettore da divano lo conosciamo bene: disordinato e entusiasta...", ecc., ecc.. Il testo divaga sino alla frase finale: "E poi per favore, in bagno, solo fumetti.". Qui mi è partita una risata santa! Per la felicità della dimostrazione che la soggettività espressa nell'analisi della pochezza dell'autrice, aveva fondamenta oggettive. La Manzon finisce con ironia e con autoreferenzialità; colpevole di superficialità e incolpevole per la colpevolezza di coloro che l'hanno pubblicata. Ebbene sì, sono attivo in una associazione locale (ARTeFUMETTO) che si occupa di promuovere la cultura del fumetto, sono un compiaciuto lettore di fumetti (molto attivo quindi al bagno), ma non mi si voglia ergere in questo caso a paladino dell'arte sequenziale in quanto tale (cosa di cui mi frega molto poco)! Di certo però ho sufficiente cultura (poca, ma sufficiente) per saper dimostrare rispetto per chi anche al bagno, mentre espelle, sa riconoscere il ruolo e la cultura degli autori italiani e internazionali del fumetto, per la storia di questi ultimi, fatta di sacrifici e di solitudine, di passione e spesso anche di delusioni. Un mondo che è difficile commentare con il tiro di uno sciacquone. Di cultura alta e bassa ne ho già scritto abbastanza, anche in queste pagine, e di autrici e autori rampanti e pressapochisti ne leggerò ancora; ma fatico sempre a non meravigliarmi che più di cento anni di storia editoriale internazionale (della letteratura disegnata, come la definiva Hugo Pratt, intendo) non abbia liberato i più della convinzione che fumetto vada in rima con infantile. E' questione di storie personali, direi, e di inconsapevole ignoranza.

lunedì 20 maggio 2013

Del poco che resta

Le cose a cui riesco sempre a ripensare con piacere, qualunque sia la stagione, il momento della giornata o il mio umore, cominciano a diventare con il passare degli anni sempre meno. Selezione critica, direi. Una di queste è la raccolta di racconti di Jerome David Salinger Nine stories (Nove racconti, nell'attuale edizione Einaudi, con traduzione di Carlo Fruttero), che proprio nel maggio del 1953, cioè sessant'anni fa, trovava la propria completezza editoriale (i primi racconti di questo testo risalgono al 1948). Tra quei racconti uno in particolare mi ha preso il cuore, Per Esmé: con amore e squallore. In quello vi è una frase sottolineata al tempo della mia prima lettura, che la ragazzina finto-adulta del racconto recita "...Annuì e dissi che probabilmente suo padre considerava il problema dall'alto, mentre io lo consideravo dal basso...", frase che così non dice niente di per sè, eppure mi si è conficcata nella testa già allora e non mi abbandona ancora adesso. Salinger, questo Bartezzaghi dei tempi che furono, con questi racconti semplici da decifrare come un quadro simbolista. Tutto sospeso, tutto che parte improvvisamente e si chiude senza dirti un ciao liberatorio. Salinger che scrive di cose che preferisci non capire a fondo, nella paura che il fondo sia un pò troppo distante per poi saper tornare indietro. E infatti nella sua sparizione pre morte, che lo portò da vivo a liberarsi del mondo, Salinger seppe porre tra se stesso e i media un abisso di chilometri e risultare "significativo" ancor oggi, per merito e non per presenza. Un koan zen fa da citazione d'apertura ai Nove racconti, esso dice: "A battere le mani, sappiamo il suono delle due mani insieme. Ma qual'è il suono di una sola mano?". Ecco, appunto!

mercoledì 1 maggio 2013

Gli occhiali appannati dalla polvere...

Dopo le vicende pre e post elettorali nazionali (per la Presidenza della Repubblica) e regionali (per la Presidenza della Regione), ci serviva un bel 25 aprile. Ma in Italia quel senso di liberazione che significa questa festa nazionale si è disperso nella deriva commerciale di ogni cosa. Un giorno, ormai qualsiasi, con i suoi centri commerciali aperti, dove spesso trovi scritto nei manifesti pubblicitari agli ingressi "festa della libertà" e non "della liberazione". Ok, anche la libertà ci piace, ma è diverso, cavolo se è diverso, anche perchè la seconda è una conquista, la prima è tutta da conquistare: e noi non siamo di certo della stessa stoffa dei nostri nonni! Nell'impossibilità di una festa adeguata, me ne sono andato a Lubiana, dove il 25 aprile non è un giorno festivo, dove avrei forse potuto superare la sensazione di stare a festeggiare invano. La città era strapiena di gente e di italiani di confine, recatisi in Slovenia nella speranza di visitare i negozi aperti del centro. Insomma non vi è pace, per chi desideri provare un sentimento convinto: la contemporaneità ha vinto. E oggi è già il 1°Maggio. Me ne resto a casa, anche se invece me potrei andare in ufficio, dove avrei molte cose da finire o iniziare.  Festeggio, così, festeggio, con sullo sfondo, nell'aria, queste voci sindacali che appaiono turbate e sbiadite di fronte alle situazioni del periodo. Me ne sto seduto sul divano con una coca e mi vedo in TV (la benedetta/maledetta TV!) una parte del concerto del 1°Maggio. Di solito nel pomeriggio sul palco di Piazza San Giovanni passano e suonano i gruppi nuovi, quelli che ti vien voglia di sentire per sapere cosa passa di diverso nel panorama musicale italiano, dove andremo a parare insomma. La curiosità nel campo musicale mi è propria e infatti... ecco Enzo Avitabile, gli Africa Unite, i Motel Connection (con alcuni Subsonica). Ecco, appunto, il nuovo. Ho una specie di déjà-vu, mi rivedo studente, nel 1991-1992, a Venezia, anzi a Mestre con gli altri dell'appartamento di allora ad ascoltare alla TV il concerto del 1° Maggio, e con gli stessi gruppi (e infatti suoneranno più tardi Zampaglione, Elio e le Storie Tese, Daniele Silvestri ecc.). In Italia il telecomando è sufficiente per cambiare oltre che canale anche decennio e generazione; tutto (ogni situazione) massimizza la permanenza, anche se a guardare bene la linea del tempo non prosegue retta, ma pende sempre verso il basso: nelle aspettative e nella qualità dei contenuti. A pensarci bene mi sento, qui seduto sul mio divano a fare un cavolo e guardare 'sti giovani-vecchi, come quei due vecchietti del Muppet Show di un volta, Statler e Waldorf, critici e brontoloni alla FINE dello spettacolo. Adesso, mentre scrivo, passa un gruppo che canta "...sei tutto il porno di cui ho bisogno...", non li conosco, non sono male, ma insomma, i Managment del Dolore Post-Operatorio, molto CCCP con meno audacia, direi, "...siamo così piccoli che quando cadiamo non ci sente nessuno...", ok le cose vanno avanti, ma insomma: poi la regia li  taglia a metà canzone, e poi il meteo prende il sopravvento. Ecco, sto qui a parlare del tempo cronologico e la televisione mi aiuta subito a non pensare (è bravissima in questo!), a riflettere sul tempo atmosferico, a farmi i c...i miei, invece di quelli della società. Poi la pubblicità.