martedì 4 maggio 2010
lunedì 3 maggio 2010
Il rimpianto dei veri ricchi
Invece parlando del "solido", è singolare come sia cambiato proprio il senso dell'essere ricchi. Oggi secondo me i ricchi veri sono veramente pochi. I ricchi nel passato erano quelli che pagavano Piero della Francesca, perchè gli facessero un ritratto personale. Il divertente Philippe Daverio (sacerdote dell'arte varia e in particolare, come tutti, di quella che paga, anche qui nel senso pratico della cosa intendo) suggeriva una volta ad una conferenza, che l'arte vera è venuta meno, quella che rappresentava una classe sociale, che parla il linguaggio delle contesse, poi andate in rovina, oppure dei toreri famosi a loro volta decaduti. Io credo che questo concetto sia importante. Il ricco era un tempo quello con il palazzo più bello, con il quadro più significativo nella stanza da giorno, con il giardino fiorito. Oggi il ricco chi è? E' quello con l'automobile più alta (non più grande, più alta) o con il cellulare più incasinato, o con la foto alla sfilata dello stilista più strambo. Il ricco è un omologato servo del suo tempo, non è colui che spende per cambiarlo. E' un discorso su quanto mi manchino i veri ricchi, quelli con la faccia severa e il portafoglio sagace e non quelli con la faccia da pirla e i soldi in un caveau all'estero. La ricchezza è sana ostentazione, capacità di guardare a domani mattina, anche dimenticandosi di pensare a cosa sarà da qui a fine settimana. La ricchezza di oggi è accumulazione impalpabile, incapacità di un mecenatismo di contenuti.
E' in particolare un discorso sull'arte quello che volevo fare. Mi torna in testa molta arte contemporanea, l'inutile spesa di ricchezza che vi è dietro, anche pubblica intendo. Di marketing, di tentativi subliminali, per trasformare l'inutile in utile, il medio in eccelso e così via. Raschiando infine il fondo, trasformando un pubblico intelligente in disinteressati costretti. E' un male per tutti, per tutte le arti.
Da architetto me ne accorgo andando in giro, frequentando l'arte e il suo mondo, ai margini, da visitatore. Ma anche con questo ruolo secondario, se sai guardare le cose riesci a vederle. Riesci a capire che quanto esponi in una galleria non conta più nulla. Conta chi esponi, ma questo forse valeva alcuni anni fa: oggi conta ancora di più il luogo stesso dove esponi. Conta chi ha messo i soldi e spesso chi lo fa non è la persona giusta. Ti insegnavano non molto tempo fa, ad Architettura, che il bravo museo è quello che si fa piccolo dinanzi alle cose da esporre, che sparisce per lasciar guardare. Oggi conta la scatola, ed ecco che prima di tutto conta comunicare, arrivare diretti al pubblico per la via principale, quella che va da lui espositore (ma diciamo "commerciante") a me lettore degli allegati ai quotidiani del sabato, delle riviste femminili, delle pagine culturali nei giornali di economia, oppure spettatore degli angoli culturali dei telegiornali di prima serata. Ecco che i musei in quanto istituzioni si danno un nome che "spacchi", in senso comunicativo: MART, MAMBO, MADRE, GAM, GNAM e vai e vai. E poi c'è il logo, la borsa di tela con il simbolo e così via. Mi è capitato più volte di entrare in un museo e confrontarmi con gente che non sapeva minimamente per vedere che cosa fosse lì, mentre cercava un gadget del luogo. Molti entrano al bookshop per uscirne senza essere passati dalla biglietteria del museo. L'arte è ancor oggi quella nascosta dalle ville signorili di qualche collezionista o semplicemente di qualche investitore ben consigliato (forse Daverio stesso si sarà fatto garante per qualcuno). Peccato che un tempo i grandi quadri stavano in grandi cornici, su grandi pareti con ricche tapezzerie, vicino a bei arazzi, e a mobili intagliati, con parquet intarsiati e soffitti a stucco. Oggi un Fontana, un Burri, un De Chirico sta lì, su pareti bianche, che van di moda, mobili in rovere sbiancato che son di moda, forse anche il comodino IKEA, che fa "popular", e quindi piace.
Mi fanno pena nel ricordo quelle contesse andate in rovina, perchè allora la vita andava vissuta fino in fondo; ancor più quei toreri decaduti che avrebbero preferito essere infine incornati dal toro nell'arena, che vedere un quadro di Picasso accanto ad un sofà della collezione Divani & Divani.
Che dire quindi: che tristezza questi ricchi così diversi da un tempo e beati i poveri, che invece non cambiano mai!
(nella foto Daverio, a Trieste, fa "comunicazione" tra il suo pubblico)
giovedì 22 aprile 2010
Bastaaaaaa!!!!
(una foto di Didier Lefèvre in Affghanistan)
venerdì 16 aprile 2010
Di una volta
Nel 1969, Grazia Nidasio (un'autrice che adoro per le sue opere a fumetti e per le sue vignette e illustrazioni e per la forza con cui porta avanti dei discorsi fuori tempo e al contempo perfettamente nel "proprio tempo") creò Valentina Mela Verde, un personaggio magnifico, generazionale, che nel parlare dei giovani e ai giovani, seppe proporre un linguaggio e a modo suo dare delle risposte a delle domande che i giovani di allora si ponevano.
Sul numero della rivista XL in edicola (aprile 2010), la Nidasio intervistata da Luca Raffaelli parlando dei tempi di oggi dice ricodando il suo lavoro sul Corriere dei Piccoli: ...(oggi) la realtà (è) troppo sfaccettata in un continuo divenire quasi inafferrabile. Questa frantumazione stimola rapidità e intuizioni mentali, ma lascia poco tempo per riflettere e questo spiega in parte certe difficoltà dei ragazzi (...), questa sorta di "adattamento sospeso". Raffaelli domanda: "Quanto sono cambiate le Valentine, oggi?" E la Nidasio risponde: "Le domande sarebbero certamente diverse ma anche loro avrebbero bisogno di risposte".
Sì forse è tutto un problema di domande mal poste e di incapacità nel dare risposte. Forse è tutto un problema di parlarsi, di ascoltarsi. Ma le bocche sono socchiuse e le orecchie coperte.
giovedì 8 aprile 2010
Piccole scatole emozionali n.1
Avete presente quando prendete in mano una cosa che non consideravate da tempo e nel tenerla tra le dita vi prende come un calore lungo il corpo e il cervello apre una sequenza di porte nella memoria fino a farvi considerare che quella piccola cosa, inutile fino ad un istante prima, costituisca in realtà un fondamento della vostra storia privata, di quello che siete o di quello che siete stati? Insomma vi sembra parli di voi? Avete presente? Sì? Bene in questa serie di post si parla di questo. A volte servono le parole, a volte basta un'immagine.
La prima scatola emozionale (non in ordine di importanza) è questa (più che il disco, proprio l'immagine di copertina).
sabato 3 aprile 2010
Date
Il gesto estremo di Pavese nel 1950, quando scelse di togliersi la vita, ha consentito interpretazioni plurime della sua contradditoria personalità. Giulio Einaudi, ricorda Ernesto Ferrero nel suo libro I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli, 2005) definì Pavese "uomo dei dubbi", non accettando, infondo, da uomo pragmatico e "di certezze", anche politiche, incline alla "felicità" qual'era, la complessità d'autore, ma anche umana del primo. Scrive Ferrero in merito alla sua scontrosità un pò capricciosa e al contempo strumentale ad ottenere dei risultati concreti: "Pavese era un maestro di relazioni pubbliche che non si curava di tenere". E ancora: " Il dramma di Pavese è tutto qui, volersi protagonista di uno scandalo vero e condannarsi a fare il monaco amanuense nel monastero di via Biancamano (dove aveva sede la casa editrice torinese). Alla fine, per stupire tutti, mette fra sè e gli altri la distanza incolmabile di una morte cercata e voluta, estrema punizione agli amici distratti... "Chi non si salva da sé non lo salva nessuno" aveva scritto nel diario. Meno che mai lo salvano i libri. i libri non gli bastarono: erano il pallido surrogato di quello che lui avrebbe voluto essere".
Mi piace ricordare ancora un pensiero di Italo Calvino, ripreso sempre da Ferrero: "Esiste una storia della felicità di Pavese, d'una felicità nel cuore della tristezza, d'una felicità che nasce con la stessa spinta dell'approfondirsi del dolore, fin che il divario è tanto forte che il faticoso equilibrio si spezza".
E' una questione di attitudine la felicità come la malinconia, senza un meglio o un peggio, senza regole sufficienti e tanto meno necessarie. E', quello umano, un equilibrio instabile.
giovedì 1 aprile 2010
Scosse
Mi torna in mente il testo di un canzone, che diceva:
Hang the blessed D.J.
Because the music that they constantly play
IT SAYS NOTHING TO ME ABOUT MY LIFE!
(da The Smiths, Panic, 1986)
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