sabato 26 marzo 2016

Separo e connetto

Nel suo contributo ad uno dei cataloghi più interessanti di inzio anni Ottanta, Francesca Alinovi, curatrice incaricata dall'allora Amministrazione Comunale di Bologna (assieme ad altri quattro giovani critici) di una rassegna-mostra per la Galleria comunale d'arte moderna che avrebbe dovuto chiamarsi "Liberamente" e che poi con grande genio fu intitolata "Registrazione di frequenze" (anzi se rileggiamo il catalogo "Regstrzn freqnz"), scrive: "Le sue storie non sono mai a sequenza, ma piuttosto a coesistenza libera nel tempo e nello spazio, e la successione lineare del tempo di lettura è più una costrizione di carattere tipografico dovuta al medium usato che una scelta espressiva dell'artista". L'Alinovi parlava delle storie di Andrea Pazienza, in esposizione (le tavole) per l'occasione della rassegna con quelle di Corona, Carpinteri, Jori e Mattioli al fianco dei lavori artistici di Aldo Spoldi, Luigi Ontani e altri; e se poi guardiamo all'insieme della rassegna (alle scelte fatte dagli altri curatori), alle opere di molti autori importantissimi per l'arte "maxima" italiana precedente e degli anni a venire. L'Alinovi parlava allora di fine del tempo dell' "aut aut" e inizio di quello dell'"e...e". L'inizio del citazionismo, della contaminazione come strada a venire. Era il 20 marzo 1982. Francesca Alinovi, insegnante al DAMS, al tempo aveva 34 anni. Viene uccisa a 35 anni nel giugno 1983 per mano (questo il risultato giudiziario, messo poi più volte in discussione) del suo amante del tempo, già suo studente e artista tra l'altro della copertina del catalogo della rassegna bolognese del 1982 (una copertina che riporta i curatori e non le opere). Il nome non ci interessa. L'omicidio si rivelò di certo uno dei più morbosamente discussi dell'epoca e ancor oggi costituisce un piccolo giallo italiano, continuamente ripreso e indagato dai media.
Vorrei però concentrarmi su quanto scritto dall'allora vivente Alinovi, trovando di interesse la sua riflessione sul tempo e sullo spazio, importante anche per un esame dello stato delle arti oggi. Pochi giorni fa è uscita su la Lettura (n. 225), allegato della domenica de Il Corriere della Sera un'intervista a Christine Marcel (capo curatore per l'arte contemporanea e la creazione artistica del Centre Pompidou di Parigi) incaricata quale direttrice/curatrice per la Biennale d'Arte di Venezia del 2017. Il senso dell'incarico sta nel desiderio dell'istituzione Biennale di valorizzare il ruolo degli artisti "nella ricostruzione del mondo in cui viviamo" (come ha annunciato Paolo Baratta suo presidente). La Marcel (riporta Stefano Bucci per la Lettura) nel riprendere le parole di Baratta sottolinea "Vorrei che si stabilisse un dialogo costruttivo con i visitatori, che uscissero con qualche dubbio e con molte certezze. Il compito di un curatore è rendere comprensibili i significati nascosti dell'arte, anche utilizzando l'allestimento". Mi piacerebbe sapere la lettura che darebbe Francesca Alinovi di questi pensieri, che nell'invito alla serenità e al superamento di fratture "esterne ed interne", materiali e psicologiche, a me ricordano molto una dimostrazione di resa difronte alla più grande delle conquiste degli ultimi decenni del '900: il tentativo di non comprendere, ammettendo la complessità. "Coesistenza libera nel tempo e nello spazio" a superamento di una "successione lineare nel tempo di lettura", scriveva la critica bolognese nel 1982. Oggi forse l'arte stessa si è svuotata di significati interni, a favore di complessità solo superficiali, la contaminazione non è nella ricerca, ma nella coesistenza di forme, non co-abitate ma solo giustapposte. La Marcel, scive Bucci nel suo articolo per la Lettura, ama la danza, il Qi gong, il Tai Chi e la chitarra. Inevitabile la libertà di espressione, la sovrapposizione, poichè ormai il pubblico non condivide più il proprio silenzio, ha bisogno di essere "investito" dalle molteplici espressioni della cultura, soffocato e scosso nei sensi per evitare di dar spazio al pensiero. Mille sensazioni a frammentare l'unità del sentire. Di certo oggi siamo figli culturali di quel tempo dell'"e...e" di cui parlava l'Alinovi. Figli stanchi però e come suggerisce la Marcel vogliosi di molte certezze, per ridurre il dubbio.... L'arte contemporanea ricerca continuamente le proprie radici, ciò da cui è partita e che sta sotto, si alimenta di flussi che dalle profondità di ieri si estendono ai nuovi boccioli di oggi e quindi ai fiori di domani (nel semplificare il tutto con l'immagine di un albero fiorito). Ma poi tutto finisce così, nel fiore bello, che si specchia nel fiore vicino, nei complimenti reciproci che i due infine si faranno. E così si svolge ogni cosa, una dopo l'altra, rotolando perchè il terreno è in pendenza a scendere. E' singolare come la maggior parte di coloro che ho interrogato per curiosità durante le chiacchierate al bar o i piccoli eventi che vado organizzando per l'Associazione culturale ETRA di Monfalcone diano una interpretazione del "tempo" come di qualcosa di orizzontale, che si sviluppa cioè in direzione orizzontale. E' il senso del percorso che si traspone dall'esperienza quotidiana alla sua rappresentazione mentale. Le cose succedono correlandosi a dei momenti che scorrono uno dopo l'altro, uno avanti all'altro, a determinare una linearità per i più idealmente rappresentata come retta. Il tempo per me è sempre stato invece qualcosa di verticale. Una sedimentazione di successioni stratigrafiche. Un momento sopra l'altro, con le radici del primo ancora aggrappate a quello precedente. Non è un discorso retorico sull'importanza di ciò che c'era per lo sviluppo di ciò che sarà, ma più un discorso sul contesto, sullo spazio appunto. Sul fatto che il tempo forse non esiste senza lo spazio, che alimenta il primo nella sua esigenza sequenziale. E' forse un discorso sul tempo, dal latino tempus (atmosfera), ma anche tem-no, "divido" e quindi "sezione", "periodo", e quindi "temporaneo", che non può slegarsi dal contesto, dal latino contextus, "intrecciare", "connettere". Il tempo, insomma, separa, mentre il contesto, connette. L'arte come la società contemporanea non può uscire dalla retorica dell'auto-compiacimento, dell'auto-osservazione, se non ragiona sul contesto e dimentica il tempo. E' nell'odierno la strada da compiersi e non nel passato, nel calarsi nello spazio che quando sarà abitato potrà ergersi a "luogo". Rispetto la colonna verticale del tempo, in ogni istante dominiamo la valle, la cogliamo nel suo insieme (siamo il risultato di essa). Ma siamo noi più vicini al cielo e quindi coraggio, tocchiamolo, non teniamo le mani in tasca.

sabato 20 febbraio 2016

Decodificazione di una fenomenologia

Mi sveglio e scopro che ieri sera è scomparso Umberto Eco. E' di certo una mancanza importante questa del semiologo, alessandrino d'origine, che pone di certo, accostando alla sua morte anche quella di Ettore Scola, la necessità di una riflessione sulla cultura dell'oggi. I padri culturali delle ultime generazioni scompaiono e resta ben poco. Assumo improvvisamente consapevolezza che, presa la cosa così, filtrata cioè nell'ottica dell'omaggio continuo verso ciò che siamo stati, rischiamo nel breve di trovarci catapultati dai media in una sorta di fumerale continuo, disperdendo ogni possibilità di scarto (in avanti) nella contemplazione di "ciò che di bello siamo stati". Il professor Eco di certo non avrebbe gradito quell'adagiarsi nostalgico che si va prospettando per il futuro, e non so se gradirà molto questa serata che l'appena nominata direttrice di RAI 3, Daria Bignardi, gli farà dedicare a breve all'interno di quel tempio sacro dell'inutile piagnisteo nostalgico che è la trasmissione "Che tempo che fa" di Fabio Fazio.
Eco conosceva i media, approfondendo in tempi non sospetti il loro ruolo nella cultura massificata, e non si è mai astenuto dall'affrontarne i temi a partire da quel suo Diario minimo e soprattutto da quei suoi Apocalittici e integrati, incastrando in questo modo la propria esperienza intellettuale con quella del Gruppo 63. Li conosceva i media e sapeva usarli per la loro potenzialità, in alcuni casi servendosene per la propria carriera. Ma a posteriori, a quanti è servita poi realmente quella sua proposta iniziale di confronto continuo e incessante all'interno di un'Opera aperta ('62), giacchè, alla fine dell'esperienza postmoderna, ci troviamo sora pesso disorientati nell'assenza di certezze, a partire proprio dal fatto che i media hanno saputo trasformare ogni notizia in chiacchiericcio, allargandone la portata, ma non venendo mai a capo di un discorso? E quindi chiacchiere, ora, ai margini di Eco e di certo sulla morte di Eco. I media sanno bene come ogni fumerale significhi audience e copie vendute, è da sempre così, pescando di continuo nello stagno dell'"eravamo", indipendentemente da ciò che poi in fondo eravamo veramente. I politici sanno bene l'importanza del chiacchiericcio sul "tutto e sul contrario di tutto". E' imbarazzante far parte di tutto ciò, appartenere a questa era culturale dove la depressione di un intellettuale passa attraverso la sua consapevole impossibilità di poter rinunciare ad accettare quella per com'è. Perchè, rigirando il ritornello del Vasco Rossi dei tempi che furono più dell'"orgoglio ne ha uccisi il petrolio", ovvero il "soldo". E sono suicidi (della propria coerenza culturale), travestiti da omicidi, per mano, anzi per bocca, del chiacchiericcio che i media ci pongono a rilievo. Guardiamoci attorno: ma importa veramente a qualcuno di qualcosa di questi tempi e di ciò che vi succede? Ha realmente più senso una qualche cosa rispetto un'altra? Tutto è sabbai che si cala nelle dita delle nostre mani, si ammucchia a terra, vicino ai nostri piedi, permettendoci di calpestarla, procedendo così attoniti indifferenti il nostro cammino. I valori, così come il pensiero (analitico e critico per primi) stanno al di sotto delle suole delle nostre scarpe; a volte da seduti (nei momenti di contemplazione) ne ritroviamo qualche brandello appiccicato là sotto, ma sono momenti, esitazioni nel flusso del niente. Possiamo così permettere, con un certo voyeurismo distratto, che oggi si parli di unioni civili come si parla del tempo (che fa): io a favore, io contro, oggi sì, domani no, dimenticando che dietro a due parole ("unioni" e "civili"), ci sono persone, che respirano, che hanno bisogno d'aria fresca per respirare; oppure che si gestisca mediaticamente una vicenda come quella della morte di Giulio Regeni in Egitto come stanno facendo notiziari e giornali, nella cronaca continua (di una camera ardente, di un funerale), impietosa verso la sensibilità umana, tra la gestione dei dettagli di una vertebra rotta in più o in meno; che si fotografi un bambino morto sulla sabbia, in riva al mare, asserendo che foto così servono per sensibilizzare la gente, le nazioni, i parlamenti, verso certe tematiche, e non ammettendo che sono cazzate, che se uno è etico dinanzi al proprio lavoro di cronaca quella foto avrebbe dovuto non farla, per rispettare una vita umana e quella di coloro che ne hanno pianto la morte, ammettendo così che tanto se ci fossero parlamenti seri qualcosa di buono si sarebbe dovuto proporre comunque. Un mestiere ha un etica superiore ad ogni etica professionale. 
Ecco, professor Eco, arrivederci tra le parole, tra i segni linguistici e tra i suoi cari codici di comunicazione; non potrà più offrirci interpretazioni, lasciandoci così soli, sommersi tra mille, milioni, miliardi di parole dette a caso, inconsapevoli o forse rincoglioniti consapevoli che oggi non si muore (almeno dentro) solo di armi da fuoco, ma forse ancor di più di vocabolari.

mercoledì 27 gennaio 2016

...et voilà le jeux sont fait...

Alla fine di un percorso travagliato, con tanto di accuse di sessismo, prese di distanza dal festival da parte di autori importanti, e chi più ne ha più ne metta, si è arrivati alla proclamazione del vincitore del Grand Prix de la ville d’Angoulême (di certo uno dei più preziosi nel campo del fumetto internazionale, sorta di premio alla carriera e non ad un'opera specifica), che nell'occasione è andato al belga Hermann (Huppen). E io dico, ci voleva tanto a sceglierlo stò autore? Tra l'altro io pensavo lo avesse già ricevuto! Mi pareva impossibile non fosse così! Ha disegnato e quindi scritto storie incredibili, con uno stile che dell'imperfezione fa la sua forza più pungente e con una disillusione nei confronti del genere umano a dir poco illuminante. Un burbero, mi venne detto in più occasioni. Io ci passai insieme un certo lasso di tempo a margine di una Lucca Comics di un paio di anni fa. E mi divertii veramente tanto. Mi rallegro per questo meritato premio e consiglio a tutti di rileggere la prima serie de Le Torri di Bois-Maury. Un capolavoro imperdibile.

lunedì 11 gennaio 2016

I said that time may change me, but i can't trace time

Cosa si può dire su David Bowie che non verrà detto da qualcun'altro nei prossimi giorni e d'ora in poi? Probabilmente nulla. Ma resta il fatto che non potevo astenermi dal sottolineare la sua grandezza, tutta concentrata in quella sana incoerenza che i saggi chiamano ricerca. Ho provato a pensare, nello sconcerto (vero, e qui mi scopro ormai sufficientemente 'vecchio' per vivere certe situazioni con un senso di perdita pressoché imbarazzante) che è seguito alla notizia della sua morte, quali artisti avrei dovuto elencare per descrivere la cultura musicale (e non solo) degli ultimi 70 anni. Mi sono venuti in mente quattro nomi, e David Bowie era tra questi. Che altro dire ancora? Ah sì, le mie preferite sono da sempre, rubandosi il podio periodicamente: Rock'N Roll Suicide, Ashes To Ashes, The Man Who Sold the World, Let's Dance, e quella che contiene i versi del titolo di questo post.
PS. avrei potuto intitolare questo testo anche, citando Andrea Pazienza, "...mi chiesi se il cuore fosse davvero un muscolo involontario..."

domenica 27 dicembre 2015

Rust Never Sleeps


"Camminare è ciò che mi piace di più, perché quando cammino penso", appunta Neil Young nella sua autobiografia ufficiale, esplicitando il proprio punto di vista sul senso stesso della vita qualitativamente piena, non condizionata cioè dai distraenti flussi esteriori, ma coordinata invece da un senso interiore di consapevolezza del proprio se stesso rispetto il mondo. Una filosofia di vita minima, una propria filosofia. Risponderebbe bene però Linus, così come fa a Charlie Brown che gli espone la propria filosofia di vita, in una fantastica strisca dei Peanuts del 01 agosto 1975: "C'è differenza tra una filosofia e un adesivo sul paraurti!". E' in questa ambivalenza di posizioni solo apparentemente antagoniste che andrebbe collocato il tentativo di fare il punto sul personale porsi nel contesto del 'proprio' mondo e quindi del mondo intero, tantopiù nel tentativo di evidenziare un resoconto su di un periodo della propria vita che per brevità definiamo "anno". Andrebbero, cioè, trovate delle coordinate e allo stesso tempo queste ultime non andrebbero trasformate in dichiarazioni che potrebbero benissimo venir stampate sul dorso della propria maglietta estiva. Sarà mai quindi utile a qualcuno stare qui ad ascoltare il punto di vista sul che cosa mi sia piaciuto o meno di un anno come il 2015? Andrebbe forse con maggior efficacia ammesso che ogni cosa che si potrà dire da qui in poi rappresenta soltanto una semplificazione, il trasferimento di un'emozione o di un pensiero critico nell'enunciazione di un nome. Infatti domani stesso a fronte di un'emozione nuova sarò di certo propenso a variare tutte le mie scelte e quindi a rinnegare ogni sicurezza. Vorrei essere quindi meno netto nel solito, meno didascalico, trovando dei nomi da collocare al fianco di alcune riflessioni, in un mare di complessità, che sappia, alemeno per una volta, separarsi dalla nostalgia. E proprio mentre lo enuncio mi rendo conto che non ci riesco e ricado nel desiderio di dire la mia, a scapito della coerenza con il discorso sin qui fatto, a scapito della mia stessa filosofia sottile, per trasformare appunto ogni sillaba in un adesivo per paraurti. Unica soddisfazione sarebbe quindi forse quella del riuscire a produrre un'analisi che non risultasse infine condizionata dalla paura di restare soli tra gli altri, di autoescludersi dal rito collettivo. Ci provo, dando oggettività alle mie soggettive opinioni, alle cose pacevoli vissute e alle cose che mi hanno turbato. Inizio da quest'ultime. Alcuni giorni fa, il 22 dicembre è scomparso Enzo Cogno, fondatore a Trieste negli anni '60 con Miela Reina de la 'Galleria la Cavana', quale sede simbolica per un sodalizio che continuò all'interno dell'associazione 'Arte Viva' fondata da Carlo de Incontrera. In entrambi i casi siamo di fronte a dei veri ponti artistici tra la cultura locale della Venezia Giulia e quella internazionale. Cogno era pittore attento, dedito al trasferimento del segno pittorico all'interno di una composizione geometrica, così "scientifico" lui, come era creativa e dirompente Miela. Per il Piccolo di Trieste Carlo de Incontrera ricorda come, morta Miela (nel 1972), Cogno non avesse più voluto restare a Trieste, così come il musicista de Incontrera non volle più comporre. E' questa una vicenda artistica collettiva, che mi crea grandi emozioni intellettuali e alla quale ripenso sempre allorché il mio animo si fa "irrequieto" (per dirla alla Chatwin) e sente il bisogno di dedicarsi a qualche nuova esperienza culturale. Il turbamento maggiore nel 2015 è stato ovviamente determinato alle vicende dei migranti, dei profughi (o come si intenda classificarli o nominarli, tanto la questione di fondo non cambia). Questa massa umana in movimento mi ha scavato dentro ogni santo giorno dell'anno e di certo non siamo che al principio di un percorso. Di questa vicenda mi hanno turbato le domande (poste da questa amalgama di popoli diversi), ma ancora di più le risposte date dalla cultura occidentale. La reazione della comunità politica e sociale, che nel bene e nel male ha solo saputo strumentalizzare la cosa e avanzare soluzioni del tipo usa e getta, mi ha creato perlopiù imbarazzo, nel dover condividere gli stessi spazi, la stessa cultura con questa disumanità, che ha saputo offrire solo proposte vacue, matematiche, fatte di numeri, di battaglie navali gestite su dei fogli a quadretti. La situazione che più di tutte mi lascia quindi basito è poi a me territorialmente vicina, a Gorizia, dove sono dovuti infine intervenire quelli dell'organizzazione internazionale di  Medici Senza Frontiere, per tamponare falle che una collettività intera, nei suoi rappresentanti locali in primis, ha determinato, consentito e tutelato. A me, scusate, questa cosa mi ha disgustato parecchio e mi toglie a volte la tranquillità. Sarà per questo che forse il film che ha lasciato il segno quest'anno  ha il sapore del cinema, ma allo stesso tempo lo spirito del documentario. E' Taxi Teheran di Jafar Panahi, già Orso d'Oro 2015 al Festival del Cinema di Berlino. Che il documentario stia sempre di più assumendo ruolo centrale nell'espressione cinematografica contemporanea è sintomo inevitabile di qualcosa che stiamo vivendo, alcuni con consapevolezza, altri con negazionismo. Nel film, fiction e realtà si mescolano, lasciandosi dietro una montagna di parole tutte importanti su di una società in cui  il cambiamento fa a botte con la conservazione di status quo millenari ormai allo stremo. Ho ascoltato molti dischi quest'anno, molti dischi buoni, molti dischi inutili. Ho scritto in qualche post precedente della fine ormai conclamata del Postmoderno, del citazionismo invasivo che lo sosteneva (per semplificare). Nelle arti questo citazionismo è però ancora oggi  matrice prima di espressione, divenendo infine essa stessa nucleo fondativo di ogni proposta (chi ha visto l'ultimo Star Wars sa di cosa parlo). Ciò dipende da varie cose, ma forse soprattutto dalla disponibilità del pubblico a lasciarsi trasportare nostalgicamente nel regno dei propri ricordi, forse come risposta a questa crisi infinita che ci ha costretti a ritrovare nel passato ciò che di buono poteva esserci, come appiglio per stigmatizzare il presente, per negarlo in quanto tale. Ecco quindi che gli anni '80 diventano un periodo d'oro della creatività, sinonimo di pienezza infine, dopo decenni di invocazione al loro essere anni vuoti e superficiali. Ma il vuoto ha una caratteristica principale, non è mai pieno a sufficienza! Quindi quale disco il migliore, il migliore per me, ovviamente! Potrei citarne alcuni bellissimi o interessanti, tra cui l'ottimo di Florence and the Machine, oppure l'intensa prova di Laura Holter, o ancora il disco di John Grant o quello di Torres (in aria PJ Harvey), ma per me più di tutti vale un disco che di soppiatto è venuto fuori in questa fine d'anno dalla camera del tempo (dal 1988, guarda caso) ed è il live Bluenote cafè di Neil Youug, che ti fa capire realmente cosa sia "spaccare", musicalmente parlando. Che cosa ho letto quest'anno? Fumetti. Perché? Lo si sa che chi scrive in questo blog legge i fumetti. ma non è più solo questo. Il fatto è che possiamo ormai dire che se non conosci i fumetti sei tagliato fuori. Lo si capisce bene se si scorrono le pagine degli allegati ai quotidiani, dove gli autori del fumetto italiano e internazionale occupano pagine con le loro storie e storielle (di solito, ormai, più sono intellettuali e più sono storielle). Sono gli editori letterari tutti ad essersi accorti che il fumetto tira (per dirla in gergo) e poi ci sono editori di fumetto che si sono fatti strada nel mercato italiano a suon di copie vendute e ora possono pretendere delle pagine sui quotidiani o nei programmi televisivi generalisti. Ok, quindi, fumetto. Ma fumetto cosa? Perchè va detto che è difficile trovare cose buone che ti tengano incollato alla poltrona, che non strizzino continuamente l'occhiolino a cinema, letteratura e arte figurativa che si presuppone come qualitativamente "alta". E' difficile quindi trovare il metro giusto per misurare le cose. Io ho provato a cercarlo nel ricordo della sensazione che provavo da bambino nell'arrivare all'ultima pagina di un giornaletto di Zagor o di Capitan America (con la troncatura netta delle vicende in divenire) e patire per dei giorni nell'attesa di sapere come sarebbe proseguita la cosa. Esiste oggi nella lettura di un fumetto nuovo la possibilità di rivivere quel momento di assorbimento totale, di straniamento di cui sopra? Forse non più. A suon di graphic novel, pagine fumettate, racconti didascalici, esperimenti linguistici e tecnici, autobiografie e biografie collettive, menate sulla scrittura e sul bel disegno, reboot e ristampe preziose, si è finiti per aver perso il senso di cosa dovrebbe poi produrre sta cosa che chiamiamo fumetto. La sensazione è che forse quell'entusiasmo iniziale si sia forse perso per sempre e che quindi si debba proprio sforzarsi un pò, per non cadere nella trappola del titolo sparato lì pur di sentirsi dire: ma guarda un pò questo che cose intelligenti legge e infine dice. Parto quindi con le delusioni. Il Corto Maltese di Sotto il sole di mezzanotte di Canales e Pellejero è la più grande. Un racconto inutile, che non aggiunge nulla a quanto c'era, disegnato alla "speravo meglio", che dimostra maestria, ma nessun spessore intellettuale alla Pratt, nè tanto meno avventura alla Corto. Altra cosa ormai illegibile sono le serie della Marvel (lasciamo stare la DC che lì ci si perde davvero). Il disegno è ormai sempre uguale a se stesso, privo di una forza evocativa, limitato ad un segno molle di rimando umoristico o all'imitazione fotografica. Le storie si perdono in una continuity infinita di citazioni circolari, con una lettura frammentata e allo stesso tempo dilatata all'infinito, tanto che se ti perdi quattro cinque numeri forse rischi solo di aver cambiato il piano sequenza. Chiaro che si salvino le invenzioni dell'Occhio di falco di Fraction e Aja, ma poi a leggere bene oltre le invenzioni la storia dov'è? Altra super delusione: il Battaglia tascabile, nato sotto la supervisione del solito "ti risolvo io la cosa" Roberto Recchioni e dell'ormai solo copertinista Leomacs. Ma cosa cavolo è uscito da quella serie? Storie vuote, inesistenti, tutte sorrette dall'accoppa e...spacca, gestite attorno a percorsi narrativi lineari (vedi "E le Foibe!"), dove c'è un personaggio che si sposta da un punto 'A' ad un punto 'B' (l'ingresso della grotta e l'uscita della grotta), e nel mezzo gli succede di tutto (Man-Bat di rimando DC compresi). Storie videogioco insomma, in piena idolatria per autori nati in odore di Playstation. Insomma, cosa ho amato quest'anno di questo mondo autoreferenziale impazzito. Ho amato molto Here di Richard McGuire. Ma è un fumetto? Me l'hanno presentato per tutto un anno come tale e alla fine ho finito per crederci. Un gran lavoro, comunque. Ho ritrovato un certo fumetto che amo, di evidente collocazione BD, nelle vicende di Marina di Zidrou e Matteo Alemanno, pubblicate su Skorpio a puntate (i primi due volumi francesi dei quattro che saranno), e che usciranno infine a volumi nel 2016 (mi si dice!). Lo dico forse ora con maggior convinzione di quanto le ho realmente lette, per averle presentate il 17 dicembre a Venezia, nella Sala Pratt del ristorante "Al Graspo de Ua", sotto l'egida di Piero Zanotto (nela foto), e infine capite a fondo nel loro percorso creativo (bisognerebbe forse fare sempre così con ogni storia).  
Adoro un manga con dei personaggi strepitosi che mi ricorda più di un pò le Wacky Races di Hanna Barbera. E' Run Day Burst di Yuko Osada (serie in corso, al quinto volumetto di otto). Va citata poi una storia potente di Zerocalcare in allegato a la Repubblica del 10 maggio, La città del decoro, a dimostrazione che il successo di cui gode in Italia è meritato (e non sono certo io a dirlo, ma i suoi migliaia di lettori). Della Lucca 2015 mi resta forse i Due fratelli, dei fratelli (guarda un pò) Fàbio Moon e Grabriel Bà. Tratto da un romanzo di Milton Hatoum, risulta narrativamente imperfetto, ma è sostenuto da una grafica notevole con un tratto che unisce e sintetizza Mike Mignola, Eduardo Risso e tanto altro ancora. Ha inoltre il merito di una frase gettata tra le righe: "Volevo prendere le distanze da tutti quei calcoli, dal progresso ambizioso. Il futuro questa menzogna che persiste". E ultima voce la darei infine all'epilogo del Ken Parker di Berardi e Milazzo che, con Fin dove arriva il mattino, ci hanno costretto ad accettare una fine, che è stata inutile e dignitosa, come quella del protagonista. Volevo infine citare a fine anno con merito una fiction TV, perché vorrei qui infine spezzare una lancia per il ruolo educativo che ha la narrazione nella formazione dei ragazzi di oggi, spesso frammentati (più nel loro dentro che nel loro fuori) dagli impegni continui, dalle aspettative che su di loro si pongono, dalla tolleranza che viene continuamente data ai loro desideri superficiali. Non è un caso quindi che forse sarebbe opportuno garantire loro l'opportunità della narrazione, non solo quella in prima persona, che pone l''Io' al centro continuo del mondo, ma quella che offre la possibilità di ricordarci che oltre l''Io' c'è anche il mondo. Così cerchiamo di fare ormai da molti mesi durante i laboratori di narrazione urbana che curo per la scuola assieme ai membri e ai collaboratori dell'Associazione culturale ETRA di Monfalcone, senza ambire a dei risultati certi o immediati, ma consapevoli che quella è la strada. La fiction, che è scritta benissimo e ha dei dialoghi splendidi, nonostante (ma forse grazie) tutte le pecche della recitazione e la regia televisiva all'italiana, è E' arrivata la felicità, ideata e scritta in primis da Ivan Cotroneo e prodotta da Publispei per Rai 1. Si parla molto semplicemente dell'amore, in tutte le forme e le derivazioni possibili. A me è piaciuta molto e qui la evidenzio come la cosa migliore vista, letta e sentita nel 2015. Forse anche perchè c'è bisogno di leggerezza alla fine e all'inizio di ogni nuovo anno, che non significa dimenticarsi di pensare, ma semplicemente respirare a pieni polmoni aria fresca.

sabato 14 novembre 2015

Il linguaggio della strada

Non ho dormito bene! Le notizie che in diretta giungevano da Parigi mi hanno ieri sera alquanto turbato e la notte non è stata tranquilla. Mi chiedo perché! Dovrei avere assimilato questo stato di scontro continuo che i quotidiani, anche e soprattutto televisivi, ci raccontano innescando una apparente consapevolezza verso un mondo molto più complesso di quanto ci viene proposto. Lo scontro non è solo quello dei terroristi in strada a Parigi o quello in Siria, ma anche quello che ogni giorno dobbiamo psicologicamente assimilare tra personalità politiche, tra culture diverse, tra popolazioni diverse, tra professionalità diverse, tra bene e male, indipendentemente da in che cosa questo si incarni o con che cosa esso si esprima. Lo scontro ci avvolge e appartiene. Conviviamo con esso e lo celiamo a noi stessi di continuo, perlopiù per permetterci di trovare delle isole di serenità tra le vicissitudini quotidiane. Cos'è che mi ha turbato ieri mentre apprendevo di queste giovani persone (le immagino così, giovani!) che armi alla mano si spostavano per i boulevar parigini provocando dolore e morte? Sarà che ho abitato per un periodo lì, vicino a Rou de Charonne e a Boulevare Voltaire; sarà che mi piace andare ai concerti e amo le città, specie di sera. Sarà che ricordo quanto da bambino nel giorno in cui hanno rapito Aldo Moro la polizia aveva fermato il bus fuori dalla nostra scuola, per un rapido controllo di sicurezza, imposto dal protocollo, e che quindi poi sono seguite a casa molte domande e una ricerca che mi ha portato nel prosieguo a voler sapere di più di queste persone che giocavano con la vita degli altri e prima di tutto con la propria, dietro a delle ideologie, o se vogliamo degli ideali, che però non trovavano ieri come oggi giiustificazione nei gesti che ne sono seguiti.
Non ho dormito perchè forse un'amica francese sentita al telefono ci ha raccontato come sua figlia stesse vivendo già con paura un viaggio scolastico che farà nei mesi a venire a Parigi; e questo per la prima volta veramente mi ha posto dinanzi al senso vero della paura, al suo sottile dominio, che scava, che ci porta ad un confronto non facile con il nostro io profondo e con gli altri. Per la prima volta veramente mi sono posto il problema dei problemi, e mi sono chiesto: che fare? Tolta la paura, tolta la stigmatizzazione del "diverso", insabbiata ogni retorica congettura sulle colpe di questo e quello; abdicata ogni tentazione populista:  che fare? Mi è sovvenuto infine un pensiero più forte solo questa mattina, quando ormai la nottata era andata e mi sono ritrovato a far colazione con le braccia conserte: che solo l'educazione all'educazione ci potrà aiutare. Che non ne verremo mai fuori se pensiamo alla guerra, allo scontro, per generalizzare, come una soluzione possibile. Che solo educando le nostre paure, quindi educando (tutti) le nostre congetture e infine educando ogni nostra azione verso gli altri (tutti gli altri) potremo venirne, forse, fuori. Non mi pare che la soluzione sia scendere nelle piazze o mettersi dei marchi sul petto, o alzare alcuni il pugno e altri la mano. Di certo la soluzione non sarà la guerra. Ognuno deve educare se stesso e quindi contribuire all'educazione di chi avrà occasione di incontrare nel proprio percorso personale. Educare, nel senso di educère, tirare fuori, quanto di sano abbiamo dentro noi e quindi hanno di buono gli altri. Spetta solo a noi fare proseliti attorno, spetta a ciascuno di noi. E potrebbe funzionare. Se riusciremo a liberarci da un modo di vivere condizionato dalle aspettative e se riusciremo a convincere anche qualcun altro che quelle stesse aspettative spesso sono lontane dal senso delle cose. Se riusciremo a crescere dei ragazzi che non vivano da frustrati la propria posizione sociale (qualunque sia), se insegneremo a loro un pensiero critico umanista che ritrovi centralità rispetto un progresso tecnologico mosso da vacue finalità commerciali. Se permetteremo che quello stesso pensiero critico umanista non venga di continuo tacciato di vacuità e inutilità. Allora forse favoriremo la nascita di una giovane popolazione consapevole che nelle difficoltà lo scontro non è l'unica strada, che il confronto è in ogni momento possibile. Solo così alla fine di un lunghissimo processo culturale potremo infine dire: ok abbiamo vinto! E soprattutto tutti!

mercoledì 11 novembre 2015

Lucca C&G: per immagini...con qualche commento!

In tempo di migrazioni complesse ho riflettuto anche quest'anno, nel ritrovare Lucca con tutto il suo mondo collaterale di Comics & Games, sulla sensazione di vivere per mesi lo status dell'emigrato, che poi ritrova per una settimana all'anno la propria casa con i vecchi genitori e i fratelli che non rivedevo da tempo. E poi quando rientri passi una serata sul divano a rivedere l'album di famiglia ( le foto, i libri, i disegni...) con una certa nostalgia. A Lucca gli amici sono ormai molti, li scorgi e reincontri nel fare la coda per un disegno, oppure mangiando un panino al tavolo di qualche bar; in alcuni casi sono gli autori frequentati in passato durante incontri o mostre varie a sedersi con te e raccontarsi. Sono storie private che tali restano nel piacere di poterle ascoltare e commentare solo mentre si porgono. Alla fine è questo che mi interessa di Lucca Comics & Games, l'incontro, la consapevolezza della condivisione di un momento in diretta e di centinaia di esperienze in forma indiretta. Il mio resoconto è quindi fotografico, senza troppi commenti. Spero possa interessarvi scorrere le immagini, nel farvi contemporaneamente un'idea di quello che si è vissuto.
I temporary shop invadono Lucca

L'originale della prima vignetta delle Sturmtruppen...

...e la"follia" illuminata di Bonvi in un filmato anni '70

La Rosa Rossa che Mark Buckingham mi regala

Grabiel Bà e Fàbio Moon

Matt Franction si diverte

Tanino Liberatore non si tira indietro

Un piccolo mito, Anna Brandoli

Qualcuno nel successo si lascia prendere la mano...

Didier Conrad e Jean-Yves Ferri: un Obelix vinto al sorteggio!!!!

Karl Kopinski (immenso!) come Lucian Freud

Jordi Bernet disegna la sua Chiara

Tsutomu Nihei e Usamaru Furuya

Appena parcheggiato!!

I cosplayer si impegnano

La bellissima mostra su Here di Richard McGuire

 
Suggestioni tra le mura


Winshluss mi dedica un "Pinocchio and the sky with diamonds"

Manifesti irriverenti

Juan Diaz Canales e Rubén Pellejero con il nuovo Corto Maltese

Il simpatico Paul Renaud

La mostra inventiva di Tuono Pettinato

Il fumo, la madre di tutti i vizi

Le performance grafiche di kim Jung Gi

Richard McGuire (sinistra)

Nine Antico: un disegno con il rapidograph

Spiriti nella notte, va via come il pane!!

Stan Sakai, irreprensibile!

In attesa dell'estrazione "gallica"

Tutti quelli che mi sono perso