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lunedì 20 febbraio 2017

Un ricordo

Sabato 18 febbraio è scomparso Giacomo Pueroni, disegnatore, fumettista. Era malato di SLA. Leggo oggi molti commenti online, sulle pagine di settore e sui social, di apprezzamento e di dispiacere sincero. Giacomo era un persona simpatica e disponibile e ha saputo negli anni farsi volere bene. Era anche un serio professionsta  e di certo uno che i fumetti li conosceva davvero. La mia vita si è intrecciata molte volte con la sua perlopiù nella frequentazione comune di eventi e situazioni legate al mondo del comics. Per un tempo non brevissimo sono stato anche il suo pseudo-editore attraverso l'Associazione ARTeFUMETTO di Monfalcone, che ha collaboratoto alla stampa e alla distribuzione di Anjce, fumetto realizzato da Giacomo assieme a Miriam Blasich e Luca Vergerio. Ricordare tutto questo, oggi, è per me alquanto difficile, mi provoca una certa fastidiosa emozione. Nell'ultimo anno ho progettato, immaginato molti modi per poterlo aiutare nel suo percorso più difficile, ma non ho saputo portare nulla di ciò a concretezza. Mi sono spesso dato delle scuse, anche dove forse non c'erano. Questo mi provoca oggi un grande rammarico, perché in fondo sarebbe bastato crederci un pò di più, darsi un pò di più. Ringrazio, da persona che non lo ha fatto, tutti coloro che hanno saputo e voluto stargli vicino in questi mesi. A loro va tutta la mia gratitudine, indipendentemente da chi siano. Di Giacomo ricordo in particolare una mattinata passata a Lucca all'incontro con Jean-Claude Mézières, autore di Valerian, una delle serie BD su cui Giacomo si è formato, sulla quale ha costruito il proprio immaginario e il proprio segno. Ricordo la sua eccitazione nel sapersi lì con uno dei suoi idoli assoluti. Per una strana coincidenza la trasposizione cinematografica di Valerian uscirà in Italia nell'estate 2017, per la regia di Luc Besson. Andrò di certo al cinema appena sarà in sala, ci andrò con la consapevolezza che non sarò da solo.   

giovedì 7 giugno 2012

Strade

Esce in questi giorni in libreria un volume dedicato a Bruce Springsteen. Lo ha scritto Daniele Benvenuti di Monfalcone, la mia città. Il volume si intitola "All the way home - Bruce Springsteen in the Italian Land 1985-2012", Luglio Editore, Trieste. Il libro racconta di fatto una passione. Il sottoscritto è molto attratto dalle passioni forti, non come ragione di vita, ma come filo conduttore per ricerche molteplici. Il libro racconta tutti i concerti di Springsteen in Italia dal primo del 1985 (il famoso concerto di Milano durante il tour di "Born in the USA") ad oggi, e li racconta con la capacità di chi fa il giornalista, spesso anche musicale, di mestiere,  ovvero con il piglio del fan-collezionista (in questo caso di dischi, memorabilia e concerti springsteeniani: il nostro ne ha visti 120 o forse più, in giro per l'Europa e anche in America) e la professionalità di chi segue il mondo musicale anche per mestiere. Vari gli spunti, oltre la disamina dei concerti, e  molteplici i punti di vista con cui il mondo di Springsteen viene verificato, tecnicamente e sociologicamente. Ne viene fuori, infine, uno dei volumi più singolari e più interessanti scritti sul cantautore americano.
Io e Daniele abbiamo cominciato ad ascoltare musica insieme. Abbiamo passato 5 anni seduti uno affianco all'altro al Liceo Scientifico di Monfalcone. Lui, grazie anche, credo, all'influenza di qualche suo cugino più grande, iniziò a frequentare da prima i dischi della P.F.M. (tutti i pezzi di "Suonare suonare" divennero una specie di mantra continuo da cantare a ricreazione o ovunque ci si trovasse), mentre covava la sua passione altra, per la U.S. Triestina Calcio, a quei tempi trascinata da Totò de Falco, Costantini, Ascagni; poi virò sul rock di matrice americana, e io indirettamente con lui. Fu lui a farmi ascoltare per la prima volta "Born to Run", con quella "Jungleland" che adoravo; fu lui ancora a regalarmi "Running on Empty "di Jackson Browne, amore per me immenso, partenza per tutta la musica anni '70 americana. Poi uscì "Born in the U.S.A." e Springsteen non fu più lo stesso Springsteen. Lui andò al concerto dell'85, io no. Ascoltavo quel giorno, il 21 giugno 1985, i telegiornale e i radiogiornale parlarne per quell'evento che è stato, consapevole di aver perduto qualcosa. Nel 1986 si partì invece insieme, come inviati di Radio Città Futura, storica emittente monfalconese, per rendicontare del concerto di Van Morrison (quello di "Gloria", G.L.O.R.I.A.) al Rolling Stone di Milano. Fu entusiasmante anche se per me il G.L.O.R.I.A. cantato dall'irlandese era un semplice Na, na, na....., ma fu un inizio. Ci si schierava infine, chi sceglieva il rossetto maldato e il nero di Robert Smith di The Cure e il dark in genere, chi i jeans sporchi di olio di motore della copertina sprinsteeniana, chi il cantautorato di Fabrizio De André, di Gaber, di Guccini. Scelsi il secondo e infine il terzo (grazie a Luca, a Oscar). Con Daniele si ascoltò per la prima volta The Clash a casa di amici, la Tommy Gun di "Give 'Em Enough Rope". Non la si capì allora sino in fondo. Poi il Liceo finì, lui e altri seguirono la strada del giornalismo, da prima locale, ma in fondo non ci si è mai persi di vista. Ultimamente si è parlato varie volte di questo volume mentre andava scrivendosi, finalmente esce. Lunedì 04 giugno ero a Trieste a Palazzo Gopcevich a godermi la presentazione del volume, con tanto di sindaco di Trieste springsteeniano anch'egli, seduto lì accanto. In sala non c'ero solo io, ma moltissimi appassionati, anche Luca, anche altri amici di quei anni '80 perduti. Mi sono un pò anche commosso e al contempo entusiasmato. Un percorso si chiudeva idealmente, non per Daniele, la cui strada è ampia, ma per me, per la mia giovinezza in fondo sì. Ho visto passioni che si sono trasformate, sono cresciute, hanno vinto, alla lunga. Ho visto vite trasformarsi, cambiare, amicizie perdersi e ritrovarsi e cambiare. Ho compreso che certe cose si trasformano di continuo, divenendo tutto quello che vogliono essere, in autonomia apparentemente, anche se la strada, lunga, si chiama sacrificio. Per festeggiare, lunedì 11 giugno, Bruce Springsteen sarà a Trieste per il suo nuovo tour, a Trieste, non a Milano, Roma, Londra, ecc. ecc., ma a Trieste, anche questo segnale dei tempi che cambiano, probabilmente del mercato del disco che cambia, della necessità del tour promozionale per ogni artista. Ma lunedì si andrà a Trieste, si costruirà un altro ricordo, consapevoli che lo stadio, invisibili tra la gente, conterrà tutti gli amici ricordati e molti di nuovi e di insospettati. Lo vedo come un brindisi, questo concerto, un brindisi a noi e alla nostra piccola storia. Una storiella, se volete. Come volevasi dimostrare: "All the way home", "Tutte le strade portano a casa". 

mercoledì 25 aprile 2012

In questo paese alle pendici...


In questo paese alle pendici dell'Appennino toscano, tutte le case si affacciano sulla stessa strada. Un tempo era una strada sterrata e solcata dai segni lasciati dai cerchioni delle ruote delle biciclette. Segni in ogni direzione a farne un intreccio, una rete, che dava l'idea di qualcosa di fatto dall'uomo e al contempo di un disegno superiore, al primo incomprensibile. Da quella strada, oggi asfaltata e percorsa dalle automobili, si diramano perpendicolarmente tante piccole vie che servono altre case, altre corti, tutte venute dopo. Ogni via ha un suo nome, ogni nome ha un senso. E' a questi incroci, a tutti gli incroci, tra la strada principale e le vie traverse che, ogni anno in questo stesso giorno, la banda guidata dal suo primo cittadino si ferma per deporre una corona. E la musica che senti, ripetuta e impavida, è sempre la stessa, che conosci e che nella tua testa di turista curioso ti fa canticchiare a voce interna: "...È questo il fiore del partigiano, o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! È questo il fiore del partigiano morto per la libertà!". E mentre ti canti spensierato quelle parole, pensi solo, Grazie! Grazie a tutti voi! Grazie!, e un pò, forse, anche ti commuovi.

sabato 10 marzo 2012

Stella

Ieri è scomparso quello che indubbiamente poteva, fino a ieri, essere considerato il più influente fumettista vivente. Ieri a 73 anni è morto Moebius. Era quello il suo pseudonimo, il suo nome vero era Jean Giraud: ad ispirarlo per l'epiteto il nastro di Möbius, scoperto dall'omonimo matematico. Un nome che richiamava ad un simbolo matematico rappresentante l'infinito, a quella superficie semplice e ad una faccia sola, esattamente come lo sono le singole vignette disegnate da un fumettista. Moebius ha creato un mondo. Della sua morte mi ha avvisato alcune ore fa Mauro, che nel dirmelo ha aggiunto: "Mi pare sia finita un'epoca". E' vero, mi viene da pensare, ora. E' strano il destino di noi viventi, è strana la nostalgica commozione che ci prende quando se ne va una persona anche così poco a noi vicina. Ne ragionavo con una amica mentre di passaggio a Bologna scorgevo attonito quell'immensa fila che si stava formando davanti alla camera ardente di Lucio Dalla in Piazza Grande, sabato 3 marzo, verso le ore 9.15. Era adorabile in quel frangente sentire i commenti delle persone, i loro ricordi privati, dispiegati attraverso le parole usate nel commemorare un uomo conosciuto anche direttamente, a volte in parte, in alcuni casi per nulla. Era la gente che parlava di se stessa; come mai, in quel contesto, ho capito come la nostra partecipazione, il nostro saluto non fossero rivolti a chi se ne va, ma alla perdita di quella parte di noi che, attraverso la scomparsa di un ricordo personale, di una passione, di un piccolo mito privato, ha smesso improvvisamente di esistere. E' una presa di coscienza improvvisa e dolorosa e ad essa ci vogliamo quindi inchinare. Così, Moebius; i cui disegni potevano tutto e che tutti hanno influenzato e spiazzato. Moebius, che nella sua ritrosia a rilasciare dei disegni, l'ultima volta che ebbi modo di incontrarlo mi omaggiò di una stella. La sua.

martedì 21 febbraio 2012

Ciao

"Ma come te rivi? Come te rivi?"
"
Eh, rivo... rivo, perchè la xe bassa!"

Ciao, ciao... Romana... un abbraccio.

giovedì 2 febbraio 2012

Venezia

Oggi a Venezia c'erano meno cinque gradi. Oggi dovevo essere a Venezia, invece per una serie di imprevisti non ci sono andato. Per tutta la giornata ho ripensato alla città lagunare. Ho affrontato così spesso il tema del ricordo in questi ultimi tempi, che Venezia "mi sovviene di continuo". Non ho bisogni di suggestioni visive o sensoriali in genere, la città mi vive dentro, oramai, e io con il pensiero sto dentro di lei, tra le pieghe del suo presente, che è poi futuro di un solenne passato.
Pur dedicandomi a volte a raccontare (e al proposito colgo l'occasione per rimandarvi ad un'intervista pubblicata in questi giorni su http://www.fucinemute.it/2012/01/sessantaquaranta-due-generazioni-e-il-loro-sguardo-sul-proprio-passato/ , dove assieme a Walter Chendi mi sono trovato ad affrontare alcune domande sui temi del nostro volume SessantaQuaranta, in queste settimane in libreria), non ho mai scritto di Venezia, non direttamente almeno. Ci penso solo ora e mi pare una cosa strana, considerato quanto vissuto ho lasciato tra quelle sue fondamenta e pietre.Cosa posso dire di nuovo su questa città? Di non detto, o che qualcun'altro non ha ancora riflettuto? Ogni dettaglio che scorgo è già stato visto e descritto, fotografato o narrato. Che cosa posso allora raccontarvi di personale, ma al contempo di non retorico su essa? Posso ritrovare forse alcune immagini, come si ricorda nel sonno, riportando alla luce piccoli brandelli dalle ombre del dormiveglia.
Le calli invase al mattino presto dai gabbiani. Appiedati, se si può dire, e non volatili. Bestie enormi e dalle penne biancastre, che rompono con il becco i sacchi neri della spazzatura lasciati per strada. I resti si spargono così ovunque, mentre i predatori aprono le ali e scompaiono in cielo con un avanzo che penzola controluce.
Ancora le calli, ma lastricate di masegni, bloccati dalle malta sgretolata, che traspare dalle fughe. Sono conci concavi, che raccolgono l'acqua piovana durante e dopo un acquazzone. Ognuno porta il proprio stagno; là dove la scarpa incosciente si inzuppa, mentre tu maledici Venezia e le sue Fondamenta bagnate.
La signora con il cappuccio del giaccone contornato dal pelo finto. Tu passi oltre mentre lei se ne sta schiacciata contro il muro stonacato dal gelo. Tiene gli occhi socchiusi a godersi un raggio di sole e un improbabile riposo. E infatti soddisfatta sorride.
Il Campo dove scoprivi la casa che un animo folle, ma sensibile, aveva voluto addobbare con i colori di decine di girandole, lasciandole per sempre a ruotare nel vento. Gli eredi le hanno tolte quasi tutte, ne restano ora solo tre o quattro, come una vestigia o un monumento al gioco, o alla noia.
Il conducente del motoscafo-taxi CANALE 2, mentre suona il clacson e si appresta ad abbassare la testa per passare sotto la volta di un ponte e quindi svoltare a 90 gradi subito dopo. Il suono ti fa sobbalzare, perché improvviso o perché sei assorto dai pensieri conciliati dai passi ripetuti e svelti. Ti guardi intorno e gli altri passanti guardano intorno e verso di te e scopri in loro la stessa sorpresa.
Ancora le facce di altri passanti, che, quasi correndo o rincorrendo i propri impegni, lanciano sguardi diritti nel centro dei tuoi occhi, senza un sorriso, rivelando solo una muta perplessità per uno sconosciuto che scorge un suo simile e prova ad accennare un muto segnale di soccorso, trovando invece un muro altissimo, fuori e dentro quell'animo estraneo.
La luce di ottobre, di sera, poco prima del tramonto, con i suoi rossi, i suoi viola, dei lilla, qualche tono di blu e tanta voglia di nero, infine. E come sempre la natura l'accontenta.
Venezia.

domenica 3 luglio 2011

Ragazze

La casa parigina di Rue de Beautreillis, nel Marais, ha ospitato, quarant'anni fa, il 3 luglio 1971, per l'ultima volta Jim Douglas Morrison. La sua vita, si dice, sia finita in una vasca da bagno. Lo scoprì, ormai morto, si dice, la sua compagna Pamela Courson, che morirà tre anni dopo il 25 aprile 1974. La storia del cantante di The Doors è rappresentata dalla sua musica (ormai eterna) e in questo breve fatto di cronaca, che ne ha definito il mito. Solo la morte in giovane età e il mistero che l'avvolge è in grado di qualificare un mito; perché l'uomo ha bisogno di un confronto continuo con il mistero della morte per dispiegare la propria mente e i propri sentimenti. Se verifichiamo questi misteri, la maggior parte della volte, essi trovano una loro equivoca risposta nell'assunzione letale di droga. Ma ciò rende troppo debole e umano il mito e una morte banale non permette di riconoscersi nelle vicende retoriche. Ho visitato la prima volta il cimitero del Père Lachaise all'inizio degli anni '90, creo nel 1992, in agosto. Ero con un amico e abbiamo in quell'occasione giocato alla ricerca del mito. Jim Morrison, è sepolto lì. La sua tomba non è semplice da trovare, almeno in quell'epoca era poco segnalata, ma non sufficientemente da impedire, allora, un pellegrinaggio continuo. Io porto il ricordo di una ragazza dai capelli rosso-arancio, completamente vestita di nero con una specie di sottoveste a ricoprire i vestiti, nonostante il caldo afoso d'estate. Accendeva dei ceri e guarniva con piccoli fiori e con fare attento la tomba del cantante (una cordonata di pietra, cava al centro dove era piantato un piccolo arbusto, limitata su di un lato da un parallelepipedo di pietra con ancorata la targa commemorativa in bronzo). Guardai a lungo quella ragazza, che infine si voltò per permettermi di notare le lacrime che rovinavano un trucco pesante. Gli scattai una foto con una macchinetta a pellicola usa e getta. E' una foto che amo molto, che ripenso ogni volta sento qualcuno prendersi gioco dell'affetto di un fan per il proprio cantante preferito, per un proprio "mito", qualunque esso sia. Nel 2005, durante l'allestimento di una nostra mostra dedicata ad Andrea Pazienza a Monfalcone, in una sala veniva proiettato in continuo un filmato con le immagini del disegnatore, che parlava o raccontava il suo rapporto con il mondo di allora. Mi ricordo che mentre facevo da custode alla mostra, una ragazza si era seduta, da sola, dinanzi al video; lo guardò per un bel pezzo, poi la sentii singhiozzare, con il rumore amplificato dalle stanze in quel momento vuote e risonanti, e la sentii rivolgersi al Paz, che stava parlando dal video delle sue storie di droga, con un sentito e ripetuto: "Stupido! Stupido!". La cosa mi toccò molto. Avevo conosciuto alcuni anni priva della mia visita parigina un'altra ragazza, giocando con lei e altri amici a pallavolo in spiaggia a Monfalcone. Una sera, seduti al bar lei mi aveva confessato di non riuscire a dormire dei sonni tranquilli. Faceva dei sogni ripetuti e in particolare sognava Jim Morrison ancora vivo: che il suo spirito vagante (non uno spettro, badate, ma la sua immagine reale trasportata nell'etere!!) gli svelava ogni tanto, di notte, delle vicende raccapriccianti, che la ragazza non voleva raccontare nei particolari, per non spaventarmi, diceva. Una volta, nel parlarne, mi capitò di vederla piangere e ne fui alquanto impressionato. Aveva un'amica che, in quel finale degli anni '80, si incideva le braccia con una lametta, a prodursi dei tatuaggi primordiali. Interessanti quegli anni. Sono tornato ancora al Père Lachaise anni dopo nel 2004, per visitare altre tombe, perché gli interessi cambiano; ho scattato ancora qualche foto a quella di Jim Morrison (più disadorna, più abbandonata e meno frequentata di come la ricordavo) e non vi nascondo che mi piacerebbe visitarla ora, nella data del quarantennale della sua morte, per comprendere come cambino i sentimenti della gente, come si modifichino i loro atteggiamenti verso le cose che ci circondano. Della visita del 2004 ricordo in particolare, oltre alla tomba di Oscar Wilde, quella di un'altra ragazza, le cui vicende mi hanno da sempre molto colpito. Ripenso ora come fosse anche lei vittima di un amore e dei tempi, e noto dei parallelismi con la storia di Morrison e la sua Pamela. La tomba era quella di Jeanne Hébuterne, compagna di Amedeo Modigliani. Modigliani muore il 24 gennaio 1920. Jeanne, incinta, si suicida, lanciandosi dalla finestra di un appartamento al quinto piano, morendo sul colpo. Mi piacque molto allora quell'epitaffio, scritto sulla sua tomba (le sue spoglie furono trasferite lì, accanto al suo compagno di sempre, solo nel 1930, poiché la sua famiglia prima di allora non lo aveva concesso):"Di Amedeo Modigliani compagna devota fino all'estremo sacrificio". Le passioni umane scrivono quotidianamente nuove storie.

lunedì 20 giugno 2011

Addii mentali

La storia della E-Street band finisce in questi giorni con la morte di Clarence Clemons, avvenuta il giorno 18 giugno (la stampa ne riporta notizia oggi). Sul sito ufficiale di Bruce Springsteen il cantautore americano fa scrivere queste sue parole:"Clarence lived a wonderful life. He carried within him a love of people that made them love him. He created a wondrous and extended family. He loved the saxophone, loved our fans and gave everything he had every night he stepped on stage. His loss is immeasurable and we are honored and thankful to have known him and had the opportunity to stand beside him for nearly forty years. He was my great friend, my partner, and with Clarence at my side, my band and I were able to tell a story far deeper than those simply contained in our music. His life, his memory, and his love will live on in that story and in our band." Come sempre, quando muore un nostro piccolo o grande idolo (e noi umani, per sopravvivenza credo, siamo bravissimi a crearne di continuo), ci sembra la cosa porti con sè un vuoto profondo. Ma a noi, estimatori distanti, mancherà solo la superficie, mentre per qualcun'altro si tratterà di una prova ben più greve. Springsteen canterà ancora e dai solchi dei suoi dischi Clemons suonerà per sempre, ma nella vita del cantautore qualcosa non sarà veramente più uguale a se stessa. Rispetto questo dolore che sporca appena, di un languore nostalgico, il ricordo della mia giovinezza e dei giorni quando anch'io urlavo: "But till then tramps like us baby we were born to run..."!

martedì 24 maggio 2011

Bob Dylan

Il 24 maggio 1941 nasceva a Duluth, Minnesota, Robert Allen Zimmerman, per tutti semplicemente Bob Dylan. Oggi Dylan compie 70 anni e io, che ho imparato ad apprezzarlo negli anni, sino a divenirne un fan, mentre anche i miei di anni, assieme ai suoi, incrementavano prima a 20, poi a 30, e quindi a 40, volevo oggi ricordarlo in queste pagine con una strofa di quella sua canzone che adoro, Ballad Of A Thin Man, scritta nel 1965 e ispirata non si sa bene a chi. Molti hanno individuato tra quelle righe un giornalista e quindi uso strumentalmente questi versi per ricordare, in questi giorni mediaticamente assurdi, alcuni dei giornalisti di oggi, dell'inutilità di quelli, allorché sono asserviti al potere, allorché si beano del parlare di cose in cui spesso non credono, senza uno spessore critico vero, senza alcun valore etico.

Because something is happening here
But you don’t know what it is
Do you, Mister Jones?

domenica 19 dicembre 2010

News

Il giorno 15 dicembre è nata Ambra. Un bel regalo di Natale per Giovanni e Ilaria.
Benvenuta!
Lo zio Bob.

martedì 30 novembre 2010

Ma quanto sa essere profondo il mare....

E' morto Mario Monicelli. E' morto suicida. In realtà mi importa di più il fatto che sia morto, piuttosto che il "come"! Cioè, la cosa mi provoca un grosso vuoto mentale. Un senso di perdita più grande di quanto potessi immaginare.
Nel scoprirlo a volte in televisione o a qualche incontro, in giro per l'Italia, lo ascoltavo sempre come si ascoltano le fiabe. Era una radice di quelle grosse e ben piantate, poco incline a far ondeggiare il fusto della pianta, anche quando il vento appariva forte. Non si è piegato nemmeno alla fine. La mente va a Pavese, a tutti i giganti perduti nello stesso modo.
Di Monicelli mi ricordo soprattutto un incontro. Io avevo la mania di chiedere degli autografi e lui la mania di dedicarli, chiedendo sempre se l'interlocutore fosse a conoscenza dell'origine del proprio nome. Gli risposi, quella volta, giocando a mia volta con questo suo gioco. Volevo conoscere la sua reazione.
Gli raccontai che mio nonno era un estimatore fascista e che quando nacqui volle imporre a mia madre il nome del suo primo nipote: "Ro-Ber-To" fu la scelta, poiché richiamava in forma contratta l'asse Roma - Berlino -Tokio.
Era una sciocchezza che mi era sovvenuta alcuni anni prima.
Monicelli mi guardò sornione, ma non disse nulla. Dedicò la sua firma al mio nome. Mi spiaceva però averlo raggirato e gli rivelai che il mio nome derivava in realtà da un cantante, tale Robertino, in voga negli anni Sessanta: quello sì che piaceva a mio nonno.
Monicelli mi disse che ne era contento: che nel primo caso il fardello sarebbe stato veramente troppo grande!
Avrei altri aneddoti su Monicelli, ma questo è quello più personale.
Mi manca già, per la sua schiettezza infinita, per la sua lezione continua. Mi mancano i suoi ricordi, ormai perduti. Mi accorgo ora che non gli ho mai scattato una foto.

sabato 6 novembre 2010

Foglie d'autunno e leoni

Il 16 ottobre sono a Venezia per la Mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia. People Meet in Architecture, sotto la direzione di Kazuyo Sejima. E' la 12° edizione e io mi ricordo la prima volta che vi andai all'inizio degli anni '90, se non ricordo male alla 2° edizione, per vedere i progetti del concorso per il "nuovo" Padiglione Italia, che oggi è ancora lì, "vecchio" come lo era allora. Ho visitato gli spazi dell'Arsenale. Non vi è più distanza tra installazione architettonica e performance artistica. Non capisco se sia un bene o un male, credo un male. La parola che percepisco di più nell'aria, dalla gente o rivolta alla gente, è sicuramente "idea": "bell'idea", "idea interessante". Il piano a cui tutto sembra fermarsi è questo, quello dell'idea. La speculazione intellettuale basta? Lo sguardo curioso ed elaborato sul mondo è sufficiente? Per fare architettura, intendo.
E' forse al padiglione Italia allestito sempre all'Arsenale che trovo alcuni spunti interessanti. L'esposizione è di Luca Molinaro, dal titolo Ailati. Riflessi dal futuro (Italia scritta al contrario, ancora giochi, ancora autoreferenzialità intellettuale, uffa!). Qui i progetti esposti si lasciano guardare, proposti in forma complessa, affastellati uno vicino all'altro, gomito a gomito, diremo prosaicamente. Tra plastici e disegni, taccuini con schizzi a penna o colore, una voce registrata di ragazza declama senza interruzione decine di date e dati di tipo statistico: "in Italia, ci sono ...laureati ogni anno", "in Italia, il numero annuale di progetti autorizzati è...", "in Italia, la regione con il maggior numero di concessioni edilizie rilasciate è...", e così via. Ciò, come anche ben espresso nel foglio di presentazione all'esposizione che accompagna la visita, rappresenta con acutezza quel rumore di fondo che si sovrappone ale nostre vite di progettisti e di uomini e che disturba di continuo il "fare". Il notiziario continuo dei fatti ci distrae dai problemi e dalle soluzioni. E' una triste metafora mediatica e infine politica. E' la tristezza quotidiana di questi anni.
A proposito: non ho guardato per niente la televisione in queste settimane. Le notizie riescono ad arrivarti comunque, ti investono, ti coprono, anche se non le cerchi.
A Palazzo Cavalli Franchetti, a Venezia, ho visitato la mostra Stanley Kubrick fotografo 1945-1950. E' un'ottima occasione per vedere il magnifico scalone del palazzo e quindi le fotografie di un regista che usa gli scatti come fossero sequenze di tante storie da raccontare o solo in parte raccontate.
I grandi non si limitano mai alla sola immagine, all'icona fine a se stessa o allusiva, ma si sporcano le mani con il racconto, con le storie. Negli scatti dell'americano riscopro le facce dei personaggi dei film di Kubrick che saranno di lì a poco. Facce, modi espressivi che non esistono più, ormai cambiati dalle mode e dai costumi, ormai perse per sempre.
Il giorno 30 ottobre sono a Lucca per la Fiera internazionale dei Comics. Sono con Alessia e Walter Chendi. E' serata di premiazioni. Praticamente dalla scorsa estate (2009) ho visto nascere il romanzo a fumetti di Walter, La porta di Sion, edito poi da Edizioni BD nel gennaio 2010. Ne ho seguito a distanza il percorso. Restiamo in parte sorpresi (si badi non per la qualità del libro, ma per il fatto che ci sia stata gente capace di capirne la stessa qualità in questo sistema editoriale propenso a inseguire soltanto gli eventi, a seguire le mode e le etichette), quando Walter viene chiamato sul palco per ricevere il Premio Gran Guinigi 2010 per la Miglior storia lunga (graphic novel si dice nel giro degli intellettuali!). La porta di Sion ha vinto, ne sono contento. Anche Walter lo è e questo mi rende ancora più contento. Sul palco Walter dedica la vittoria a Vittorio Giardino. Mentre torno a sedermi in platea, dopo aver scattato alcune fotografie sotto il palco, durante la premiazione, vedo nella sala gente conosciuta con stampati in fronte gradi punti interrogativi. Credo faccia bene interrogarsi ogni tanto.Nella settimana di Lucca Comics 2010 è uscito in edicola il primo di una collana di volumi che raccoglie alcune tappe del lavoro di Sergio Toppi , edita dai Periodici San Paolo di Milano (Il Giornalino, Famiglia Cristiana), in collaborazione con il Museo Italiano del Fumetto e dell'Immagine di Lucca. La collana curata da Stefano Gorla e da Angelo Nencetti ristampa alcune storie e molte illustrazioni che il maestro Toppi ha editato nella sua carriera. Lo stampato è raccolto in volumi attorno a dei temi geografici: Africane, Mediterranee, ecc, riprendendo un progetto che già emerge nell'opera di Hugo Pratt. La cosa che più mi ha interessato di questa novità editoriale è che i curatori hanno voluto dare alle illustrazioni un filo conduttore che le accompagni, creando una sorta di metaracconto, di diario di viaggi possibili, sulle rotte dell'immaginario di un autore. Io credo che questo sforzo di abbandonare una rappresentazione esclusivamente fatta per immagini, il catalogo d'arte per intenderci, e riscoprire il senso della sequenzialità, del racconto appunto, sia un bene, in senso assoluto. E' forse un insegnamento riscoperto, a cui Toppi è abituato con il suo fumetto "etico", che tanto ho apprezzato negli anni e che oggi molti "giovani" autori, che si credono artisti e tanto adorano i "diritti" e così poco i "doveri" dell'essere autore (il lavoro duro, prima di tutto), farebbero bene a rileggersi.

sabato 8 maggio 2010

A Livio

Il giorno 29 aprile è morto a 67 anni Livio Schiozzi, trestino, insegnante (all'Istituto d'Arte a Trieste dal 1969 al 2001), artista, pittore e scultore, curatore. Schiozzi aveva frequentato negli anni '60 l'ambiente della galleria La Cavana e Il Centro Arte Viva di Trieste, allora animati dalle figure di Enzo Cogno e Miela Reina, ma contemporaneamente il mondo delle gallerie di Milano. Amava l'architettura, specie l'architettura intesa come attività linguistica, progettuale, connessa al disegno, alle forme. La sua era una visione dell'arte in forma architettonica nella maniera in cui anche il luogo pittorico o scultoreo veniva concepito quale spazio architettonico, calato in una distanza e rappresentatività del tutto classica, fatta di sospensioni, di presenze che sono anche essenze (nel senso di assenza del superfluo). L'arte (anche la sua), che sfociava nell'architettura (nel senso di spazio architettonico) e viceversa (quale luogo mentale e in parte utopistico). Amava le composizioni di Giorgio Morandi, di Fausto Melotti, amava Etienne-Louis Boullée.

Per ricordare Schiozzi voglio dedicargli un passo da Architettura. Saggio sull'arte di Boullée: "(...) allora se si riesce a svelare l'esistenza e l'origine dei principi sui quali è fondata l'arte dell'architettura, si può concludere, io credo, senza mostrarsi per quanto imprudenti, che tali principi sono tuttora ignoti o, perlomeno, non sono stati sviluppati da coloro che hanno avuto l'opportunità di conoscerli." Livio Schiozzi ha condotto la sua ricerca nel tentativo di sondare quei principi. E' stata la sua "piccola missione".

Per quanto mi riguarda ho avuto occasione di conoscerlo una volta sola, durante un episodio della mia attività culturale con ARTeFUMETTO. Di quell'episodio ricordo una macchina troppo piccola e dei quadri, non suoi, troppo grandi. La sua perplessità nel prestarli, specie alla vista della macchina troppo piccola. Ricordo una stretta di mano finale di co-responsabilità reciproca verso quell'arte che portavamo via, mentre il portellone calava e il bagagliaio si rivelava non stretto, non grande, ma giusto. Ad una rinnovata e mai venuta meno responsabilità verso il ricordo di quell'arte si sente legata in questo frangente la mia memoria, che ricorda l'impegno, la coerenza e quell'espressione stampata in volto: un misto di perplessità e malinconia.

martedì 23 marzo 2010

Simpatie

Ieri sera mi è capitato di guardare il concerto di Lucio Dalla e Francesco De Gregori trasmesso in prima serata da RAI2. Un concerto entusiasmante direi, visto che entrambi hanno deciso di presentare molti dei loro successi, in maniera non banale, con arrangiamenti indovinati, pescando da un paniere di titoli immenso di successi e anche capolavori. Non sono un fan dei due, ma conosco molte loro canzoni a memoria, soltanto per avermi quelle accompagnato prtaticamente durante tutta una vita. Credo che ieri sera la "Com'è profondo il mare" di Dalla, la "Santa Lucia" di De Gregori e anche una versione rock/blues di un canzone che non mi ha mai entusiasmato come "Buona notte Fiorellino", siano state tra le più riuscite. Alla fine una bella serata di musica.
Il fatto è, poi, che a me Lucio Dalla è sempre stato un sacco simpatico. Il suo eccletismo e la sua misurata stravaganza, questa sua stessa mania di nascondere da sempre la calvizie (un vezzo inutile, vista la sua grandezza artistica), mi hanno sempre indotto sentimenti positivi. Ho anche un ricordo su di lui.
Assieme ad Antonello ero andato il 09 ottobre del 2004 a Codroipo, in provincia di Udine, alla mostra di Marco Martellini, un caricaturista veramente bravo. I curatori dell'iniziativa, il gruppo degli Auagnamagnagna, nostri amici, avevano fatto stampare un librino con alcuni lavori del disegnatore, sul quale in copertina imperversava questo faccione sghembo di Lucio Dalla. Martellini fece per l'occasione una caricatura a tutti, poi caso volle che a Trieste, non proprio dietro l'angolo quindi, ci fosse in Piazza dell' Unità, in occasione della Barcolana di quell'anno, il concerto gratuito di Dalla stesso. Un caso. Martellini per scherzo disse: "Se andate a Trieste date il mio libretto a Lucio!". Fabio Varnerin e Marco Tonus degli Auagnamagnagna, per ribadire, sottolinearono che sarebbe stato un bel gesto verso il disegnatore, un pò ridendoci sopra. Antonello e io prendemmo la cosa come sfida. Era già tardi e partiti con il librino in tasca raggiungemmo Trieste a concerto ben iniziato. Davanti al palco c'era una folla notevole e la nostra iniziativa sembrava alquanto stramba. Così, con la calma serafica che ci è consona in tali frangenti, ci sedemmo su alcuni panettoni in cemento posti a delimitare l'area degli artisti dietro il palco. Antonello aveva questo libretto in mano e alcune guardie del corpo ci guardavano un pò con supponenza, un pò con ilarità. Ci rilassammo, ascoltando la musica proveniente dal palco. Ascoltammo la voce di Dalla che presentava sul palco la cantante Nicky Nicolai per un paio di pezzi da solista. Poi, ecco Dalla, che clarinetto alla mano, se ne esce nel retro palco, fa la scaletta che porta dal palco alla quota della piazza e si fa alcuni giretti di cazzeggio: mentre sul palco suonano, cantano, lui si gode la quiete. Vede noi seduti sui panettoni, con due guardie del corpo davanti, e vede Antonello che, senza troppa agitazione in verità, alza il libretto, agitandolo lentamente. Lucio Dalla incuriosito se ne viene da noi; le guardie del corpo sono un pò imbarazzate; noi gli spieghiamo del libretto, della caricatura, della mostra, di Martellini; accetta il libretto in regalo, dandolo in consegna ad un suo assistente, che lo aveva raggiunto; Lucio prende dalle nostre mani alcune cartoline con la stessa immagine della copertina del libretto, ne autografa una per me e poi su di un altra scrive: "Ti ringrazio. Lucio Dalla" e poco più in là "Con affetto". Ci saluta con un mezzo inchino e torna sul palco dove la Nicolai sta ultimando l'esibizione.
Noi ci mettiamo a ridere. Prendiamo il cellulare e scriviamo un messaggio a Varnerin, a Tonus e a Martellini, con scritto: "Ok! Missione compiuta".
Ho letto stamani che la serata su RAI2 con i due cantautori è stata subissata negli ascolti da "Amici" su Canale 5 e dalla fiction su RAI1. Bene, io vi dico, "oh pubblico televisivo", mi inchino ai vostri gusti, ma temo siate meritevoli di ciò che avete.

giovedì 28 gennaio 2010

Storia e memoria

All’indomani della Giornata della Memoria, che come ogni anno mi porta a confrontarmi con un passato scomodo e doloroso, che, in quanto essere umano, mi appartiene, mi trovo ad interrogarmi sulla possibilità che questa occasione ci offre “per ricordare” nell’impossibilità “di comprendere”. Così ho sentito suggerire dal senatore Bacicchi durante l’incontro di presentazione dello spettacolo E’ bello vivere liberi!, scritto e interpretato da Marta Cuscunà, e che rappresenta uno splendido esempio di teatro civile, dove vengono rilette le vicende della vita della partigiana comunista Ondina Peteani di Ronchi dei Legionari, deportata ad Auschwitz e sopravvissuta a quella orribile esperienza (morirà nel 2002, se non ricordo male). Ciò che più mi sconcerta quando partecipo a qualcuno degli eventi correlati a questa Giornata istituita in Italia per legge nel 2000 (con grande ritardo direi) è la consapevolezza che le testimonianze dirette a cui noi possiamo oggi assistere (da parte di ex deportati o di partigiani o semplicemente di nonni o zii, che quel periodo lo hanno vissuto in prima persona) non potranno durare che qualche anno ancora. L’inevitabile scomparsa dei testimoni diretti porta con sè un rischio enorme, per la tendenza dell’uomo a restare impressionato esclusivamente da ciò che può toccare con mano: il ricordo che si dissolve a volte nel folklore o a volte nel revisionismo. Da qui l’importanza di ascoltare i testimoni, alimentando la memoria, ogni volta ce ne sia data l’occasione.
Di quanto ho sentito nella giornata di ieri (oltre allo spettacolo di Marta), mi restano principalmente due testimonianze/interventi, che credo più significativi del semplicistico e strumentale effetto mediatico “Ogni uomo oggi è ebreo. Anche io oggi sono ebreo…” pronunciato dal presidente del Senato Renato Schifani durante la visita lampo alla Risiera di San Sabba di Trieste, stella di Davide puntata al petto. La prima è del premio Nobel per la Pace Eliezer Wiesel, rumeno di cultura ebraica, oggi americano, sopravvissuto al campo di Auschwitz prima e di Buchenwald poi: “I testimoni hanno parlato, ma il mondo si è rifiutato di ascoltare, altrimenti non si spiegherebbero i genocidi che sono avvenuti nel dopoguerra: se Auschwitz non ha guarito il mondo dall’antisemitismo che cosa potrà guarirlo? (…) Non dobbiamo consentire che il nostro passato diventi il futuro per i nostri figli.”
La seconda, lapidaria e universale, è del Goriziano Mario Simaz, sopravvissuto all’internamento nei campi di sterminio in Germania, insignito ieri della medaglia d’onore del Presidente della Repubblica nella cerimonia organizzata dalla Provincia di Gorizia: “Ai giovani e a chi non ha vissuto la tragedia della Shoah posso solo dire che la guerra, l’odio e la violenza sono cose terribili, che non si devono ripetere mai più”.
Mi sovviene ora. La memoria è spesso acritica, non incline ai compromessi: assorbe e restituisce esperienze proprie e altrui. La memoria non sceglie e mi porta oggi ad un ricordo che stava sepolto lì, tra le pieghe, e ora sembra un rigurgito, che potrei forse interpretare a fronte di quanto detto sopra, ma che invece credo di instradare disinvoltamente tra i fatti di cronaca, divenendo un omaggio alla mia memoria e alla mia giovinezza.
E’ un episodio del 1988. Io, studente di Architettura a Venezia al primo anno accademico, potendo accedere alle liste per disporre di una stanza nelle case dello studente veneziane, avendo ricevuto, per ragioni burocratiche, l’assegnazione in ritardo, vengo alloggiato nella casa denominata Ca’ Laca, non distante dalla chiesa dei Frari. La mia fu la condizione di unica “matricola” in un contesto storicamente assegnato ai fuori corso, fuori zona, perlopiù di origine pugliese e siciliana o straniera in genere. Fu quella un’esperienza formativa, direi, paragonabile ad un anno (tanto durò la mia permanenza lì) di leva militare. Dei “nonni”, a cui seppi infine tenere testa, divenendo una sorta di mascotte accettata e rispettata nella casa, mi ricordo tra gli altri di Carlo, con cui dividevo la stanza. Carlo era catanese e mi faceva ascoltare giorno e sera Fisiognomica di Franco Battiato. Stava allora preparando la sua tesi di laurea sull’Arsenale di Venezia e la stanza sembrava un deposito di plastici di studio. Carlo aveva una ragazza di Venezia e quando occupavano la stanza per farci del sesso, si chiudevano a chiave e mi lasciavano in portineria al piano terreno (noi stavamo al quarto, nel sottotetto) un biglietto con scritto: COMPLETO!
Mi ricordo poi di Mauro, che ci invitava nella sua stanza e mentre ci offriva del Jack Daniels al lume di candela (che io non bevevo, essendo astemio), ci chiedeva consigli sulle fotografie di nudo che scattava alla sua ragazza sullo stesso divano dove noi stavamo seduti. Sullo sfondo le musiche di David Sylvian e dei This Mortal Coil, che io suggerivo per tutti.

Mi ricordo del gruppo leccese e del gruppo palermitano e della loro caciarosità e litigiosità, continua ed insistita, che non smetteva mai, nemmeno alla mensa universitaria di Ca’ Foscari. Ricordo il portiere Sandro (???), veneziano “DOC”, che insisteva per degli infiniti tornei a scopone scientifico, che finiva sempre per vincere e che convinse l’ESU a dotare la casa di un videoregistratore per l’organizzazione delle serate cinematografiche suddivise su tre fasce serali: dalle 18.00 alle 20.00 film “commedia”, dalle 20.00 alle 22.00 film “serio”, come diceva Sandro, dalle 22.00 alle 24.00 film “porno” (la fascia più seguita dagli uomini e dalle donne della casa, imperversando allora Moana Pozzi).
Ricordo vari ragazzi sui 25-30 anni, sconosciuti alla casa, che entravano nella sala di ingresso, dove c’erano delle sedie o delle poltroncine, e strafatti d’haschis (credo), se ne stavano lì a smaltire, con lo sguardo nel vuoto, senza rispondere alle domande dei più, senza dire nulla, perché in fondo c’era poco da dire in quei favolosi anni ’80.
La componente straniera era fatta di un nero inglese, fan di Michael Jackson, che se ne partì al concerto di Torino e tornato ci rifece, precisi, precisi, tutti i balletti del suo idolo; di alcuni palestinesi, un Monhir, un Hassam, e alcuni libanesi cristiani. Ricordo che di notte non si dormiva mai (e di giorno non si studiava mai), perché c’era sempre qualcosa da festeggiare. Ricordo i ramadan di alcuni palestinesi e il totale disinteresse per la religione di alcuni altri. Tra questi ultimi c’era un palestinese sciancato, zoppo e astuto, che soffiava, con i suoi modi gentili, le ragazze a tutti.
Una notte una ragazza di Castelfranco Veneto ci svegliò, io e Carlo. La porta delle camere era sempre aperta e la privacy non esisteva. Nella casa i bagni erano in comune e le scale, dalle quali si “gavettonavano” i neo-laureati con secchi d’acqua dal quarto piano, era una specie di piazza pubblica. La ragazza aprì la porta verso le due o le tre di notte, ci svegliò gridando che qualcuno al terzo piano aveva organizzato un addio notturno per la partenza di un ragazzo libanese, di cui non ricordo il nome. Ci trovammo così nella stanza della ragazza, tutti in pigiama e pantofole con un piatto di spaghetti fumanti tra le mani. Il ragazzo libanese era tristissimo: doveva partire d’urgenza per il sud del Libano, essendo i suoi genitori stati uccisi durante uno scontro a fuoco, credo all’interno della guerra interna alla comunità cristiana che scuoteva al tempo il paese, conseguentemente alla storica formazione della zona di sicurezza tra Libano e Israele. Suo fratello gli aveva chiesto di rientrare, poiché vi era la casa da difendere o qualcosa di simile (non ricordo bene). Ricordo che salutammo la partenza, brindando con della Coca-Cola e che nel salutarci il libanese ci baciò uno a uno sulla guancia, lasciandomi ancora oggi la sensazione della sua barba che mi pungeva il volto e della sua pelle bagnata di lacrime. Il ragazzo ci disse che se tutto si fosse sistemato, se non fosse morto ci saremmo rivisti, lì a Venezia. Ci ritrovammo, invece, circa due mesi più tardi, nella stanza di un altro libanese, a ricordarne la morte.

La memoria è acritica dicevo, consente sovrapposizioni complesse, ci porta lontano dal centro del problema, ma forse soltanto apparentemente.
(la foto è tratta da una scena dello spettacolo E' bello vivere liberi!, di Marta Cuscunà)

sabato 9 gennaio 2010

Cultura...! What's? Cu-l-tu-ra! Ah yes, we can!


Nella mia città, Monfalcone, ci sono grandi sommovimenti nel settore culturale. Ciò che mi ha colpito di più è la scelta del Comune di procedere ad una selezione pubblica per individuare il nuovo direttore artistico della stagione musicale/concertistica del Teatro Comunale di Monfalcone. Sembra una cosa banale, detta così, ma bisogna pensare che Carlo de Incontrera è curatore della stagione musicale del Comunale da 26 anni. De Incontrera saputa la cosa, alla quale l'Amministrazione non può sottrarsi per questioni normative nazionali, ha scelto con queste parole di non partecipare alla selezione: "Mi si trova sulle enciclopedie, figuriamoci se alla mia età (quasi 73 anni) mi metto in gara: sarebbe ridicolo!...In alcun caso parteciperò alla selezione pubblica. Ritengo, infatti, che dopo 26 anni, sia giusto lasciare il campo ad altri, possibilmente più giovani. Tutto qui".
De Incontrera va detto ha contribuito alla creazione del Teatro Comunale come è oggi, una realtà riconosciuta a livello nazionale, e ha prodotto stagioni musicali con nomi di assoluto rilievo, essendo persona preparata e competente. A fronte di tutto questo, alcuni giorni dopo l'annuncio l'Assessore alla Cultura di Monfalcone ha anche proposto, pur di non perdere la collaborazione di de Incontrera di trasformare il tatro Comunale in una Fondazione, aggirando quindi il cavillo normativo dell'obbligo di selezione (fonte il quotidiano "il Piccolo" di Monfalcone/Gorizia del 07 gennaio, mi pare). Questi i fatti, vedremo.
Volevo però soffermarmi su alcune parole di de Incontrera rilasciate a margine degli avvenimenti citati (intervista su "il Piccolo" del 06 gennaio). Il direttore artistico parla in relazione alla flessione di spettatori che il Teatro Comunale ha vissuto nella stagione musicale e dice: "E' un fenomeno nazionale e internazionale, per carità. Forse Monfalcone paga anche il fatto di essere una piccola città o forse il pubblico s'è impigrito. Sicuramente mancano i giovani a teatro e, per ragioni sconosciute, è sparita la platea triestina. Ma certo la flessione ha rappresentato un qualcosa di doloroso e ora mi chiedo se il mio "fare cultura" non si sia scollato da ciò che il pubblico insegue oggi. Se la tendenza è seguire le nefandezze, le furberie pubblicitarie, i personaggi trionfanti che sono dei poveracci, io non intendo piegarmi a questa logica. Credo che fare cultura non equivalga a dare il pubblico in pasto a ciò che chiede, ma di portarlo a crescere....Io voglio che il pubblico si innamori delle cose che amo. E siccome il rapporto tra un direttore artistico e il suo pubblico è un rapporto che dalla committenza arriva per fiducia, e non per concorso, fintanto che resta la fiducia e le cose vanno bene si resta, altrimenti si va via. Non devo fare il segretario della platea: per questo non occorre un direttore artistico, può farlo qualsiasi agenzia, basta alzare la cornetta. Io non ci sto: sono pagato per fare un progetto culturale e non per fare la segreteria".
Credo che quanto detto si commenti da solo. Personalmente condivido molto di quello che il direttore ha detto, tra cui che Monfalcone è una piccola città e come tale va presa e soddisfatta. Credo che al di là della bontà di ogni progetto culturale, il pubblico di una piccola città vada favorito anche con cose di taglio popolare, ovvio che ciò c'entra molto poco con il fare cultura, sia chiaro. Non posso dare soluzioni a de Incontrera, perchè il problema che pone non ha una connotazione precisa, trovando le proprie radici nella trasformazione di una società intera di fronte all'imperversare della televisone e delle mode. Personalmente mi spiace che de Incontrera non resti alla guida del teatro, a lui devo alcuni concerti splendidi e soprattutto il merito di aver portato Steve Reich a Monfalcone. Credo però anche che dalle sue parole emerga il desiderio di lasciare il suo incarico e, quindi, che in tal senso vada lasciato seguire la sua strada. Spero, comunque sia, che si voglia realmente affrontare i problemi correlati al fare cultura in città e di non trovarmi, come spesso succede, di fronte ad una situazione che insegue la massima de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa del "cambiare tutto per non cambiare nulla".
Per quanto mi riguarda associerò sempre il nome di Carlo de Incontrera a quello di Miela Reina, colei che ritengo l'artista più importante che questa regione abbia proposto negli ultimi cinquant'anni. Lei era pittrice, artista pop, scenografa e contemporaneamente insegnante, il che non è meno importante nella sua vicenda umana e artistica. De Incontrera ha condiviso con lei e altri una stagione entusiasmante nella Trieste della fine degli Anni '60 (va ricordata almeno l'operazione musicale del Liebslied, con Carlo de Incontrera come compositore e ideatore, Miela Reina come scenografa e Emilio Isgrò come librettista). Miela Reina muore nel 1972 a soli 37 anni, dopo le esperienze con la Galleria la Cavana a Trieste e con la sezione di arti visive di Arte Viva, lasciando un vuoto artistico importante in quegli anni). Io ho conosciuto l'arte di Miela nel 1983 durante un'antologica allestita a Monfalcone presso la allora Sala Roma. Mi sono innamorato dei suoi lavori, quelli più pop in particolare, quelli che sapevano contaminare l'arte cosidetta "maggiore" con quella sequenziale e applicata. Per lei il fumetto non era un espressione sconosciuta e alcuni suoi lavori quali Cenerentola e Storie elisabettiane lo dimostrano. Io ho avuto modo di parlare con de Incontrera alcune volte, per telefono perlopiù, durante la preparazione di una mostra che ho curato per ARTeFUMETTO nel 2004.

La mostra intendeva esporre in forma di collettiva, ma di fatto realizzando quasi tre personali a confronto, i lavori di Nicoletta Costa, artista triestina, tra le più conosciute nel mondo dell'illustrazione per ragazzi (Giulio coniglio, la nuvola Olga ecc.), quelli di Sara Not, altra illustratrice triestina (Valentina, le Superamiche) e appunto Miela. De Incontrera fu molto gentile, mi mise in contatto con gli eredi delle opere di Miela. Al tempo mi parve persona consapevole, altera, molto preso dai suoi impegni e dal suo lavoro. Mi parve poco disposto a guardare al passato e molto al futuro. Non ci fu di grande aiuto materiale, ma allo stesso tempo fu determinante. Per quell'esposizione io e Fabio riuscimmo a farci prestare le tavole de la Cenerentola, le Storie elisabettiane, alcuni disegni di Blow up, tra cui uno che raffigurando un primo piano stilizzato di un ragazza di nome Bella, diceva: "Bella da vicino! Bella alla distanza di un bacio!", che mi straziò veramente e divenne una parte del manifesto della mostra. Oltre a queste due grandi quadri pittorici, dal titolo Arte maggiore, del 1971.

Questi quadri divennero il "la", per il senso che la mostra doveva avere. Rompere i confini, rappresentare nelle stesse sale arte cosidetta "maggiore" e quella cosidetta "minore", quale il fumetto e l'illustrazione per ragazzi, alcuni anni fa era ancora considerata (credo che al di là dei battage pubblicitari lo sia ancora oggi, dai più). Quell'intendimento divenne poi il vero fulcro scatenante dell'attività di ARTeFUMETTO. Le tavole "fumettate" di Miela vennero allestite tra i suoi quadri Arte maggiore e preceduti da una sua foto con lei che tiene tra le dita di una mano un miniquadro dal titolo Arte minore. La mostra si intitolò: Credi ancora ai luoghi comuni? e durò nonostante le fatiche prodotte per allestirla (dovendosi usare quelle sale per ospitare un evento "politicamente" più interessante) soltanto 6 giorni. Le presenze furono di 550 persone di cui oltre 250 presenti all'inaugurazione. Ricordo Nicoletta Costa ricevere da una bimba, innamorata dei suoi lavori, un mazzo di fiori; rcordo Sara che dovendo parlare di fronte alla gente presente seppe soltanto dire: "Mi piace molto la borsa di Nicoletta Costa!"; ricordo che la sorella di Miela Reina ci ringraziò molto e questo mi fece veramente piacere, dando un senso al nostro lavoro.
Quello che voglio dire ora è che in quell'occasione credo si fece cultura e al contempo si percepì la gente, il pubblico come vicino. Sembrava un'iniziativa sospesa, di cui restano poche fotografie, tra cui quella qui sotto, con Sara e gli amici di sempre. Era il tentativo di dire qualcosa senza la pretesa di cambiare le persone, senza la pretesa di inseguire arabe fenici le cui ceneri sono svanite da tempo. E' stata la mostra più significativa fatta da ARTeFUMETTO finora, indipendentemente da cosa ne pensino gli altri.

lunedì 4 gennaio 2010

La Pazienza per Andrea Pazienza

Oggi è uscito sulla cronaca di Monfalcone del quotidiano locale il Piccolo un articolo riassuntivo sull'attività espositiva della Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone. Inaugurata il 15 giugno 2002 ha ospitato sino ad oggi 57 esposizioni. Tra queste la più visitata è stata una mostra sull'incisore Tranquillo Marangoni che in 65 giorni è stata visitata da circa 3mila persone (vorrei sottolineare che sono numeri alti da queste parti). La mostra, sottolinea l'articolo, era però abbinata alle celebrazioni per il Centenario del cantiere Navale di Monfalcone, godendo del trend positivo di quell'evento, fortemente pubblicizzato e sentito dai locali. L'articolo continua: "Se si considerano invece i singoli eventi, la coppa delle preferenze del pubblico è stata assegnata alla mostra di fumetti dedicata ad Andrea Pazienza (del 2005) che in soli 38 giorni (quindi la metà di quelle dedicate al cantiere) riuscì a portare a Monfalcone (forse meglio, in mostra, n.d.s) ben 2712 persone". Quella mostra (che se si aggiungono anche le iniziative collaterali al di fuori della Galleria interessò più di 3500 persone) si intitolava "Andrea Pazienza. Segni e memorie per una rockstar" la organizzammo io, Fabio e Mauro in qualità di Associazione culturale ARTeFUMETTO, con la collaborazione del Comune di Monfalcone e in particolare con il sostegno dell'allora assessore comunale Stefano Piredda. La macchina organizzativa per la mostra, che fu inaugurata il 19 marzo del 2005, partì in realtà nel gennaio 2004, forse tra accordi e simili ancora qualche mese prima. Fu una cosa estenuante che ci portò a confrontarci con la famiglia di Pazienza, i suoi eredi, moltissimi autori, tra i più noti del panorama fumettistico italiano, giornalisti, fans e chi ne ha più ne metta. Per quella mostra ci volle veramente una "Pazienza" infinita.
Di quel periodo ricordo Roberta per il suo impegno e contributo alla mostra in fase di comunicazione; ricordo Clara, che ci aiutò e con la quale naque poi un'amicizia e per Fabio qualcosa di più; ricordo le riunioni fiume con i responsabili del comune, le telefonate infinite a tutte le ore con Michele Pazienza; ricordo Luisa che accettò di preparare per noi uno spettacolino teatrale in galleria e che poi utilizzò una parte di quello spettacolo per una rappresentazione molto bella dedicata al disegnatore scomparso; ricordo Franco Giubilei, giornalista de la Repubblica (che io ero convinto essere de La Stampa e lo presentai come tale), che propose in anteprima un suo saggio su Pazienza, che divenne un vero best seller ristampato più volte; ricordo Michele Pazienza con sorella, madre e famiglia, la cui auto si spaccò la sera dell'inaugurazione e ci volle la mattina dopo il carroattrezzi per portarla via; ricordo lo spettacolo teatrale con questo gruppo che si chiamava Teatro Le ZeRBe, venuto da Genova e che proprio la sera del 2 aprile 2005, alle ore 9.00, proprio mentre Papa Wojtyla moriva, (con l'amministrazione che ci disse di scegliere noi se rappresentare lo spettacolo o meno e io decisi di rappresentare perchè dissi: il papa è stato attore, infondo, quindi probabilmente ne sarebbe contento, cosa che convinse tutti) e mentre tutti erano a casa attaccati alla televisione ci regalarono uno spettacolo esilarante rileggendo le storie di Andrea (Nel segno di Paz); ricordo che grazie a Roberta proiettammo quattro film omaggio a Pazienza tra cui un documentario su di lui, il film Paz e anche il film Tre metri sopra il cielo (che fece un bel pienone e forse c'entrava poco, ma al tempo non rappresentava ancora il putiferio che fu dopo). Insomma ricordo di quell'anno una serie di cose impressionanti.
Però ciò che mi piace ricordare di più è questa foto scattata il 01 febbraio 2004, quando con Mauro, Fabio e Gianluca, andammo per la prima volta ad Ozzano dell'Emilia a trovare Michele Pazienza, con il quale avremmo dovuto prendere accordi per i diritti sul materiale da stampare per il catalogo e simili. Si stava svolgendo la sfilata dei carri allegorici per il Carnevale (in anticipo perchè in quelle zone i carri sono pochi e ogni frazione si passa gli stessi, una domenica dopo l'altra nel periodo carnevalesco, e quindi ad Ozzano il Carnevale veniva molto prima del martedì grasso, diciamo con due settimane di anticipo). C'erano un sacco di coriandoli a terra. Tra le persone che accompagnavano con la famiglia la sfilata scorgemmo Michele Serra. Mauro faceva lo scemo, Gianluca fumava, Fabio stava per entrare per la prima volta a casa del fratello di uno dei suoi miti assoluti. Eravano sereni, inconsapevoli di cosa ci sarebbe aspettato da lì a poco, eravamo pieni di stimoli verso questa cosa che si doveva fare. E' un autoscatto che mi infonde una tenerezza infinita. Vederla, oggi, mi pare ieri e invece sono già passati quasi sei anni e attorno mi sembra cambiata ogni cosa: non in meglio.