lunedì 28 giugno 2010

Inevitabile calcio!

E' una sorpresa anche per me trovarmi a parlare di calcio. Chi mi conosce sa quanto ne sia estraneo sia per interesse che per pratica. Ma non mi ritengo un disfattista sul tema: mai pensato "il calcio che pena! Undici uomini in mutande a correre dietro ad un pallone!". Credo che sia un grande sport, uno dei più complessi sul piano agonistico e soprattutto tattico. I Mondiali di calcio li seguo da sempre: dal 1978 ne ho anche personale memoria. Ho sempre apprezzato lo spettacolo della concentrazione di speranze e delusioni perfettamente umane che una vittoria o una sconfitta in quel contesto offre.
Da spettatore ho visto l'Italia perdere con la Slovacchia il 24 giugno scorso: 2 a 3. La cosa che mi ha colpito aldilà dell'evento sportivo è stata la vicenda dell'allenatore della nostra squadra, Marcello Lippi. La sua sottile arroganza dimostrata dai tempi della sua sostituzione a Donadoni è stata esemplare direi ed epifanica di certi sistemi. La cosa più interessante è stata la sua conferenza stampa a partita persa ed elimazione avvenuta. Ha detto, pressapoco: " Sono dispiaciuto e mi assumo tutte le colpe!" Le persone che dovrebbero darci degli esempi ci hanno ormai abituato in questo paese a formularsi da soli i giudizi e a non accettarne dagli altri. Lippi non è stato da meno, rivelando in tal senso quanto fosse fuori posto nel suo ruolo di guida e quindi di "educatore". Lippi è l'Italia, purtroppo. La rappresenta con tutte le sue contraddizioni, con la sua scarsa umiltà. Lippi rappresenta il "sistema Italia" e la sua classe politica tutta. Un mondo di persone "infoiate" dentro le proprie aspettative di successo personale ed economico. Persone alle quali di questo paese, realmente, importa poco. Loro stesse forse non se ne rendono conto. Vecchi, non anagraficamente, ma vecchi dentro.
Andrea Pazienza riprendeva Boris Pasternak nei suoi pensieri a fumetti e recitava: "La vecchiezza è una Roma/ senza burle e senza ciance/che non prove esige dall'attore/ma una completa autentica rovina". Un tempo leggevo suggestioni diverse in quelle parole, che probabilmente rimandavano invece a tutt'altro. Oggi, nel collegamento di idee che ne è sorto, per me quelle significano semplicemente che la vecchiezza domina, CI DOMINA, attraverso le persone che dovremmo stimare, quelle che votiamo e quelle che non votiamo. Al contrario dello spunto dei fratelli Coen nel loro film premiato dall'Oscar: "Questo è un paese per vecchi!" E' uno Stivale calzato a pennello su ciò che siamo! E sinceramente, mentre comunque alzo le mani ad ogni gol della nazionale calcistica, un certo disgusto di fondo alfine lo provo!

domenica 20 giugno 2010

Piccole scatole emozionali n.4

Roma. Basilica di San Pietro in Vaticano. L'elenco dei papi sepolti nella chiesa: il senso di far parte della storia, il senso della brevità di ciò che chiamiamo storia. Una serie di nomi tutti contenuti in una lapide e per ogni nome vicende, destini, uomini, tragedie: al contempo una costrizione ed un allargamento infinito. Brividi sotto pelle...devo distogliere il pensiero.

martedì 15 giugno 2010

Io ero là e lui forse non c'era

Domenica 13 giugno alle 20.30 precise. Sul palcoscenico temporaneo, montato sul parquet del palasport Hala Tivoli di Lubiana le luci si spengono. Una voce programmata fa un discorsetto retorico, elogiativo in inglese e poi conclude, sempre in inglese: "Signore e signori, ecco a voi Mister BOB DYLAN!"
Sì per anni ho rimandato questo appuntamento con Dylan. Avrei potuto vederlo anni orsono a Verona con Tom Petty, poi a Trento, ma mentre vedevo decine di altri concerti, quello con Dylan era un appuntamento continuamente posticipato. Non so perchè, ma le cose succedono e basta.
Non sono mai stato uno sfegatato dylaniano, ma le sue canzoni, il suo mito mi hanno sempre affiancato, in alcuni periodi di più, in altri meno. Non ho un disco preferito, non ho una canzone migliore, ho solo il senso di una presenza continua, aleatoria, sfuggente, lontana. Alcuni mesi fa mi è capitato tra le mani il DVD del film a lui ispirato (."..le vicende di sei personaggi, ognuno dei quali rappresenta un aspetto diverso della vita e della musica di Bob Dylan...") e il titolo dato mi sembrava parlasse esattamente di questa condivisione per una distanza tra l'effige di un musicista, il suo mito e la realtà delle cose. Il titolo era "I'm not there" (tradotto "Io non sono qui", film di Todd Haynes del 2007).
Bob Dylan entra in scena. Io sono a pochi metri dal palco ed è già una cosa strana. Mentre la gente urla e applaude mi cade lo sguardo sull'uomo. Sono lì per il mito e vedo l'uomo: ha in testa un cappello tipo "panama" colore crema a coprire i ricci radi e grigi; indossa una specie di livrea nera con i bottoni e i polsini dorati; i pantaloni sono neri con una riga verticale per gamba anch'essa dorata; cammina a fatica dentro degli stivali a punta, a passi lenti ed insicuri. Mi ricorda il presentatore di uno spettacolo circense, mi viene in testa Buffalo Bill, la fine della sua carriera nei circhi. Non riesco a concentrarmi sulla musica, continuo a guardare l'uomo. E' un vecchio, ma per nemmeno un minuto, durante tutto il concerto non perderà il suo carisma: sento e percepisco l'aurea di un mito, percepisco la distanza. Alla fine mentre inizia Don't Think Twice, It's All Right da "Freewheelin' Bob Dylan" in versione elettrica, riesco a uscire dai pensieri e ad ascoltare finalmente il concerto. Dylan starà poco alla chitarra e passerà gran parte della serata alla tastiera e all'armonica a bocca. La voce per quasi sei canzoni è un grugnito faticato, poi da una splendida versione di Simple Twist Of Fate in poi riprende quella sua densità tipica. E' un crescendo fino ai bis. Il gruppo è costituito da due chitarre, una steel guitar, una bass guitar e una batteria. Highway 61 Revisited ne esce benissimo e dopo un pò parte Ballad Of A Thin Man. Nel risentirla capisco che forse è una delle canzoni che amo di più e lui la fa benissimo, si contorce sull'armonica, la canta con la sua voce da fumo e sinusite. Mentre la canta e suona Dylan ha gli occhi come fessure e sorride, sorride per gli applausi, sorride perché stare su di un palco a cantare è la sua vita. Il pubblico esplode. Poi Like A Rolling Stone ed è storia. Quindi si finisce con una tiratissima All Along The Watchtower. Poco meno di due ore, le luci si spengono, Dylan si muove al buio sul palco, i musicisti posano gli strumenti e si avvicinano, insieme si scambiano parole al buio, il pubblico grida, le sagome si mettono in fila lungo il palco, poi i fari si accendono per alcuni secondi. Dylan prende gli applausi, li assorbe. Le luci si spengono di nuovo e dopo alcuni secondi il suo mito "non è già più lì".

sabato 12 giugno 2010

Panem et circenses

La scorsa settimana ho passato alcuni giorni a Roma. Era un pò di tempo che non vi tornavo e avevo voglia di rivedere alcune cose frequentate ormai molti anni addietro e farmi un'idea diretta di alcune architetture contemporanee non ancora visitate. Inoltre vi era una mostra su Edward Hopper, una su Caravaggio, una su De Chirico, ecc.. Di tutto e di più.
Bene. Si è girato, si è visto un sacco di cose, si è frequentato perlopiù la Roma minore, Trastevere con la sua caciarosità; si è cercato di visitare Villa Albani, privata e inaccessibile a quanto pare (la famiglia Torlonia non concede facilmente le visite), ma si è anche visitato il nuovo MAXXI, il Parco della Musica di Renzo Piano, l'Ara Pacis con la scatola "conservativa" di Richard Meier.
I momenti forse più intensi e interessanti di questo viaggio di riposo, che come sempre è diventato un viaggio massacrante per la curiosa frenesia che ogni volta mi assale nel frequentare le grandi città, credo siano stati il rivedere l'Estasi di Santa Teresa d'Avila del Bernini nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria (L.go Susanna), scoprire i disegni preparatori (maniacali e meravigliosi) di Hopper per i suoi quadri: disegni dove il pittore appuntava tutte le gradazioni cromatiche offerte dalla luce e ogni riflessione connaturata alla costruzione dell'immagine finale; la mostra di Gino De Dominicis al MAXXI (una scoperta il suo lavoro, specie per la sua irriverenza, che però nascondeva una maestria concettuale e pittorica notevole).C'era questa frase tra le tante che il curatore, Achille Bonito Oliva, ha voluto riportare alle pareti del percorso della mostra: "E' il pubblico che si espone all'arte e non viceversa". Credo che coincida con il leit motiv di questa permamenza romana.
Il pubblico e l'arte. Il grande pubblico e l'arte. Non ho potuto visitare la mostra di Caravaggio per le file immense che si formavano davanti l'ingresso delle Scuderie del Quirinale (vedi foto). Non ho potuto rivedere Raffaello ai Musei Vaticani per la fila infinita che coronava lo svilupparsi delle mura vaticane prima dell'ingresso ai musei. Non ho potuto entrare nella Galleria Borghese, perchè, arrivato giovedì, avrei potuto accedervi solo il mercoledì successivo. In ogni luogo si vedeva tutto poco e male. Negli ultimi vent'anni è cambiata completamente la fruizione dell'arte. Un tempo si parlava dei fastidiosi turisti incolti, delle masse sprovvedute scaraventate ai musei, dei visitatori che assimilavano pariteticamente Michelangelo e una Carbonara, con lo stesso interesse. Oggi non credo sia più così. I turisti ci sono, le folle anche, più e molto più compatte di prima: ma non è gente portata lì per caso. Se ti metti in fila scopri le persone più inaspettate discutere di Caravaggio come di De Chirico, fare paragoni azzardati tra autori, discutere con le forme (non certo con i contenuti) dei critici. E' gente che cerca l'arte e la vuole, per presenzialismo più che per ricerca personale, ma la desidera. E per l'arte accetta ore sotto il sole, dolore ai piedi e quant'altro.
Ormai ogni visita va programmata. Internet ha creato molte facilitazioni comunicative, ma un tempo alle mostre, nei luoghi ci dovevi andare di persona, telefonare, sbatterti prima di poter fare prenotazioni. Oggi la massa (colta ed incolta, democraticamente, ma "L'arte è democratica e richiede una fruizione democratica?") formalizza tutto con un click del mouse e chi arriva prima meglio alloggia, indipendentemente dall'interesse e dalla ricerca personale. E' il popolo dei media, di coloro che hanno comprato in edicola all'inizio degli anni Novanta gli allegati al Corriere della Sera con L'Arte Moderna di Giulio Carlo Argan, magari solo perchè ci regalavano le litografie de I girasoli di Van Gogh (è da qui che parte la fortuna degli Impressionisti in Italia da quella litografia lì, da quelle riproduzioni che trovi ancora oggi nei soggiorni delle case più disparate, come negli studi dentistici). E' il popolo che ha acquistato poi le collane d'arte senza fine promosse da la Repubblica e ancora dal Corriere, che ha guardato per mesi Sgarbi alla TV e che ora segue Philippe Daverio. E' un popolo "acculturato" a colpi di inserti nei quotidiani, a colpi di pagine culturali ne Il Sole 24 ore, a forza di speciali televisivi misti a spot, di cataloghi della Silvana Editoriale distribuiti in edicola. E' un popolo che poi magari, come senti se giri nei treni, colloca Parmigianino nel 1700, ma che ha investito, ha pagato tutti quegli allegati per costringersi ad una cultura e ora vuole esserci, vuole vedere, presenziare appunto.
La gestrice di un B&B non lontano dal Vaticano, laica oltremodo, commentava alcuni giorni fa le domeniche dei fedeli in Piazza San Pietro, dicendo: "E' l'oppio dei popoli! Tutti a guardare in alto, ad ascoltare parole vuote! Ad inseguire speranze e disposti a passare ore in piedi, sotto il sole, per una parola che gli faccia credere di poter superare i momenti difficili solo sperandolo!" Mi sono sentito di ribattere che era storia vecchia, che era un discorso demagogico anche quello, che se a qualcuno andava bene così a me andava bene pure. La vita è di ciascuno la viva e credo ciò sia fondamento di libertà, se un atteggiamento viene vissuto in proprio senza voler condizionare gli altri (e qui la cosa si fa più ingarbugliata). Ma, ho detto, che se ci si guardava intorno, un pò oltre la piazza vaticana, c'erano modi più subdoli, meno privati per "obliare le menti". Uno di questi è l'arte in quanto oggetto mediatico di consumo. Nel senso che a colui che lavora tutta la settimana, fa i turni, torna a casa, segue i figli, lava, stira, oppure sta sul divano in cassa integrazione da un anno o più, oppure vive con 800 euro al mese, così che la vita sembra un pochino misera, oggi gli puoi togliere tutto, ma non puoi togliergli: 1) la televisione e 2) la possibilità di mettersi in fila per ore per vedere Caravaggio. Godere del circo mediatico dell'arte, che come in molti altri casi, arricchisce qualcuno (con i soldi), convincendo qualcun'altro di stare ad arricchirsi (con la cultura mediatica). E' un vendere aria, è non dire le cose come stanno, è un fare perfettamente in linea con questi tempi. Non è un caso che si risparmi sulla spesa girando per tredici supermercati di fila e comprando ogni volta al prezzo minore qualcosa e poi non si rinunci alla mostra d'arte (con le file, con gli scazzi che comporta), al concerto rock (a cinquanta, sessanta euro a biglietto + trasferta ecc.), ad un libro (di Bruno Vespa magari). Non è un caso che dalle profondità della "crisi" che ci attanaglia, si salvino solo le carovane dell'arte e dei concerti oltre al calderone (sempre più esteso e incontrollato) dell'editoria libraria.
Panem et circenses si diceva nell'antichità, lo diceva satiricamente Giovenale, credo. Solo che oggi sono restati i Circenses, mentre il Panem scarseggia. Ma tanto vale.

domenica 30 maggio 2010

Crisi!!!!!

Che dire?! In giro non si parla che di crisi, di come e quando usciremo dalla crisi.
Le voci attorno a questa nuova manovra fiscale sembrano alquanto preoccupanti. Scelta politica? Scelta inevitabile? Giusta? Ingiusta? Bho!!
In questo frangente mi sovviene solo una simpatica frase dal recente film di Gianfrancesco Lazzotti, Dalla vita in poi, che parla di crisi personali, di sofferenze personali vere. Bello? Brutto? Decidete voi!
Comunque la frase è precisa e calzante: "Se stai in un tunnel e non hai via di uscita, arredalo."

martedì 25 maggio 2010

C'è bisogno di nuovo di colla

Parto dal mio post precedente sul fumetto per fare un discorso più ampio. Tra le mie parole sul fumetto era facile scorgere una certa insofferenza. Essa non era rivolta verso il "fumetto" in sé, che mi pare un medium linguistico splendido, capace nella sua contemperazione tra esperienza artistica e testuale di offrire strumenti di lettura del presente e del passato di rara efficacia. Il ruolo del fumetto mi pare tanto più pregnante quando quel contemperamento si avvicina ad un equilibrio attento, sottile, non stucchevole tra figuratività e racconto. In questo senso rompere questi equilibri porta ad opere forse d'avanguardia, forse innovative diremo, pregievoli e importanti, ma non necessariamente utili al ruolo che il fumetto deve avere.
Mi ricollego, nel senso che voglio dare a quanto dico, a quel pensiero di neoavanguardia che nel 1963 sorse a Palermo come esperienza letteraria di rottura verso un modo di raccontare e "romanzare" (ma diremo di fare cultura in genere) giudicato tradizionale e stantio. Era quel pensiero proprio del cosidetto Gruppo 63, che al suo interno raccoglieva le figure di Alberto Arbasino, Umberto Eco,, Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti (scomparso in questi giorni), ma anche Achille Bonito Oliva, Sebastiano Vassalli e Angelo Guglielmi.
Alcuni giorni fa (21 maggio) mi è capitato di sentire Angelo Guglielmi (intervistato da Serena Dandini su RAI 3) parlare di quell'esperienza. L'obiettivo, diceva Guglielmi, era la sperimentazione, l'assoluta libertà di contenuti e di trame, l'allontanamento dai modelli tipici delle forme linguistiche "tradizionali". L'obiettivo era in molti casi la disgregazione del testo. Non è un caso che RAI 3, sotto la direzione di Guglielmi abbia lasciato spazio ad una televisione d'avanguardia, cinica, coraggiosa e a volte oltraggiosa (La TV delle ragazze, Avanzi, Blob, Cinico TV ecc., la "TV verità" di Chi l'ha visto?, Un giorno in pretura, Quelli che il calcio, ecc.). Blob è stato l'apice della poetica della disgregazione, portando ad un processo di trasformazione che oggi la TV ha raggiunto e purtroppo superato. Quello che ha detto l'altra sera Guglielmi è che oggi quelle trasmissioni funzionerebbero ancora, ma non andrebbero più bene; andrebbero rifatte delle trasmissioni non di rottura, ma viceversa pedagogiche, dove alla frammentazione del testo andrebbe preferita di nuovo la "trama", la "storia" resa dall'inizio alla fine: andrebbe restituito il senso del "racconto". E' un problema di indirizzo per il futuro.
Io condivido tutto ciò. Questa del racconto è divenuta una mia esigenza personale. E' un'esigenza di dare priorità al ruolo del racconto indipendentemente da cosa ciò significhi linguisticamente: il racconto narrativo, il racconto per immagini (arte, cinema, fotografia), il racconto a fumetti (fumetto nel senso di arte sequenziale strutturata e non solo successione di immagini didascaliche), ecc..
Se rileggo oggi il mio programma culturale, che già tempo fa avevo annunciato come di reazione alla cosidetta "dittatura dell'assenza" (assenza di desiderio di mettersi in gioco, di accettazione degli stimoli per superarli: assenza del desiderio di rimanere coinvolti nelle cose), credo vada rivolto alla riscoperta del "racconto", della narrazione e credo anch'io sia questo un programma con finalità pedagogiche di indirizzo per il futuro. Credo anche sia un'esigenza che molti non sanno di avere.

domenica 23 maggio 2010

Uno sguardo sul fumetto

Mi si è più volte rimproverato di non dedicarmi a sufficienza in questo spazio on-line a quella che è una delle mie passioni principali: il fumetto. E' vero. Guardando i post precedenti mi sono reso conto che non parlo di fumetto in maniera esplicita da molto. La realtà è che non ho molto da dire. Quando con ARTeFUMETTO ci eravamo messi ad organizzare delle cose legate all'arte sequenziale, appariva evidente come il fumetto passasse ai margini della cultura italiana (in Francia o Belgio era ed è sicuramente un'altra cosa), sia da un punto di vista pratico, sia mediatico. Dal 2002 ad oggi sono cambiate molte cose. Di fumetto si parla ovunque: il cinema ne ha abusato (almeno di certo fumetto, specie supereroistico), le case editrici di genere e i quotidiani ne hanno consacrato l'importanza almeno sul piano mediatico (vedi gli allegati continui, le serie, gli articoli anche impropri nelle pagine culturali). Pariteticamente anche il mercato dell'arte si è accorto che il fumetto (gli originali a fumetto, ma anche certi albi storici) possono risultare fonte inaspettata di guadagno facile. Diciamo che il ruolo promozionale che l'associazione da me fondata nel 2002 aveva all'inizio è venuto con il tempo in parte meno.
Vanno messi però alcuni puntini sulle "i". La prima considerazione è senza dubbio che le case editrici, ecc. hanno strumentalizzato non poco il fumetto, a fini prettamente commerciali. Ecco che la diffusione è correlata ormai esclusivamente all'utile (che strano, vero?). Poi. Andando in giro per le fiere di settore mi pare che a fronte di molti appassionati veri, esistano molti "malati" di genere (lo dico con affetto nei loro confronti). Ecco che le fiere sono quindi l'occasione non per ritrovarsi e fare cultura, ma vere sedute terapeutiche di massa, nel tentativo da un lato di sopperire a qualche carenza personale, dall'altro occasioni per superare le noie del tempo che passa (...non più giovani siamo). Inoltre, le case editrici di genere, che di "fumetto" vivono, tendono ad osare ben poco, perlopiù ristampando, girando il mestolo nello stesso calderone, limitando i danni più che cercando nuovi spazi. Ci sono anche editori bravi, spesso però un pò troppo ottimisti nel dare spazio ad autori a volte non ancora maturi, volendone verificarne la presa sul pubblico o volendo semplicemente determinare una continuità alle loro collane. Risultato: i librai di genere (i titolari delle fumetterie) alla seconda uscita non sono più disposti a puntare su autori anche bravini, ma che determinano magazzini e invenduti. Fine di una carriera. Sul piano della ricerca vale quindi ormai la politica "meglio tanto e di continuo" che "poco e ben fatto": ovvero meglio pubblicare una barca di titoli, a prezzi di vendita anche impegnativi, per produrre un utile che si dilata su un territorio vasto, invece che puntare su autori nuovi facendoli crescere.
Altro aspetto è la stampa di settore, i gruppi di settore: sono tutti circoli chiusi fatti da gruppi di autori che sono anche gruppi di "ascolto", circoli privati, nei quali l'autore "nuovo" entra a fatica.
E poi spendiamo anche due parole sugli autori "nuovi" o "usurati" dalla frustrazione di essere dopo anni ancora considerati "nuovi". Se vai in giro, alle fiere, alle mostre, è veramente un continuo cercarsi: uno scrive un fumettino, gli amici gli dicono bravo, al che l'idea sembra buona e quindi questo fumettino trova un seguito, lo fai vedere alle case editrici, ai responsabili di queste, che ti dicono fai questo e fai quello, ma una richiesta di cambiamento appare ingiusta, e "sono loro che non capiscono", ecc., e così ci si crede ancora più forte, anche se la prima prova era una cosa piena di errori editoriali e tecnici, e si fanno le spillette, le magliette, le litografie e i pupazzetti (che veniamo tutti da quel mondo lì, quello degli anni '80) e almeno il garget va bene, ecc.. E' questa la fine, vera del fumetto. Quello della crescita lenta, dell'apprendistato per due lire negli studi, presso i maestri, del lavoro faticoso (oddio che parola ingrata!), delle pagine che si buttano via anche se ci hai perso la vista, solo perchè fanno pena a guardarsi. Tutti invece attorno ad un tavolo a dirsi: "Bella questa! Che figo! Che bravo! Sei un grande!" E via così verso un futuro da metalmeccanico.
Infine, le mostre e gli incontri. Le mostre di fumetto sembrano a molti inutili; che senso ha far vedere tavole originali, tanto oggi si va a tavoletta grafica, che l'originale non c'è più, ecc. E quindi non sai nemmeno bene cosa allestire: forse un dipinto, una trovata, non la tavola sporca di china e colore. Gli eventi, gli incontri diventano poi le sedi del già sentito: che bravi che siamo, stiamo pubblicando il meglio, abbiamo qui l'autore più grande. ECC. ECC.
A me il fumetto piace. Diciamo che sono un pò stufo di alcune case editrici, sicuramente stufo dei gestori delle fumetterie (vecchi "nerd", accompagnati da giovani "nerd"). Diciamo che le fiere mi stanno deludendo e gli eventi correlati pure. Diciamo che le mostre perlopiù mi sembrano mal fatte, poco attente al "racconto" (oppure all' originale a fumetti visto come opera d'arte) e troppo attente invece a ricondurre il fumetto al baraccone dell'arte contemporanea. Diciamo che nelle case editrici vedo troppo immobilismo, anche in quelle che sembrano muoversi un sacco (le major specialmente).
Va detto inoltre che i ruoli territoriali sono importanti e certi campanilismi dominano inevitabilmente. Diciamo infine che la parola graphic novel mi sta parecchio sulle scatole e che le tirature patinate che pretendono sempre di trasformare oggetti di consumo in opere librarie sono stucchevoli: è come rifarsi le labbra, come rifarsi il seno; la carta opaca che invecchia, che prende l'odore è autentica, è onesta nella sua povertà.
Ne penso molte altre di cose così, ma alfine rischio di apparire un vecchio astioso e contrariato, mentre a tutto questo mondo, con le sue bassezze, non riesco ancora a rinunciare.

A chi mi chiede cosa leggo ora, rispondo con dieci titoli o poco più (in ordine sparso e non di preferenza), che leggendo mi sono piaciuti, alcuni nuovi, alcuni riscoperti dopo aver visto le tavole originali a qualche mostra, dopo averci lasciato gli occhi su quelle tavole.
Ecco qui.
- Il gusto del cloro, di Bastien Vivés;
- Dans mes yeux, di Bastien Vivés (solo in Francia, ma uscirà credo anche in Italia)
- Superspy, di Matt Kindt (gli originali visti a Lucca nel novembre 2009 erano favolosi);
- Vitesse Moderne, di Blutch (solo in Francia, e di lui anche Mitchum, raccolta di lavori di cui alcuni usciti anche in Italia: il suo segno mi travolge);
- Il fotografo, di Guibert, Lefèvre, Lemercier (ristampato da Coconino in un bel libro. Guibert, conosciuto a Bologna a marzo 2010 è un disegnatore enorme, così tanto che le tavole nel volume non gli rendono merito);
- Il grande male, di David B (autore un pò troppo intellettuale per i miei gusti, ma che la mostra al BilBolBul 2010 mi ha fatto rivalutare per l'immensa ricerca linguistica tradotta nelle tavole);
- Macanudo, di Liniers (sono strisce ironiche, amare, sospese, innovative: magnifico ed enorme);
- La signorina Else, di Manuele Fior (una trasposizione da Arthur Schnitzler, precisa e graficamente ricercata);
- La porta di Sion, Walter Chendi (buon fumetto d'autore, disegno raffinato e racconto preciso);
- Jimmy Corrigan. il ragazzo più in gamba sulla terra, di Chris Ware (intellettuale oltremodo, ma preciso, un macchina oliata, resa con una grafia "a levare");
- Criminal, di Ed Brubaker e Sam Phillips (quattro volumi usciti in Italia, dove specie il primo, il terzo e il quarto sono piccoli capolavori narrativi e disegnati: vero fumetto contemporaneo);
- Perchè ho ucciso Pierre?, di Olivier Ka e Alfred (autobiografia per una vicenda personale controversa);
- RG, di Pierre Dragon e Frederik Peeters (Peeters è un grande del fumetto, la storia e i disegni sono meravigliosi, infatti Rizzoli ha scelto di non far uscire la seconda parte);
- Atomic Robot, di Brian Clevinger e Scott Wegener (fumetto puro, azione, ma anche invenzione);
- Caravan, di Michele Medda e vari (tentativo di reinventare il fumetto in casa Bonelli, un pò troppo "pace e bene", un finale strambo, capibile, perchè giudicato, credo, anche dall'autore come secondario all'interezza dei 12 albi che compongono la serie, un fumetto meritevole);
- Pluto, di Naoki Urasawa (dopo il capolavoro Monster, ancora un gran bel "manga").
(nella foto David B, Emmanuel Guibert, Leila Marzocchi e Igort a Bologna, marzo 2010)