domenica 15 settembre 2019

E per finire...

Questo post è un caso. E' un caso che mi sia accorto che cade esattamente dieci anni dopo il primo post pubblicato come "Continuavo a guardare fuori", il 14 settembre 2009. E' un caso che abbia deciso di chiudere la mia esperienza di blogger su questa pagina proprio a dieci anni di distanza dalla data di apertura. E' un caso che ieri fossi a Venezia (non era in programma, ma è piacevolmente successo), la mia città dell'anima. E' un caso che per un'intera estate mi sia passato davanti il nome di un artista a cui tengo molto e che indirettamente ha suggerito questo blog, ed è sempre un caso che per un motivo o l'altro non abbia mai potuto partecipare a nessuna delle occasioni a lui dedicate. Parlo di Emilio Isgrò, della cui grandezza artistica non ho dubbi, a differenza di molti suoi illustri colleghi, celebrati o compianti, che continuano a non smuovermi nulla, nè dentro, nè fuori. E' poi un caso che la visita veneziana si trasformi inconsapevolmente in un momento di ricerca artistica. Per caso, camminando per le calli o sostando in un baretto e l'altro, per un cicchetto, per un saluto, si visitano alcune delle esposizioni collaterali alla Biennale Arte 2019. Per caso, sembra che la fine gli anni '60 e un certo tipo di arte non sgravata del peso del contesto, un'arte politicamente utile, diremo, facciano da collante al tutto: si comincia con "AFRICOBRA. Nation Time" e l'arte di Chicago vicina al Black Power Movements di Sessanta e Settanta (Napoleon Jones-Henderson, Gerald Williams, Barbara Jones-Hogu su tutti); si passa per il Padiglione della Repubblica dello Zimbabwe, poi Pino Pascali, alla Fondazione a lui intitolata alle Zattere (Palazzo Cavanis).
Gerald Williams, "Angela Davis", 1971, a Venezia
Pino Pascali a Venezia
E' un caso che uscendo da Pascali, mi trovi davanti un poster che pubblicizza la mostra di Emilio Isgrò alla Fondazione Giorgio Cini. E' un caso che passi il vaporetto giusto mentre si è lì e che così in cinque minuti si possa sbarcare all'Isola di San Giorgio Maggiore, davanti al capolavoro progettato dal Palladio. E' un caso che la mostra sia pure ad ingresso gratuito e che non ci sia praticamente nessuno a frequentarla in quel momento. Ma il caso, espressosi all'ennesima potenza, vuole che mentre sono lì entra nelle sale Emilio Isgrò stesso, che quasi mi sento le gambe un pò molli, per raccontare la sua mostra ad alcuni amici. Ci sono state alcune chiacchiere regalate, profonde sul senso del "cancellare" (il centro della sua arte), sul superamento dell'ignoranza, sull'essere intellettuale, sul ruolo dei giovani. A Isgrò fa piacere che qualcuno più giovane gli si avvicini per chiedergli le cose. Finisco per chiedergli un autografo, uno di quelli che sento diverso da altri che mi è capitato di raccogliere, a volte per gioco, uno di quelli che desidero conservare: "Non un feticcio, ma un ricordo, maestro!". Mi viene risposto che aveva capito che il mio intento era sincero.
Emilio Isgrò a Venezia
Questo post nasce per caso, in questo giorno che, per caso, come detto, segna il decimo anni di riflessioni online. Potrei fare un piccolo resoconto su questo. Potrei chiamare queste pagine scritte "Diario della crisi!" (sia nel senso di crisi reale, economica e sociale, sia di "crisi", interpretazione, spoeculazione). Quando scrissi il primo post, mi pareva di dover dire delle cose che poi sono state dette e in alcuni casi mi sono sembrate, anche a distanza di anni, appropriate. Il rapporto conflittuale che ho con il web (odi et amo...), mi porta ad accettare come utile solo questa forma di "social", oramai forse superata da altre, sempre più immediate e sempre più vicine all'uso esclusivo dell'immagine a scapito della parola. Scrivere è stato, come sempre, uno strumento per capire meglio cosa pensavo di un argomento che mi pareva importante approfondire. Se guardo indietro mi rendo conto che in queste pagine sono passate tra le righe molte mie passioni. Potrei anche finire per riassumerle in qualche nome, ma sarebbe far torto alle passioni minori, che comunque mi hanno aiutato a crescere intellettualmente. Ecco, questo sì, se di una cosa sono fiero è di non aver mai voluto e saputo distinguere tra arti maggiori e arti minori, tra alto e basso...è sempre stata una questione di valore (personalmente attribuito) e non di contesto. 
Alla mostra di Isgrò ho trovato un'opera forse marginale, ma che l'autore non ha però voluto dimenticare. Si intitola Cancellatura, del 1965, tre anni prima della mia nascita. Il testo su cui Isgrò interviene si intitola Ideologia della sopravvivenza
In una sequenza parziale delle righe non cancellate possiamo leggere questa frase: "...Non ti resta, dunque, che mutare rotta: guardarti dentro e GUARDARE FUORI, fino a scoprire un segno, una foglia, una pista. E seguire quel segno, quella foglia, quella pista anche quando - Alla fine, tenta e ritenta, il mondo ti apparirà com'è: più vicino al vero, forse, di come potrebbero mostrartelo Marx e San Paolo...". Questo blog iniziò, quindi, con una citazione di Bruce Chatwin da In Patagonia, sul viaggio di ricerca, sull'irrequietezza, e termina ora con una citazione da un'opera di Emilio Isgrò, che del blog contiene il titolo e forse il significato più intrinseco. E' ancora il caso a determinare le cose, a regalare la parola ..."fine", che tutto spiega e tutto cela. Saluti.

domenica 21 luglio 2019

Si riparte e si finisce da qui

Scrivere in questo luogo di memorie e speculazioni varie dopo quasi tre mesi dall'ultima volta dovrebbe garantire una vastità di argomenti sufficienti per innumerevoli righe. Così sarà, anche se mi trovo a riflettere che mai come ora potrei anche risultare sintetico e coinciso. Quel fuori, che in queste pagine continuo a guardare, appare come fossilizzato, "stremato" oserei dire, dalle montagne di parole che ogni giorno ci confondono e ammutoliscono (almeno su di me questo è l'effetto). Argomenti su argomenti, sempre nuovi e rinnovati, testimonianze, opinioni, riflessioni, prese di posizioni, sdegnate o straripanti, recensioni su questo e quello, sul troppo. Cosa resta di tutto questo in sintesi? Una sensazione come di spaesamento, di stordimento, appunto. Il tema da affrontare è di certo quello della comunicazione, ma direi che alla pari prende piede quello della frammentazione. Un pensiero frammentato non è un pensiero complesso. Se il secondo garantisce spazio al confronto (il che è auspicabile), l'altro tende a imporre una piena amnesia intorno al fine ultimo che ha attivato la riflessione. Un pensiero tira l'altro, diremo, come le noccioline, ma a breve il contenitore si svuota e implode su se stesso. Ecco, alla fine la sensazione è questa, un mare magnum di parole a ribadire pensieri, svuotati nel senso e ancor più nel significato. E' forse il momento di ridefinire un obiettivo, ancor di più quello di qualificare un percorso. Non basta più "andare", ma forse varrebbe anche la pena riflettere sul "dove"! Non sono mancate in questi mesi le occiasioni di confronto intellettuale, grazie anche alle situazioni che, assieme a degli amici (vecchi e nuovi) si sono andate promuovendo. Ci si è pelopiù soffermati sul tema dei diritti, i più variegati, volutamente cercando di non cadere nella trappola di, appunto, operare con le cesoie, affrontando una componente e dimenticandone un'altra. Alcune sere fa, durante un incontro pubblico a Trieste, la scrittrice Michela Murgia parlava giustamente dell'opportunità di questi percorsi "intersezionali" (lei riprendeva nello specifico il concetto di femminismo intersezionale, aderendo alle proposte dell'attivista Kimberlé Crenshaw di fine anni Ottanta). In breve: una lotta dalla parte delle donne, per la parità di genere, risulta limitata se non estesa anche ai diritti delle donne in quanto parte della comunità LGBTQ+ o delle donne che affrontano problematiche inerenti la loro etnia, per il loro colore della pelle. Insomma, i diritti sono diritti a 360°, alla pari dei principi che li sorreggono, al di là dei "recinti" entro cui si discutono e affrontano. Sembra una banalità, ma, invece, intravvedo in questa visione limitata una delle questioni principali su cui riflettere, estendendo tale speculazione alle attività culturali. Prendo atto, infatti, di innumerevoli gruppi al lavoro da anni (oppure nuove costituzioni) sulle tematiche sociali e, appunto, culturali (con tutte le estensioni che la parola "cultura" sottende), impegnati a soffermarsi su specifici campi di interesse, sulla particolarità di una proposta e non sui principi oggettivi che a monte la sorregge. Credo sia una questione che va posta nel superamento di ogni fondamento ideologico e anche oltrepassando il "confine", peraltro mobile, delle chiacchiere e delle finalità dei singoli gruppi di appartenenza politica. E' semplicemente una questione di voler collocare su di una strada coerente, con decisione e benevolenza verso il pensiero altrui, le micro-storie del quotidiano e le piccole narrazioni dalla ragione spicciola. E' un discorso di comportamenti, di etica capace di guardare oltre i fatti minuti, per ragionare di percorsi, senza farsi distrarre dal contesto oppure senza proporre distrazioni per finalità immediate e risibili. Antonio Scurati mi raccontava, a margine della presentazione fatta in anteprima a Pordenone nel settembre 2018 del suo libro "M" (che giorni fa ha vinto il Premio Strega 2019), dell'opportunità di coltivare una cultura dell'antifascismo non come un fatto di militanza dietro una bandiera ideologica, dell'opportunità di portare avanti un discorso oltre le pregiudiziali ideologiche, appunto, e ragionare sulla democrazia, semplicemente attraverso i caratteri specifici di quella, all'interno del suo linguaggio. E qui, va detto, per onestà verso chi ci ha lavorato, che all'interno dei percorsi (chiamiamoli culturali per brevità) che abbiamo cercato di promuovere negli ultimi sette anni in Friuli Venezia Giulia con l'Associazione ETRA di Monfalcone, il tema del linguaggio è sempre stato centrale. Un percorso a sostegno dei diritti (e quindi basato sulla percezione dell'"altro" quale elemento fondativo) si sostiene anche di una coerenza verbale, affrontando con consapevolezza i fondamenti del linguaggio che si va utilizzando, senza distrazioni provenienti dal solito contesto; superando cioè le tentazioni di fare propri termini e significati che non ci appartengono, impoverendo così il proprio fine. Sarebbe bello che i confronti, che la mediaticità ci offre quotidianamente con le nuove derivazioni semantiche del linguaggio, potessero essere viste come un fattore di contaminazione positiva e propositiva, ma la sensazione è quella della mimesi, della perdita, dell'utilizzo della "parola" come strumento di omologazione, di sradicamento da un centro di riflessione.
Frammentazione è la percezione di essere già in troppi (troppe idee, troppi rappresentanti) e la tentazione di diventare ancora di più, di riscontrare non le somiglianze, creando avvicinamenti programmatici, ma sottolineare le distanze, le micro-differenze. Infatti, proprio la proposta di un "progetto", finisce, sempre di più, per essere luogo di contrasto e non di sovrapposizione. Nel fare le proposte, pare ci si guardi intorno, facendo finta di non vedere. Sarebbe utile tradurre il "dico la mia" con un "diciamo la nostra", dove il "noi" finisce per essere  un auspicato soggetto costituito da pluralità collettive. Non neghiamoci all'evidenza che, se si è giunti a tale frammentazione di pensiero e quindi di "identità culturale", molto lo si deve alle difficoltà intrinseche ad un sistema Paese (Regione, Comune...). Parlando del cosidetto terzo settore, all'interno del quale si muovono la maggior parte delle persone propense ad un ragionamento sull'"io plurale", la cecità del sistema ha portato ad una logica riduzionista, non certamente idealista: per dirla in parole povere, una logica del "facciamo cassa", del "copriamo  le spese", che non determina il clima giusto per un domani in prospettiva. Chi vorrebbe poter "mangiare" con la cultura o con il sociale, appare oggi come un essere anomalo, sopportato, più che aiutato: e questo in un Paese che gestisce un "totale contestuale" fisicamente costituito dalla cultura (le città, i monumenti, le qualità ambientali...).
Inevitabile che in questa pappa omologante, per non perdere mai di vista il pensiero dimenticato, ma significante, di Furio Jesi, l'impegno non può andare più verso "il" progetto, ma sul ripensamento del "fare progetto". Si ritorna, quindi,  da una parte a scuola, sui libri, per garantire strumenti al pensiero, e dall'altra parte in strada, per non perdere contatto con la realtà. Resta la possibilità di guardare indietro alle esperienze fatte, molte contraddittorie, sintomatiche di un periodo e proprio per questo non più sufficienti o convincenti, alcune forse deludenti, mai inutili. 
Insomma, si riparte e si finisce da qui, in quest'ordine, per non perdere continuità.

Per animare la mente segue un piccolo bazar delle cose di interesse (mi viene sempre rimproverato di non fare più le classifiche, ma non ne sento veramente il bisogno: però qualche consiglio per gli acquisti, per quello che vale, si può sempre dare agli amici che mi leggono).
Un libro sulla fotografia, per parlare del "vedere": Luigi Zoja, "Vedere il vero e il falso", Einaudi, 2018.
Un libro di pensiero: Bruna Peyrot, "La resistenza del silenzio. Per una proposta politica e democratica", Mimesis 2019.
Un libro di bisogno estetico (scrissi anni fa, nel 1997, un libro di "cultura estetica" e quindi lascio a quello spiegare i significati che attribuisco a questo termine, "estetica", intendo): Massimo Cacciari, "La mente inquieta. Saggio sull'Umanesimo", Einaudi, 2019.
Un libro sul fumetto (di parole e molte immagini, importanti per capire): Giovanni Giovannetti, Luisa Voltan (a cura di), "Come è bella l'avventura. Mino Milani. Biografia per immagini", Effigie, 2018. Questo libro mi ricorda molto quei volumi, bellissimi, pubblicati negli Oscar Mondadori, nella serie gli "Album", tra cui l'"Album Calvino", l'"Album Pasolini", l'"Album Buzzati", dove erano le immagini accompagnate dalle parole a creare delle narrazioni splendide sulla vita degli scrittori, ma anche su il loro Tempo. Ve li consiglio tutti!
Un fumetto: è uscito di recente un nuovo numero della serie "Hai mai notato la forma delle mele?", mi pare il n.5. Il lavoro di Mabel Morri mi piace molto, da sempre, e questa serie l'ho molto amata al tempo della sua uscita, tanto che ne facemmo una mostra nel 2006, con quelli di ARTeFUMETTO. Riscopritela, anche in raccolta per i tipi di Ren Books.
Un libro di finta narrativa (in cui mi ritroverei, se dovessi scrivere ancora dei racconti, ma non credo): Emanuele Trevi, "Sogni e favole", Ponte delle Grazie, 2018.
Un libro su quell'arte che chiamiamo contemporanea, ma che ormai mi pare già storicizzata nei fatti, mentre una diversa o rinnovata non la vedo ancora (che se poi consideriamo, a piacimento, contemporanei Courbet, Picabia, Picasso, Fontana, i "prezzemolini", e nello spirito dei tempi, futuristi e Yoko Ono, vorrei vedere non lo fosse questo qui): Elio Grazioli, Bianca Trevisan (a cura di), "Maurizio Cattelan", Quodlibet, 2019 (RIGA, peridoco semestrale).
Un film da vedere: esiste veramente qualcosa di meglio di "Avengers Endgame", se dobbiamo parlare di quello che il cinema deve fare in termini di intrattenimento?
Un disco da ascoltare, per accompagnare tutto questo: un pò di Sharon Van Etten (Remind Me Tomorrow), un pò di Coma_Cose (Hype Aura), un pò di Fontaines D.C. (Drogel) e un qualcosa a caso di Neil Young che non guasta mai (This Note's For You).
FINE.
(immagini in testa e in coda viste a Venezia girando tra le Gallerie d'Arte private)

giovedì 25 aprile 2019

Noi ci siamo e saremo...

da Misterius di Leo Ortolani, copyright dell'autore
Chi lo avrebbe detto, veramente, che il Novecento portasse con sé  tutti questi strascichi nei primi decenni di questo nuovo millennio? Chi avrebbe immaginato che le ideologie sarebbero alla fine risultate vincitrici sugli uomini, intesi come individui o come collettività? La sensazione è che anche le ideologie, in realtà, abbiano perso dinanzi all'avanzare stanco delle strategie di interesse e alle convinzioni personali di gruppo. Ciascuno definisce, quindi, il proprio recinto mentale in cui stare e da esso lancia proclami e strali verso coloro che la pensano diversamente dal proprio gruppo. E' l'atomizzazione della collettività ed è, alla fine, un percorso di ridefinizione dei Comuni di medioevale memoria. Tutti contro tutti in ricordo di un passato spesso riletto a piacimento, spesso rivisto sulla base di un interesse programmatico.
Nella sua espressione meno nobile, forse, anche questa giornata di riconoscimento nei principi della Liberazione ne esce svuotata, tra le polemiche di chi dice partecipo, chi non partecipo perché... o chi dice partecipo ma...ecc. E' la Storia che tenta di porre la sua mano pesante sulle coscienze e ristabilire la sterile lotta dell'ultima parola. Ma, quanti morti! Quanta sofferenza! E poi il riscatto per trovare di nuovo un senso alle proprie esistenze, malgrado tutto, andando spesso oltre la propria stessa umanità, accettando di precipitare e di fare poi fatica nel guardarsi ancora allo specchio per le mani bagnate di sangue. Sullo sfondo però non ci sono le ideologie da difendere (di quelle chi se ne frega!), sullo sfondo la vera battaglia è per i diritti, non gli stili, ma i principi. Questi diritti e questi principi, che qualcuno ci ha trasmesso oltre le ideologie, oltre gli interessi personali, oltre la politica del ci sono! e delle voci ingombranti e disturbanti, ecco quelli sono in fondo la sola cosa che conta. Ciascuno deve (dico "deve", non "può"...) portare un proprio contributo, perché di questi diritti e principi si parli e discuta, perché le chiacchiere da TV e da web vengano depotenziate a sottofondo e rimanga una voce alta e chiara su ciò che conta davvero.
Noi nelle prossime settimane faremo quanto sappiamo fare e quanto possiamo fare. Per questo venerdì 17 maggio alle ore 18.00 sarà nostro ospite alla libreria LOVAT di Trieste, a supporto del FVG Pride che si svolgerà proprio a Trieste l'8 giugno, Leo Ortolani e attraverso la presentazione del suo volume Cinzia, parleremo, assieme agli amici di Arcigay Arcobaleno di Trieste e Gorizia, di discriminazione sessuale e di genere, per rimarcare il diritto di tutti di essere e basta! Sabato 01 giugno, sarà nostro ospite a Udine (stiamo definiendo il luogo e l'ora), Matteo Scalera, per consegnare a lui il Premio Giacomo Pueroni 2019, per ricordare un amico scomparso, ma anche per rimarcare l'importanza di non dimenticare chi sta male di una malattia difficile come la SLA, che si è preso Giacomo in ancora giovane età e che lo stesso sta facendo con molte altre persone. Giovedì 13 giugno ancora alla Libreria Lovat di Trieste, alle ore 18.00, assieme a Silvia Ziche, Sara Colaone e Francesco Satta, parleremo di Storia e della faticosa strada dell' emancipazione femminile in Italia; poi venerdì 14 gugno, alle ore 18.30 a Ronchi dei  Legionari, ancora con Silvia Ziche e Sara Colaone, assieme a Carlo Gubitosa e Bruno Luverà di Billy, presenteremo dei volumi, ma tra le righe ci confronteremo su stereotipi, pregiudizi e discriminazione di genere.
E' vero, non è niente, ma è quello che potevamo fare. E lo abbiamo fatto.

sabato 2 marzo 2019

Stranieri


Straniamento. In letteratura: serie di artifici linguistici con cui lo scrittore rivela aspetti inediti di una realtà nota. Se dico "rosso" quando tutti si aspettano che io dica "nero", riesco nel mio intento di produrre una sensazione di straniamento nel mio interlocutore. Riesco nel mio intento, non di sorprendere, ma di legare il lettore alla mia proposta, indipendentemente se sia valida o etica. Improvvisamente vi è un bisogno (e forse il dovere) di sentirsi stranieri nel proprio corpo, di estraniarsi dai propri pensieri e porsi dei diktat, da sé a sé, come se fossimo altro da noi stessi. Dovremmo vincere l'apatia intellettuale, innescando processi di straniamento volontario. Perché farlo?  Semplicemente per "non accettare". Non è un discorso di "resistenza" o di "resilienza", condizioni e concetti che fanno rima con "lenza", a cui a volte ci piace concederci di stare attaccati, semplicemente per non fare nulla, bensì una proposta di estraneità da questo mare magnum comunicativo, per permettere a noi stessi di chiederci: cosa ci interessa, davvero? Cosa ci piace, davvero? Qual è il nostro ruolo dinanzi alle cose che ci succedono attorno? E' come ridare un senso alla nostra fisicità (alla nostra pesantezza corporea) all'interno del flusso informativo. Io sono questo: mani, piedi, pesanti sulla terra, peli, sangue ecc. e non notizie, sovrapposizioni narrative da decodificare per stare al passo con l'esterno che ci sospinge, che ci modella, che ci immobilizza improduttivamente. Lo scontro tra società informatizzata e tecnologica (che però è fatta solo di sciocchezze, di sovrastrutture e sovra linguaggi e non di soluzioni e linee guida consapevoli) e nuovo umanismo (ovvero la riscoperta della centralità dell'uomo) appare evidente: un cavallo a cui tutti i "pensatori" cercano di salire in groppa per la paura, tutta di convenienza, di restare fuori da quello stesso flusso informativo, a rigetto del quale tale discussione viene posta. Straniamento è quello che si prova, per la consapevolezza del non detto e la pigra e a volte disarmante rinuncia all'alzare la mano e dare sfogo ad un pensiero controcorrente, offerto non per protagonismo (narcisismo) ma di sostegno reale ad una proposta critica, che prima di tutto è autocritica. Oggi, credo, che il dovere più grande in questo senso sia rifiutare alcuni vocaboli, privarcene volontariamente, perché sono fraintesi e veicoli di significati devianti. Tra questi: identità, nazione, noi, loro, massa, sostenibilità, degrado, pulito, sporco, destra, sinistra, ieri, meglio, peggio. Se provassimo ad immaginare anche soltanto una giornata intera, nell'anno 2019, senza l'uso di tali parole, potremmo venire travolti da un senso di incapacità comunicativa e quindi di frustrazione collettiva, che potrebbe condurre ad uno shock tale da farci riflettere su quanto siamo stati culturalmente manipolati in questi ultimi vent'anni. Provateci e provate a costruire un vostro personale non-vocabolario, che vi permetta di sentirvi estranei al contesto e al tempo stesso criticamente sufficienti per dare un giudizio personale su ciò che vi/ci circonda. Se lo farete, vi ringrazierò.
(nella foto: un particolare da un disegno di Guido Buzzelli per Labirinti)

sabato 12 gennaio 2019

Come si deve venire?

In un contesto "culturale" di difficile interpretazione (Giovanni Lindo Ferretti avrebbe detto: "Fedeli alla linea, la linea non c'è"), mi viene voglia di contraddire completamente il mio pensiero, così disponibile ad accettare la complessità, il dubbio, come proposta di analisi. Mi rendo conto che forse mai come adesso vale la battuta del finto senatore Mario Dorazio, interpretato da Vittorio Gassman nel film La terrazza di Ettore Scola: "La verità si scrive in poche righe!". Affermazione, secondo me, da verificare accostandola con l'altra battuta affidata da Age & Scarpelli (e Scola) allo stesso personaggio: " A che ora è la rivoluzione, signora? Come si deve venire? Già mangiati?". Se penso che vivo in un contesto "culturale" in cui non sono nemmeno in grado di affermare qui con certezza in quante righe ho scritto questo post, poiché a seconda di dove uno lo legge (foglio stampato, pc, smartphone...) quelle cambiano, mi pare che ci sia un pochetto da riflettere. Nel dubbio io ho preparato un panino!
(foto: un particolare da Pupa e Bob Bob per la Zoppas, 1968)

lunedì 31 dicembre 2018

Fine anno che trovi e nuovo anno che lasci


Che l'ultimo giorno dell'anno sia un momento di riflessione nostalgica, di dura volontà di superamento e anche, certo, di rinnovata speranza è innegabile. C'è tra le righe anche un pò di timore, per come potrebbe evolvere tutto quello che abbiamo attorno nel prossimo anno che sarà. Rescriminazioni, scarsa disponibilità alla tolleranza, e quello che Loredana Lipperini, nel suo saggio per l'ottimo catalogo che accompagna la mostra dedicata dal Maxxi di Roma a Zerocalcare, definisce "il populismo del rancore quotidiano" (frase dello stesso Zerocalcare). Quell'"intrecciarsi schizofrenico fra l'emergere di una cultura integrata su scala planetaria, che chiederebbe un governo sovranazionale, mondiale dei processi - sempre la Lipperini - e lo scatenarsi anche sanguinoso dei particolarismi, dei localismi, dei tribalismi, con l'immancabile e triste codazzo delle xenofobie e delle infamie antisemite. In questo quadro si comprende che è la stessa nozione di 'futuro', una nozione chiave della modernità, sulla quale si basava in larghissima misura la fantascienza, a dissolversi". Ecco che giustamente Lipperini cita lo stesso Zerocalcare, da una sua storia, nel commentare lo slogan punk del 'No Future': "...Mi sono fidato quando ci hanno detto che ci avevano rubato il futuro. E invece il futuro è arrivato". Ecco, il futuro arriva sempre, ma che poi sia un bene non è detto, almeno sino all'ultimo. Guardo quindi un po' ai mesi passati e cito a caso, dal mucchio delle cose possibili, quelle che mi sono parse interessanti e meritevoli, sempre ovviamente con l'occhio rivolto alle mie passioni. Nel farlo va subito fatta una premessa: le "cose" sono sempre di più e spesso la qualità è molto alta sul piano tecnico e professionale, ma proprio per tale motivo sono questi ultimi gli aspetti che appaiono meno interessanti da affrontare. Meglio guardare ai temi dietro la superficie, ai contenuti che appaiono coerenti con una visione, che i tempi ci costringono a voler pretendere essere etici.
In queste pagine ho già ricordato con lode il Jonas Fink finale della trilogia di Vittorio Gardino, e anche il Romanzo esplicito di Fumettibrutti. Vorrei ora citare il lavoro di quella che considero la migliore illustratrice della nuova generazione, proveniente dalle pagine del collettivo Delebile e ormai fissa presenza sulle migliori testate mondiali, ovvero Bianca Bagnarelli. Con un  tratto molto colto, ripreso forse da Cris Ware (Building Stories), forse dal senso profondo del lavoro di Raymond Carver o Alice Munro. In questo fine anno il suo lavoro si può scorgere a commento delle pagine del volumetto Crooner di Kazuo Ishiguro, edito da Einaudi. Fondamentale, e per me miglior Graphic Novel dell'anno, arriva in questa fine 2018 anche Ariston di Sara Colaone e Luca de Santis, edito da Oblomov. "La Storia, un affare di donne", sottolinea Francesco Satta nella postfazione al volume, riprendendo anche una frase di Tina Anselmi: "Una donna che riesce, riesce per tutte le altre". Un splendido viaggio, quello degli autori, nell'importanza della 'scelta' e del "femminile", come auspicabile guida del destino del mondo. Ancora, dalla splendida cura editoriale di Bao Publishing, un bel volume di Elisa Macellari, Papaja Salad. Un'illustratrice si dedica al fumetto e regala un viaggio all'interno di culture e storie che conosciamo poco. Imperfetto, e per questo interessante. Dopo tre donne, un autore maschio, la cui esibita, discutibile e discussa misoginia (insistita e a volte una specie di firma autoriale), ci accompagna direttamente nella Storia del fumetto internazionale: Robert Crumb. Comicon Edizioni pubblica in un unico volume i tre numeri di Art & Beauty Magazine, dove i disegni troppo perfetti (tratti a volte da fotografie ricopiate, spesso rivisitate per deformare i corpi nella "tipica donna alla Crumb"), tracciati con l'evoluzione della tecnica scribble scribble, propria dell'autore, dimostrano la grandezza del padre dell'underground americano. Un volume magnifico, da restarci secchi nell'immaginare l'autore al tavolo da lavoro a tracciare maniacalmente i suoi segni. Vorrei citare ancora un autore, uno scrittore questa volta, che si è imbarcato in una vicenda editoriale complessa e enorme, quella di raccontare in tre romanzi la documentata vicenda storica e umana di Benito Mussolini. L'autore è Antonio Scurati e il volume M. Il figlio del secolo. Il libro non merita di essere letto, ma va obbligatoriamente letto, perché deve restare sempre chiaro nella testa di ciascuno, quale è il percorso culturale e il substrato sociale che produce certi "fenomeni" storici. A volte la democrazia, quando è minata dalla malafede o alimentata dall'ignoranza, produce il suo opposto. E vi è sempre qualcuno disposto ad approfittarne. Vorrei infine menzionare alcune canzoni, che mi accorgo coltivano bene il senso di questo post. Consiglierei l'ascolto attento di Post Concerto dei Coma_Cose. Li adoro quando recitano, quasi come in una sequenza fotografica fatta di concetti espressi a parole: "E i bicchieri abbandonati/ Sanno come ci si sente/ Ad essere come diamanti/ Invisibili alla gente". Oppure: "Ho ancora voglia di combattere/ Garibaldi aveva solo mille followers". E infine la grande Francesca Michelin, con la sua importante Bolivia "È l’umanità che fa la differenza/ Portami in Bolivia per cambiare testa/ Portami in Bolivia per cambiare tutto/ Spegnerò il telefono/ Sarò libera e indipendente/...Non ho bisogno di niente". E ancora: "Ma se vuoi puoi salvarmi dall’umidità della pioggia più insistente / Che entra nelle ossa della gente/ Che si lamenta sempre/ Che mangia male e crede a ciò che legge". Esatto. Uscite da questo blog, uscite da tutti i post ecc., parlate con le persone che avete vicino e con quelli che non conoscete. Capite le cose, capite la gente e non credete a ciò che leggete. Buon anno di indipendenza mediatica e culturale!
   

martedì 25 dicembre 2018

Molto, molto cordialmente

Mentre mi rigiro nei pensieri appannati del giorno di festa, mi arriva la notizia che è scomparsa, ieri 24 dicembre, Grazia Nidasio.
La cosa mi procura un fastidio enorme, perché ho stimato l'autrice, la disegnatrice, la persona. Con quest'ultima ci siamo anche scambiati alcune lettere nella prima metà degli anni 2000, perché con l'Associazione ARTeFUMETTO, che allora presiedevo, vi era la volontà di fare delle cose con l'autrice.
Quelle lettere (con gli indirizzi tagliati e incollati) parlavano il linguaggio dei suoi libri, quello di "ragazze" consapevoli e autorevoli. Non riuscimmo, poi, a portare a termine il progetto, perché altre cose si accavallarono, allora, Giardino, Cavazzano, poi Pazienza e poi Gipi. Mi restano ora, quelle lettere, dove l'autrice mi sottolineava che, comunque, mai avrebbe presenziato ai nostri eventi a lei dedicati, poiché, come scriveva "...ho pensato che, invecchiando, ciascuno si guadagni un certo diritto al ritorno della naturale timidezza". 
Resto qui, nel giorno di Natale 2018, a contemplare quelle parole, che potrebbero essere di monito per molti e forse di indirizzo.
La saluto, la signora Nidasio, come faceva lei "...molto, molto, cordialmente."


domenica 23 dicembre 2018

Ragioni che non vorrei avere

Alcuni anni fa pubblicai assieme all'amico Walter Chendi un volume di racconti. Si chiamava "SessantaQuaranta". Il libro conteneva dei testi di Walter e miei, mescolati con il solo criterio di parlare un linguaggio comune, quello della memoria, non autobiografica, ma collettiva. I miei racconti furono definiti allora "il lato oscuro del volume", ovvero la quota parte più propensa a scavare nel "buio" dell'animo umano. Uno dei temi principali affrontati tra le righe era quello della dipendenza, psicologica in alcuni casi e reale in altri, con riferimento esplicito all'uso della droga. Il libro usciva nel gennaio 2012 e, durante le presentazioni pubbliche, mi fu molto spesso sottolineato che stavo affrontando un aspetto della società forse superato dagli eventi, ormai sotto controllo e di certo non affrontabile per come andavo proponendolo. Mi ricordo ancora oggi che qualcuno storse il naso di fronte all'argomento "sgradevole", mentre io asserivo che la crisi economica che stavamo affrontando in quel momento (non superata nemmeno oggi, ma di certo la situazione non è quella tragica di quei giorni) rappresentava un terreno fertile per ridefinire un ruolo centrale all'argomento dipendenza.
Oggi, circa sette anni dopo, la cronaca e le statistiche rilvelano che la questione droga rappresenta uno dei problemi centrali della nostra società, in particolare tra le giovani generazioni. Lo dicono i sindaci nei loro discorsi di fine anno, gli esperti, la società civile. Nel confronto a scuola, dove a volte collaboro per dei laboratori, emerge molto chiaramente una certa preoccupazione tra i ragazzi che vedono nei loro coetanei farsi largo, incontrollata, la dipendenza dagli stupefacenti e dall'alcool (si badi bene, ragazzi preoccupati per altri ragazzi di fronte alla questione droga e alcool e non della questione "stranieri" e "migranti", sempre presente, invece, in prima pagina sui quotidiani). 
Vorrei qui, però, riprendere le parole di Riccardo Gatti, direttore del dipartimento Dipendenze dell'ASL di Milano, che in un articolo pubblicato di recente su Rolling Stone italiano ricorda: "Oggi le auto vanno a 200 all'ora e i telefonini hanno giga illimitati, lo stesso vale per la droga. Oltretutto gli acquirenti sono gli stessi, visto che ormai il consumo è uscito dal ristretto ambito della devianza"; e aggiunge: "Siamo di fronte a un vuoto culturale simile a quello del passaggio dalla società contadina a quella industriale. Allora Pasolini preconizzava il trionfo dell'eroina, e così fu. Sta capitando di nuovo, ma siccome oggi il mondo è variegato ci sono più sostanze a prometterci di colmare l'abisso".
Insomma ecco qui, la droga come cartina di tornasole di una condizione di malessere, dell'incapacità di esaminare e trovare la quadra in una società complessa e non semplice rappresentazione di un fenomeno a sè. Era così nel 2012, anche se non si voleva ammetterlo, ed è così tanto più oggi. Ce lo dice quello che abbiamo attorno da più di un mese oramai, mentre scateniamo le nostre povertà più recondite sul Natale.
(nella foto: un albero di Natale in stazione a Milano, acompagnato da un cartello pubblicitario dove Pasolini si rivolta nella tomba, sovrastato dall'evoluzione dei tempi)

domenica 11 novembre 2018

Lucca Comics ecc. e il fumetto

Partiamo dalla fine. Il miglior fumetto visto in giro è di Josephine Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti. Il suo Romanzo esplicito si racconta riprendendo un linguaggio narrativo che ricorda per ispirazione il Poema a fumetti di Dino Buzzati, con dei contenuti che starebbero bene tra le parole di Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli (Postoristoro!!!). E le parole che l'autrice usa, per  come le compone, appare non solo originale, ma anche inusuale, capace di offrire un effetto spesso straniante. Un piccolo fumetto (molto piccolo nella forma, ma non nella sostanza), con potenzialità enormi, tra l'altro sostenuto dalla forza comunicativa, del tutto voyeuristica, derivante dai temi espliciti che hanno reso conosciuta l'autrice, nonché dal suo non rinunciare a mettersi continuamente in gioco in prima persona. 
Fumettibrutti con Silvia Ziche sul palco a Lucca per Feltrinelli
Arrivo a Lucca dopo aver letto questo fumetto e lascio Lucca senza averne trovato uno migliore. Punto, fine della premessa.
Lucca 2018 è stata la dimostrazione del peso commerciale assunto dal prodotto fumetto dopo alcuni anni di attenzione mediatica attorno ad esso. Fumetto (fumetto?!?) dovunque e ovunque. A ciascuno il suo. Chi non ne capisce, oggi, forse si sente un pò escluso, come trovarsi in un bar alla domenica pomeriggio e non conoscere il significato del termine "calcio". Alcuni, presi da quest'ansia di sapere, si redimono, dopo aver sputtanato per anni il fumetto "come cose per bambini/ragazzi" e si danno una nuova veste intellettuale attorno ad esso. Alcuni non mollano e rimarcano la loro distanza, perché se lo fanno tutti allora forse è un bene distinguersi. E quindi è tutto un far chiacchiere di arte minore e maggiore o disquisire della difficoltà personale di correlare immagini e parole (ma pensa un pò!!). 
Sono stato a Lucca per sentirmi raccontare i fumetti, per acquistarli e per discuterne con altri appassionati o esperti. Che poi mi trovi di continuo a presenziare a spettacoli, proiezioni, incontri, dove il fumetto viene inserito in contesti "crossmediali" (cavolo, sta' parola piace a tutti, sembra come quando da bambini potevamo finalmente dire m...a senza vergogna!), questo è una altro paio di maniche. 
Kobane Calling di Zerocalcare ripreso a teatro
Lo Stato Sociale a Lucca per Feltrinelli Comics
"Carota" fa il verso a Recchioni sul palco de Il Giglio
Matsumoto disegna se stesso alla fine dello showcase musicale
Tutta sta' cosa che il fumetto si porta sulle spalle mi pare un pò svilire la capacità del medium di sapersi esprimere benissimo con voce propria, con un linguaggio preciso e autonomo, di sintesi precisa e declinazioni infinite. Forse a guardarsi indietro è sempre stato così, tutto parte dal connubio tra immagini e parole, dal racconto, dalle storie e poi il contesto si fa parassita, per trovare strade ritenute "maggiori", ma che in fondo, invece, sono solo la brutta copia dell'originale. Infine anche la ricerca della dedica disegnata (me la fai sul libro, me la fai sul foglio...!!), dell'autografo come prassi abituale e insistita, legata all'acquisto dei volumi, mi pare qualcosa di strumentale e ormai del tutto estranea all'interesse verso la cosa in sé, che poi sarebbe possedere un libro per leggerlo, con il fine di immergersi dentro una storia raccontata e quindi poter evadere dalla realtà, oppure caderci dentro fino in fondo (vedi Fumettibrutti). 
In fila per dei biglietti a mattina presto
Muoversi dentro i padiglioni di Lucca, tra gli stand, frequentare gli incontri è per i suddetti motivi entusiasmante, ma allo stesso tempo in parte frustrante. Soltanto quando vedo tra la folla (immensa) alcuni gruppi di ragazzi comprare un fumetto e sedersi sul cordolo di un marciapiede o sui gradini di una chiesa lucchese e quindi leggerlo con voracità assoluta, condividerlo, discuterlo, scambiarselo, allora mi ricordo come era realmente per me (per noi) anni fa: una passione vera, un fuoco che ti brucia dentro, senza tante parole, senza tanti discorsi. Un fuoco. Esattamente quello. Oggi forse, per i più, non pare più così e, sinceramente, se del fumetto se ne parli alla televisione o in prima pagina sui quotidiani nazionali, a me non importa più di tanto, da lettore intendo. A volte, frequentare Lucca è come partecipare ad una convention partitica..."quelli che votano il fumetto!!"..., esaltati nel sentirne parlare bene, aggressivi percependo che ne stanno parlando male. E' un'ideologia. A Lucca è come essere dentro un vortice di voci inistite degli editori, degli operatori, dei critici (pochi), dei nerd, un vortice che annienta continuamente la cosa in sè, quella per cui siamo stati tutti lì, l'oggetto finale, il prodotto finito, non quello commerciale, ma il contenitore dei contenuti: il giornaletto, oggi diventato libro. In questa baraonda di sensazioni, tra le file (lunghissime) per andare di qui o di là, alla fine veder disegnare dal vivo Leiji Matsumoto, incontrare insieme Neal Adams, Walter Simonson e Arthur Adams, oppure stare lì a fare un giro in mostra con Neal Adams come cicerone delle sue tavole, appare come un'esperienza "normale", mentre in altri momenti sarebbe stata un'occasione "unica". 
Josè Munoz, Neal Adams e Matsumoto sul palco de Il Giglio
Neal Adams e Water Simonson a fine incontro
Movan e Cebulski chiacchierano di fumetto
Neal Adams ci racconta le sue tavole
Tutti a Lucca, quindi, con la sensazione che nessuno si stia godendo realmente il momento, pensando a qualcosa che è successo subito prima o potrebbe venire subito dopo. Il presente è lasciato allo scatto di una foto, che archivia l'istante e lo rende di fatto indifferente, amplificato a volte (spesso) tra le pagine evanescenti dei social. Tutta l'esperienza lucchese  mi pare venga ormai vissuta dai più come un grande gioco, anch'esso in fondo virtuale, dimentichi di come alla fine si sia andati lì per scoprire le mani, quelle che lavorano su di un foglio bianco e come sempre fanno da tramite ai pensieri. A quelle rendo qui di seguito omaggio.
Le mani di Barbara Baldi e il suo phon (genius!)
Le mani di Giorgio Cavazzano
Le mani di Charles Forman
Le mani di Faith Erin Hicks
Il braccio tatuato di Skottie Young
Le mani di Fumettibrutti
Le mani di Junji Ito
Le mani di Liz Climo
Le mani di Trevor Hairsine
Le mani di Mikio Ikemoto
Le mani di Jm Ken Nimura
Le mani di Walter Simonson
Le mani di Paolo Eleuteri Serpieri
Le mani di Leiji Matsumoto
Le mani di Arthur Adams
Le mani di Ronan Toulhoat

Le mani di Thomas Campi
Mentre fuori si continua  a parlare, parlare, parlare..., se ne restano là da sole, ora, queste mani, di nuovo lontane dai riflettori, operose e a volte venate, nella solitudine di una stanza, da un simpatica "tristezza".

venerdì 17 agosto 2018

Spingo e tiro

Ancora Genova. Ancora Genova come punto di svolta mentale. Come nel 2001 (il G8 e quello che ne conseguì), nel 2014 (la presa di coscienza sul rischio idrogeologico) e ora il crollo del ponte Morandi. Tutte le spiegazioni di queste ore appaiono interessanti. Molti assumoro il ruolo di strutturisti della parola. Molti cercano spiegazioni tecniche e politiche. Che i ponti possano crollare personalmente non mi meraviglia, il cemento armato nasce per garantire resistenze meccaniche importanti, ma la resistenza non è resilienza. Questa è la premessa. Potremmo, recuperando alcuni aspetti della cultura tecnica che aiuta a prefigurare i progetti architettonici e alcuni fondamenti della cultura del restauro praticata da me per molti anni, provare a porre in questa sede un'istanza. Posta una sezione in calcestruzzo armato resistente, come viene raggunta la condizione di rottura (la condizione ultima, di collasso), valutandone per tensioni normali la sicurezza nei confini degli Stati Limite di Esercizio? Prima di tutto dobbiamo porre dei limiti al campo di analisi, tralasciando per la sezione il contributo del calcestruzzo soggetto a trazione (quota comunque esistente in realtà); quindi valutare, a premessa, una perfetta aderenza tra le barre di acciaio e il cls che le avvolge; infine ipotizzare nell'analisi la conservazione delle sezioni piane. Premesso ciò, la rottura avviene per raggiungimento delle deformazioni limite del cls compresso o della dilatazione massima dell'acciaio teso (semplificando). Operando in campo elastico/plastico andranno richiamate le deformazioni e non le sole tensioni. Individuata una specifica configurazione di rottura in termini di deformazione, la rottura può venire espressa nei termini di una coppia di valori (di sollecitazioni) di sforzo normale e di momento flettente, che agiscono contemporaneamente nella sezione. Ad ogni configurazione si lega dunque un valore di rotazione della sezione considerata, con determinazione del cosidetto asse neutro di equilibrio (della profondità/posizione di questo rispetto la sezione in c.a. verificata) e definizione della configurazione di rottura. Ogni altra configurazione deformata per la sezione porterebbe al superamento della massima deformazione ammissibile nel calcestruzzo o nell'acciaio. Questo è ovviamente solo l'inizio. In breve la cosa funziona così: assumo un carico, determino le sollecitazioni provocate e massime ammissibili, se supero questa ultimo valore le reazioni espresse dalla sezione resistente non sono più sufficienti e quindi: CRACKK!!! Tutto reso molto terra terra, perché poi vi è un mondo di analisi, di ricerca esperienziale, probabilistica, di conoscenze che non posso e non provo nemmeno a richiamare in questo contesto. Vista la premessa, parlarne al bar o al TG mi pare alquanto fuorviante. Per dirla con parole povere: il ponte resiste fino a quando può. Se si vuole incrementare le sue possibilità in tal senso, si dovrà inevitabilmente intervenire su di esso. Un ponte si deforma, operando nel campo dei valori limite e quindi delle resistenze meccaniche progettate o residue. Un ponte resiste per contrapposizione. Resistere è un termine che deriva dal latino, da RE, addietro, e SISTERE, fermarsi: io sono fermo (sulle mie posizioni) e mi contrappongo, contrasto, fronteggio, mantengo una "passività apparente, ma attiva". Resiliente non ha una risultante etimologica altrettanto lineare. Possiamo farla derivare dal latino RESILIENS, per il quale l'espressione che meglio ci aiuta a comprenderne il senso è la forma gergale "mi rimbalza" (qualcosa, una parola, o una azione). Insomma una "attività apparentemente passiva". Quando un ponte crolla ci si rende conto che il resistere non sempre basta, o perlomeno non basta resistere contando solo sulle proprie reazioni e capacità intrinseche. A volte non sono sufficienti nemmeno le idee. Per cui vale di certo il discorso della manutenzione, ma vale anche di più quello dell'aggiunta intelligente, del puntello o del tirante integrato (in fondo è sempre un discorso di appoggiare e di tirare; di sopperire a delle mancanze, non avendo paura di inserire una stampella, di perdere parte della composizione formale o "ideale" originaria). "Resistere" è inevitabilmente anche capacità di mutare, di modificare le proprie strategie e anche il proprio modo di affrontare chi si pone dinanzi. Forse stare fermi e non arretrare non è più sufficiente. Giorni fa ho ascoltato con interesse, a margine di un evento pubblico, l'intervento di un politico (di "sinistra") sottolineare che in un tempo in cui si è ormai abusato del termine "resilienza", sarebbe infine opportuno riparlare di "resistenza", poiché bisognerebbe ritornare ad un comportamento attivo, se si intende superare certe argomentazioni ("le narrazioni") e azioni ("le politiche"), ormai imperanti in questi mesi. Un ponte crolla anche laddove resiste. Forse la contrapposizione senza arretramenti (di pensiero) non è più sufficiente a determinare reazioni adeguate. Il concetto di resilienza (e qui ha ragione il politico, secondo me) è abusato nel senso. Un termine (uno slogan) NON è (non lo è più) sufficiente di per sè a generare un comportamento politico adeguato. Non è più tempo di scritte sulle magliette e forse nemmeno di striscioni o di bandiere. La modulazione del pensiero aiuta, così come è importante sapere arretrare e accettare di modificare la propria integrità (non etica o morale, ovviamente, ma ideologica) con un nuovo "appoggio" o un nuovo "tirante". Non è trasformismo, ma strategia (culturale e politica). La questione semmai è come e cosa raccontare a chi ascolta per giustificare un proprio comportamentop apparentemente ambiguo, laddove quest'ultimo venisse letto come tale. Di nuovo il problema delle "narrazioni". Resistere per narrazione non sempre funziona (coerenza, malgrado tutto). Resistere per sola reazione non sempre è adeguato (l'ideologia). Contano i fatti, più o meno comunicati che siano (il mito della comunicazione sembra ormai essere anch'esso un sottile palo del semaforo dietro cui è inutile nascondersi). Un ponte non va solo mantenuto (come si tutela l'anziano nelle case di riposo), bensì restaurato (sostenuto). Allora, forse, potrà risultare "durevole", oltre la propria vita utile stimata. Durevole con dignità. Per seguire questo percorso bisogna saper fare però delle rinuncie. La prima all'orgoglio: posso ammettere di avere fatto degli errori, posso accettare di non essere adeguato e quindi di fidarmi di altri, aprirmi alle idee altrui, alle azioni di terzi, di farmi da parte. La seconda al "portafoglio": rinunciare agli interessi diretti, in solido (il soldo) e di posizione. Purtroppo temo sia questa la situazione: i ponti non sono strutture intelligenti, nel senso che non si sostengono di idee, ma di calcoli e materiali. Le persone dovrebbero quindi avere qualche possibilità in più, anche se poi, nello scoprire che sotto certi ponti ci sono le case (dei palazzi condominiali su cui il ponte sembra appoggiarsi), anche questa ultima affermazione, riguardante l'intelligenza intendo, potrebbe lasciare il tempo che trova.
Lorenzo Lotto, Deposizione (particolare), Jesi Pinacoteca
 

domenica 5 agosto 2018

Non necessariamente coerenti...grazie!

In questi mesi, forse come mai prima d'ora, vi è la sensazione di dover porre alla base di ogni riflessione una condizione di appartenenza, sia essa nazionale, identitaria o culturale in genere. Anche generazionale, direi. Ogni discorso ha sempre una premessa non detta (o non scritta), bensì sottesa, che parte da un tacito accordo di condizione tra ascoltatore (lettore) e argomentatore. Ciò non è un bene. Ogni affermazione o pensiero appaiono come svalutati nella loro proposta di ricerca, a favore di un esame di contesto. Tra i contesti possibili: l'appartenenza politica (gli ideali o l'ideologia), la geografia (da dove vengo) e naturalmente la narrazione storica proposta. Oggi è realmente tutto fondato su un confronto (scontro) tra narrazioni molteplici, perlopiù strumentali e funzionali a dei sottopensieri forti. Nell'epoca delle potenzialità infinite di espressione "democratica" (internet) vi è la sensazione di un condizionamento espressivo senza pari; e l'aspetto più inquietante è che esso appare soltanto in minima parte imposto, perlopiù autodeterminato invece, indossato cioè volontariamente a seguito di una sensazione di disagio nel non senrtirsi pienamente accettati culturalmente o adeguati ad una narrazione piuttosto che ad un'altra. Il desiderio più forte (un'esigenza, ormai), quindi, è di incoerenza al contesto e di libertà dal "se stessi", approfittando delle occasioni di sovrapposizione e apertura che ci vengono a volte proposte. Mescolare l'alto con il basso (a ripensarci per me è stato forse sempre così), il chiaro con lo scuro, le passioni di ieri con quelle di oggi, il leggero con il grave (scorgendo il grave dentro il leggero e viceversa) In questa prassi aiuta saper vivere le cose per quello che sono, senza cercare di giustificare ogni scelta o ogni pensiero. Questo lungo preambolo è anch'esso una giustificazione, probabilmente doverosa per far capire a chi legge le motivazioni che mi spingono a parlare di ciò che segue, ma al tempo stesso dimostrazione in solido di quanto vado stigmatizzando. Il messaggio insomma è: godiamoci l'entusiasmo per come arriva, mandando a quel paese la narrazione globale che lo sostiene. Se sapessi affrontare un pensiero verso le cose del mondo con tale "libertà", forse potrei anche superare il pregiudizio con cui guardo ad ogni cosa non mi appartenga: forse potrei anche capirne di più o meglio. Ecco perché nelle mie ricerche personali colgo il meglio, il meglio per me, non in assoluto, e non mi preoccupo di determinare ogni scelta con una razionalità di percorso (non è individualismo, ma rispetto e fiducia del percorso stesso che mi ha portato sin qui). Così non mi meraviglio se la notte del 27 luglio mi trovo a guardare con interesse e fotografare l'eclissi di luna (la più lunga del secolo, pensa un pò!), ma nel scorgerla, mi scopro a pensare solo all'immagine della luna disegnata da Naoki Urosawa in conclusione al suo manga capolavoro Billy Bat (20 volumi pubblicati in Italia dal 2011 ad oggi). 
la luna di Urosawa
Un fumetto per prendere coscienza di come anche i messaggi più retorici trovano un senso dinanzi alle tristi vicende del quotidiano e della Storia. Alla fine il messaggio di Urosawa (e del coproduttore della storia disegnata, Takashi Nagasaki) sembra essere quello della capacità di un "semplice" fumetto stampato (che sia su supporto cartaceo in questo caso non è fattore indifferente) di divenire strumento d'unione tra culture diverse, allorché veicolo di passioni condivise. Senza spoiler sotanziali, tra le tante cose di cui i volumi parlano, un soldato del 2063 perde ogni ragione di esistenza nella brutalità della distruzione totale che la guerra impone, ma trova conforto in quell'unica foto stampata su carta che conserva con cura; "anche se si memorizzano le foto (le mille e mille foto) in un hard disk", staccata la corrente non le puoi più vedere. Nel 2012 con Walter Chendi (autore anch'egli di fumetti) pubblicammo un volume di racconti (SessantaQuaranta, edito da ARTeFUMETTO) con delle premesse simili, e oggi pare che quanto scritto in quel contesto abbia ancora più senso. In sostanza si scriveva: un'immagine scelta criticamente, fissata su carta (la vecchia foto), sa rendere d'istante un piccolo mondo personale che le centinaia di foto digitali archiviate e mai più guardate non riescono a tradurre. La sovrapposizione delle cose (di immagini e di notizie) ci portano a distogliere il pensiero dall'obiettivo primario: non rinunciare mai alla propria umanità. E' questa in fondo anche la storia de "La valigia" di Sergej Dovlatov, che, per essere riempita dei ricordi di una vita, appare sempre troppo grande (anche se all'inizio non lo sapevamo), poiché sono realmente pochi gli oggetti che ci rappresentano e non sappiamo lasciarci indietro. E così, mentre finisco a malincuore Billy Bat, grazie a Dovlatov, ripenso al volume finale della trilogia di Jonas Fink di Vittorio Giardino. L'autore è stato nostro ospite nei mesi scorsi a Ronchi dei Legionari e a Trieste. Nel suo lungo romanzo a fumetti ci ha condotto tra le pieghe della storia contemporanea (la Cecoslovacchia prima e dopo la Primavera di Praga). 
Vittorio Giardino a Ronchi dei Legionari
La storia narrata alla fine parla semplicemente di un uomo, che prima di diventare adulto è stato bambino e quindi ragazzo. Un uomo però posto dinanzi a scelte difficili, quale, ad esempio, pensare alla propria libertà e sopravvivenza oppure combattere per degli ideali. Il mondo del fumetto non è ovviamente la realtà, ma a volte la narrazione è più vera della realtà stessa o perlomeno è più illuminante. Così alla fine la storia di Jonas sembra divenire un'occasione di riflessione su tutte le scuse che un uomo può costruirsi per garantirsi delle fughe dalla realtà. "Uno che scappa", Jonas Fink, ma non ho trovato molti personaggi così umanamente delineati nel fumetto di oggi, tanto che il fumetto di Giardino diventa quasi un saggio per un esame di autocoscienza. E la domanda è: cosa avrei fatto io al suo posto? Quante contraddizioni mi trovo continuamente ad affrontare? Quali sono infine sopportabili? Nel pormi la questione il pensiero va a Giovanni Lindo Ferretti, ex CCCP, ex CSI, ex PGR, oggi "allevatore di cavalli" e cantautore a tratti. Una figura controversa la sua e naturalmente scomoda, perché, come dice lui, "pronta a ragionare con la testa propria". Il tema della coerenza sembra porsi come centrale nel ricordare le sue prese di posizione che ai più sono sembrate contradditorie, specie quando il suo avvicinamento al cattolicesimo ha aperto a gesti e riflessioni discussi ed estremi. "Sempre fedeli alla linea, perché la linea non c'è", ricordiamo. La coerenza nell'incoerenza. La ricerca del prodotto nel continuo rifiuto del prodotto (è stato questo il percorso dei CCCP in fondo). Le sue molte affermazioni recenti: "Mi colpiscono quelli che mettono i cari all'ospizio per dedicarsi al Terzo Mondo".  Ferretti era ad Azzano Decimo (PN), sul palco della Festa della Musica, il 29 luglio. Abbiamo cantato e ballato molto, riascoltando canzoni bellissime, che solo con la sua voce recitante sembrano assumere senso. Da "Morire" ad "Emilia Paranoica", ma anche "Madre" (che dice molto di come l'uomo Ferretti avesse già manifestato artisticamente più volte, in tempi lontani, alcune delle "provocazioni" che saranno poi sottolineate da molti), sino al "salto" collettivo su "Spara Jurij". I CSI (Zamboni, e compagni) sono in tour in Italia con la loro musica splendida, ma senza Ferretti la vicenda CCCP e CSI non esiste, se non nella forma. Manca quella sostanza che l'incoerenza artistica dell'assente solo sa dare. Ho voluto scattare delle foto inquadrando il volto e gli occhi di Ferretti, per rileggere quel "logo" che siglava la copertina di Ko de Mondo, disco pubblicato nel 1994.
Giovanni Lindo Ferretti ad Azzano Decimo
Francesca Michielin a Lignano
E sono nati più o meno in quegli anni, mentre i CSI scrivevano la propria Storia e una parte della Storia della musica italiana, molti degli spettatori, tra i più anziani, presenti tra il pubblico del concerto di Francesca Michielin a Lignano Sabbiadoro (3 agosto). Ho chiesto ad alcuni di coloro che erano ad ascoltare con me Ferretti ad Azzano Decimo di accompagnarmi a Lignano. I loro sguardi imbarazzati (e soprattutto quel loro affermare una distanza "ideologica" da quel mondo musicale che proponevo) hanno alimentato il discorso fatto sin qui sulla coerenza e sulle giustificazioni al proprio pensiero (...la linea non c'è...). Considero Francesca Michielin (nata nel 1995, a proposito), una delle cantanti e autrici più interessanti della scena musicale italiana attuale (chi l'ascolta con attenzione coglie un linguaggio che è inevitabilmente proprio del suo tempo e una apertura musicale molto vasta). Dalle canzoni degli inizi scritte per lei da Elisa Toffoli, sino alla maturazione di una capacità propria, che si traduce durante il concerto in un atteggiamento sul palco di grande consapevolezza e talento (le immagini da me riprese a Lignano colgono sempre una concentrazione e una "distanza" di grande interesse fotografico). Quando il concerto finisce, una parte del pubblico (molti giovanissimi, ovviamente) si avvicina al palco. Lei esce con chitarra e tamburello e regala alcuni pezzi in versione acustica, cantati tra la gente. E' di certo complesso rinunciare alle retoriche con cui affrontiamo strade per noi sicure, rimestando all'infinito parole e linguaggi consueti. Provare a ruotare il foglio che abbiamo dinanzi, guardare la faccia che sta dietro, è un impegno sovrumano oltre che un gesto semplice. In un contesto di narrazioni facili, fatte di "bianco o nero" (alla lettera, direi), ripensare a se stessi dentro una molteplicità di percorsi possibili aiuta a darsi strumenti per affrontare senza pre-giudizi l'attualità. E' un atteggiamento formativo, tutto fatto di esperienze e quindi difficile (o impossibile) da insegnare o restituire a terzi, ma è pur sempre un dovere sociale non più rimandabile.